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Foto
d'epoca del Museo Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini" nella sua
prima sede al Collegio Romano a Roma (CC Some rights Reserved, Museo delle
Civiltà, Roma). È esattamente così che l'ho conosciuto e ammirato, una sala dopo
l'altra, nel corso delle mie numerose visite negli anni '60. Rimasi affascinato
dalle centinaia (forse migliaia) di reperti etnografici provenienti dai più
diversi popoli del mondo. Un allestimento per certi versi simile all'attuale,
avvincente e grande salone del Museo Pitt Rivers di Oxford.
Le radici di una vocazione: la Roma degli anni '60 e la tentazione dell'esotico Nel 1966 avevo appena diciannove anni quando pubblicai il mio primo “pezzo” scientifico sulla rivista Africa di Roma: la recensione di un libro in lingua inglese. All'epoca mi ero appena diplomato come Ragioniere e Perito Commerciale ed avevo iniziato un percorso universitario in Economia e Commercio che sentivo assai lontano dai miei veri interessi. Tuttavia, scelsi di arricchire quel cammino inserendo discipline insegnate a Lettere, Magistero e Scienze Politiche. La mia vera iniziazione, in realtà, era cominciata qualche anno prima con una viscerale passione giovanile per gli Indios sudamericani: una vera e propria "fase virtuale" vissuta sui libri. Tuttavia, nella Roma degli anni '60, approfondire certe aree geografiche non era semplice. L'Asia faceva capo all'ISMEO: cercai persino di incontrare il leggendario Giuseppe Tucci, ma era in missione in Nepal e venni ricevuto dal direttore Alberto Giuganino. Frequentai per un periodo l'Istituto Giapponese di Cultura, dove ebbi l'opportunità di ascoltare e parlare con Fosco Maraini durante una sua lezione sui caratteri giapponesi. Per il Sud America le sponde istituzionali erano allora ridotte. La scelta dell'Africa divenne così quasi un passaggio obbligato, dettato da una presenza formidabile nella Capitale: l'Istituto Italiano per l’Africa, di cui iniziai a frequentare assiduamente la biblioteca. |
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Palazzo del Collegio Romano, Roma, 2018 (CC Some rights reserved, Krzysztof Golik) |
Alla scuola dei padri fondatori: il riflesso di Grottanelli, l'amicizia con Bernardi e il "segreto" di Firenze
Fu proprio in quegli anni, nel 1963, che accadde l'incontro
che avrebbe condizionato positivamente tutto il corso della mia vita.
Dopo diverse affascinanti ma anche meticolose “immersioni”
esplorative nelle sale del Museo Pigorini, allora al Collegio Romano, il
professor Vinigi Grottanelli, gigante dell'etnologia italiana e direttore
dell'Istituto dove si andava formando la cosiddetta "scuola romana",
mi volle incontrare.
In quei primi trepidanti colloqui, egli fu prodigo di
suggerimenti, consigli e incoraggiamenti che si stamparono indelebilmente nella
mia memoria e nella mia anima.
Come mi fu riferito anni dopo da persone a lui
vicine, Grottanelli rivedeva in me un po’ di quello che lui stesso era stato in
gioventù: un ragazzo ansioso di conoscere mondi "esotici" che stava
seguendo un itinerario di studi scolastici agli antipodi rispetto a quello
consono a un aspirante studioso dell’Uomo.
L’anno dopo, nel 1964, forte del suo sostegno, iniziavo le
mie prime ricerche museologiche e bibliografiche presso lo stesso Pigorini.
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| Basilea, 1965. Un frammento del mio viaggio nel secondo museo antropologico visitato in gioventù, immortalato con la mia Instamatic. Nelle sue sale si respirava l'eredità di Paul Wirz, figura straordinaria a cui ho dedicato ampio spazio nei miei libri sulle Grandi Avventure dell'Antropologia, intrecciandone il percorso alle eccezionali immagini della sala del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York intitolata a Michael Rockefeller. |
Nel 1966, nel corso della mia “luna di miele” a
Firenze, sarei stato in grado di visitare il mio terzo Museo di Antropologia, le cui porte erano allora strettamente serrate. Ormai avevo
rinunciato a visitarlo, quando inaspettatamente mi imbattei nella Professoressa
Claudia Massari. Sapevo della sua partecipazione ad una delle più imponenti
spedizioni interdisciplinari italiane in Africa, quella al lago Tana (Etiopia),
diretta dall’illustre esploratore-scienziato Giotto Dainelli. La mia
adolescenziale conoscenza di quella missione scientifica avrebbe, infatti,
schiuso per me e mia moglie le porte del Museo di Antropologia di Firenze...
Quando Vinigi Grottanelli scomparve nel 1993, la sua
perdita mi toccò molto da vicino. Scrissi una testimonianza per il Bollettino
della Società Geografica Italiana (poi incorporata in una delle mie figure
delle Grandi Avventure dell'Antropologia).
Qualche tempo dopo, fui sorpreso da una
telefonata della nuora di Grottanelli: mi disse che la vedova aveva pianto
leggendo il mio articolo, perché si vedeva chiaramente che non si trattava di
un testo di circostanza — come i tanti "coccodrilli" usciti in quei
giorni — ma del ricordo autentico di un legame profondo.
Quella mia passione
giovanile, d'altronde, era così precoce e accalorata da generare persino dei
singolari malintesi.
Ricordo uno scambio epistolare con il mio professore di
religione di allora.
Il testo era così ben argomentato che il professore,
sapendo che frequentavo la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, si
convinse che non fosse opera mia, bensì del direttore Armando Cepollaro.
Per
fare chiarezza, decise di farmi rispondere direttamente dal professor Bernardo
Bernardi, celebre antropologo culturale.
Quel singolare "esame" segnò
l'inizio di una lunga e profonda amicizia.
Negli anni successivi, quando andavo
a trovare il professor Bernardi per discutere dei miei articoli o delle mie prime
ricerche africane, se nel suo studio entrava qualche collega antropologo o
storico che non mi conosceva, lui esordiva sempre con un sorriso: "la sai
la storia di Franco Pelliccioni?".
Grazie a questi incoraggiamenti, negli anni successivi
proseguii i miei studi etno-antropologici.
Arrivarono i primi riconoscimenti
accademici come Cultore della Materia in Antropologia Culturale alla Facoltà di
Scienze Politiche di Bologna e all’Università di Cassino, e in Antropologia
Sociale alla LUISS di Roma.
La scelta della libertà: rinunciare all'oro per "la gloria"
La mia vita, del resto, stava prendendo una direzione
complessa e di profondo impatto personale. A diciannove anni sposai una ragazza
sudafricana, i cui genitori erano di prima lingua afrikaans.
Il contesto familiare dei miei suoceri,
inserito nell'establishment dell'epoca e legato da rapporti di amicizia con il
primo ministro Vorster, mi mise drammaticamente a contatto con le logiche del
razzismo e della segregazione.
Per ragioni squisitamente familiari e umane,
prima ancora che scientifiche, iniziai a interessarmi in modo viscerale all'apartheid
e alla questione dei bantustans, traducendo questa urgenza civile in diversi
saggi e articoli, alcuni dei quali pubblicati sulla prestigiosa rivista di
politica internazionale diretta da Giuseppe Vedovato.
Fu in quel momento che mi
trovai davanti a un bivio decisivo: in Sud Africa mi attendeva un futuro
economico eccellente e un ottimo posizionamento sociale assicurato dai suoceri.
Decisi tuttavia di rinunciare a tutto quel benessere materiale. La passione per
la conoscenza e per l'Africa era ormai troppo forte, e avevo già diverse
pubblicazioni all'attivo.
Per dirla con le parole di mia madre, rinunciai al
denaro per "la gloria", ossia per difendere e inseguire fermamente
ciò in cui credevo e la mia libertà di studioso.
Oltre l'Etnologia e l'Antropologia Culturale: l'incontro con i Maestri della Storia, della Sociologia, della Geografia e il dialogo internazionale con l'antropologa russa Rosa
Ismagilova
Sempre da giovanissimo, la mia non nascosta passione per le
culture “altre” mi avrebbe fatto incontrare altri Maestri dell'Etnologia e
dell'Antropologia Culturale, ma anche della Sociologia e della Storia
dell’Africa, che furono prodighi di consigli e di incoraggiamenti nei miei
confronti.
Tra questi, un ricordo particolare va al Presidente della Società
Geografica Italiana, il professor Carlo Della Valle, che frequentavo nel suo
palazzo di Via Cortina d'Ampezzo e che sostenne i miei primi articoli sul Bollettino
della Società. Allo stesso modo, Vittorio Lanternari mi apriva le porte
della Critica Sociologica di Ferrarotti, per dar voce alle mie ricerche,
mentre Gianni Statera avrebbe voluto coinvolgermi direttamente sul campo,
proponendomi di partire per una ricerca in Africa. A Magistero ebbi la fortuna di stringere una profonda amicizia con Luigi Goglia, studioso colto, affabile e di rara simpatia. Ricordo ancora con commozione quando mi fece dono di un paio di preziosi volumi fotografici sull'Africa coloniale; un gesto generoso che anticipava la sua brillante carriera di pioniere e antesignano nell'uso delle fonti iconografiche per la ricerca storica africana. La sua recente scomparsa lascia un grande vuoto in quanti ne hanno condiviso la giovinezza e gli ideali.
Quella stessa comune passione per il continente africano mi
spinse, nel 1980, a compiere un piccolo miracolo di diplomazia culturale.
Attraverso l'Istituto Italo-Africano, riuscii a far incontrare il professor Bernardo Bernardi con Rosa Ismagilova, una delle massime autorità
dell'antropologia sovietica e allora figura di vertice dell'Istituto per
l'Africa di Mosca.
Nonostante le rigidità della Guerra Fredda, tra noi nacque
una profonda sintonia intellettuale, tanto che Rosa mi invitò ufficialmente a
Mosca in occasione delle Olimpiadi del 1980.
Il nostro dialogo scientifico continuò l'anno successivo:
nel 1981, in veste di Chairman del Committee for Europe della Society for
Applied Anthropology (SfAA), ricambiai l'invito chiamandola a partecipare al
nostro Congresso internazionale a Edimburgo.
Fu un incontro memorabile.
Per
ringraziarmi della mia ospitalità, mi fece dono di alcune splendide
riproduzioni delle torri del Cremlino e di un piatto in peltro.
Oggetti che
ancora oggi custodisco e che mi ricordano come la passione per le culture "altre"
e la stima reciproca potessero, in quegli anni difficili, superare agilmente i
confini e le barriere ideologiche.
Un legame scientifico
profondo mi univa anche a Salvatore Bono, autorità mondiale nel campo degli
studi sui corsari e sulla pirateria nel Mediterraneo - a cui in seguito dedicai
un doveroso omaggio comprensivo di tutta la sua vasta bibliografia - il quale
fu tra i garanti scientifici del mio convegno sul Terzo Mondo, tenutosi nel
1982 al Palazzo dei Congressi all'EUR. In quel fecondo panorama accademico si
inserivano anche figure del calibro di Tullio Tentori, Carlo Giglio e Antonio
Enrico Leva, insieme a Teobaldo Filesi, allora direttore della prestigiosa
rivista Africa, e al simpatico etnologo napoletano Armando Cepollaro che dirigeva la biblioteca
dell'Istituto Italiano per l'Africa, sempre pronto a supportare le mie ricerche bibliografiche con generosa disponibilità.
L’intermezzo messicano: tra Sabbatucci e gli indios Huave
A metà degli anni 1970, un incontro fondamentale
segnò una svolta nel mio percorso: quello con il professor Dario Sabbatucci,
che visitai nella sua residenza. Grazie a lui, mi si aprì un'ulteriore e
stimolante finestra di ricerca incentrata sull'americanistica e sulle religioni
primitive.
Sabbatucci mi propose di frequentare l'Istituto di studi che faceva
capo alla rivista Culture, una realtà alla quale collaborai attivamente e che
mi permise di stringere una profonda e duratura amicizia con Gilberto Mazzoleni. Fu
proprio grazie alle coordinate scientifiche fornite da Gilberto e da Gerardo
Bamonte - i quali, insieme a Italo Signorini e a Giorgio Raimondo Cardona, avevano
effettuato importanti ricerche storiche ed etnografiche tra gli indios Huave di
San Mateo del Mar - che prese forma il mio intermezzo mesoamericano.
I colleghi
desideravano infatti che io saggiassi sul campo alcune loro teorie comparative
riguardanti la complessa relazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti
all'interno di quella specifica società di pescatori. Fu così che avviai la mia
ricerca a Santa Maria del Mar. Di quel nucleo di studiosi non potei conoscere
personalmente Cardona.
Incontrai invece Italo Signorini: non a
Roma, ma curiosamente in Canada, nel 1983, in occasione del Congresso Mondiale
delle Scienze Antropologiche svoltosi a Québec.
"Quattro amici al bar": il sodalizio romano e il sogno della Transiberiana
Quelli degli
anni '70 furono anche gli anni della giovinezza e di un sodalizio intellettuale
e affettivo straordinario. Subito dopo la laurea, per diverso tempo, si creò un
affiatato gruppo di amici, che usava riunirsi regolarmente a cena o nei
ristoranti romani.
Ne facevano parte Gianluigi Rossi, di cui ebbi il
privilegio di seguire la primissima lezione come professore incaricato di
Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici, Pierfranco Malizia, attento
studioso di sociologia rurale, Maria Gabriella Pasqualini Artom, che fresca di
divorzio arricchiva i nostri incontri raccontandoci l'esperienza vissuta nei
kibbutz israeliani, infine Evaldo Cavallaro. Memorabile rimarrà quella sera
in cui, tra il serio e l'ironico, ipotizzammo persino di mettere a segno un
colpo "alla Diabolik", pur di rimediare i fondi necessari per pagarci
un epico viaggio sulla Transiberiana.
Frattanto, davo inizio alle mie prime
ricerche sul terreno in Africa (Kenya e Sudan: 1976-1981) e in Mesoamerica (Messico: 1978).
Dopo essere stato
Ricercatore Associato presso le Università di Nairobi e di Khartoum, avrei
ottenuto due contratti d'insegnamento nelle Università di Salerno e di Firenze
(quest'ultimo non attivato per mancanza di fondi).
L’artigiano della cultura: trentasette libri e lo spirito
del Collegio Romano
Negli anni ho continuato a
costruire ogni mio prodotto culturale passo dopo passo, con la dedizione di un
buon artigiano.
Ho collaborato con numerose riviste e per 13 anni ho firmato
gli "articoli di spalla" per la Terza Pagina e il Supplemento
Domenicale dell’Osservatore Romano.
Ad oggi, ho firmato come autore 37 libri di
divulgazione scientifica e viaggi (anche in lingua inglese o bilingui) e due
volumi come coautore.
Ricordo ancora quando, nel lontano 1979, uscì il volume
Processi di comunicazione nell’ambito urbano (a cura di Claudio Stroppa, Pàtron
editore), che conteneva un mio saggio sui “Parking Boys” di Nairobi.
La prima e la seconda bozza dovettero essere controllate dal
coautore e sociologo urbano Franco Martinelli: io, in quel momento, ero
totalmente assorbito dalla mia ricerca sul campo in Sudan.
Un percorso lungo, iniziato tra le vetrine del Collegio
Romano e lo sguardo benevolo di grandi Maestri, che continuo a coltivare ancora
oggi con lo stesso spirito artigianale.
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p.s. 22 giugno 2026, ore 08:26 CEST. Nelle ultime 24 ore il blog ha avuto 2.220 visualizzazioni
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