Translate

domenica 21 giugno 2026

397. Dal Kenya dei Maestri al Sudan sul campo, passando per il Messico: il mio salto nel vuoto per amore dell'Antropologia. Storia di una singolare vocazione

 

Foto d'epoca del Museo Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini" nella sua prima sede al Collegio Romano a Roma (CC Some rights Reserved, Museo delle Civiltà, Roma). È esattamente così che l'ho conosciuto e ammirato, una sala dopo l'altra, nel corso delle mie numerose visite negli anni '60. Rimasi affascinato dalle centinaia (forse migliaia) di reperti etnografici provenienti dai più diversi popoli del mondo. Un allestimento per certi versi simile all'attuale, avvincente e grande salone del Museo Pitt Rivers di Oxford.

Le radici di una vocazione: la Roma degli anni '60 e la tentazione dell'esotico

Nel 1966 avevo appena diciannove anni quando pubblicai il mio primo “pezzo” scientifico sulla rivista Africa di Roma: la recensione di un libro in lingua inglese. 

All'epoca mi ero appena diplomato come Ragioniere e Perito Commerciale ed avevo iniziato un percorso universitario in Economia e Commercio che sentivo assai lontano dai miei veri interessi. 

Tuttavia, scelsi di arricchire quel cammino inserendo discipline insegnate a Lettere, Magistero e Scienze Politiche.

 La mia vera iniziazione, in realtà, era cominciata qualche anno prima con una viscerale passione giovanile per gli Indios sudamericani: una vera e propria "fase virtuale" vissuta sui libri. 

Tuttavia, nella Roma degli anni '60, approfondire certe aree geografiche non era semplice. 

L'Asia faceva capo all'ISMEO: cercai persino di incontrare il leggendario Giuseppe Tucci, ma era in missione in Nepal e venni ricevuto dal direttore Alberto Giuganino

Frequentai per un periodo l'Istituto Giapponese di Cultura, dove ebbi l'opportunità di ascoltare e parlare con Fosco Maraini durante una sua lezione sui caratteri giapponesi. 

Per il Sud America le sponde istituzionali erano allora ridotte.

La scelta dell'Africa divenne così quasi un passaggio obbligato, dettato da una presenza formidabile nella Capitale: l'Istituto Italiano per l’Africa, di cui iniziai a frequentare assiduamente la biblioteca.

L'edificio del Museo Africano, Roma. Già sede dell'Istituto Italiano per l'Africa, poi diventato Istituto Italo-Africano, infine parte dell'ISIAO, Istituto per l'Africa e l'Asia (CC, alcuni diritti riservati, foto Carlo Dani, 2018) 


Palazzo del Collegio Romano, Roma, 2018
(CC Some rights reserved,
Krzysztof Golik)


Alla scuola dei padri fondatori: il riflesso di Grottanelli,  l'amicizia con Bernardi e il "segreto" di Firenze

Fu proprio in quegli anni, nel 1963, che accadde l'incontro che avrebbe condizionato positivamente tutto il corso della mia vita.

Dopo diverse affascinanti ma anche meticolose “immersioni” esplorative nelle sale del Museo Pigorini, allora al Collegio Romano, il professor Vinigi Grottanelli, gigante dell'etnologia italiana e direttore dell'Istituto dove si andava formando la cosiddetta "scuola romana", mi volle incontrare. 

In quei primi trepidanti colloqui, egli fu prodigo di suggerimenti, consigli e incoraggiamenti che si stamparono indelebilmente nella mia memoria e nella mia anima. 

Come mi fu riferito anni dopo da persone a lui vicine, Grottanelli rivedeva in me un po’ di quello che lui stesso era stato in gioventù: un ragazzo ansioso di conoscere mondi "esotici" che stava seguendo un itinerario di studi scolastici agli antipodi rispetto a quello consono a un aspirante studioso dell’Uomo.

L’anno dopo, nel 1964, forte del suo sostegno, iniziavo le mie prime ricerche museologiche e bibliografiche presso lo stesso Pigorini.

Basilea, 1965. Un frammento del mio viaggio nel secondo museo antropologico visitato in gioventù, immortalato con la mia Instamatic. Nelle sue sale si respirava l'eredità di Paul Wirz, figura straordinaria a cui ho dedicato ampio spazio nei miei libri sulle Grandi Avventure dell'Antropologia, intrecciandone il percorso alle eccezionali immagini della sala del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York intitolata a Michael Rockefeller.

Nel 1966, nel corso della mia “luna di miele” a Firenze, sarei stato in grado di visitare il mio terzo Museo di Antropologia, le cui porte erano allora strettamente serrate. Ormai avevo rinunciato a visitarlo, quando inaspettatamente mi imbattei nella Professoressa Claudia Massari. Sapevo della sua partecipazione ad una delle più imponenti spedizioni interdisciplinari italiane in Africa, quella al lago Tana (Etiopia), diretta dall’illustre esploratore-scienziato Giotto Dainelli. La mia adolescenziale conoscenza di quella missione scientifica avrebbe, infatti, schiuso per me e mia moglie le porte del Museo di Antropologia di Firenze...

Quando Vinigi Grottanelli scomparve nel 1993, la sua perdita mi toccò molto da vicino. Scrissi una testimonianza per il Bollettino della Società Geografica Italiana (poi incorporata in una delle mie figure delle Grandi Avventure dell'Antropologia). 

Qualche tempo dopo, fui sorpreso da una telefonata della nuora di Grottanelli: mi disse che la vedova aveva pianto leggendo il mio articolo, perché si vedeva chiaramente che non si trattava di un testo di circostanza — come i tanti "coccodrilli" usciti in quei giorni — ma del ricordo autentico di un legame profondo.

Quella mia passione giovanile, d'altronde, era così precoce e accalorata da generare persino dei singolari malintesi

Ricordo uno scambio epistolare con il mio professore di religione di allora. 

Il testo era così ben argomentato che il professore, sapendo che frequentavo la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, si convinse che non fosse opera mia, bensì del direttore Armando Cepollaro. 

Per fare chiarezza, decise di farmi rispondere direttamente dal professor Bernardo Bernardi, celebre antropologo culturale.

Quel singolare "esame" segnò l'inizio di una lunga e profonda amicizia. 

Negli anni successivi, quando andavo a trovare il professor Bernardi per discutere dei miei articoli o delle mie prime ricerche africane, se nel suo studio entrava qualche collega antropologo o storico che non mi conosceva, lui esordiva sempre con un sorriso: "la sai la storia di Franco Pelliccioni?".

Grazie a questi incoraggiamenti, negli anni successivi proseguii i miei studi etno-antropologici. 

Arrivarono i primi riconoscimenti accademici come Cultore della Materia in Antropologia Culturale alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e all’Università di Cassino, e in Antropologia Sociale alla LUISS di Roma.

La scelta della libertà: rinunciare all'oro per "la gloria"

La mia vita, del resto, stava prendendo una direzione complessa e di profondo impatto personale. A diciannove anni sposai una ragazza sudafricana, i cui genitori erano di prima lingua afrikaans

Il contesto familiare dei miei suoceri, inserito nell'establishment dell'epoca e legato da rapporti di amicizia con il primo ministro Vorster, mi mise drammaticamente a contatto con le logiche del razzismo e della segregazione. 

Per ragioni squisitamente familiari e umane, prima ancora che scientifiche, iniziai a interessarmi in modo viscerale all'apartheid e alla questione dei bantustans, traducendo questa urgenza civile in diversi saggi e articoli, alcuni dei quali pubblicati sulla prestigiosa rivista di politica internazionale diretta da Giuseppe Vedovato.

Fu in quel momento che mi trovai davanti a un bivio decisivo: in Sud Africa mi attendeva un futuro economico eccellente e un ottimo posizionamento sociale assicurato dai suoceri. 

Decisi tuttavia di rinunciare a tutto quel benessere materiale. La passione per la conoscenza e per l'Africa era ormai troppo forte, e avevo già diverse pubblicazioni all'attivo. 

Per dirla con le parole di mia madre, rinunciai al denaro per "la gloria", ossia per difendere e inseguire fermamente ciò in cui credevo e la mia libertà di studioso.

Oltre l'Etnologia e l'Antropologia Culturale: l'incontro con i Maestri della Storia, della Sociologia, della Geografia e il dialogo internazionale con l'antropologa russa Rosa Ismagilova

Sempre da giovanissimo, la mia non nascosta passione per le culture “altre” mi avrebbe fatto incontrare altri Maestri dell'Etnologia e dell'Antropologia Culturale, ma anche della Sociologia e della Storia dell’Africa, che furono prodighi di consigli e di incoraggiamenti nei miei confronti. 

Tra questi, un ricordo particolare va al Presidente della Società Geografica Italiana, il professor Carlo Della Valle, che frequentavo nel suo palazzo di Via Cortina d'Ampezzo e che sostenne i miei primi articoli sul Bollettino della Società. Allo stesso modo, Vittorio Lanternari mi apriva le porte della Critica Sociologica di Ferrarotti,  per dar voce alle mie ricerche, mentre Gianni Statera avrebbe voluto coinvolgermi direttamente sul campo, proponendomi di partire per una ricerca in Africa. A Magistero ebbi la fortuna di stringere una profonda amicizia con Luigi Goglia, studioso colto, affabile e di rara simpatia. Ricordo ancora con commozione quando mi fece dono di un paio di preziosi volumi fotografici sull'Africa coloniale; un gesto generoso che anticipava la sua brillante carriera di pioniere e antesignano nell'uso delle fonti iconografiche per la ricerca storica africana. La sua recente scomparsa lascia un grande vuoto in quanti ne hanno condiviso la giovinezza e gli ideali. 

Quella stessa comune passione per il continente africano mi spinse, nel 1980, a compiere un piccolo miracolo di diplomazia culturale.

 Attraverso l'Istituto Italo-Africano, riuscii a far incontrare il professor Bernardo Bernardi con Rosa Ismagilova, una delle massime autorità dell'antropologia sovietica e allora figura di vertice dell'Istituto per l'Africa di Mosca

Nonostante le rigidità della Guerra Fredda, tra noi nacque una profonda sintonia intellettuale, tanto che Rosa mi invitò ufficialmente a Mosca in occasione delle Olimpiadi del 1980.

Il nostro dialogo scientifico continuò l'anno successivo: nel 1981, in veste di Chairman del Committee for Europe della Society for Applied Anthropology (SfAA), ricambiai l'invito chiamandola a partecipare al nostro Congresso internazionale a Edimburgo

Fu un incontro memorabile. 

Per ringraziarmi della mia ospitalità, mi fece dono di alcune splendide riproduzioni delle torri del Cremlino e di un piatto in peltro. 

Oggetti che ancora oggi custodisco e che mi ricordano come la passione per le culture "altre" e la stima reciproca potessero, in quegli anni difficili, superare agilmente i confini e le barriere ideologiche.

Un legame scientifico profondo mi univa anche a Salvatore Bono, autorità mondiale nel campo degli studi sui corsari e sulla pirateria nel Mediterraneo - a cui in seguito dedicai un doveroso omaggio comprensivo di tutta la sua vasta bibliografia - il quale fu tra i garanti scientifici del mio convegno sul Terzo Mondo, tenutosi nel 1982 al Palazzo dei Congressi all'EUR. In quel fecondo panorama accademico si inserivano anche figure del calibro di Tullio Tentori, Carlo Giglio e Antonio Enrico Leva, insieme a Teobaldo Filesi, allora direttore della prestigiosa rivista Africa, e al simpatico etnologo napoletano Armando Cepollaro che dirigeva la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, sempre pronto a supportare le mie ricerche bibliografiche con generosa disponibilità.

L’intermezzo messicano: tra Sabbatucci e gli indios Huave

A metà degli anni 1970, un incontro fondamentale segnò una svolta nel mio percorso: quello con il professor Dario Sabbatucci, che visitai nella sua residenza. Grazie a lui, mi si aprì un'ulteriore e stimolante finestra di ricerca incentrata sull'americanistica e sulle religioni primitive. 

Sabbatucci mi propose di frequentare l'Istituto di studi che faceva capo alla rivista Culture, una realtà alla quale collaborai attivamente e che mi permise di stringere una profonda e duratura amicizia con Gilberto Mazzoleni. Fu proprio grazie alle coordinate scientifiche fornite da Gilberto e da Gerardo Bamonte - i quali, insieme a Italo Signorini e a Giorgio Raimondo Cardona, avevano effettuato importanti ricerche storiche ed etnografiche tra gli indios Huave di San Mateo del Mar - che prese forma il mio intermezzo mesoamericano. 

I colleghi desideravano infatti che io saggiassi sul campo alcune loro teorie comparative riguardanti la complessa relazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti all'interno di quella specifica società di pescatori. Fu così che avviai la mia ricerca a Santa Maria del Mar. Di quel nucleo di studiosi non potei conoscere personalmente Cardona

Incontrai invece Italo Signorini: non a Roma, ma curiosamente in Canada, nel 1983, in occasione del Congresso Mondiale delle Scienze Antropologiche svoltosi a Québec. 

"Quattro amici al bar": il sodalizio romano e il sogno della Transiberiana

Quelli degli anni '70 furono anche gli anni della giovinezza e di un sodalizio intellettuale e affettivo straordinario. Subito dopo la laurea, per diverso tempo, si creò un affiatato gruppo di amici, che usava riunirsi regolarmente a cena o nei ristoranti romani. 

Ne facevano parte Gianluigi Rossi, di cui ebbi il privilegio di seguire la primissima lezione come professore incaricato di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici, Pierfranco Malizia, attento studioso di sociologia rurale, Maria Gabriella Pasqualini Artom, che fresca di divorzio arricchiva i nostri incontri raccontandoci l'esperienza vissuta nei kibbutz israeliani, infine Evaldo Cavallaro. Memorabile rimarrà quella sera in cui, tra il serio e l'ironico, ipotizzammo persino di mettere a segno un colpo "alla Diabolik", pur di rimediare i fondi necessari per pagarci un epico viaggio sulla Transiberiana

Frattanto, davo inizio alle mie prime ricerche sul terreno in Africa (Kenya e Sudan: 1976-1981) e in Mesoamerica (Messico: 1978).

Dopo essere stato Ricercatore Associato presso le Università di Nairobi e di Khartoum, avrei ottenuto due contratti d'insegnamento nelle Università di Salerno e di Firenze (quest'ultimo non attivato per mancanza di fondi). 

L’artigiano della cultura: trentasette libri e lo spirito del Collegio Romano

Negli anni ho continuato a costruire ogni mio prodotto culturale passo dopo passo, con la dedizione di un buon artigiano. 

Ho collaborato con numerose riviste e per 13 anni ho firmato gli "articoli di spalla" per la Terza Pagina e il Supplemento Domenicale dell’Osservatore Romano

Ad oggi, ho firmato come autore 37 libri di divulgazione scientifica e viaggi (anche in lingua inglese o bilingui) e due volumi come coautore.

Ricordo ancora quando, nel lontano 1979, uscì il volume Processi di comunicazione nell’ambito urbano (a cura di Claudio Stroppa, Pàtron editore), che conteneva un mio saggio sui “Parking Boys” di Nairobi.

La prima e la seconda bozza dovettero essere controllate dal coautore e sociologo urbano Franco Martinelli: io, in quel momento, ero totalmente assorbito dalla mia ricerca sul campo in Sudan.

Un percorso lungo, iniziato tra le vetrine del Collegio Romano e lo sguardo benevolo di grandi Maestri, che continuo a coltivare ancora oggi con lo stesso spirito artigianale. 


venerdì 19 giugno 2026

396. L'isola della Laguna Veneta di Pellestrina, il naufragio del Chios Aeinaftios del 1978, naufragi nell’Atlantico del Nord


Mentre continuavo la mia “esplorazione” di Pellestrina, camminando faticosamente sui Murazzi, ecco apparire sullo sfondo, del tutto inatteso, il miraggio di una nave incagliata. Non avendo con me il teleobiettivo da 300 mm, scatto subito una foto con la mia Nikon F alla Chios Aeinaftios, impietosamente battuta dalle onde dell’Adriatico sulla fiancata  esposta. Poi scendo dal muraglione per proseguire la visita dell’isola, costeggiando la costa (© Franco Pelliccioni)
Eccomi di fronte alla nave, in parte celata dai Murazzi. Eppure, ciò che vedo (e fotografo) sembra essere del tutto intatto: i suoi due alberi, la plancia, le gruette di una scialuppa di salvataggio e la parte superiore dello scafo. Un'immagine sorprendente, a distanza di ben sei anni dal naufragio del 1978 (© Franco Pelliccioni)

L’isola di Pellestrina e il naufragio del Chios Aeinaftios, un mercantile greco arenatosi tragicamente durante una violenta tempesta di Bora in una notte d'inverno del 1978. 

La nave si schiantò fragorosamente contro la famosa scogliera di difesa (i Murazzi, dighe in pietra d'Istria, costruiti dalla Serenissima) sull'isola di Pellestrina, una delle strisce di terra che separano la laguna dal mare aperto.

A causa del forte vento, l'ancora della nave perse la presa e il mercantile fu spinto verso riva da onde che raggiunsero un'altezza di sette metri.

Tutti i membri dell'equipaggio sono miracolosamente sopravvissuti calandosi dalla nave fino a riva usando delle corde

Lo scafo è rimasto per oltre vent'anni incastrato sulla scogliera, diventando un elemento iconico e surreale del paesaggio dell'isola.

I resti visibili sono stati rimossi negli anni novanta, durante la creazione di un litorale artificiale, mentre lo smantellamento definitivo è stato completato nei primi anni 2000, con interventi di messa in sicurezza terminati solo nel 2013.

La Laguna di Venezia, foto satellitare Landsat 7, 2004, NASA

Nell’isola di Pellestrina il naufragio del Chios Aeinaftios arrivò come uno shock: la laguna è un ambiente iper-regolato, dove lo Stato (prima la Serenissima, poi lo Stato italiano) ha sempre controllato ogni metro di costa. 

La popolazione non vide il mercantile come una risorsa da depredare, ma come un'interruzione aliena e grandiosa della propria quotidianità, un colosso incastrato su una diga che proteggeva le loro stesse case.

Nell’Atlantico del Nord

Al contrario, nelle comunità dell'Atlantico del Nord. come la francese Miquelon, la costa selvaggia faceva sì che il relitto venisse immediatamente "metabolizzato" dalla comunità: il legno veniva usato per scaldarsi o costruire case, e le merci diventavano valuta di scambio.

Nelle zone subartiche e della tundra costiera, dove la vegetazione arborea è quasi assente e il clima è spietato, ogni naufragio (relitti e carichi dispersi) era considerato come un "dono di Dio": “bisognava pur cercare di sopravvivere in ambienti ostili”.

Due straordinarie costanti storiche sono evidenti sia a Saint Pierre e Miquelon, che a Terranova:

All’epoca d'oro e bizzarra dell'arcipelago (1922-1933), nel corso del proibizionismo americano, con le casse dei liquori si costruiscono case a Saint Pierre 

Essendo territorio francese a ridosso del Nord America, Saint Pierre divenne la capitale mondiale del contrabbando di alcolici (lo stesso Al Capone vi soggiornò).

Milioni di casse di whisky, champagne, rum e liquori francesi sbarcarono sulle isole. 

Una volta svuotate per travasare le bottiglie nei sacchi di juta (più facili da gettare in mare in caso di inseguimento della Guardia Costiera), rimase un'immensa quantità di ottimo legno pre-lavorato.

Gli isolani usarono le doghe di quelle casse (spesso marchiate con i nomi delle celebri distillerie francesi o scozzesi) per isolare le pareti, costruire pollai, rinfiancare i tamburi d'ingresso delle case o per innalzare intere baracche di pescatori.

Sarà proprio a Saint Pierre che avrò la possibilità di incontrare e intervistare una vera leggenda locale: l’esperto di naufragi Jean-Pierre Andrieux, una delle massime autorità storiche di Saint Pierre e Miquelon. 

Ma anche gestore del celebre Hotel Robert, pieno di cimeli dell’epoca del rum running, cappello di Al Capone compreso.

Negli outports di Terranova

Nelle comunità isolate, come gli outports dei pescatori di Terranova, lo smantellamento delle navi naufragate ha letteralmente modellato l'architettura vernacolare. 

Le travature principali delle storiche case a forma di scatola spesso erano ricavate dalle ordinate o dai madieri di vecchi velieri. 

Il legno marino, impregnato di sale e resine, offriva una resistenza alla marcescenza e ai parassiti che il legname locale non avrebbe mai potuto garantire.

Il contrasto definitivo con Pellestrina

Quanto sopra evidenzia l'abisso culturale con la laguna veneta.

A Pellestrina, nessuno avrebbe mai concepito di smontare il Chios Aeinaftios per farne legna da ardere o per riparare i tetti, perché la comunità veneziana aveva accesso a mercati strutturati, mattoni, pietra d'Istria e legname dai boschi del Cadore.

Lì la nave è rimasta un elemento "alieno" e puramente estetico.

Nel Nord Atlantico, invece, la nave si scioglieva e si integrava nell'antropizzazione stessa del territorio. 

Diventando letteralmente la casa di chi la guardava (“con un certo grado di speranza”) naufragare (sic). 

...

"Le temps de la fraude" all’epoca del proibizionismo e di Al Capone figurano nel capitolo 15 (Isole di Saint-Pierre e Miquelon (Francia): Pirati, Corsari, Contrabbandieri (Armi, Liquori, Tabacco) di PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLOPARTE I: ATLANTICO DEL NORD

PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Libri 

- 226 pp., 251 immagini, di cui 213 a colori "PREMIUM" (115 sono dell'A.), bibliografia, 333 note di approfondimento. Volume di grande formato: 16.99 x 1.37 x 24.41 cm - 
PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO “b/w”: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Libri
- 226 pp. (libro di grande formato "B/W":16.99 x 1.3 x 24.41 cm), 251 immagini (115 sono dell'A.), bibliografia, 333 note di approfondimento-.



 -234 immagini, di cui 195 a colori (115 sono dell'A.), bibliografia, 332 note di approfondimento-. 

 


 

mercoledì 17 giugno 2026

395. La Geografia dell'Immenso: quarant'anni di studi e viaggi nel Passaggio a Nord-Ovest. "Con un piccolo numero di navi possono essere scoperte diverse nuove terre e regni (…) ai quali luoghi è rimasta una sola via da scoprire, che è verso il Nord…": Robert Thorne in the yeere 1527

 

Fig.  143. Critica posizione dell’Investigator nella costa settentrionale dell’isola di Baring [Banks]. 20 agosto 1851 (di Samuel Gurney Cresswell, Royal Geographical Society)

Per quasi quarant'anni mi sono occupato del mitico Passaggio a Nord-Ovest, dedicando gran parte della mia vita di studioso a scrivere articoli, capitoli di libri e comunicazioni scientifiche. 

Il mio interesse si è rivolto sia al Grande Nord americano, sia agli intrepidi navigatori europei che, per secoli e a prezzo della vita, hanno cercato una via commerciale verso l’Asia. 

Mi sono appassionato a intere regioni storiche, alla cultura degli Inuit e persino alle antiche rotte dei Vichinghi, scendendo nei dettagli ma tenendo sempre lo sguardo sul quadro complessivo.

La cornice di questo mondo è delimitata dalle coste dell’Artico canadese. 

Oltrepassandole, si accede a una vera e propria "Geografia dell'immenso": lande desolate e prive di alberi, ma cosparse di fiumi, laghi e acquitrini, costantemente sferzate dai blizzards. 

È il Keewatin – che in lingua Cree significa "il luogo dove soffia il vento" –, parte integrante delle Barren Grounds, le Terre Sterili. 

Sugli altri lati, la cornice racchiude un labirinto di arcipelaghi, penisole, golfi e canali quasi sempre bloccati dai ghiacci, dove il caos geografico regna sovrano. 

Almeno fino all'accelerazione del cambiamento climatico degli ultimi decenni.

In questo labirinto si sono cimentati i protagonisti più diversi, avanzando tassello dopo tassello fin dall'epoca di Giovanni e Sebastiano Caboto alla fine del XV secolo. 

Il libro, "TRA I GHIACCI DEL PASSAGGIO A NORD-OVEST. Prologo ad una ricerca antropologica tra gli Inuit dell’Artico canadese", offre una galleria di 21 giganti dell'esplorazione e dell'antropologia – tra cui Hudson, Cook, Ross, Parry, Sverdrup e Amundsen – che hanno disvelato la geografia fisica e umana dell'Artico. 

Ampio spazio è dedicato al "mistero" per antonomasia della storia polare: la spedizione perduta di Sir John Franklin (1845) e ai quattro navigatori (Kane, McClure, McClintock e Rae) che si misero sulle sue tracce, fino ai clamorosi ritrovamenti subacquei delle navi Erebus e Terror avvenuti tra il 2014 e il 2016 grazie al ritiro dei ghiacci. Inizialmente questo progetto doveva racchiudere in un unico testo sia la storia sia il mio lavoro sul campo. 

Tuttavia, la vastità della documentazione storica mi ha spinto a dividere l'opera: questo libro nasce così come un necessario e potente "prologo".

Fig.  36. Ad Iqaluit sono fotografato accanto a Simonie Alainga, della Baffin Regional Inuit Association e Chairman dell’Iqaluit Education Society e, innanzitutto, come orgogliosamente mi disse, un cacciatore [Purtroppo il 29 ottobre 1994, assieme ad altri sette Inuit, è annegato all’imboccatura della Baia di Frobisher, nel corso di una battuta di caccia ai trichechi, a causa del capovolgimento della sua imbarcazione. Tre giorni dopo altri due cacciatori saranno invece miracolosamente salvati dalle acque gelide. Aggrappandosi al relitto, erano infatti riusciti a resistere per tutto questo tempo alla temperatura di ben -10°!]

Al suo interno si trova già un prezioso assaggio, anche fotografico, tratto direttamente dal mio diario di viaggio del 1983, frutto di una ricerca effettuata in sei comunità Inuit, quattro delle quali situate in punti nevralgici del Passaggio (Tuktoyaktuk nel Mare di Beaufort, Qausuittuq - Resolute Bay - nell'Alto Artico, IqaluitPangnirtung, nell'Isola di Baffin). 

Questo volume getta le fondamenta storiche e geografiche per quello che sarà il mio prossimo, e inevitabilmente ultimo (considerata la mia età), libro incentrato interamente sull'etno-antropologia degli Inuit.

 Un ideale passaggio di testimone per far sì che queste memorie e studi rimangano accessibili per sempre, così come tutta la mia produzione scientifica disponibile su ResearchGate e Academia.edu.

SOMMARIO

 PREMESSA

 PARTE I.   L’A. e il Passaggio a Nord-Ovest

La scoperta involontaria dell’accesso orientale al Passaggio nel 1616; L’anomia nell’Artico: corsari “on duty” e fuori servizio; ammutinamenti degli equipaggi; Spedizioni pluriennali volontarie e non (per sverno o deriva dei ghiacci), o ripetute nel tempo; Alla ricerca di montagne, isole e terre inesistenti; Scoperta di nuove isole e “riscoperta” nel XX secolo di terre dimenticate; Missioni solitarie, di gruppo, via terra, via mare; Nel 1819 Parry riceve il premio per aver raggiunto la metà della  distanza tra i due accessi (orientale e occidentale) del Passaggio; Spedizioni scomparse nel nulla (XV-XVIII secolo); Il “mistero” per antonomasia della Storia delle Esplorazioni: la  Grande Spedizione “perduta” di Sir John Franklin, 1845; Nel 1854 il premio di 20.000 sterline spetta a McClure per la  scoperta, da ovest ad est, del Passaggio; Amundsen naviga il Passaggio da est a ovest nel 1903-1906. 

Nel  1921-24, sia pure su slitte, il percorso è ripetuto dalla Quinta  Spedizione Thule dell’etnologo Rasmussen; Infine, sezione dopo sezione, l’itinerario del mitico Passaggio a Nord-Ovest

 PARTE II        Nel Passaggio a Nord-Ovest

Tuktoyaktuk: Mare di Beaufort (Artico Occidentale, Northwest Territories); Resolute Bay (Qausuittuq): Stretto di Barrow (Artico Centrale-Alto Artico, Nunavut);  Iqaluit (Frobisher Bay): Isola di Baffin, Artico Orientale, oggi Nunavut; Pangnirtung (Cumberland Sound): Isola di Baffin, Artico Orientale, oggi Nunavut; Le altre due comunità: Inuvik, delta del fiume Mackenzie (ad ovest, nei Northwest Territories), Kuujjuaq, già Fort Chimo (ad est, nel Nunavik)

 PARTE III   ALLA SCOPERTA DEL PASSAGGIO A NORD-OVEST:  ESPLORATORI, NAVIGATORI, ANTROPOLOGI

1. GIOVANNI CABOTO, 1450? - 1498. 2. GASPAR CORTE-REAL, ca. 1450-1501. 3. SIR FRANCIS DRAKE, 1544-1596.  4. JOHN DAVIS, 1550-1605. 5. HENRY HUDSON, 1570-1611. 6. SAMUEL DE CHAMPLAIN, ca. 1570-1635. 7. JAMES COOK, 1728-1779. 8. GEORGE VANCOUVER, 1757-1798. 9. JOHN ROSS, 1777-1856. 10. WILLIAM EDWARD PARRY, 1790-1855.

11. SIR JOHN FRANKLIN, 1786-1847. 

PRIMA FASE: Alla ricerca della spedizione, le missioni di soccorso  e ricerca (1848-1880) scoprono materiali, tombe, resti umani; 11. 1 Alla ricerca via mare della Spedizione Franklin: Elisha Kane  (1820-1857): 1850-51; 1853-55 11. 2 Alla ricerca via mare della Spedizione Franklin: Robert  McClure (1807-1873): 1850-54 11. 3 Alla ricerca via mare della Spedizione Franklin: Sir Francis  Leopold Mc Clintock (1819-1907): 1848-49; 1850-51; 1852-1855; 1857-59 11. 4 Alla ricerca via terra della Spedizione Franklin: John Rae  (1813-1893):1848-49; 1850; 1850-51; 1853-54; 

SECONDA FASE: alla fine di un decennio di ricognizioni sul  terreno, di studi e analisi a tavolino e in laboratorio, negli anni ‘1980  si ricostruiscono le cause del tragico fallimento di una delle più  grandi imprese umane, che la storia dell'esplorazione ricordi; 

TERZA FASE: anni ‘2000. il cambiamento climatico favorisce il ritrovamento sul fondo del Mar Glaciale Artico delle navi di  Franklin: l’Erebus (2014) e la Terror (2016); La sopravvivenza nell'Artico: insegnamenti provenienti dalla cultura  eschimese (Inuit) e dall'antropologia; 

12. OTTO SVERDRUP, 1854-1930. 

13. ROALD AMUNDSEN, 1872-1928.

14. DONALD BAXTER MACMILLAN, 1874-1970. 

15. PETER FREUCHEN, 1886-1957. 

16. KNUD RASMUSSEN, 1879-1933;  Le Sette Spedizioni Thule; Le prime quattro spedizioni: 1912-13, 1916-1917, 1919; La Quinta Spedizione, la più grandiosa di tutte: Groenlandia-Siberia, 1921-1924; Sesta e Settima Spedizione: 1931, 1932-33; 

17. VILHJALMUR STEFANSSON, 1879-1962. La Canadian Arctic Expedition (Cae), la più lunga esplorazione  polare della storia, tra Alaska e Artico Canadese, 1913-18;

 APPENDICE AI MARGINI, MA NON TROPPO… Ludvig Mylius-Erichsen, Peter Freuchen, Alfred Wegener e la prima automobile tra i ghiacci artici, nella spedizione della Danimarca nel nord-est della Groenlandia (...) 

BIBLIOGRAFIA

...

TRA I GHIACCI DEL PASSAGGIO A NORD-OVEST. Prologo ad una ricerca antropologica tra gli Inuit dell’Artico canadese
 

E-Book, Versione cartacea a colori e in bianco e nero
di grandi dimensioni (16,99 x 24,4) 237 pp., 212 foto (47 sono dell'A.), 143 note.
E-Book: https://www.amazon.it/dp/B09X5DW3HK

Colori: https://www.amazon.it/dp/B09ZB7794T

Bianco e nero  https://www.amazon.it/dp/B09ZCS95LJ

La versione cartacea ha 37 pagine e 32 foto in più di quella digitale. In parte dovuti alla diversa impaginazione. Ma anche al fatto che ho inserito un’APPENDICE, che non c’è nell'E-Book: Ludvig Mylius-Erichsen, Peter Freuchen, Alfred Wegener e la prima automobile tra i ghiacci artici, Nella spedizione della Danimarca nel nord-est della Groenlandia (...)

...

TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.

p. s. 18 giugno 2026, 07:21 CEST. Nelle ultime ore 24 ore il blog ha avuto  10.706 visualizzazioni da tutto il mondo: Singapore 4,37K Stati Uniti 3,42K Hong Kong 2,35K Italia 257 Messico 129 Brasile 68 Venezuela 66 India 25 Egitto 4 Paesi Bassi 4 Turchia 4 Germania 3 Regno Unito 2 Nigeria 2 Svezia 2 Canada 1  Vietnam 1                                             GRAZIE!

martedì 16 giugno 2026

394. I Corsari dell'Algoritmo: come la logistica ha ridisegnato la mappa del mondo: Amazon, il "non luogo" di Marc Augé e la "Redazione AI" del Times of Malta, che figura nella bibliografia del II vol. (Mediterraneo) di PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO

L'etichetta di spedizione "ferita" (DLZ3) da cui nasce questa riflessione. La lacerazione del cartone strappa il codice a barre, interrompendo per un attimo la perfezione asettica dell'algoritmo globale
Da antropologo culturale ho passato una vita a studiare come gli esseri umani diano un nome, un senso e un’identità ai luoghi che abitano. Nel mio ultimo lavoro mi sono concentrato sulle rotte dei pirati e dei corsari nel Mediterraneo: un mare dove le isole, le secche e i porti non erano semplici coordinate, ma spazi densi di storie, di conflitti e di culture sovrapposte.
Pochi giorni fa, da viaggiatore per mestiere, mi sono imbattuto in alcune sigle strane stampate su una spedizione: DLZ3, PS R2, FC 08. Sembravano codici aeronautici, ma la realtà si è rivelata molto più affascinante e, per certi versi, inquietante. 
Ero davanti alla toponomastica segreta dell'impero globale di Amazon.
La sovrascrittura del mondo: oltre il "Non-Luogo" di Marc Augé
Negli anni '90, l'antropologo Marc Augé ha coniato il concetto di "non-luogo" per descrivere quegli spazi di transito (aeroporti, autostrade, centri commerciali) privi di identità, di storia e di relazioni. 

Marc Augé (1935-2023), 20 luglio 2010 (CC Some Rights Reserved Charles Mallison)

Oggi, colossi come Amazon hanno compiuto un passo ulteriore: non si limitano a creare non-luoghi, ma stanno deterritorializzando il pianeta, cancellando la geografia umana per sostituirla con una mappa puramente funzionale.
Prendiamo la sigla DLZ3: non la troverete su nessun atlante. Identifica il centro di smistamento logistico di Roma Magliana. 
In questa nuova lingua globale, Roma non è più la Città Eterna; è un satellite che gravita attorno a FCO (il codice IATA dell'aeroporto di Fiumicino). 
I grandi centri di distribuzione di Passo Corese o Colleferro perdono il loro legame con la terra laziale e diventano semplicemente FCO1 e FCO2.
I confini storici spariscono. La geografia dei flussi aerei e dei nodi di smistamento ha colonizzato la terraferma.
Le micro-identità del formicaio geometrico
C'è poi una toponomastica interna, quella delle sigle come PS R2 o FC 08
Rappresentano le coordinate di un formicaio geometrico iper-razionalizzato. 
All'interno di questi immensi magazzini, i lavoratori non si orientano più nello spazio usando punti di riferimento naturali o storici, ma si muovono guidati da un algoritmo e da codici a barre.
La cosa straordinaria è che questo frasario è una vera e propria lingua franca transnazionale
Un lavoratore di un Fulfillment Center a Tokyo, uno in Texas e uno a Roma Magliana condividono lo stesso identico paesaggio semantico e lo stesso modo di vivere lo spazio. L'idioma locale si ferma ai cancelli della fabbrica; dentro, si parla la lingua dell'algoritmo.
La lingua dell'algoritmo, insomma, non ammette imperfezioni. 
Eppure, proprio mentre cercavo di decifrare questi codici sul mio pacco, l'azione banale e umana di scartarlo ha leggermente lacerato l'etichetta. 
Una ferita sul codice a barre. Guardando quella linea spezzata, ho pensato che forse l'antropologia oggi debba ripartire proprio da lì: dalle crepe che l'umanità, anche involontariamente, riesce ancora a produrre sulla superficie liscia e perfetta dei non-luoghi digitali.
Dalle rotte del Mediterraneo ai flussi digitali
Mentre osservavo questa griglia invisibile che avvolge le nostre città, non ho potuto fare a meno di pensare ai miei amati pirati e contrabbandieri del Mediterraneo
C'è un filo rosso che unisce queste epoche:
  • Ieri: Il potere e la ricchezza si conquistavano controllando i colli di bottiglia fisici del mare – i canali, le baie nascoste di Creta, le rotte commerciali delle spezie e della seta.
  • Oggi: I nuovi "regni" globali non conquistano terre, ma flussi. Controllano lo spazio smaterializzandolo, trasformando i territori in codici a barre e i corpi dei lavoratori in ingranaggi di una scansione digitale perpetua.
Siamo davanti a una nuova forma di esplorazione e colonizzazione, dove le navi sono i camion dei corrieri e le mappe sono scritte dagli algoritmi di Seattle. 
Persino la scrittura antropologica sta cambiando: nel mio ultimo libro ho inserito in bibliografia un articolo scritto dalla "Redazione AI" del Times of Malta. 
Il cerchio si chiude: gli algoritmi non solo ridisegnano i luoghi fisici in cui viviamo, ma iniziano a descriverli e a produrre la cultura stessa con cui li interpretiamo.

Il viaggio dell'antropologo oggi non richiede necessariamente di imbarcarsi per terre lontane. 

A volte, basta saper leggere l'etichetta di un pacco d'acquisto per scoprire che la mappa del mondo, così come la conoscevamo, non esiste più. 

p. s. 18 giugno 2026, 07:21 CEST. Nelle ultime ore 24 ore il blog ha avuto  10.706 visualizzazioni da tutto il mondo: Singapore 4,37K Stati Uniti 3,42K Hong Kong 2,35K Italia 257 Messico 129 Brasile 68 Venezuela 66 India 25 Egitto 4 Paesi Bassi 4 Turchia 4 Germania 3 Regno Unito 2 Nigeria 2 Svezia 2 Canada 1  Vietnam 1                                             GRAZIE!


397. Dal Kenya dei Maestri al Sudan sul campo, passando per il Messico: il mio salto nel vuoto per amore dell'Antropologia. Storia di una singolare vocazione

  Foto d'epoca del Museo Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini" nella sua prima sede al Collegio Romano a Roma (CC Some righ...