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giovedì 5 novembre 2026

452.La spedizione Lewis e Clark: Sacagawea e l'altra metà della Frontiera. Da: COMPANION BOOK DI: NEL WEST, CONQUISTADORES, ESPLORATORI...

 

"Dalle sorgenti del Missouri Sacagawea indicò la via verso un valico attraverso le Montagne Rocciose e vi guidò il gruppo" (da: International university lectures, delivered by the most distinguished representatives of the greatest universities of the world, at the Congress of arts and science, Universal exposition, St. Louis, 1909, University of California Libraries) [la foto non figura nel libro] 

Mentre nei palazzi della politica di Washington e dei singoli Stati si commentano i risultati storici delle recenti elezioni americane di midterm, la cronaca ci consegna un verdetto epocale per le comunità native: l'affermazione di leader del calibro di Deb Haaland (della tribù Laguna Pueblo) e di Peggy Flanagan (della White Earth Nation del popolo Ojibwe), prime donne native a raggiungere i vertici istituzionali del Paese. Durante le mie ricerche nel Sud-Ovest ho avuto il privilegio di studiare da vicino la millenaria cultura Keres nel vicino pueblo di Acoma. Questo traguardo politico odierno invita a riflettere su un filo conduttore profondo: le donne native non sono una novità della politica moderna, ma sono sempre state l'ago della bilancia della storia americana. Per comprenderlo, occorre fare un salto indietro nel tempo, fino al 1804, lungo le piste polverose della prima grande spedizione verso il Pacifico.

L'organigramma dell'epopea: il Corps of Discovery

Prendete un pugno di uomini al comando di due soldati di professione: i capitani Meriwether Lewis (1774-1809) e William Clark (1770-1838). Aggiungete qualche guida, preferibilmente franco-canadese, capace di muoversi agevolmente sia sui fiumi che sui terreni più impervi. Inserite uno schiavo nero come domestico e, infine, la moglie nativa di un trapper. Ecco l’organigramma di quella che costituì la prima, grandiosa traversata da est a ovest del continente nordamericano.

Ma c'è di più. Pur essendo stati i primi bianchi a oltrepassare le catene delle Montagne Rocciose, portandosi fin sulla sponda dell’Oceano Pacifico e individuando numerose specie vegetali e animali sconosciute alla scienza, il risultato "principe" di quella grandiosa ed epica impresa non fu il mero percorso geografico seguito. Fu l’incontro culturale – che in un solo caso, purtroppo, sfociò in uno scontro fisico – con decine e decine di tribù di pellerossa di cui si ignorava totalmente l'esistenza. Un incontro reciproco e speculare, poiché gli uomini della spedizione furono a loro volta i primi bianchi (e i primi neri) mai visti dalla maggior parte di quelle nazioni indiane.

I membri del Corps of North West Discovery trascorsero l’inverno del 1803-1804 a St. Louis, per poi lasciare la cittadina nel maggio del 1804. Assieme a Lewis e Clark si mossero quattordici soldati volontari dell’esercito degli Stati Uniti, nove giovani del Kentucky, due esperti barcaioli francesi, un interprete e cacciatore di origine franco-shawnee di nome Drewyer, e York, il servo nero appartenente al capitano Clark.

Sacagawea: il segno della pace e la diplomazia delle perline

Nella seconda fase della spedizione, la marcia si tramutò in una complessa navigazione del fiume Missouri a bordo di sei canoe, lungo un corso d'acqua che via via si andava restringendo verso le sorgenti. A quel punto, i membri della spedizione erano trentatré. Tra loro vi era il franco-canadese Toussaint Charbonneau, assunto come interprete, e una delle sue mogli: Sacagawea ("Donna-Uccello", 1788-1812).

Sacagawea era una giovane Shoshone che portava appresso il suo figlioletto neonato. Fu proprio la sua presenza a decretare il successo scientifico e umano dell'intera impresa. Conosceva profondamente quelle terre selvagge e la sua sola figura rassicurava le tribù incontrate lungo il cammino. Come scriverà più tardi lo stesso capitano Clark nei suoi diari: "Una donna con un gruppo di uomini è un indubitabile segno di pace", poiché nessuna pattuglia di guerra indiana avrebbe mai viaggiato accompagnata da una madre e dal suo bambino.

Figura 11. L’itinerario percorso dalla spedizione di Lewis e Clark

L’ascensione delle Montagne Rocciose mise a dura prova la spedizione. Il 4 settembre 1804 fu una giornata straordinariamente fredda, ma il gruppo riuscì a superare i Passi Nez Perce e Lolo grazie al fondamentale aiuto logistico e ai cavalli forniti dagli Shoshoni. Lasciati i destrieri tra i Choppunish, la navigazione riprese lungo il fiume Clearwater. A ottobre il Corps raggiunse la confluenza con il Columbia, discendendolo fino a toccare, a novembre, il "Capo Delusione", all’entrata del fiume Columbia nel Grande Mare del Sud: l'Oceano Pacifico era finalmente conquistato.

Nel diario di bordo, alla data del 20 novembre 1805, Clark annota un episodio emblematico:

"Uno degli indiani indossa un mantello fatto con le pelli di due lontre di mare; pelli magnifiche, superiori a qualsiasi altra vista in precedenza. Sia io che il capitano Lewis tentammo a lungo di acquisire quel mantello, offrendo in cambio diversi articoli del nostro equipaggiamento. Ci riuscimmo soltanto grazie a una cintura di perline blu che la moglie del nostro interprete indossava intorno alla cintola".

Ancora una volta, il successo economico e diplomatico del viaggio passava attraverso un oggetto personale di Sacagawea.

Il ritorno a St. Louis: un bilancio antropologico

Dopo due anni, quattro mesi e dieci giorni di marcia, e dopo aver percorso ben 7.689 miglia attraverso terre totalmente ignote, il Corps of Discovery fece solennemente ritorno a St. Louis.

Il bilancio scientifico fu straordinario: avevano catalogato duecento nuove specie botaniche e contattato decine di tribù indiane. Tra queste ultime, i capitani incontrarono sia comunità costiere i cui membri parlavano già un inglese elementare e indossavano fieri cappotti e cappelli regalati dai capitani delle navi commerciali europee, sia popolazioni dell'interno che non avevano mai visto, prima di quel momento, il volto di un uomo bianco.

Un'epopea di esplorazione in cui la mappa del giovane West fu tracciata dai fucili di Lewis e Clark, ma i cui confini vennero superati grazie al silenzioso e straordinario coraggio di una donna nativa.

COMPANION BOOK DI NEL WEST, CONQUISTADORES, ESPLORATORI, NATURALISTI, ARCHEOLOGI, ETNOLOGI ALLA SCOPERTA DELL’OVEST AMERICANO 

E-Book e versione cartacea, 2 ediz. riveduta, corretta e aggiornata (111 pp., 70 foto, 50 note)



I personaggi: un conquistador spagnolo, due militari-esploratori, due pittori (il primo sarà un famoso ornitologo, l’altro un celebre etnografo), un geologo-esploratore-etnografo. Inoltre: otto etnologi e/o antropologi culturali, un archeologo, un’appassionata divulgatrice della propria cultura indiana

SOMMARIO

Premessa

1. Francisco Vásquez de Coronado (1510-1554): La febbre dell'oro e l'archeologia
2. Meriwether Lewis (1774-1809) e William Clark (1770-1838): L'avventura transcontinentale (1803-1806)
3. John James Audubon (1785-1851): La pittura naturalistica e l'ambientale
4. George Catlin (1796-1872): Il cantore dell'etnografia visiva: 
5. John Wesley Powell (1834-1902): La misurazione del Grand Canyon
6. Frank Hamilton Cushing (1857-1900): L'etnologo adottato: 
7. Frederick Webb Hodge (1864-1956): La decodificazione dei miraggi 
8. Frances Theresa Densmore (1867-1957): L'etnomusicologia delle Pianure 
9. Robert Lowie (1883-1957): Il maestro delle praterie 
10. Gladys Amanda Reichard (1893-1955): L'autorità sul mondo Navaho 
11. Ralph Linton (1893-1953): Un antropologo cittadino del mondo
12. Clyde Kay Maben Kluckhohn (1905-1960): Le tremila miglia a cavallo 
13. Laura Maud Thompson (1905-2000): L'etica ecologica comparata 
14. Fred Eggan (1906-1991): La sintesi strutturale 
15. Rosebud Yellow Robe (1907-1992): La voce della divulgazione nativa
Bibliografia


domenica 1 novembre 2026

450. Saint-Malo: la città dei corsari, degli esploratori e degli schiavisti bretoni. Da: Pirati, Corsari…, Parte I, Atlantico del Nord

 



Figura 149. Uno dei cannoni del bastione de la Hollande. Sullo sfondo, a sinistra l’isolotto Petit-Bè con il suo forte, sulla destra l’isolotto Grand Bè e il Fort National, già Fort Royal (© Franco Pelliccioni) [E' una delle quattro foto della copertina]


L’approccio alla città fortificata bretone non potrebbe essere più elettrizzante per un ricercatore che ha dedicato gran parte della propria vita allo studio dei mondi e delle culture marittime, collaborando a riviste del settore, visitando ogni possibile Museo del Mare e salendo a bordo di repliche o vascelli storici originali.

Appena lasciato l’albergo, poco prima di oltrepassare la storica porta St-Vincent — l’ingresso monumentale alla città vecchia, l’Intra-Muros —, ricevo un inaspettato e magnifico “benvenuto” dall’Étoile du Roy. Si tratta di uno stupendo tre alberi ormeggiato nel Quai du Duguay-Trouin, replica perfettamente funzionante di una fregata corsara inglese del Settecento. Un biglietto da visita perfetto per entrare nel cuore della storia malouina.

Marinai, esploratori e dinastie di corsari

Saint-Malo, che fino alla metà del XIX secolo si divideva tra l’essere un’isola durante l’alta marea e una penisola con la bassa (grazie al sottile cordone di sabbia dello Sillon), è stata per secoli una fucina di marinai ed esploratori leggendari. Tra questi spicca Jean-Baptiste Charcot, l'eroe delle zone polari che proprio qui, nel 1903, fece costruire Le Français, una goletta a tre alberi di 32 metri destinata alla prima spedizione francese in Antartide.

Ma la città è stata soprattutto la culla di intere dinastie di corsari, pronti a spingersi fino alle gelide latitudini dell'Artico per dare battaglia alle flotte nemiche. Camminando tra le navate della Cattedrale, non si può non rimanere colpiti nel vedere la tomba del celebre corsaro René Duguay-Trouin collocata accanto a quella dello scopritore del Canada, il grande Jacques Cartier. Poco lontano, sul bastione di Saint-Vincent, si staglia invece la statua di Robert Surcouf, il "re dei corsari", raffigurato con il dito imperiosamente puntato a indicare ai suoi uomini la direzione dell'odiata Inghilterra. Un'altra statua, quella del visconte François-René de Chateaubriand – illustre scrittore e Ministro –, ricorda l'anima letteraria della città.

Già da un primo sguardo panoramico, ci si rende conto di come Saint-Malo, resa solida da alte mura dotate di massicci bastioni e difesa da diversi forti marittimi, risulti impreziosita dalle sontuose residenze settecentesche dei suoi ricchi armatori. Uomini che nella loro "prima vita" erano stati fieri corsari e che, in seguito, non esitarono a convertire le proprie rotte verso traffici ancora più redditizi e oscuri: alcuni di loro, compreso il padre dello stesso Chateaubriand, esercitarono infatti l’infame tratta degli schiavi.

"Ni Français, ni Breton, Malouin suis"

Aperta al commercio marittimo fin dal Medioevo, Saint-Malo raggiunse l’apice della sua fama come città dedita alla "guerra di corsa". Dal Quattrocento divenne uno dei più grandi rifugi di corsari d’Europa. Non a caso, nel 1436, gli inglesi sottolineavano esasperati come "gli abitanti di Saint-Malo siano i più grandi ladri che abbiano mai solcato i mari... Furfanti che navigano sotto false bandiere e non hanno rispetto per i loro duchi". Nel Seicento, tuttavia, questi corsari passarono navi e cannoni al servizio diretto del Re di Francia, mettendosi implacabilmente sulla scia dei mercantili inglesi, olandesi e spagnoli.

E dire che la flotta di Saint-Malo dovette sempre fare i conti con un nemico naturale eccezionale: l’altissimo regime delle maree della Manica, che rendeva estremamente difficoltosa e tecnica l'uscita in mare aperto. Fino al 1841, infatti, Saint-Malo era a tutti gli effetti un'isola.

Figura 146. Mappa dell’isola di Saint-Malo, di Pierre Avelin il Vecchio (1656–1722)

Per ricostruire con esattezza storica quando e come fosse terminata questa secolare insularità, sono state necessarie interminabili sessioni di ricerca sul Web in diverse lingue. La traccia decisiva è emersa dalle pagine del romanzo storico di Bernard Simiot, “Ces messieurs de Saint-Malo”, una monumentale saga che narra magistralmente le vicende della fittizia famiglia Carbec al tempo di Luigi XIV. Attraverso il combinato disposto di commercio lecito e cattura di vascelli nemici, queste ricche famiglie di armatori-corsari divennero così potenti da poter prestare metà dei loro immensi bottini alle casse dissanguate del Re Sole.

Da questa fiera indipendenza deriva il celebre motto degli orgogliosi cittadini: “Malouin d’abord, Breton après, Français s’il en reste!” (Malouino prima, Bretone poi, Francese se ne avanza!). Un riflesso diretto del grido con cui la città si proclamò Repubblica Indipendente per quattro anni, tra il 1590 e il 1594: "Ni Français, ni Breton, Malouin suis" (Né francese, né bretone, sono malouino).

La "Mer Bonne" e la macchina infernale del 1693

In questo scacchiere difensivo, lo spazio marittimo compreso tra la città di Aleth, Saint-Malo e Pas-Ramé costituiva un'insenatura naturale strategica chiamata Mer Bonne (il Mare Buono). Grazie alla protezione offerta dall'istmo sabbioso dello Sillon, questa baia accoglieva le navi con l'alta marea e le faceva tranquillamente arenare sulla sabbia con la bassa: qui, al riparo da correnti, onde e tempeste, i preziosi carichi catturati ai nemici restavano perfettamente al sicuro.

Il successo dei corsari malouini divenne ben presto intollerabile per la Corona britannica. Tra il 1688 e il 1697, i registri dell’Ammiragliato britannico registrarono la perdita, per mano dei marinai di Saint-Malo, di ben 162 navi da guerra e 3.384 mercantili inglesi e olandesi. Si comprende così perché gli inglesi volessero a tutti i costi distruggere quello che per loro era diventato un logorante “nido di vespe”.

Nel novembre del 1693, una poderosa flotta anglo-olandese composta da 10 vascelli di linea e oltre trenta fregate aprì il fuoco contro la città. Ma il vero asso nella manica del commodoro John Benbow era una "sorpresa" segreta, progettata due anni prima in totale isolamento all'interno della Torre di Londra: la Vesuvius, una fregata di 26 metri e 300 tonnellate di stazza concepita come un terrificante brûlot (una nave incendiaria), soprannominata la "macchina infernale". Dotata di vele nere e di una carena speciale per avvicinarsi ai fondali costieri, la Vesuvius era stata caricata fino all’inverosimile con barili di polvere da sparo, granate, catene, pezzi di ferro e centinaia di canne di pistola cariche.

Il 29 novembre 1693, dopo aver bombardato Fort Royal sul vicino isolotto di Grand Bé, gli inglesi lanciarono nella notte la "macchina infernale" dritto contro la Torre Bidouane, la polveriera della città. Il piano era perfetto, ma la natura si schierò con Saint-Malo: un’improvvisa e violenta raffica di vento spinse la Vesuvius fuori rotta, facendola incastrare su una scogliera a pochi passi dall’obiettivo. I marinai inglesi a bordo, presi dal panico, appiccarono prematuramente il fuoco e morirono nella gigantesca esplosione che seguì. La deflagrazione fu talmente spaventosa da far tremare l'intera città e frantumare i vetri di tutte le abitazioni, ma non causò alcuna vittima tra i cittadini. Saint-Malo era salva, e il suo mito di roccaforte inespugnabile protetta dal mare ne uscì, ancora una volta, consacrato.

PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XIX SECOLO.   

IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI, AVVENIMENTI, “COSE NOTEVOLI” E PERSONAGGI, CHE HANNO CARATTERIZZATO UNO DEI LATI OSCURI DELL’UMANITA’ 
PARTE I: ATLANTICO DEL NORD

226 pp. (libro di grande formato:16.99 x 1.3 x 24.41 cm), 251 immagini (115 sono dell'A.), bibliografia, 333 note di approfondimento-
E-Book:
 PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD eBook : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Kindle Store



PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO “b/w”: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Libri

SOMMARIO

1. PREMESSA

In Atlantico; Nel Mediterraneo, tra Maghreb e Istanbul; I Corsari cristiani: Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni (Rodi, Malta) e gli schiavi musulmani; La confusione delle lingue e delle “carriere”

2. PRIMA DI INIZIARE, UNO SGUARDO ALLE “TAPPE” E “COSE” SALIENTI, CHE IL LETTORE TROVERÀ NELLE PAGINE DEL PRIMO VOLUME

3. INTRODUZIONE

Corsari barbareschi; Corsari europei; Ricordando i Vichinghi, pirati per antonomasia; La prima razzia al di fuori della Scandinavia: Il Monastero dell’isolotto di Lindisfarne, Nord Inghilterra, 793 D.C.; Nobili che si dedicarono alla proficua attività piratesca o corsara; Le vicende piratesche dell’orcadiano John Gow interessano agli scrittori Walter Scott e Daniel Defoe; Corsari (e megalomani) diventati Governatori, Re, perfino Presidenti di una Repubblica Corsara; La pirateria “endogena”; Battaglie navali, distruzione di città e porti nemici, razzie e scorrerie, cattura di schiavi; Il Caso del Marocco: gli schiavi domestici, le schiave dell’Harem Reale, sciolto solo nel 1999; Lungo le coste di continenti e isole, un po’ dappertutto sorgono forti, castelli, torri di guardia

         ATLANTICO DEL NORD

4. RABAT-SALÈ (MAROCCO) E LA REPUBBLICA CORSARA DI BOUREGREG, 1627-1668

Cenni preliminari sul Sultanato del Marocco; Il Regno del Marocco dal 1957; Presentazione del capitolo; Primo Presidente della Repubblica Corsara è l’olandese Jan Janszoon van Haarlem, alias Murat Reis “Il Giovane”; Il tramonto della “corsa”; La Rue des Consuls e il mercato degli schiavi a Rabat

5. MEKNÈS (MAROCCO): LA “VERSAILLES” DEL “SULTANO SOLE” MULAY ISMĀʿĪL IBN ʿALĪ AL-SHARĪF (1672-1727), SCHIAVISTA E “CORSARO”

Presentazione di Meknès, la Città Imperiale di un unico Sultano; Meknès nel 1933; Il “Sultano Sole”, tra delirio di onnipotenza, infamità, schiavismo, inaspettata considerazione per la religione cristiana; Habs Qara, la prigione sotterranea degli schiavi (matamore) di Meknès, e la Qubbat Al-Khayyatin, la residenza degli ambasciatori europei; La storia della lunga e terribile prigionia, e le avventure guerresche al soldo del Sultano, dello schiavo Thomas Pellow (1704-1745); Il ritorno a casa, 1738

6. FÈZ (MAROCCO): MERCATO PUBBLICO E PRIGIONE DEGLI SCHIAVI BIANCHI

Presentazione; Gli schiavi, il mercato pubblico, il funduq Barka, la prigione nella Kasbah Cherarda; XVII Secolo; XVIII Secolo; XIX Secolo; XX Secolo; Premessa; Due testimonianze d’inizio secolo: il Mercato degli Schiavi di Fèz

7. MARRAKECH (MAROCCO): MERCATO SCHIAVI BIANCHI (E NERI) E PRIGIONE

Presentazione; Il Mercato degli Schiavi di Rabha Kedima; La Prigione degli Schiavi nei sotterranei del maestoso Palazzo di el-Badi, da secoli semidiroccato; Gli schiavi (bianchi e neri)

8. ISOLE CANARIE (SPAGNA): CORSARIOS LANZAROTEÑOS, CORSARI INGLESI, FRANCESI, BARBARESCHI

Presentazione; Cristoforo Colombo; i Favoriti della Regina Elisabetta I: Sir John Hawkins, Walter Raleigh; Isola di Lanzarote; Città di Teguise; Da un’antica cronaca del 1618; Il Castello di Santa Barbara; Città di Arrecife; Playa Blanca, Lanzarote meridionale; Isola di Fuerteventura; Città di Betancuria; Da: Breve noticia de las Islas Canarias; Nel 1740, ad un mese di distanza l’uno dall’altro, due attacchi di corsari inglesi della Nuova Inghilterra; Le fortificazioni; Il rifugio dei corsari dell’Isla de Lobos

9. ISOLA DI MADEIRA (PORTOGALLO): CORSARI FRANCESI, BARBARESCHI, INGLESI, CONTRABBANDO DEI MADEIRENSES

Presentazione; Giungono i primi corsari, 1566; Da un’antica cronaca del 1649; Madeira, base per i corsari inglesi; I Forti della città’ di Funchal; Fortezza di São Lourenço, 1542-1612; Fortezza di São Filipe do Pelourinho, o Fortaleza Nova da Praça, 1581; Fortezza di São Tiago, 1637-1767; Fortezza di São João Baptista do Pico (1638-1641); Forte di Nossa Senhora da Conceição, 1687; Forte São José, ca. 1750; Alla fine del XIX secolo le fortezze sui due isolotti, a guardia della baia di Funchal, vengono prima uniti, poi collegati alla terraferma; Contrabbando di pesce, tabacco, vino, legname

10. SAINT-MALO (FRANCIA): LA CITTA’ DEI CORSARI E SCHIAVISTI BRETONI

Presentazione; Una saga Malouine: Ces messieurs de Saint-Malo, i Carbec; La Mer Bonne, il “Mare Buono”, ovvero la baia dell’isola di Saint-Malo. Sicuro rifugio per le navi corsare e i loro carichi; La Vesuvius, misteriosa “macchina infernale” utilizzata dagli inglesi nel 1693, per sbarazzarsi definitivamente della città e dei suoi abitanti; Antefatto; Saint-Malo e i corsari barbareschi, XVI-XVII secolo

11. ISOLA DI BARRA (EBRIDI ESTERNE, SCOZIA, GRAN BRETAGNA), E L’ISOLA DEI PIRATI DI KISIMUL

Presentazione; Le gesta del pirata Ruari MacNeil, detto il Turbolento; Imprigionato dal figlio Neil Og MacNeil; La galea di Kisimul

12. ISOLE ORCADI (SCOZIA, GRAN BRETAGNA): PIRATI, CONTRABBANDIERI DI GIN E WHISKY

Presentazione; Il pirata John Gow; Le imprese piratesche di John Gow nei mari di Spagna, Francia, Portogallo; Il ritorno nelle Orcadi; La cattura nel settentrionale Calf Sound; Il contrabbando di birra e liquori; George Eunson: corsaro, contrabbandiere, politico, doganiere, pilota di nave; Le astuzie del contrabbandiere Mansie Eunson e l’acqua della sorgente del futuro Highland Park whisky

13. ISOLE SHETLAND (SCOZIA, GRAN BRETAGNA): CORSARI FRANCESI E CONTRABBANDIERI (GIN, TABACCO, LEGNAME)

Presentazione; Il “vizio nazionale degli scozzesi”; I lodberries; Quando il contrabbando diventa un’industria; Gli escamotages delle false dichiarazioni doganali. Il “baratto” nella Fiera Estiva di Lerwick; Le triangolazioni internazionali

14. ISOLE FÆR ØER (DANIMARCA): CORSARI BARBARESCHI E PIRATI

Presentazione; Il forte di Skansin, Tórshavn; Magnus Heinason, corsaro e monopolista faroese, edifica il forte di Skansin, 1580; L’imprendibile isolotto di Stóra Dímun; La remota isola meridionale di Suðuroy; Pirati e corsari, tra leggenda e verità

15. ISOLE DI SAINT-PIERRE E MIQUELON (FRANCIA): PIRATI, CORSARI, CONTRABBANDIERI (ARMI, LIQUORI, TABACCO)

Presentazione; Isolani di Miquelon=Pirati?; Insediamenti francesi nelle isole di Terranova e di Saint-Pierre; Saint-Pierre: i “Tempi della fame” e il contrabbando di liquori e tabacco; Contrabbando d’armi con i rivoluzionari americani; Courir sus à l'ennemi, ovvero la parentesi corsara di Saint-Pierre, 1778-1813; "Le temps de la fraude": il rum running all’epoca del proibizionismo e di Al Capone, 1922-1933

16. ISOLA DI TERRANOVA (CANADA): CORSARI INGLESI, FRANCESI, OLANDESI; PIRATI INGLESI E TERRANOVESI

Presentazione; Il corsaro francese Jean Ango, gli inglesi Sir Henry Oughtred, Sir John Perrot, Sir Bernard Drake; Peter Easton, il pirata di Terranova per antonomasia; Henry Mainwaring, corsaro, pirata, politico, infine viceammiraglio; Il pirata John Nutt; Scendono in campo i corsari olandesi: Michiel Adriaenszoon de Ruyter, Jacob Everson; Maria Lindsey, la “pirata” di Terranova, 1740-1760

17. ISLANDA: PIRATI E CORSARI INGLESI E BARBARESCHI

Presentazione

18. ISOLE SVALBARD (NORVEGIA): LA NOORDSCHE COMPAGNIE OLANDESE, CORSARI FRANCESI, INGLESI, INTERLOPERS

Presentazione; Gli interlopers inglesi e la Muscovy Company; I corsari di Luigi XIV, il Re Sole, dai porti di Dunkerque, Bayonne e Saint-Malo si spingono nell’Artico; Jean Bart, un corsaro che diventerà un nobile; Nel 1693 l’episodio più rilevante si deve ai corsari Petit Renau, Coursic, de Harismendy

19. LA GUERRA DI CORSA IN ATLANTICO DELLA DE WESTINDISCKE COMPAGNIE OLANDESE, 1623-1640

Presentazione; La kaapvaart, la “corsa”, 1623-1640; I corsari Pieter Schouten, Hendrick Jacobsz, Piet Heyn

20. BIBLIOGRAFIA

sabato 31 ottobre 2026

449. ALLA SCOPERTA DI MEGALI NÍSI, L’ISOLA DI CRETA. Storia, archeologia, natura, cultura. Frangokástelo; Il sangue dei Palikáres: da Daskaloyiánnis alle Nuove Termopili; gli "spiriti della rugiada": la leggenda dei Drosoulítes

 

"Un gruppo di insorti cretesi, durante la rivolta cretese del 1897-1898", 1897
(Gallica Digital Library) [la foto non figura nel libro]

1. La "Grande Isola" e le sue strade di frontiera

A rafforzare l'immagine di una Creta immensa e indomita — la Megali Nísi — contribuiscono le tuttora difficili condizioni della rete viaria interna. Durante i miei tragitti, sono andato spesso con il pensiero a certe piste polverose percorse anni fa in Africa orientale.

Allo stesso tempo, gli "esagerati" andamenti altimetrici e le pendenze mozzafiato delle strade di montagna mi hanno ricordato le solitudini islandesi, complice anche la presenza di improvvise e forti raffiche di vento. L'estrema pericolosità di queste carreggiate è testimoniata, in ogni angolo dell'isola, dalla fitta presenza di cappellette votive in memoriam. Del resto, so bene come nell'entroterra esistano numerose piste accessibili soltanto ai fuoristrada, e come alcuni storici insediamenti della costa meridionale rimangano raggiungibili esclusivamente via mare.

Il viaggio verso il Sud: tra orridi, monasteri e fantasmi

Il mio secondo viaggio, partendo dalla "base" di Réthimno nell’occidente cretese, mi ha riportato nuovamente verso la costa meridionale. È stato un itinerario affascinante, capace di condurmi in una regione dove il turismo di massa è ancora agli esordi. Le strade oggi ci sono, sì, ma sono state asfaltate da non molto tempo. La complessa orografia del territorio le rende un’attrazione a sé stante; un'attrazione che, in cuor mio, ho sperato non diventasse “fatale”.

Questo percorso si è rivelato un viaggio nello spazio e a ritroso nel tempo, guidandomi gradatamente fino a uno dei più importanti luoghi-simbolo di Creta: Frangokástelo, una fortezza che si staglia orgogliosamente su un ripiano della remota e solitaria costa battuta dal Mar Libico.

I chilometri percorsi sulla carta non sono stati molti, eppure hanno pesato mentalmente più del solito. Per arrivare a destinazione mi sono infatti inoltrato nell'impervia e mitica regione montuosa della Sfakiá orientale, affrontando quello che molti viaggiatori definiscono "uno dei più eccitanti e raggelanti percorsi automobilistici di Creta". Si tratta di una serpeggiante successione di arrampicate, discese e curve a gomito, che si affrontano confidando che i veicoli provenienti in senso contrario non si discostino troppo dal loro lato della stretta carreggiata.

Ho seguito inizialmente la strada principale che conduce a Hora Sfakion, il capoluogo dell'eparchia, ma prima di raggiungerla ho imboccato una deviazione secondaria: una via ancora più stretta, tortuosa e ripida, che corre parallela al mare e scende in picchiata verso la costa. Prima di affrontarne i tornanti, la sosta su una terrazza naturale mi ha permesso di ammirare sia il profilo frastagliato del litorale con il castello in lontananza, sia la parte terminale dello spettacolare orrido di Ímpros.

Prima di guadagnare la pianura costiera, ho attraversato diversi piccoli villaggi abbarbicati sui monti. Tra questi spicca Kommitadés, dove la suggestiva chiesa della Panagía rappresenta l’unico resto superstite dell'importante e storico monastero di Thymiani. Fu proprio qui che si riunirono segretamente i capi della Sfakiá per proclamare l'inizio della guerra d'indipendenza greca contro l'oppressore ottomano nel 1821.

La fortezza veneziana sul Mar Libico

Il toponimo Frangokástelo evoca indubbie assonanze legate alla dominazione veneziana. Castello Franco fu infatti eretto dalla Serenissima nel 1371 su un piccolo promontorio sabbioso. La sua duplice funzione strategica era contrastare le scorrerie dei pirati provenienti dal Nord Africa e, soprattutto, proteggere i presidi veneti dalle rivolte dei temibili e indomiti sfakioti, gli abitanti della zona che si erano già sollevati in armi nella vicina Anópoli nel 1365.

Al tempo del dominio di Venezia, Frangokástelo era una delle fortezze più importanti della Creta meridionale e oggi, insieme a quella di Ierápetra situata molto più a est, è l’unica rimasta in piedi. La struttura presenta una pianta rettangolare e la sua imponente cinta muraria, delimitata da quattro torri quadrate agli angoli, si conserva in ottimo stato. Sopra l’ingresso principale fa ancora bella mostra di sé l'effigie scolpita del Leone di San Marco, affiancata da due stemmi feudali. All'interno si notano i resti degli alloggiamenti aggiunti più tardi dai turchi, mentre sotto le fondamenta della fortezza sembra si trovino i resti della perduta Chiesa di San Marco. I veneziani abbandonarono definitivamente il castello alla vigilia dell’inarrestabile attacco ottomano.

Il sangue dei Palikáres: da Daskaloyiánnis alle Nuove Termopili

Il castello è indissolubilmente legato ad alcuni dei più drammatici e sanguinosi avvenimenti della lotta per la libertà del popolo cretese.

Il primo tragico episodio risale al 1770, quando lo sfakiota Daskaloyiánnis ("Giovanni l'insegnante", il cui vero nome era Ioánnis Vláhos), un ricco commerciante di Anópoli così soprannominato per il profondo rispetto dovuto alla sua cultura, divenne il carismatico capo dei palikáres (i combattenti per la libertà). Dopo aver atteso invano l'aiuto militare promesso dai russi, Daskaloyiánnis si asserragliò a Frangokástelo per tentare un'estrema resistenza contro i turchi. Alla fine, sopraffatto dal numero dei nemici, fu costretto ad arrendersi. Condotto prigioniero a Megálo Kástro (l'odierna Herákleion), venne barbaramente scorticato vivo dal Pascià sulla piazza principale della città.

L’altro scontro memorabile, una vera e propria Termopili cretese, avvenne il 18 maggio 1828. Nella piana circostante il forte si consumò un combattimento impari: 385 ribelli cretesi, guidati dal generale Hatzimicháli Daliánis, affrontarono i 14.000 soldati regolari di Mustafa Naili Pasha. Dopo l’uccisione di metà dei palikáres e la decapitazione dello stesso generale, i superstiti si barricarono dentro le mura resistendo per sette giorni.

Pressato alle spalle dalle micidiali azioni di guerriglia delle forze sfakiote scese dalle montagne, Mustafa Naili Pasha dovette infine scendere a patti, permettendo ai ribelli superstiti di uscire disarmati dalla fortezza. Prima di ritirarsi verso nord, il Pascià ordinò la parziale demolizione del forte. Tuttavia, gli sfakioti tesero alle truppe ottomane una micidiale trappola nelle strette gole montane, massacrandole durante la ritirata. I caduti cretesi di Frangokástelo furono pietosamente sepolti dagli abitanti locali nella sabbia della spiaggia, mentre una monaca si prese cura dei resti del generale Daliánis, custodendoli nella vicina cappella di Ágios Harálambos.

La leggenda dei Drosoulítes: gli "spiriti della rugiada"

Questo orribile fatto di sangue ha dato vita a una delle leggende locali più famose del Mediterraneo, che sembra aver trovato, nel corso degli anni, persino dei riscontri oggettivi. Numerose testimonianze descrivono infatti quello che si presenterebbe come un misterioso fenomeno ottico-climatico.

Ogni anno, a cavallo tra la fine di maggio e l'inizio di giugno, in coincidenza con l’anniversario della battaglia, prima dell'alba di calde giornate caratterizzate da alta umidità, nebbia costiera e totale assenza di vento, si materializza una processione di fantasmi. Gli abitanti del luogo li chiamano Drosoulítes (gli "spiriti della rugiada"): ombre scure vestite di nero, fanti e cavalieri con le armi luccicanti alla luce radente dell'alba, che avanzano lentamente dalla chiesa in rovina di Ágios Harálambos verso il forte, lo superano e marciano fino al mare, dove svaniscono non appena i primi raggi del sole toccano l'acqua.

Il fenomeno dura circa dieci minuti ed è visibile specialmente dalla valle, a una distanza di circa un chilometro. La suggestione è tale che, nel 1890, un battaglione di soldati turchi di guardia al forte aprì il fuoco contro le ombre, scambiandole per ribelli cretesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, anche una pattuglia dell'esercito tedesco sparò contro le medesime visioni.

Gli scienziati hanno offerto diverse spiegazioni di natura meteorologica: si tratterebbe di un raro miraggio o di un fenomeno di rifrazione atmosferica (simile alla Fata Morgana) che, in particolari condizioni di umidità, proietterebbe sulla costa cretese le immagini sfocate di carovane o persone in cammino sulla non distante costa della Libia, al di là del mare.

Nonostante la memoria di questi eventi drammatici, oggi la fortezza, osservata dalla lunga spiaggia di sabbia bianchissima, appare sopra il suo poggio in tutta la sua solitaria magnificenza. Incorniciata da un fitto boschetto selvaggio e protetta, alle spalle, dalle vette imponenti dei Monti Bianchi.


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Introduzione 

1. Dove l’Oriente incontra l’Occidente: Storia dell’isola di Creta. Dalla Civiltà Minoica al termine della seconda dominazione Bizantina (2700 a.C.-1204 d.C.) 

2. Storia di Creta: dalla dominazione veneziana all’occupazione germanica (1204-1945) 

3. La città…? Per i cretesi è solo Herákleion! 

4. Il Museo Archeologico di Herákleion 

5. Evans a Cnosso: una ricerca archeologica di una vita 

6. Architettura e ingegneria “naturalistica” e d’avanguardia nel Palazzo Minoico di Cnosso 

7. L'Archeologia italiana a Creta: la città romano-bizantina di Górtina, quella Minoica di Festo 

8. Viaggio verso l'Ovest cretese: Georgioúpoli, Haniá e Réthimno 

Georgioúpoli; Haniá; Réthimno 

9. Nella torre Firka di Haniá, il secondo Museo Marittimo della Grecia 

10. Nell'Oriente cretese, tra siti minoici, splendidi centri turistici, antiche città sommerse, tradizionali villaggi di montagna 

Hersoníssos e Mália; Ágios Nikólaus; Eloúnda; Kritsá 

11. Nell'invincibile fortezza veneziana di Spinalónga (Golfo di Mirabello, Creta orientale), l’ultima colonia di lebbrosi d'Europa 

12. Sulle sponde del Mare Libico, Creta meridionale: Mátala e Frangokástelo 

13. Sfakiá, una Barbagia cretese 

14. Viaggiatori a Creta dei secoli XII-XV: pellegrini e crociati 

15. Viaggiatori a Creta dei secoli XV-XIX: umanisti, diplomatici, partecipanti al Grand Tour, scrittori, studiosi, artisti, antiquari, archeologi 

BIBLIOGRAFIA 

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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE
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martedì 27 ottobre 2026

448. Tra l'arco di Bragar, i segreti di Harris e la solitudine di St Kilda. Da: "Balene e Balenieri, tra Nord Atlantico, Pacifico Settentrionale, Mar Glaciale Artico"




Figura 81. Particolare dei resti della stazione di caccia norvegese di Bunavoneadar, isola di Harris, Ebridi Esterne (© Franco Pelliccioni)


Dal progetto di ricerca “Tradizione e cambiamento culturale in un arcipelago celtico 'ai confini del mare'” (realizzato grazie al contributo del Ministero degli Affari Esteri e della British Tourist Authority), al volume inedito “Nel paese del 'sorriso': viaggio alle comunità marittime delle Ebridi Esterne (Western Isles), Scozia”, le mie ricerche mi hanno condotto fino all'estremo lembo della terra gaelica. Lì dove, tra i fili della memoria, ho incontrato un autentico cacciatore di balene: Norman Campbell, detto "Gigely", il fiocinatore.

Una frontiera remota ai confini del mare

Nonostante la relativa vicinanza spaziale alle Ebridi Interne e alla terraferma scozzese, per lunghissimo tempo l'arcipelago delle Ebridi Esterne è stato considerato una meta remota e di difficile accesso. Per secoli, i suoi abitanti di lingua gaelica hanno sofferto per questo profondo isolamento geografico.

Un isolamento che, tuttavia, ha preservato un legame simbiotico con l'oceano e i suoi giganti. Già nel 1698, Martin Martin nella sua celebre “Description of the Western Islands of Scotland” ricordava come in queste acque girassero grandi e piccole balene appartenenti a varie specie, le quali entravano frequentemente nei lochs marini, dove potevano essere catturate con facilità.

In queste isole, raggiunte e sottomesse in epoca medievale dai Vichinghi, la caccia ai cetacei veniva originariamente effettuata con un metodo del tutto simile al grindadráp tuttora praticato nelle isole Fær Øer. Martin racconta infatti come a Carloway, lungo la costa occidentale dell'isola di Lewis, un buon numero di imbarcazioni si coordinasse per spingere i branchi verso la riva: ferendone mortalmente una, questa andava a spiaggiarsi, subito seguita da tutte le altre.

Isola di Lewis: l'icona di Bragar

Il profondo coinvolgimento delle isole nella caccia alle balene balza agli occhi non appena si raggiunge Bragar, un piccolo insediamento sulla costa occidentale della settentrionale isola di Lewis.

Qui, fin dal 1921, fa bella mostra di sé un imponente arco monumentale alto oltre sei metri. È formato interamente dalla mascella inferiore di una balenottera azzurra, specie completamente protetta a livello globale dal 1967. L'arco venne originariamente collocato all’ingresso di Lakefield, la residenza di Murdo Morrison, all'epoca direttore dell’ufficio postale locale, diventando una vera e propria icona dell'intero arcipelago.

L'esemplare, un gigante lungo più di 25 metri, si era spiaggiato nelle vicinanze nel 1920 con il mortale arpione ancora conficcato sul dorso. Sebbene le ossa siano state restaurate nel 2000 e racchiuse in una speciale fibra di vetro per proteggerle dall'inclemenza del meteo scozzese, all’epoca della mia ricerca sul campo ho avuto il privilegio di esaminare la struttura nella sua forma originale e scoperta.

Incontro con il fiocinatore: Norman "Gigely" Campbell

Sempre a proposito di Lewis, uno dei miei più preziosi "informatori" locali è stato Norman Campbell, non a caso soprannominato Gigely, il fiocinatore.

Attraverso la sua intensa storia di vita ho compreso la straordinaria capacità di adattamento di queste comunità insulari. Nel corso degli anni, Norman aveva esercitato i più diversi e duri mestieri. All’epoca dei nostri incontri viveva come crofter (piccolo coltivatore diretto) e, all'interno della propria abitazione, tesseva ancora il celebre e ruvido tessuto Harris Tweed su un vecchio telaio a pedali.

Ma da giovane, Norman era stato un baleniere. Un uomo che aveva guardato negli occhi i grandi leviatani dell'Atlantico dal ponte di una baleniera.

Bunavoneadar: la stazione a terra norvegese dell’isola di Harris

Nel loro fondamentale saggio sui cetacei, Jacques-Yves Cousteau e Yves Paccalet hanno ricordato come "nell'Atlantico settentrionale, i branchi di balenottere azzurre furono letteralmente 'svuotati' tra il 1883 e il 1915, in una specie di mostruosa follia baleniera che ebbe per teatro i paraggi della Norvegia, della Scozia, dell'Islanda, di Terranova e della Groenlandia".

Il maggior contributo a questa spietata campagna industriale fu apportato dai norvegesi. Nel 1904, con i cetacei sempre più rari a causa del sovrasfruttamento, gli scandinavi furono costretti dal proprio governo a regolamentare la tradizionale caccia sottocosta e a spingere le flotte altrove (…), fino all'altro capo del mondo, nei mari glaciali dell'Antartide.

Fu così che, per un intenso periodo, nelle acque delle Ebridi Esterne operarono stabilmente le compagnie norvegesi. I numeri parlano chiaro: se nel 1902 vennero uccisi ben 1.305 esemplari, appena dieci anni dopo la cifra era crollata a sole 15 balene.

In questa drammatica corsa all'oro bianco del grasso, i norvegesi stabilirono una base strategica a terra a Bunavoneadar, nell'isola di Harris, realizzata proprio nel 1904. Oggi, effettuando un attento sopralluogo sulla costa di North Harris, è ancora possibile vedere svettare da lontano l’alta ciminiera in mattoni del suo forno, rimasta intatta a perenne memoria archeologica. La stazione rimase operativa fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La carne di balena che vi si lavorava era destinata principalmente a essere trasformata in concime, e l'acre, penetrante odore che si diffondeva per chilometri nella zona ne fece a lungo una delle caratteristiche più "indimenticabili" e documentate dell'intera Scozia.

Quando la zona divenne economicamente sterile, i norvegesi smantellarono le attività e vendettero la base al celebre magnate industriale Lord Leverhulme (…). L'ambizioso e bizzarro progetto del nobile inglese prevedeva di ricavare olio pregiato dai cetacei e di trasformarne la carne in salsicce destinate al mercato coloniale africano. Sfortunatamente per lui, la domanda commerciale crollò rapidamente e l'impresa fallì: nel 1923 i macchinari vennero dismessi e i tre battelli da caccia furono smontati. La stazione chiuse definitivamente i battenti nel 1929, e dal 1992 i suoi resti – comprendenti abitazioni, magazzini e attrezzature arrugginite – sono protetti come Monumento Storico del Regno Unito.

St Kilda: gli "uomini-uccello" e le carcasse nella baia

Spostandosi ancora più a ovest, quasi in pieno Oceano Atlantico e a 64 chilometri di distanza da Harris, si raggiunge il remoto e mitico arcipelago di St Kilda.

L’isola principale di Hirta un tempo era abitata da una comunità straordinaria, che Julian Huxley definì mirabilmente degli "uomini-uccello". L'economia di sussistenza isolana, data l'assoluta assenza di contatti regolari con il mondo, si basava infatti quasi interamente sulla cattura acrobatica degli uccelli marini lungo le vertiginose scogliere e sulla raccolta delle loro uova.

Per secoli, l’unico cordone ombelicale tra gli isolani di St Kilda e la civiltà fu affidato alla corrispondenza. Le lettere venivano materialmente consegnate al buon cuore dei pochi pescatori di passaggio e, negli ultimi decenni di vita della comunità, proprio ai cacciatori di balene norvegesi in rotta verso la stazione di Bunavoneadar.

Gli scandinavi, tuttavia, lasciarono un ricordo ambivalente a Hirta. Finché il numero di cetacei catturati a bordo non era sufficientemente elevato da giustificare il rientro a Harris, i balenieri avevano preso la pessima abitudine di lasciar galleggiare e rimorchiare nella splendida Village Bay le carcasse gonfiate delle balene uccise, rendendo l'aria di quell'avamposto atlantico nauseabonda e irrespirabile per settimane. Un contrasto brutale tra la purezza di quell'isolamento e la violenza della moderna industria baleniera.

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               Ebridi Esterne: il paese del "sorriso" e del profumo di torba

Al di là delle rotte baleniere, due caratteristiche immateriali dell'arcipelago attirano immediatamente l'attenzione del visitatore, parlandoci in modo silente della cultura profonda di queste popolazioni attraverso l'olfatto e i muscoli facciali.

La prima è il sorriso diffuso. Una spontanea disponibilità verso l'altro, anche se forestiero, che si sperimenta concretamente lungo le strade isolane, dove i tratti a una sola corsia sono ancora la norma. Lì, il rallentare per cedere il passo si coniuga sempre con un saluto e un sorriso. Non si tratta di cortesia di facciata, ma di un'autentica etica dell'accoglienza: nelle isole nessuno mette fretta all'altro, preferendo l'ascolto attento e partecipe.

La seconda peculiarità è l'odore – o meglio, il profumo – che fluttua costantemente nell'aria. È l'aroma intenso che emana dalle mattonelle di torba (cruachs) che, oggi come ieri, vengono lasciate bruciare lentamente nei camini delle case dei crofters. Ancora oggi il terreno viene "scuoiato" (foid) con l'attrezzo tradizionale (taraisgeir) e la torba viene accumulata in pile ordinatissime accanto alle abitazioni.

Questo fumo rappresenta un vero e proprio manifesto storico della terra gaelica (an Fhearann). Per secoli, la torba è stata l'unico combustibile capace di garantire la sopravvivenza, offrendo luce, calore e fuoco all'interno delle antiche "case nere", le case tradizionali prive di comignoli. Il focolare di torba è stato l'axis mundi dell'intera cultura ebridana: attorno al suo bagliore, nelle lunghe serate nordiche, l'intera comunità si riuniva per il ceilidh. Accanto al fuoco si suonava, si cantava e le donne anziane tramandavano storie all'infinito. Sebbene quelle serate siano ormai un retaggio del passato, quel profumo persistente rimane, ancora oggi, il punto di riferimento identitario delle Ebridi.

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BALENE E BALENIERI, TRA NORD ATLANTICO, PACIFICO SETTENTRIONALE, MAR GLACIALE ARTICO.     VAGABONDAGGI ALLA RICERCA DELLE TESTIMONIANZE DELL’ERA DELLA CACCIA ALLE BALENE

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1. PREMESSA ; 

2. INTRODUZIONE - LA CACCIA NELLA PREISTORIA: ALTA, NORD NORGE - I BALENIERI E L'ESPLORAZIONE - LA CACCIA ALLE BALENE, TRADIZIONALE ATTIVITÀ ECONOMICA DI ALCUNE COMUNITÀ MARITTIME EUROPEE 

3. LA CACCIA ALLE BALENE PRESSO ALCUNE POPOLAZIONI AUTOCTONE AMERICANE 

4. GLI AVVISTAMENTI DI BALENE; 

5. LA CACCIA ALLE BALENE: STORICA- NELLA COLOMBIA BRITANNICA (CANADA) - A SAINT-PIERRE ET MIQUELON (FRANCIA) - LE STAZIONI BALENIERE DI TERRANOVA (PROVINCIA DI TERRANOVA E LABRADOR, CANADA) - LE STAZIONI DI CACCIA ALLE BALENE DEL CUMBERLAND SOUND - KEKERTEN, IL CUMBERLAND SOUND E L’INIZIAZIONE ANTROPOLOGICA SUL CAMPO DI FRANZ BOAS - NELLE ISOLE SHETLAND (SCOZIA, UK) - NELLE ISOLE ORCADI (SCOZIA, UK) - NELLE ISOLE SVALBARD, NORVEGIA - NELLE EBRIDI ESTERNE (SCOZIA, UK) 

6. LA CACCIA ALLE BALENE: ATTUALE - IQALUIT (GIÀ FROBISHER BAY, ISOLA DI BAFFIN, ARTICO ORIENTALE, NUNAVUT, CANADA) - A RESOLUTE BAY (OGGI QAUSUITTUQ, CORNWALLIS ISLAND, HIGH ARCTIC, NUNAVUT, CANADA) - NARSAQ (COSTA OCCIDENTALE DELLA GROENLANDIA MERIDIONALE, DANIMARCA) - NELLE ISOLE FÆR ØER (DANIMARCA): IL GRINDADRÁP, LA CACCIA COMUNITARIA - IN ISLANDA - IN NORVEGIA, QUANDO LA CACCIA ALLE BALENE NON È COSÌ PUBBLICIZZATA, COME L’ISLANDESE, LA FAROESE (O LA GIAPPONESE) 

7. BALENE, UNA SCHEDA PICCOLE: MEDIE: GRANDI: 

8. APPENDICE LA CACCIA ALLE BALENE NELL’ARCIPELAGO DI MADEIRA (PORTOGALLO), 1941-1981 IL GIGANTESCO FLOP DELLA CACCIA ALLE BALENE NELL’ARCIPELAGO DELLE CANARIE (SPAGNA), 1784-1806 

9. BIBLIOGRAFIA

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Inoltre:

 NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE 

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452.La spedizione Lewis e Clark: Sacagawea e l'altra metà della Frontiera. Da: COMPANION BOOK DI: NEL WEST, CONQUISTADORES, ESPLORATORI...

  " Dalle sorgenti del Missouri Sacagawea  indicò la via verso un valico attraverso le Montagne Rocciose e vi guidò il gruppo " (d...