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| La HMS Melville al largo dell’isola vulcanica Graham [Ferdinandea], 1831, National Maritime Museum [l’immagine non figura nel libro] |
Le recenti scosse di terremoto registrate nel Mar
Tirreno, al largo di Alicudi e Filicudi, hanno riacceso l'attenzione dei media
sul Marsili, il gigantesco vulcano sottomarino che riposa nei nostri
fondali. Sebbene gli esperti dell’INGV abbiano prontamente escluso un legame
diretto tra la sismicità attuale e un risveglio del colosso, l'evento ci
ricorda la potenza invisibile dei vulcani sommersi. Una forza primordiale
capace, talvolta, di generare nuova terra.
Nel corso delle mie ricerche, mi sono
appassionato al destino di due isole nate proprio da improvvise eruzioni
sottomarine, specchio di due destini geologici e geopolitici opposti: l'una
emersa al largo dell'Islanda, l'altra al largo della Sicilia.
Dal 1963 l’arcipelago
islandese delle Vestmannaeyjar ha un’isola in più: Surtsey
Durante il mio soggiorno a Heimaey, l'unica isola stabilmente abitata dell'arcipelago, ho avuto il piacere di intervistare Jóhann Friðfinnson – per tutti "Jo on the Hill" –, simpaticissimo Direttore del Museo Folk (Byggðasafn) ed ex sindaco della città tra il 1962 e il 1966. Con un sorriso, Jo mi ha confidato di essere stato probabilmente l'unico amministratore pubblico al mondo ad aver iniziato il proprio mandato con un determinato territorio e di averlo lasciato, alla scadenza, notevolmente ampliato.
Tutto accadde all'improvviso. Il 14 novembre
1963, alcuni pescatori che navigavano a circa 20 chilometri a sud-ovest di
Heimaey si accorsero che qualcosa di insolito stava avvenendo sotto la chiglia
delle loro imbarcazioni. Avvertito un forte odore di zolfo, videro una densa
colonna di vapore ergersi dalle acque proprio nella zona in cui avevano gettato
le reti.
Il giorno successivo, dalle onde emerse una
lingua di terra che andò sviluppandosi quotidianamente. Fu l'inizio di una
straordinaria eruzione sottomarina che, per circa quattro anni, avrebbe tenuto
a battesimo una nuova terraferma, la più distante dal cuore dell'arcipelago.
Gli abitanti di Heimaey mi hanno raccontato come quel braciere in mezzo
all'oceano, visibile da gran parte dell'isola, divenne per lungo tempo un
eccezionale spettacolo quotidiano. Un panorama memorabile soprattutto per gli
innamorati del posto.
Alla nuova terra fu dato il nome di Surtsey, da Surtur,
il gigante della mitologia vichinga possessore del fuoco primordiale.
"L’isola
che c’è": uno straordinario laboratorio a cielo aperto
Oggi Surtsey è una riserva naturale integrale.
L'accesso è severamente vietato e riservato esclusivamente agli scienziati, che
per la prima volta nella storia moderna hanno la possibilità di studiare un unicum
biologico e geo-vulcanologico.
L'isola ha attualmente una superficie di 1,7
chilometri quadrati e raggiunge un'altezza massima di 169 metri. I batteri
furono i primi organismi viventi a comparirvi, seguiti dagli uccelli marini che
cercavano cibo nelle acque di marea attorno al cratere. Nel 1965, sulla sabbia
vulcanica spuntò la ruchetta marina (Cakile maritima): la prima pianta
vascolare a colonizzare l'isola.
Nel 1987, a ventiquattro anni dall'eruzione, i
botanici vi avevano già catalogato ben 25 specie di piante superiori, i cui
semi erano stati trasportati dalle correnti marine dalle coste meridionali
dell'Islanda o portati in volo dagli uccelli migratori provenienti dall'Europa
continentale. Oggi l'isola è un fondamentale punto di sosta per l'avifauna,
ospita cinque specie di uccelli nidificanti e le suas spiagge nere sono
regolarmente frequentate dalle foche.
Nel corso della mia ricerca a Heimaey, grazie
all’interessamento del collega Gísli Pálsson, all'epoca Capo del Dipartimento
di Antropologia dell'Università d'Islanda (Háskóli Íslands), ho avuto il
privilegio di alloggiare nel laboratorio scientifico diretto dal biologo marino
Pall Marvin Jónsson, istituito proprio per monitorare l'evoluzione biologica di
Surtsey. Purtroppo non mi fu possibile sbarcare direttamente sull'isola: la mattina
in cui sarei dovuto partire a bordo di un gommone insieme all'équipe, le
condizioni proibitive del mare artico non lo permisero. Un'occasione mancata
che, tuttavia, nulla toglie al fascino di quel santuario naturale.
“L’isola che
non c’è”: il precedente mediterraneo della Ferdinandea
Se Surtsey rappresenta l'ultima terra
"nuova" stabilmente creata nel mondo, nel periodo medio-breve la
situazione potrebbe cambiare proprio nei nostri mari. Gli esperti del CNR hanno
più volte acceso i riflettori sull'attività sommersa nel Mar Tirreno, tra
Salerno e Cefalù, da parte del Marsili. Questo gigante sottomarino – il
più grande d'Europa, lungo 65 chilometri e largo 40, con una vetta che si eleva
per 3000 metri dal fondale arrivando a circa 500 metri dalla superficie – desta
attenzione non solo per le sue emissioni idrotermali, ma per il rischio che un
eventuale e massiccio crollo di materiali dai suoi fianchi instabili possa
innescare un maremoto distruttivo per le coste tirreniche di rispetto.
La possibilità che un'eruzione sottomarina crei
un'isola nel cuore del Mediterraneo non è però una fantasia fantascientifica: è
già accaduto nel XIX secolo. Il 13 luglio 1831, nel Canale di Sicilia,
un vulcano sottomarino diede improvvisamente vita a un lembo di terra. L'evento
generò terrore tra le popolazioni costiere e una profonda agitazione
geopolitica. Le potenze dell'epoca paventarono addirittura che l'eruzione
potesse formare un'intera catena montuosa sommersa capace, alla fine, di unire
stabilmente la Sicilia alla Tunisia.
I Borboni non persero tempo: inviarono
immediatamente sul posto la corvetta Etna e battezzarono la neonata
terra Isola Ferdinandea, in onore di re Ferdinando II. Ben presto, però,
sul teatro dell'eruzione comparvero altri due agguerriti protagonisti della
scena politica continentale. Gli inglesi arrivarono per primi, ne reclamarono
il possesso e la ribattezzarono Graham. Poco dopo fu il turno dei
francesi, che mandarono sul posto Constant Prévost, celebre fondatore della
Società Geologica di Francia. I transalpini piantarono la loro bandiera e la
chiamarono Giulia.
Prévost studiò approfonditamente quelle rocce
fumanti, offrendo una descrizione memorabile: paragonò l'eruzione vulcanica
sottomarina a "una bottiglia di champagne quando viene stappata".
Nel frattempo, accumulando scorie e tefrite, l'isola aveva raggiunto i 70 metri
d'altezza e i 700 metri di diametro.
Un potenziale e gravissimo incidente diplomatico
anglo-francese per la sovranità di quel prezioso avamposto strategico nel
Mediterraneo venne brillantemente scongiurato... dall'isola stessa. Costruita
con materiali piroclastici incoerenti e friabili, la Ferdinandea non resistette
all'azione erosiva del moto ondoso. Il 28 dicembre dello stesso anno, ad
appena sei mesi dalla sua nascita, scomparve misteriosamente così come era
apparsa, inghiottita nuovamente dalle onde del Canale di Sicilia. L'isola che
non c'era, era tornata a essere un banco sottomarino.
AI CONFINI D’EUROPA. VIAGGIO-RICERCA NELL’ISLANDA DEI VULCANI, DEI GHIACCIAI, DELLE SAGHE, DEL MONDO VICHINGO
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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.











