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| L'edificio del Museo Africano, Roma. Già sede dell'Istituto Italiano per l'Africa, poi diventato Istituto Italo-Africano, infine parte dell'ISIAO, Istituto per l'Africa e l'Asia (CC, alcuni diritti riservati, foto Carlo Dani, 2018) |
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| Palazzo del Collegio Romano, Roma, 2018 (CC Some rights reserved, Krzysztof Golik) |
Alla scuola dei padri fondatori: il riflesso di Grottanelli
e l'amicizia con Bernardi
Fu proprio in quegli anni, nel 1963, che accadde l'incontro
che avrebbe condizionato positivamente tutto il corso della mia vita.
Dopo diverse affascinanti ma anche meticolose “immersioni”
esplorative nelle sale del Museo Pigorini, allora al Collegio Romano, il
professor Vinigi Grottanelli, gigante dell'etnologia italiana e direttore
dell'Istituto dove si andava formando la cosiddetta "scuola romana",
mi volle incontrare.
In quei primi trepidanti colloqui, egli fu prodigo di suggerimenti, consigli e incoraggiamenti che si stamparono indelebilmente nella mia memoria e nella mia anima.
Come mi fu riferito anni dopo da persone a lui
vicine, Grottanelli rivedeva in me un po’ di quello che lui stesso era stato in
gioventù: un ragazzo ansioso di conoscere mondi "esotici" che stava
seguendo un itinerario di studi scolastici agli antipodi rispetto a quello
consono a un aspirante studioso dell’Uomo.
L’anno dopo, nel 1964, forte del suo sostegno, iniziavo le
mie prime ricerche museologiche e bibliografiche presso lo stesso Pigorini.
Quando questo grande Maestro scomparve nel 1993, la sua perdita mi toccò molto da vicino. Scrissi una testimonianza per il Bollettino della Società Geografica Italiana (poi incorporata in una delle mie figure delle Grandi Avventure dell'Antropologia).
Qualche tempo dopo, fui sorpreso da una telefonata della nuora di Grottanelli: mi disse che la vedova aveva pianto leggendo il mio articolo, perché si vedeva chiaramente che non si trattava di un testo di circostanza — come i tanti "coccodrilli" usciti in quei giorni — ma del ricordo autentico di un legame profondo.
Quella mia passione giovanile, d'altronde, era così precoce e accalorata da generare persino dei singolari malintesi.
Ricordo uno scambio epistolare con il mio professore di religione di allora.
Il testo era così ben argomentato che il professore, sapendo che frequentavo la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, si convinse che non fosse opera mia, bensì del direttore Armando Cepollaro.
Per fare chiarezza, decise di farmi rispondere direttamente dal professor Bernardo Bernardi, celebre antropologo culturale.
Quel singolare "esame" segnò l'inizio di una lunga e profonda amicizia.
Negli anni successivi, quando andavo
a trovare il professor Bernardi per discutere dei miei articoli o delle mie prime
ricerche africane, se nel suo studio entrava qualche collega antropologo o
storico che non mi conosceva, lui esordiva sempre con un sorriso: "la sai
la storia di Franco Pelliccioni?".
Grazie a questi incoraggiamenti, negli anni successivi proseguii i miei studi etno-antropologici.
Arrivarono i primi riconoscimenti
accademici come Cultore della Materia in Antropologia Culturale alla Facoltà di
Scienze Politiche di Bologna e all’Università di Cassino, e in Antropologia
Sociale alla LUISS di Roma.
La scelta della libertà: rinunciare all'oro per "la gloria"
La mia vita, del resto, stava prendendo una direzione complessa e di profondo impatto personale. A diciannove anni sposai una ragazza sudafricana, i cui genitori erano di prima lingua afrikaans.
Il contesto familiare dei miei suoceri, inserito nell'establishment dell'epoca e legato da rapporti di amicizia con il primo ministro Vorster, mi mise drammaticamente a contatto con le logiche del razzismo e della segregazione.
Per ragioni squisitamente familiari e umane, prima ancora che scientifiche, iniziai a interessarmi in modo viscerale all'apartheid e alla questione dei bantustans, traducendo questa urgenza civile in diversi saggi e articoli, alcuni dei quali pubblicati sulla prestigiosa rivista di politica internazionale diretta da Giuseppe Vedovato.
Fu in quel momento che mi trovai davanti a un bivio decisivo: in Sud Africa mi attendeva un futuro economico eccellente e un ottimo posizionamento sociale assicurato dai suoceri.
Decisi tuttavia di rinunciare a tutto quel benessere materiale. La passione per la conoscenza e per l'Africa era ormai troppo forte, e avevo già diverse pubblicazioni all'attivo.
Per dirla con le parole di mia madre, rinunciai al denaro per "la gloria", ossia per difendere e inseguire fermamente ciò in cui credevo e la mia libertà di studioso.
Oltre l'Etnologia e l'Antropologia Culturale: l'incontro con i Maestri della Storia, della Sociologia, della Geografia
Sempre da giovanissimo, la mia non nascosta passione per le culture “altre” mi avrebbe fatto incontrare altri Maestri dell'Etnologia e dell'Antropologia Culturale, ma anche della Sociologia e della Storia dell’Africa, che furono prodighi di consigli e di incoraggiamenti nei miei confronti.
Tra questi, un ricordo particolare va al Presidente della Società Geografica Italiana, il professor Carlo Della Valle, che frequentavo nel suo palazzo di Via Cortina d'Ampezzo e che sostenne i miei primi articoli sul Bollettino della Società. Allo stesso modo, Vittorio Lanternari mi apriva le porte della Critica Sociologica di Ferrarotti, per dar voce alle mie ricerche, mentre Gianni Statera avrebbe voluto coinvolgermi direttamente sul campo, proponendomi di partire per una ricerca in Africa. A Magistero ebbi la fortuna di stringere una profonda amicizia con Luigi Goglia, studioso colto, affabile e di rara simpatia. Ricordo ancora con commozione quando mi fece dono di un paio di preziosi volumi fotografici sull'Africa coloniale; un gesto generoso che anticipava la sua brillante carriera di pioniere e antesignano nell'uso delle fonti iconografiche per la ricerca storica africana. La sua recente scomparsa lascia un grande vuoto in quanti ne hanno condiviso la giovinezza e gli ideali.
Un legame scientifico profondo mi univa anche a Salvatore Bono, autorità mondiale nel campo degli studi sui corsari e sulla pirateria nel Mediterraneo - a cui in seguito dedicai un doveroso omaggio comprensivo di tutta la sua vasta bibliografia - il quale fu tra i garanti scientifici del mio convegno sul Terzo Mondo, tenutosi nel 1982 al Palazzo dei Congressi all'EUR. In quel fecondo panorama accademico si inserivano anche figure del calibro di Tullio Tentori, Carlo Giglio e Antonio Enrico Leva, insieme a Teobaldo Filesi, allora direttore della prestigiosa rivista Africa, e al simpatico etnologo napoletano Armando Cepollaro che dirigeva la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, sempre pronto a supportare le mie ricerche bibliografiche con generosa disponibilità.
L’intermezzo messicano: tra Sabbatucci e gli indios Huave
A metà degli anni 1970, un incontro fondamentale segnò una svolta nel mio percorso: quello con il professor Dario Sabbatucci, che visitai nella sua residenza. Grazie a lui, mi si aprì un'ulteriore e stimolante finestra di ricerca incentrata sull'americanistica e sulle religioni primitive.
Sabbatucci mi propose di frequentare l'Istituto di studi che faceva capo alla rivista Culture, una realtà alla quale collaborai attivamente e che mi permise di stringere una profonda e duratura amicizia con Gilberto Mazzoleni. Fu proprio grazie alle coordinate scientifiche fornite da Gilberto e da Gerardo Bamonte - i quali, insieme a Italo Signorini e a Giorgio Raimondo Cardona, avevano effettuato importanti ricerche storiche ed etnografiche tra gli indios Huave di San Mateo del Mar - che prese forma il mio intermezzo mesoamericano.
I colleghi desideravano infatti che io saggiassi sul campo alcune loro teorie comparative riguardanti la complessa relazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti all'interno di quella specifica società di pescatori. Fu così che avviai la mia ricerca a Santa Maria del Mar. Di quel nucleo di studiosi non potei conoscere personalmente Cardona.
Incontrai invece Italo Signorini: non a Roma, ma curiosamente in Canada, nel 1983, in occasione del Congresso Mondiale delle Scienze Antropologiche svoltosi a Québec.
"Quattro amici al bar": il sodalizio romano e il sogno della Transiberiana
Quelli degli anni '70 furono anche gli anni della giovinezza e di un sodalizio intellettuale e affettivo straordinario. Subito dopo la laurea, per diverso tempo, si creò un affiatato gruppo di amici, che usava riunirsi regolarmente a cena o nei ristoranti romani.
Ne facevano parte Gianluigi Rossi, di cui ebbi il privilegio di seguire la primissima lezione come professore incaricato di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici, Pierfranco Malizia, attento studioso di sociologia rurale, Maria Gabriella Pasqualini Artom, che fresca di divorzio arricchiva i nostri incontri raccontandoci l'esperienza vissuta nei kibbutz israeliani, infine Evaldo Cavallaro. Memorabile rimarrà quella sera in cui, tra il serio e l'ironico, ipotizzammo persino di mettere a segno un colpo "alla Diabolik", pur di rimediare i fondi necessari per pagarci un epico viaggio sulla Transiberiana.
Frattanto, davo inizio alle mie prime ricerche sul terreno in Africa (Kenya e Sudan: 1976-1981) e in Mesoamerica (Messico: 1978).
Dopo essere stato Ricercatore Associato presso le Università di Nairobi e di Khartoum, avrei ottenuto due contratti d'insegnamento nelle Università di Salerno e di Firenze (quest'ultimo non attivato per mancanza di fondi).
L’artigiano della cultura: trentasette libri e lo spirito
del Collegio Romano
Negli anni ho continuato a costruire ogni mio prodotto culturale passo dopo passo, con la dedizione di un buon artigiano.
Ho collaborato con numerose riviste e per 13 anni ho firmato gli "articoli di spalla" per la Terza Pagina e il Supplemento Domenicale dell’Osservatore Romano.
Ad oggi, ho firmato come autore 37 libri di
divulgazione scientifica e viaggi (anche in lingua inglese o bilingui) e due
volumi come coautore.
Ricordo ancora quando, nel lontano 1979, uscì il volume
Processi di comunicazione nell’ambito urbano (a cura di Claudio Stroppa, Pàtron
editore), che conteneva un mio saggio sui “Parking Boys” di Nairobi.
La prima e la seconda bozza dovettero essere controllate dal
coautore e sociologo urbano Franco Martinelli: io, in quel momento, ero
totalmente assorbito dalla mia ricerca sul campo in Sudan.
Un percorso lungo, iniziato tra le vetrine del Collegio
Romano e lo sguardo benevolo di grandi Maestri, che continuo a coltivare ancora
oggi con lo stesso spirito artigianale.
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