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domenica 15 febbraio 2026

348. KENYA 1976: IL FASCINO DEI BIANCHI ALTIPIANI. DIARIO DI VIAGGIO TRA I FENICOTTERI DI NAKURU E IL SILENZIO DEL NAIVASHA. KEY WORDS: COMMANDER ATTILIO GATTI, MICHAELA E ARMAND DENIS, GUSTAV FISCHER, KAREN BLIXEN, DENYS FINCH HATTON, BERYL MARKHAM, LORD DELAMERE, CHURCHILL, TEODORO ROOSEVELT, JOY ADAMSON, MAASAI, IMPERIAL AIRWAYS

 

 

Una foto indubbiamente eccezionale! Rinoceronte Bianco. Sullo sfondo il Lago Nakuru e i fenicotteri, 2007 (CC Some Rights reserved, ryan harvey) 

 Allorché per la prima volta giungemmo nell’Africa orientale, gli splendidi laghi occidentali della Rift Valley, il Naivasha, l’Elmenteita, ma soprattutto il Nakuru, furono le prime località mostrateci dai nostri ospiti. Non poteva essere altrimenti, poiché per il viaggiatore-ricercatore, che per la prima volta scendeva “sul campo” africano, quelli non erano solo dei meri specchi lacustri, ma autentici “luoghi-simbolo” legati a letture da tempo sedimentatesi nel cervello e nel cuore. Fatti anche di ricordi visivi, fotografici. O tratti da documentari televisivi e cinematografici, che più volte ci avevano fatto sognare. In particolare erano stati i milioni di fenicotteri rosa esistenti nel lago Nakuru che, negli anni, a mo’ di flauto magico, avevano costituito una specie di inconscio, sottilissimo richiamo. Quando ci si prospettò la possibilità di andar là, in cuor nostro eravamo pronti già da tempo. Quella era l’Africa della nostra adolescenza, conosciuta ed apprezzata grazie alle spedizioni documentaristiche del celebre Commander statunitense Attilio Gatti, o di quelle dei non meno famosi coniugi Denis.

1939 International Jungle Yacht Truck, Commander Gatti 

Si marcia velocemente. La strada asfaltata è molto stretta, tanto che quando si incrocia un camion, bisogna bruscamente rallentare e portare due ruote quasi fuori della carreggiata. Scendiamo sul fondo della Rift Valley e superiamo la stazione di telecomunicazioni spaziali Longonot.

Kenya 1988,University of Texas at Austin, Perry-Castañeda Map Collection 

Nei pressi della strada scorgiamo alcune giraffe e osserviamo zebre e gazzelle di Thompson e di Grant. Costeggiamo, così, chilometri e chilometri di piantagioni, di praterie, di savana.

Arriviamo infine al Naivasha, annunciatosi da lontano grazie alle evoluzioni di numerose imbarcazioni a vela appartenenti al locale yacht club. Il lago è lungo 19.3 km, largo 14.5 e si trova a 1880 m s.l.m.

Negli anni 1890 si inaridì quasi a scomparire. Con ogni probabilità fu così che lo vide Churchill in occasione del viaggio del 1907: “10 miglia quadrate di acque salmastre che gli abitanti ripugnano, ma che offre rifugio ad innumerevoli uccelli selvatici e ippopotami”. Successivamente le acque crebbero notevolmente. Tanto da raggiungere, nel 1926, un’altezza di 15 metri e inondare un’area ben maggiore di quella attuale. E’ questo un lago d’acqua dolce utilizzata anche a scopo irriguo e nell’allevamento dei bovini. Il suo hinterland è noto per la produzione di frutta, verdure e fiori, questi ultimi destinati all’esportazione in Europa. Nei pressi vi si trovano anche alcuni vigneti.

Il naturalista tedesco Fischer fu il primo europeo a raggiungere dopo mille peripezie il lago nel 1882. Un tempo questa era una tradizionale area di pascolo dei Masai. Ma nel 1904 l’amministrazione britannica, che aveva iniziato a incoraggiare l’immigrazione europea, deportò questo popolo in due apposite riserve, a nord e a sud della ferrovia Mombasa-Kampala.

Nel 1911 la loro superficie subì un incremento, ma la riserva meridionale avrebbe solo lambito le sponde occidentali del lago. Naivasha dagli esordi del colonialismo rappresentò una delle aree preferite dagli europei.

Karen Blixen e Denys Finch-Hatton, prima del 1931

Zona frequentata e amata dalla scrittrice danese Karen Blixen, dal “cacciatore bianco” Denys Finch Hatton, oltre che dalla Beryl Markham, una pioniera del volo degli anni ’20.

Beryl Markham, ca. 1930 (CC Some Rights Reserved, Tekniska museet, Stoccolma),

Fu comunque Hugh Cholmondeley, meglio conosciuto come Terzo Lord Delamere (1870-1931), a incarnare al meglio lo spirito colonialistico dell’epoca. Diventando uno dei più potenti rappresentanti dei bianchi del Kenya. Tuttora le immense proprietà dei Delamere circondano la cittadina. Delamere tra l’altro è stato l’unico colono a giungere nel paese da nord (1897). Del resto il personaggio indubbiamente era, e rimase anche in seguito, fuori del comune. Partito da Berbera, nel lontano Somaliland britannico, egli arrivò in Kenya dopo 11 mesi di dura marcia, nel corso di una grandiosa e ben equipaggiata spedizione esplorativa forte di duecento portatori, tutti armati con fucili Snidrer (e una mitragliatrice Maxim) e percorrendo un migliaio di miglia attraverso una “terra della sete”, impietosamente battuta dai predoni shiftas e da gruppi nomadi non meno pericolosi.

Una formidabile e semovente macchina bellica che indubbiamente raggiunse il suo scopo, poiché non fu mai attaccata. E così egli fu il primo europeo ad attraversare il Kenya da nord a sud e poté valutare attentamente i diversi ecosistemi esistenti: l’arido, desertico e semidesertico nord, le bellezze e ricchezze delle più fertili terre meridionali, che lo attrassero magneticamente.

In breve, grazie a questo suo inusuale approccio geo-naturalistico, le sue vedute in questo campo si discostarono notevolmente da quelle che gli altri europei condividevano. Fu così che, abbandonando una vita principalmente incentrata sul piacere, cacce grosse comprese, ed ipotecando le proprietà di famiglia nel Cheshire, abbracciò in toto dal 1903 la vita di allevatore e coltivatore in Africa orientale. Oltre ad interessarsi concretamente al futuro del Kenya (un suo opuscolo illustrante le potenzialità del paese, attirò da solo duecento nuovi coloni dalla Gran Bretagna), divenne un autorevole portavoce dei coloni.

Lavoratore instancabile, fu sostanzialmente un anticonformista ed un eccentrico: portava i capelli lunghi fin sulle spalle, divenne “fratello di sangue” dei Masai, ospitò Churchill e l’ex presidente americano Teodoro Roosevelt, si divertì con la pistola a distruggere bottiglie e lanterne della veranda del Norfolk Hotel di Nairobi.

A Naivasha acquistò 100.000 acri di pascolo dove portò 1500 mucche: quello divenne l’Equator Ranch. Anche se i problemi da affrontare furono da subito numerosi: epidemie causate dalle carenze nei pascoli, i continui furti operati dai Masai, andò avanti con testardaggine. Desiderava che i bianchi avessero burro e latte. Detto, fatto! Nel 1906 il suo burro veniva venduto anche a Mombasa. Per far crescere cereali acquistò a Soysambu, nei pressi del lago Elmenteita, altri 50.000 acri. Nel 1908 il primo raccolto. Nel 1909 sono già 1200 gli acri destinati a grano. Ma coltivò anche patate, mais, orzo e tabacco, piantò aranci e contemporaneamente si dedicò all’allevamento ovino e bovino. Sapientemente incrociò merinos australiani con pecore Masai, che fornirono una lana non inferiore all’originale. Allevò anche maiali e struzzi e aprì una catena di macellerie a Nairobi, Nakuru e Mombasa.

"La Rift Valley, e rotta verso Nairobi. Il Lago Naivasha in lontananza. Servizio fotografico Matson. Foto scattata da un idrovolante delle Imperial Airways nel 1936, su un itinerario mondiale, che segue il Nilo, dal Delta al Nilo Vittoria e al Lago Vittoria" (Library of Congress Prints and Photographs Division Washington) 

Tra il 1937 e il 1950 nelle acque del lago Naivasha ammararono, dopo un viaggio di quattro giorni da Southampton (che poi sarebbe dovuto proseguire fino in Sud Africa), i grandi idrovolanti Empire e Solent per il trasporto passeggeri, prima dell’Imperial Airways e, dal 1939, della Boac.

Sulla sinistra del lago troviamo Elsamere, la tenuta di Joy Adamson, la celebre autrice di Nata Libera. L’acquistò nel 1967 per andarci a vivere in vecchiaia assieme al marito George. Ciò non si sarebbe potuto realizzare per il terribile destino che li accomunò…

Sempre nei paraggi vivevano negli anni ‘60 Jack Block (proprietario del Norfolk Hotel e di altri importanti alberghi) e il cineasta Alan Root, che in passato aveva anche lavorato per il documentarista belga Armand Denis. Possedeva un aereo personale e un pallone aerostatico, utilizzato anche per riprendere elefanti nella splendida riserva Masai Mara, al confine con la Tanzania. La sua tenuta ospitava serpenti, un oritteropo e tanti altri animali esotici.

Si prosegue il viaggio.

Sullo sfondo ecco un lago più piccolo, l’Elmenteita, interamente circondato dalla Soysambu Estate, l’altra immensa proprietà dei Delamere.

Qui nidificano i grandi fenicotteri e le ibis sacre. Dall’alto si vedono decine di migliaia di fenicotteri, che in più punti fanno assumere al lago un bel colore rosa. 

Arriviamo infine a Nakuru, a poco più di 150 Km da Nairobi. E’ il capoluogo della Provincia della Rift Valley e la quarta più importante città del Kenya. Scendiamo al lago. Parco Nazionale dal 1961, la sua superficie da allora è stata notevolmente accresciuta. Quella del lago invece varia dai 5 ai 40 kmq, a seconda delle piogge. Ha acque poco profonde. Al tempo della nostra visita il livello delle acque era cresciuto. Costringendo così i fenicotteri, che si cibano delle alghe presenti sul fondo, ad emigrare in massa altrove. In effetti nel corso degli anni il numero di questi uccelli è fluttuabile. A seconda delle piogge, dell’evaporazione e di altri fattori che determinano profondità e alcalinità lacustre, il Nakuru può ospitare un numero di uccelli variabile dalle poche decine di migliaia al milione e mezzo.

Arriviamo quasi sulle sponde del lago.

Davanti a noi migliaia di uccelli, in maggioranza fenicotteri, ma anche pellicani e gabbiani. Al largo ci sono due ippopotami. Sulla terra incontriamo una scimmia, diversi waterbuck, uno stupendo esemplare di impala, oltre ad “uccelli segretari”. Che si muovono pomposamente, affettatamente, solennemente.

Ma che cambiamento poi quando scopriamo che, per poter “decollare”, sono costretti a correre faticosamente e in maniera assai buffa. Scendiamo sulla riva. E’ meraviglioso. Fa molto caldo. La spiaggia è costituita da soda consolidata. E’ uno spettacolo indescrivibile: un blend di sole, calore, riverberi. Oltre all’onnipresente bianchissima soda, agli uccelli che lentamente si muovono nell’acqua, alle formazioni di pellicani che nuotano, ai fenicotteri manducanti in lento cammino, agli uccelli immobili lungo i bordi della spiaggia, a mo’ di spettatori: tutto sembra irrealistico, evanescente, ectoplasmatico… Ci spostiamo sulla sponda orientale, dove sugli alberi sono appollaiati uccelli segretari, marabut e aquile pescatrici. Il Nakuru è davvero uno straordinario santuario ornitologico!

Da: "Il surreale spettacolo offerto da una straordinaria riserva ornitologica. I laghi occidentali della Rift Valley in Kenya: il Naivasha, l'Elmenteita e il Nakuru", L'Osservatore Romano, 9-10 Aprile 2001, 3. [solo testo]

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Sul Kenya, il mio libro:

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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.

giovedì 12 febbraio 2026

347. IL MISTERIOSO TESORO DEGLI SCACCHI VICHINGHI DELL’ISOLA DI LEWIS, EBRIDI ESTERNE, SCOZIA

 

Beserker, Lewis Chessmen, British Museum, 2005 (CC Some Rights Reserved, Rob Roy) [Il berserker era un feroce guerriero invasato dallo spirito di Odino. Prima della battaglia, entrava in uno stato mentale di furia, detto berserksgangr, che lo rendeva particolarmente feroce e insensibile al dolore e alla sofferenza.]


Uno dopo l’altro superiamo straordinari reperti egizi nel lungo corridoio del pianterreno: la stele di Rosetta, la gigantesca testa di Ramses II, statue di dee e di leoni. 

Ansiosi, come siamo, di salire al primo piano, ci siamo ripromessi di tornare più tardi, per ammirarli con tranquillità. 

Poiché sappiamo ora dove rintracciare ciò che cerchiamo: Galleria Medievale, sala 42, vetrina 3.

Entriamo. 

Ci guardiamo attorno. 

Cerchiamo di individuarli subito da lontano. 

Eccoli, sono là… 

Eccitati ed emozionati, ci avviciniamo velocemente. 

Sono proprio loro. 

Sembrano tanti piccoli soldati, quasi un esercito in miniatura. 

Più volte giriamo attorno alla vetrina, osservando il tutto ed i singoli dettagli. 

Immediatamente scopriamo come ogni “soldatino” sia diverso dagli altri e i particolari realizzati con estrema maestria e sicura arte. 

Sono eccezionali! 

E’ come se avessimo conquistato la cima di qualche montagna… 

Quando in precedenza visitammo a Londra il British Museum, non sapevamo della loro esistenza, né ci avrebbero interessato più di tanto. 

Attratti, com’eravamo, dagli oggetti africani. 

Come ad Edimburgo quando, ormai un quarto di secolo fa, partecipammo ad un congresso, od eravamo in transito verso il settentrione. 

Solo anni dopo, approfondendo la conoscenza delle comunità marittime dell’Atlantico del Nord, prendemmo atto della loro presenza nel British e nei National Museums of Scotland, ad Edimburgo. 

Allora desiderammo ammirare quei piccoli capolavori e sapere qualcosa in più circa il ritrovamento. 

Perciò anni dopo, a Stornoway (isola di Lewis), capoluogo delle Ebridi Esterne, non fummo stupiti nell’imbatterci nella gigantesca riproduzione di un cavaliere, allorché visitammo il Museo.

 Inaugurato nel 1995, per l’occasione ospitò, per la prima volta nella storia, tutti i “guerrieri” esistenti: 11 di Edimburgo, 82 di Londra, in realtà splendidi scacchi vichinghi finemente cesellati in zanne di tricheco, risalenti al 1140-60 che, con i loro abbigliamenti, armature e paraphernalia, sembra partecipino, assieme ai loro consiglieri, ad un gran consesso di monarchi medievali. 

D’altronde erano stati trovati ad Uig, nell’isola …

Così, al rientro dall’avventurosa navigazione atlantica, che ci aveva portato nell’isola di St Kilda, facemmo un giro ad arco per arrivare sulla costa occidentale di Lewis. 

Era luglio e, come sempre, la strada che avevamo percorso risultò pressoché deserta, come la regione attraversata. 

Poi, da una posizione rialzata, ecco un panorama mozzafiato: una grande baia dalle acque lisce come l’olio, caratterizzata da un’immensa spiaggia, che la bassa marea aveva svelato. 

Sullo sfondo isole e rilievi montuosi, mentre i numerosi puntini bianchi in mezzo si rivelarono pecore “dalla faccia nera”, tipiche delle Highlands and Islands.

Quella era Uig! 

Superata Timsgearraidh, giungemmo nei pressi di un antico cimitero, a sinistra della guesthouse Baile-Na-Cille, alla cui proprietaria, Mrs Gollin, chiedemmo conferma: il luogo era lì, accanto al camposanto…

La straordinaria scoperta, aiutata involontariamente dalle forze della natura, avvenne nella primavera del 1831 alla testata dell’insenatura: una forte ondata di marea scoprì accanto ad una pietra, sulla spiaggia, i 93 pezzi, quasi quattro gruppi completi. 

Un autentico tesoro!

Per un certo tempo vagabondammo lì intorno, alla ricerca di quello che forse era il punto esatto. 

Immaginando che chi aveva sepolto il tesoro non pensava di morire o, abbandonando il luogo, di lasciarli là per sempre …

Ricostruiamo mentalmente il momento della scoperta. 

Secondo le cronache Macleod era “stupito di vedere ciò che sembrava una riunione di folletti o gnomi, nei cui misteri si era inconsapevolmente introdotto”. 

Poi, con successivi, perfino rocamboleschi, passaggi gli scacchi saranno divisi tra Edimburgo e Londra.

Prima di descriverli in dettaglio, dobbiamo accennare a tre cose: tesoro, scoperta e natura, e alla loro interazione.

Per quanto riguarda il primo, durante l’era vichinga, in periodi di turbolenza o in previsione dell’attacco di pirati o di altri gruppi vichinghi, era invalsa l’abitudine di seppellire temporaneamente le cose più preziose, autentici tesori, non sempre composti da sole monete. 

Secoli dopo saranno ritrovati in Scandinavia numerosi “ammassi”: 200.000 monete arabe, germaniche ed anglosassoni, facenti parte del danegeld, il tributo ai re danesi (svedesi e norvegesi). Ma anche altrove: le 7000 monete scoperte nel 1840 a Cuerdale (York), i 28 pezzi d’argento dei Pitti, scoperti nel 1958 all’interno della chiesa dell’isola di St Ninian (Shetland). 

Tesori che hanno offerto agli archeologi testimonianze eccellenti anche sui luoghi del benessere e sulla persistenza delle incursioni.

Per quanto riguarda gli altri due punti, nelle Shetland e nelle Orcadi avevamo visitato due straordinari siti prospicienti l’oceano e riportati alla luce dalla… natura infuriata! 

Jarlshof, nei pressi dell’aeroporto di Sumburgh (Mainland, Shetland), fu casualmente scoperta nel 1897, dopo il susseguirsi di violente tempeste, che spazzarono via la parte superficiale di detriti e sabbia, accumulatisi per secoli nell'area. 

Skara Brae, insediamento neolitico e dell'età del bronzo (costa occidentale di Mainland, Orcadi), strappata nel 1850 da un’altra tempesta al plurisecolare abbraccio della sabbia e dell'oblio dell'uomo. Otto anni più tardi (1858) un ragazzo troverà nella vicina spiaggia di Skaill un tesoro composto da 90 pezzi d’argento…

Possiamo ora parlare dei “più straordinari scacchi antichi del mondo”, come lì definì, all’inizio del XX secolo, Dalton, del British Museum

Sculture miniaturizzate, eppure “monumentali”, superbamente disegnate. 

Un unicum nell’arte romanica dell’XI-XII secolo, formato da: 8 re, 8 regine, 16 vescovi, 15 cavalieri, 12 guardiani (precursori delle torri), 19 pedine, 14 dischi per il gioco della Tabula (precursore della dama), 1 fibbia. 

Sono scolpiti nelle zanne di tricheco, salvo cinque, ricavati dai fanoni. Poiché l’avorio d’elefante africano e indiano fu raro in Europa, fino a metà del XIII secolo. 

I trichechi, invece, venivano cacciati nella Norvegia settentrionale e nel Mar di Barents, anche se la Groenlandia costituì la maggiore fonte di approvvigionamento.

Ogni pezzo è diverso dall’altro, nei visi, nelle espressioni, negli abiti. Re e regine siedono sui troni. 

I primi reggono sul grembo una spada nel fodero, le seconde il volto con la mano sinistra, sostenuta dalla destra. 

I vescovi, in parte seduti, hanno mitra e libro. Grazie alle mitrea si potrebbe già risalire all’epoca della loro realizzazione: nella metà del XII secolo quelle ad una punta sostituirono quelle a due… Sono inoltre i primi vescovi ad apparire storicamente, un’innovazione dell’arte romanica. 

I troni, davanti e sul retro, sono impreziositi da decorazioni: motivi di foglie, forme e teste di animali, geometrie. 

I cavalieri indossano l’elmo, hanno cavalli simili a ponies, a destra portano una lancia, a sinistra una spada nel fodero e uno scudo decorato. 

Dettagli, questi ultimi, comparabili a quelli del celebre arazzo normanno di Bayeux. 

I guardiani, soldati a piedi, “guardano” ai margini della scacchiera, con spada e scudo. 

Le torri infatti si diffonderanno solo alla fine del Medio Evo. 

Infine obelischi ottagonali sono le pedine.

Grazie alla fattura, al materiale impiegato, allo stile, ai delicati ed eleganti dettagli di ornamenti, abbigliamenti, armi ed armature, possiamo sempre datarli alla seconda metà del XII secolo, cercando di risalire al luogo di provenienza.

Il fogliame è simile a quello delle sculture di pietra delle chiese di Trondheim. Qui nel presbiterio della chiesa parrocchiale, fu scoperta nel XIX secolo una regina simile a quelle di Uig. Del resto l’arcidiocesi di Nidaros-Trondheim, creata con la visita nel 1152-3 del legato pontificio Breakspear (futuro Papa Adriano IV), diventerà assai influente, sovrintendendo a Norvegia, Islanda e Groenlandia. Ma la città era già importante, tanto che Adamo di Brema nel 1070 la definì “città capitale dei Norreni, una grande città”. Qui nell’XI e XII secolo fiorì la scultura in pietra, legno ed osso. Oltre al palazzo reale, possedeva un mercato ”internazionale” che intesseva relazioni commerciali anche con le isole britanniche.

E’ perciò ipotizzabile l’esistenza a Trondheim di un laboratorio per la lavorazione dell’avorio di tricheco e che gli scacchi fossero destinati all’aristocrazia delle Ebridi, allora norvegesi e tappa obbligata nella navigazione verso Dublino.

Da: "I 93 scacchi vichinghi riportarti alla luce dalle onde del mare. Rinvenuti nel 1831 sulla spiaggia di Uig nell'isola scozzese di Lewis sono cesellati su zanne di tricheco e oggi custoditi a Londra e a Edimburgo", L'Osservatore Romano, 2 febbraio 2007, 3 [solo testo]

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Il sito di Jarlshof figura nel mio libro (in italiano e inglese) sulle Shetland:

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Il sito di Skara Brae figura nel mio libro sulle Orcadi:

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lunedì 9 febbraio 2026

346. DAL CASTELLO DI KISIMUL I PIRATI DI RUARI MACNEIL PARTIVANO PER LE LORO SANGUINARIE SCORRIBANDE. VIAGGIO NELL'ISOLA DI BARRA, LA PIÙ MERIDIONALE TRA LE TERRE ABITATE DELL'ARCIPELAGO SCOZZESE DELLE EBRIDI ESTERNE, DOVE GLI AEREI ATTERRANO SU UNA STUPENDA SPIAGGIA DI CONCHIGLIE

 


"Dopo il recente arrivo, l'aereo all'aeroporto di Barra è pronto a caricare i passeggeri prima della partenza sulla pista della spiaggia, giusto in tempo per affrontare il tempo piuttosto inclemente che si sta muovendo sull'isola”, 2011 (CC Some Rights Reserved, Steve Houldsworth / Barra Airport Arrivals)

Da Stornoway, capoluogo dell'arcipelago delle Ebridi Esterne, festone di stupende isole poste parallelamente alla costa della Scozia nord-occidentale e alle Ebridi Interne, raggiungemmo Barra in aereo. Baharraigh (in gaelico) è l'isola abitata più meridionale.

In un tempo relativamente breve arrivammo alla "tappa" finale della nostra ricerca nelle isole. Un viaggio a "salto di canguro" (in ultimo era stata inserita una sosta a Benbecula per il cambio d'aeroplano) risultato, alla fine, solo un po' più lungo del previsto. Il ritardo fu dovuto ad un qualcosa che non avremmo potuto lontanamente immaginare, neanche con la più sfrenata delle nostre fantasie.

E sì, poiché furono le acque dell'Oceano Atlantico, proprio il mare, a condizionare quel nostro ultimo volo verso Barra.

Vi domanderete come ciò sia possibile! Non potendo escludere, per mancanza di sufficienti informazioni, che un qualcosa di simile possa esistere anche in qualche altra remota parte del mondo, ci limitiamo a dire come qui accada un qualcosa di forse straordinariamente unico nella storia dell'aviazione civile. In quest'isola sono i flussi delle maree o, meglio, è l'orario dell'alta marea che modifica i voli in arrivo e quelli in partenza.

L'aereo è infatti atterrato a Tràigh Mhór, una  spiaggia meravigliosa, se inondata dal sole, formata da miriadi di (solide) conchiglie. Ed è così dal 1936, quando fu per la prima volta utilizzata come pista d'atterraggio. Conchiglie tuttora impiegate anche nelle costruzioni. Un insolito fattore, questo, non prevedibile, se non localmente. Come è stato nel nostro caso.

Le sensazioni che provammo allorché il volo era ormai in netto avvicinamento, sarebbero state molteplici, tali da farci rimanere senza respiro. Come con il fiato sospeso e con il cuore in gola saremmo incredibilmente decollati per tornare a Glasgow, sotto un'autentica tempesta d'acqua, con una spiaggia che ci apparve totalmente allagata.

Come se già non bastasse il tutto, poi, fu effettuato con una nebbia persistente e forti raffiche di vento. La fase di decollo ci sembrò in quei momenti interminabile! In seguito il pilota si sarebbe precauzionalmente mantenuto ad una quota di navigazione estremamente bassa, 90 m.

Il toponimo Barra si deve probabilmente a San Finnbarr fondatore, nel 620 ca., di una cella monastica sulla pendice orientale del Ben Eoligarry, dove si trova ora la chiesa (e l'attiguo cimitero) di Kilbar (Cille Bharra).

Qui nel 1865 fu rinvenuta una tomba risalente ad epoca vichinga (X o inizio XI secolo), una delle poche esistenti nell'arcipelago. La lapide sul retro aveva un'iscrizione runica, che si legge: "per Thorgerth, figlia di Steinar, questa croce fu innalzata".

Le razzie vichinghe sull'isola datano dall'800 e terminarono nell'890, quando i nordici vi si acquartierarono. Cille Bharra nel tempo è diventato un importante e venerato luogo di culto. Vi si trovano copiosi i segni della spontanea religiosità di questa comunità di pescatori e coltivatori cattolici.

In proposito va sottolineato come l'arcipelago delle Ebridi Esterne sia confessionalmente dicotomizzato.

Nei secoli gli isolani si sono "avvicinati", sia alla religione presbiteriana (nelle isole di Lewis, Harris e North Uist), che a quella cattolica (Barra e South Uist), mentre invece i fedeli di Benbecula sono "equamente" divisi tra le due fedi. La chiesa sul lato orientale ha due cappelle. Quella settentrionale, dedicata a  Maria, risale al XII secolo. Il suo tetto è stato recentemente restaurato. Vi sono conservate alcune lapidi scolpite d'epoca medioevale.

Raggiungemmo la chiesa grazie ad una strada che con un percorso ad anello, lungo poco più di 22 Km, gira tutto intorno l'isola, consentendoci agevolmente di visitarla completamente. 

Contrariamente alle altre isole, il luogo più suggestivo di Barra è rappresentato proprio dal capoluogo, Castlebay (Bagh a Chaisteil).

Dalla "Baia del Castello": porto, centro servizi, punto nodale per il trasporto marittimo, arrivandovi i traghetti da Oban, cioè dalla terraferma scozzese, si ha uno stupendo colpo d'occhio sull'intera baia, dominata da un superbo castello, sito sul vicino e piatto isolotto roccioso di St. Ciernan, pressoché sommerso quando c'è l'alta marea.

E' Kisimul Castle, il castello del locale Clan dei MacNeil, parte integrante della storia e del panorama di Castlebay e Barra. Anche perché da qualsiasi parte ci si trovi nella cittadina, esso è sempre ben visibile, anche da lontano. Tanto più se ci si incammina lungo le sue strade in discesa, che conducono al porto.

Kisimul castle, Castlebay, Isle of Barra 2017, (CC Some Rights Reserved, Conor Lawless from North Uist, United Kingdom)

Molto probabilmente fu costruito intorno al 1030 dal 21° capo, Neil "del Castello" (la numerazione dei capi inizia con Niall, Re d'Irlanda, IV secolo), sul luogo di un preesistente broch (torre di guardia). Anche se la grande torre fu completata da Donald, 23°capo, quasi un secolo dopo (1120).

Abbandonato nel 1748, il castello fu distrutto dal fuoco nel 1795. Da allora i MacNeil preferirono andare ad abitare nell'immensa Eoligarry House, fatta costruire da Roderick "il Gentile", che l'abitò fino alla sua morte (1822). A quei tempi era la residenza più maestosa di tutte le Ebridi Esterne. Nei suoi giardini vi lavoravano 40 giardinieri. Fu poi venduta da Roderick "il Generale" nel 1838. Nel 1976, poiché pericolante, la si dovette abbattere. Ora possiamo osservarne solo le imponenti mura.

Dopo l'incendio il castello si andò sempre di più deteriorando, tanto che molte delle sue pietre servirono a pavimentare le strade della cittadina, o fecero da zavorra alle navi all'epoca della Grande Pesca alle aringhe.

Riacquistato dal clan nel 1937, solo nel 1947 si diede inizio ai lavori di restauro (anche se alcuni scavi di saggio iniziarono nel 1938), che terminarono nel 1970, quasi per intero opera degli isolani di Barra.

Vittoria o morte: questo era il grido di guerra del clan ( e "vincere vel mori" fu da sempre il suo motto) che più volte risuonò in passato quando si ingaggiavano le navi nemiche in combattimento.

E sì, perché il castello ha dominato cittadina e isola, non solo visivamente. Barra infatti potrebbe essere anche definita come l'isola dei pirati! Da quel castello e da questa baia, il primo sicuro ancoraggio a nord dell'Irlanda, si portarono attacchi e assalti - a suon di cannonate - a vascelli, non solo inglesi, ma anche francesi, olandesi, portoghesi e spagnoli. Sul finire del XVI secolo, Ruari il Turbolento, invece di dedicarsi alle più sane (e legali) attività tipiche dei proprietari terrieri scozzesi, preferì arricchirsi con mezzi meno leciti e certamente più sanguinari. In breve si trasformò in un famoso pirata, in un autentico "terrore dei mari".

Tanto da suscitare le ire della Regina Elisabetta d'Inghilterra, che si lamentò con l'omologo Giacomo VI di Scozia per le malandrine scorribande portate dal signore di Barra fin sulla terra d'Irlanda. Dopo averlo dichiarato più volte fuorilegge, il re scozzese ordinò infine a Roderick MacKenzie di Kintail di catturare il MacNeil con uno stratagemma. Ciò che egli fece sotto le spoglie di un innocuo commerciante in whisky e vini.

Trascinato ad Edimburgo nel 1603, il MacNeil, dichiaratosi astutamente innocente, si dimostrò essere un amabile vecchio. Le sue argomentazione e il personaggio risultarono talmente convincenti (e fuorvianti) che, non solo non venne impiccato, ma nonostante l'inglorioso passato, egli riuscì incredibilmente a conservare l'isola di Barra. Anche se si sarebbe dovuto sottomettere al Mackenzie, che diventò così il suo Signore.

In seguito Ruari avrebbe dovuto comunque subire una grossa onta, non derivante da una giustizia tardiva, ma dalla propria discendenza! Una citazione in giudizio del 1613 ci ragguaglia sull'accaduto: nel corso di un contenzioso famigliare il castello venne espugnato da un gruppo di una ventina di uomini comandati dal figlio Neil Og, futuro 36° capo. Ruari con la moglie (matrigna del Neil) vennero anche imprigionati. Ciò nonostante l'imponente posizione, ritenuta ben difendibile, del castello! In proposito si sottolinea come nell'isolotto ci fosse anche una sorgente d'acqua e come fosse stato costruito all'esterno un ingegnoso bacino, che intrappolava i pesci con il flusso delle maree. Tutto ciò comportava una continua disponibilità di cibo e di acqua.

La spiaggia in pendenza era l'ancoraggio della storica galea di Kisimul, le cui imprese hanno avuto i loro cantori. Il suo equipaggio, sempre pronto ad imbarcarsi, era alloggiato nell'unica costruzione esistente al di fuori del castello. Va ancora aggiunto come sopra il "grande salone", costruito sulla falsariga delle "case nere" ebridane, senza caminetto né comignolo (il fuoco era acceso nel mezzo), potesse essere collocato un piano rialzato in legno capace, in caso di necessità, di ospitare numerose persone. In caso di crisi, quindi, tutta la comunità di Castlebay aveva un sicuro rifugio all'interno del castello.

Nei secoli successivi la vita nell'isola fu ben più tranquilla, poiché l'antica tradizione del clan, fatta di pirateria, razzie e duelli, non fu portata avanti. Anche se va a loro onore il fatto che i MacNeil furono sempre leali alla monarchia scozzese.

Da allora non si registrarono avvenimenti di rilievo, tanto che ricordiamo solo per inciso come nel 1745 partì per l'America un primo carico di emigranti. La decadenza (e il conseguente abbandono) del castello andò di pari passo con quella dei MacNeil, che fecero bancarotta.

L'isola di Barra nel 1839 fu venduta da Roderick il Generale al colonnello Gordon di Cluny, un grande latifondista, che voleva solo fare un buon affare. Tanto da essere pronto a farla sgombrare dai suoi abitanti per offrirla come colonia penale al governo. Nel 1863 Roderick, l'ultimo dei vecchi capi, morì. Fu forse allora che un uomo del clan scrisse che: "nero è il mare intorno alla dimora dei miei padri, scarne le alte mura del castello di Kisimul, nessun guardiano continua a osservare, nessun avido clan si riunisce, lambito solo dalle onde e dalle grida del gabbiano".

La successione passò ad un ramo della famiglia, da tempo emigrato in Canada. Nel 1901 il Local Government Board acquistò alcuni terreni a Northbay e Eoligarry, e il governo britannico la rimanente parte dell'isola, rivenduta nel 1937 a Robert Lister, 45° capo.

A quasi un secolo dalla sua perdita, egli così riacquistò la proprietà dell'amata isola e delle rovine del castello.

Se nell’isola c'è stata data l'occasione di essere invitati alla celebrazione del matrimonio tra Chrissie McCormick e Richard Nuttall nella chiesa cattolica, che aveva visto la partecipazione di numerosi parenti ed amici - gli uomini quasi tutti rigorosamente con il kilt del clan - allietati dal suono di una cornamusa, non è stato possibile intervistare Jain Roderick MacNeil, l'attuale capo, che abbiamo incontrato brevemente in una banca di Castlebay.

In quei giorni il professore americano era impegnatissimo nell'organizzare la decennale riunione al castello dei membri del clan, provenienti da ogni angolo del globo.  

Da: "Dal castello di Kisimul i pirati di Ruari MacNeil partivano per le loro sanguinarie scorribande. Viaggio nell'isola di Barra, la più meridionale tra le terre abitate dell'arcipelago scozzese delle Ebridi Esterne", L'Osservatore Romano, 4 Ottobre 2000, 3. [solo testo]

L'isola di Barra e Kisimul Castle naturalmente figurano nel vol. 1 (ATLANTICO) di PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO

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sabato 7 febbraio 2026

345. IL MUSEO MARITTIMO NAZIONALE DI GREENWICH, LONDRA

 

Greenwich Hospital dalla sponda nord del Tamigi, 1750. Canaletto (1697–1768), Royal Museums Greenwich


Non pensiamo che possa essere smentito il fatto che il Museo Marittimo Nazionale di Greenwich sia il più importante di questo tipo al mondo, più importante perfino di quelli esistenti in paesi ben più ricchi e grandi, come gli Stati Uniti e la Russia. D’altronde la fama acquisita nei secoli passati dalla marina britannica in tutti i mari del globo, in pace come in guerra, non poteva che rispecchiarsi in un’istituzione altrettanto valida e brillante. Qual è appunto il National Maritime Museum.

La scelta di Greenwich non fa che ribadire, anche “virtualmente”, questa sua “supremazia”. Qui, a non molta distanza da Londra, nacquero Enrico VII, Elisabetta I e Maria Tudor. Qui passa l’omonimo meridiano fondamentale e, quindi, qui l'Oriente incontra l'Occidente. Qui è nato il nuovo Millennio, indubbiamente un altro primato. L’osservatorio fondato nel 1675 su una vicina collina è ben visibile dal compound del museo. Va infine ricordato come qui, tra il London Bridge e Greenwich, tra il XVIII e il XIX secolo, ci fosse il porto più grande del mondo.

Il De Amicis, imbarcatosi nel 1873 su un veliero nei pressi della Torre, per raggiungere Greenwich impiegò due ore: "si entrò in mezzo a due file di grandi bastimenti, si oltrepassò in pochi minuti quei docks di Santa Caterina che abbraccia lo spazio occupato una volta da dodici mila abitanti...si lasciarono quei London-Docks che contengono nei loro bacini trecento bastimenti di alto bordo e nei loro magazzeni duecentomila tonnellate di mercanzia, e danno lavoro a tre mila operai di tutti i paesi del mondo; e si andò innanzi rapidamente, rasentando i bastimenti, i piroscafi di rimorchio, i barconi, le navi d'ogni forma che vanno e vengono per il largo fiume…. Mucchi enormi e file sterminate di sacchi, botti, di casse, di balle che ingombran le rive… infinite case nere, e per tutto fumo di officine, moto di macchine, e affaccendarsi d'operai e di marinai…appena svoltati, vedendo ancora nella nuova dirittura alberi e vele a perdita d'occhio, si prova una viva meraviglia…quando ci si accorge che al di là da questi alberi e da queste vele…vi sono altre foreste di bastimenti, fitte, profonde, confuse; a sinistra, i grandi bacini dei docks delle Indie occidentali, che coprono la superficie di cento ettari…ma ai docks succedono ancora i docks, i bacini ai bacini, i magazzeni ai magazzeni, gli arsenali agli arsenali…" (Ricordi di Londra, 1874).

Di fronte a Greenwich, nell'Isola dei cani, sorgeva uno dei più importanti cantieri navali, dove nel XIX secolo venne varata la Great Eastern, la più grande (207 m) delle navi in ferro mai costruite fino ad allora.

Un tempo questo era un luogo di sofferenza. Ma anche di risanamento. Infatti era il Reale Ospedale per marinai. Il Canaletto lo ritrasse in un celebre dipinto del 1750. Era formato da due ali che, a partire dall’inizio del XIX secolo, si collegarono ad uno splendido edificio di stile palladiano, la Queen’s House (1635), diventando la Greenwich Hospital School. D’altronde i londinesi che volevano sfuggire il “mal d’aria” e le ricorrenti pestilenze, che di tanto in tanto imperversavano nella grande metropoli, usavano rifugiarsi proprio in questo luogo.

Negli anni 1870 si aggiunsero altre due ali. Il complesso cambiò destinazione d’uso, diventando il Reale Collegio Navale, anche se solamente nel 1933 l’istituzione sanitaria si spostò nel Suffolk.

Si è accennato al trascorso “sanitario” del museo, poiché anche l'Orlogsmuseet, il Reale Museo Navale Danese, che visitammo a Copenaghen, è sito in un'ala di quello che un tempo era un famoso ospedale, che nel 1801 accolse i morti e i feriti provocati dal massiccio bombardamento navale inglese.

Anche se una qualche relazione “ospedale-museo marittimo” potrebbe essere meramente casuale, la disponibilità di numerose e spaziose corsie ospedaliere doveva apparire ad architetti e progettisti altamente auspicabile per la dislocazione delle diverse gallerie espositive.

Un ulteriore, non secondario, nesso tra i due potrebbe forse essere insito nel fatto che mortalità, morbilità e incidenti sulle navi ed in mare fossero assai frequenti. Specialmente all’epoca delle navi a vela, un tempo autentiche trappole letali. Ad esempio alla fine del XVIII secolo le principali cause di mortalità degli equipaggi della Marina britannica furono le seguenti: 10,2% (incendi, affondamenti, naufragi); 31,5% (incidenti); 50% (malattie). Solo l’8,3% era dovuto al nemico.

La toppa nera sull’occhio, la mano ad uncino e la gamba di legno, caratteristiche del pirata da teatro, sono particolari aventi un’origine storica.

Il Museo Marittimo Nazionale di Greenwich è un’istituzione del tutto recente, se pensiamo che essa data formalmente solo dal 1934, quando un atto del parlamento istituì il museo, specificando come la nuova istituzione si sarebbe dovuta dedicare alla “illustrazione e allo studio della storia marittima della Gran Bretagna”. Nonostante ciò va ricordato come esso abbia ereditato l’Archivio Tecnico dell’Ammiragliato (esistente dal 1720) e le origini delle sue collezioni si possono rintracciare nel Royal Naval Museum stabilito nel XVIII secolo nella Somerset House di Londra. Ufficialmente inaugurato da Giorgio VI nel 1937, restò chiuso quasi subito (1939-1946) per cause belliche.

Il clipper "CUTTY SARK" a vele spiegate, prima del 1916 (State Library Victoria)

Ad accogliere il visitatore allo sbarco a Greenwich ci pensa immediatamente lo stupendo clipper Cutty Sark, lanciato nel 1869 per il commercio del tè cinese, con la sua slanciata silhouette. Che stupendo approccio per chi intende poi recarsi nell'attiguo museo marittimo! Nel 1999 esso è stato modernizzato e notevolmente ampliato con la creazione di dodici nuove gallerie, che si sono aggiunte alle quattro già esistenti.

Quanto accuratamente esposto dà modo al visitatore di rendersi pienamente conto del vitalissimo ruolo esercitato in questo insulare paese dal mare, ieri come oggi. Ma il museo è anche un qualcosa di assai più grandioso, poiché costituisce un vero e proprio monumento alla storia della navigazione di tutto il mondo.

Va ancora sottolineato come la sua recente ristrutturazione abbia reso ancora più affascinanti e completi, oltre che didatticamente ineccepibili, i suoi abili percorsi conoscitivi, indirizzati sia agli adulti, che ai giovani. L’affluenza di questi ultimi è assai elevata grazie per la crescente partecipazione delle diverse scuole del Regno Unito.

Una ristrutturazione non solo fisica, ma anche mentale. Poiché esposizioni e collezioni sono stati interamente “ripensati”. Fino al 1999 le poche sale esistenti erano stracolme di oggetti, sia pure storicamente e nauticamente pregevoli, ma per assurdo tale abbondanza andava a scapito della loro “visibilità”. Soprattutto grazie ai finanziamenti derivati da una lotteria popolare (ben dodici milioni di sterline su venti!), è stato ricoperto il cortile interno (Neptune Court) con una struttura in acciaio e vetro di 2.500 mq. Il museo ha così la superficie vetrata più ampia d’Europa, superiore anche allo stesso Louvre (Richelieu).

E nel cortile troviamo il faro di Tarbat Ness (1892-1984), la Suahili, l’imbarcazione di Robin Knox-Johnston, la prima che abbia fatto il giro del mondo in solitario senza tappe nel 1968/69, la stupenda barca scolpita del Principe di Galles Frederick (1732), oltre ad un cannoncino lanciarpioni di una baleniera.

Quattro le pre-esistenti collezioni: Nelson (risalente al 1995: il mito viene illustrato da oltre 500 oggetti), Potenza Marittima nel XX secolo (Marina e commercio marittimo), Navi da Guerra (modelli dal 1650 al 1815), All Hands (galleria video-interattiva dedicata ai ragazzi, che possono sbizzarrirsi a toccare, manovrare, sparare con un cannone, mandare segnali, caricare un mercantile).

Ecco invece le nuove collezioni: HMS Implacable (con la poppa della nave da guerra battutasi a Trafalgar), Futuro del Mare (effetto serra, sfruttamento petrolifero, inquinamento), l’Arte e il Mare (dall’arte marinara olandese del XVII secolo in poi), Passeggeri (migrazioni di massa nel XIX e XX secolo), Esploratori (esploratori del XVI secolo, Franklin e l’artico, l’esplorazione sottomarina del Titanic), Commercio e Impero (commercio marittimo, schiavitù, commercio del tè, guerre dell’oppio), il Giardino globale (la ricerca delle piante esotiche: Cook e Bligh, il cattivo dell’ammutinamento del Bounty), Londra Marittima, Mercantili, Camminata nei Containers, il Ponte (altra galleria interattiva dedicata ai bambini), Rango e Stile (il vestito navale, ovvero come clima e ruolo condizionino lo stile di un’uniforme), Stazione di Ricerca (database informatico).

Qualche cifra che, più di tanti aggettivi, riesce a dare un’idea meno approssimativa del museo: oltre due milioni di oggetti; 2.500 modelli navali (molti di grandi dimensioni); 4.000 dipinti (la più grande collezione esistente al mondo); 50.000 carte nautiche; 700.000 piani di costruzione delle più diverse navi ed imbarcazioni… Tra i preziosissimi strumenti scientifici in suo possesso c’è il primo cronometro realizzato nel 1735 da John Harrison (H1), oltre quello utilizzato da Cook (H 4) per disegnare le prime mappe dei Mari del Sud. 

Da:   2001 "Un autentico monumento alla storia della navigazione di tutto il mondo. Visita al Museo Marittimo di Greenwich dopo la recente ristrutturazione", L'Osservatore Romano, 9 Giugno, 3 [solo testo]

......

[Per molti anni (dal 1995 al 2012) ho collaborato alla storica Rivista Marittima, pubblicando anche un supplemento sull’isola di Creta, oltre che al Notiziario della Marina. Inoltre sono stato più volte  onorato dei Patrocini che lo Stato Maggiore della Marina Militare mi ha concesso per le ricerche condotte in Atlantico (tra il 1982 e il 1998), nell’ambito del mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord.]

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