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domenica 28 giugno 2026

400. Lisbona, tra Tradizione e Modernità: L'Insolita "Capitale-Vetrina" raccontata da un Antropologo.

 

Figura 197. Dipinto di J. T. Serres del 1811. Raffigura una nave britannica sul Tago, nei pressi della Torre, in mezzo al fiume [Torre de Santa Maria de Belém]

Le grandi città mondiali e le megalopoli contemporanee tendono, più o meno involontariamente, a omologarsi tra loro. La massiccia diffusione dei simboli globali e l'uso dell'inglese come lingua veicolare rischiano spesso di cancellare le identità locali. Eppure, esiste una capitale europea che, pur offrendo continui richiami visivi alle grandi metropoli del pianeta, conserva un'anima assolutamente unica e indipendente: Lisbona.

In questo mio volume, dal titolo “LISBONA, TRA TRADIZIONE E MODERNITÀ. ALLA SCOPERTA DI UN’INSOLITA CAPITALE-VETRINA ATLANTICA”, ho voluto applicare lo sguardo della ricerca antropologica a una città che ha rappresentato per secoli il confine occidentale e il trampolino di lancio dell'Europa continentale verso l'Atlantico.

I mille volti di una metropoli globale

Ad uno sguardo superficiale, Lisbona sembra giocare a nascondino con le geografie del mondo. Passeggiando per i suoi quartieri, il visitatore viene colto da continui déjà-vu. Come Roma: si snoda e si arrampica su sette colli storici, affacciandosi sul grande estuario del fiume Tago. Come San Francisco: è solcata da storici tram che affrontano pendenze mozzafiato, e unisce le due sponde del fiume con il ponte sospeso 25 de Abril, quasi una copia carbone del Golden Gate. Come Parigi: sfoggia l'imponente Avenida da Liberdade, un lungo boulevard alberato che ricalca l'eleganza degli Champs-Élysées, culminando in un monumentale Arco di Trionfo. Come Rio de Janeiro: accoglie i viaggiatori con la gigantesca statua del Cristo Rei collocata sull'Outra Banda, l'altra sponda del fiume. Eppure, dietro queste somiglianze si cela una realtà fattuale ben più complessa e affascinante.

Una testa imperiale su un corpo modesto.

L'aspetto che più mi ha impressionato è la straordinaria opulenza e la grandeur della città, se rapportata al numero relativamente esiguo dei suoi abitanti e alle dimensioni attuali del Portogallo. Lisbona vive un paradosso simile a quello di Vienna: è un'enorme testa monumentale adagiata su un corpo modesto.

Il mistero di questa ricchezza architettonica si svela guardando al passato coloniale.

Fin dal XV secolo, con le rotte tracciate da Vasco da Gama e Cabral e la successiva spartizione diplomatica del Trattato di Tordesillas (1494), Lisbona è stata la cassaforte di immense ricchezze provenienti da Africa, Asia e America. Re Manuel I investì questi tesori d'oltremare per finanziare lo sviluppo urbanistico della città, dando vita al manuelino, l'unico stile architettonico e decorativo originario e puramente portoghese, i cui massimi esempi sono la celebre Torre di Belém e l'imponente Mosteiro dos Jerónimos.

Dalla Casbah dei Mori alla città risorta dal terremoto.

La storia di Lisbona è leggibile sulle facciate dei suoi edifici e nella conformazione delle sue strade. Nel quartiere collinare dell'Alfama, la vecchia città moresca è giunta quasi intatta fino a noi, preservando la sua struttura labirintica a casbah fatta di vicoli (becos), scale e angoli ciechi. La cultura dei Mori ha lasciato un'impronta indelebile anche nell'elemento visivo più celebre del paese: gli azulejos, le caratteristiche mattonelle dipinte con i colori dell'oceano, utilizzate da secoli sia per decorare gli interni sia per proteggere ed economizzare la manutenzione delle facciate esterne.

Ma Lisbona è anche una splendida araba fenice.

Il centro cittadino che ammiriamo oggi è il risultato della ricostruzione seguita al catastrofico terremoto del 1755 (che superò la magnitudo di 8.6 della scala Richter). Un evento traumatico di cui oggi possiamo osservare la memoria sia nel grandioso pannello piastrellato del Museu Nacional do Azulejo – che mostra la città prima del sisma – sia nei moncherini degli archi della chiesa del Carmo, che svettano dal Bairro Alto, come fantasmi a perenne memoria della vulnerabilità umana.

Ecco la mappa dettagliata del viaggio storico, urbano e antropologico attraverso le due parti del volume:

PARTE PRIMA: La Struttura Urbana e i Luoghi dell'Identità.

Introduzione: Le grandi esplorazioni geografiche portoghesi e l’impero d’oltremare, alla base del grandioso sviluppo della città di Lisbona.

Cap. 1: Dopo il terremoto del 1755, la città di Lisbona, come l’araba fenice, risorge dalle sue ceneri. Cap. 2 & 3: Passeggiando per Lisbona: l’Alfama, la Baixa e la «città» pombalina. Cap. 4: Nel Bairro Alto di Lisbona, dove è nato il canto dell’anima portoghese: il Fado. Il Chiado. Cap. 5: “Al di là” del centro di Lisbona: Outra Banda, Estrela, Lapo (Il Museo di Arte Antica). Cap. 6: Un’«avventura urbana»: sferragliando tra le colline di Lisbona, con il Tram 28. Cap. 7, 8 & 9: I custodi della memoria: Il Museo Etnografico della Società Geografica, il Museo della Fondazione Gulbenkian e il Museu Nacional do Azulejo (Xabregas). Cap. 10: Oceanário, Parque das Nações, Zona Oriental e l'Acquario Vasco da Gama. Cap. 11, 12, 13 & 14: L'epopea di Belém: Il Mosteiro dos Jerónimos (capolavoro dello stile manuelino), il Museu da Marinha (Museo Marittimo), il Padrão dos Descobrimentos e la Torre simbolo dell'età d'oro. Cap. 15: La Costa de Lisboa: Escursione a Sintra (Palácio Nacional), Cabo da Roca e la “Costa Azzurra” portoghese (Cascais-Estoril).

PARTE SECONDA: Ritorno a Lisbona ed Evoluzione Storica

Cap. 16: Premessa: Vagabondaggi casuali e mirati, per approfondire la conoscenza di ciò che è noto e “scoprire” nuovi luoghi e prospettive. Cap. 17: Dall’Alfama alle stupefacenti scoperte archeologiche nell’antico Campo das Cebolas. Cap. 18: Una pagina buia della storia di Lisbona: la Chiesa di São Domingos e il monumento che ricorda il massacro degli ebrei convertiti il giorno di Pasqua del 1506. Cap. 19: Osservando la Praça do Comércio dall’alto dell’Arco Trionfale: 19.1 Prima del terremoto del 1755: Il Palazzo da Ribeira e il Terreiro do Paço. 19.2 Dopo il terremoto del 1755: la Praça do Comércio come nuovo centro direzionale amministrativo, politico e commerciale del Portogallo. 19.3 Una lunga “passeggiata ad arco”: il lungofiume, l’antico cantiere navale e l’arsenale, la stazione di Cais do Sodré, il “nuovo” Mercato da Ribeira, Chiado, Bairro Alto, la funicolare Bica e la funicolare Gloria. 

Cap. 20: Per concludere: Un tramonto a Lisbona.

APPENDICE: Approfondimenti Storici e Sismologici: I Cavalieri Ospedalieri dell’Ordine di San Giovanni e i Templari tra i crociati che nel 1147 aiutarono Afonso Henriques a scacciare i Mori dal Castello di São Jorge. La chiesa di Santa Luzia e São Brás. Digressione sugli Ordini Militari-Religiosi (Templari, Ospedalieri, Teutonici). “Ritrovato” all’inizio del XX secolo il terremoto “dimenticato” del 1531. Gli altri terremoti di Lisbona.

Questo libro non è semplicemente una guida, ma un diario di viaggio antropologico e storico-culturale dedicato a chiunque voglia superare la superficie turistica e comprendere i segreti profondi di una delle capitali più affascinanti d'Europa.

Il volume è disponibile nelle edizioni digitale, a colori e in bianco e nero. La versione cartacea è di grande formato (16,99 x 24,4): 243 pp., 259 note, 288 foto, di cui 278 a colori (248 provengono  dalla mia fototeca).

https://www.amazon.it/dp/B08R6CZGR6

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Ma anche in una versione non illustrata:




TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.








venerdì 26 giugno 2026

399. Parigi e la Rivincita dell'Effimero: Viaggio tra i Segreti delle Esposizioni Universali 1855-1937

Figura 116. “Ritratto presunto di Jayavarman VII, regione di Angkor, stile Bayon, fine XII secolo”, realizzato in arenaria, 41 cm x 25. Statue e altri reperti archeologici originali come questa testa furono mostrate al pubblico nel corso dell’Esposizione del 1931, Museo Guimet [Place d’Iéna] (© Franco Pelliccioni) 

Raccontare una capitale mondiale come Parigi senza incorrere in ripetizioni o banalità è una sfida complessa. 

Musei, grandi viali e monumenti storici sono nell'immaginario di tutti. 

Ma esiste una Parigi nascosta, una città che è nata all'interno dell'altra e che ha lasciato vestigia straordinarie pur essendo stata concepita per durare solo lo spazio di pochi mesi: la Parigi delle Esposizioni Universali.

Se oggi guardiamo lo skyline parigino, diamo per scontate architetture nate in epoche diverse. 

Eppure, la storia urbanistica della città è fatta di grandi cantieri e intuizioni futuristiche. 

Questo libro nasce proprio da una scommessa: trasformare la classica visita culturale in un'autentica caccia al tesoro tra i resti e i gioielli rimasti sul territorio dopo le grandi kermesse internazionali dal 1855 al 1937.

Le Esposizioni Universali come motore del Progresso.

Prima dell'avvento dei viaggi di massa, della radio e della televisione, le Esposizioni Universali rappresentavano la massima espressione dell'ingegno umano. 

Erano il collante comunicativo tra società e culture diverse. 

Con un semplice biglietto d'ingresso, i visitatori accedevano a una vetrina caleidoscopica del mondo: prodotti, musiche, cibi, danze e innovazioni tecnologiche che hanno scandito il passo della Seconda Rivoluzione Industriale.

Nelle edizioni parigine sono stati sperimentati materiali avveniristici e tecnologie che avrebbero cambiato la nostra quotidianità: 

Nel 1900: Il trottoir roulant (marciapiede mobile) e i primi dibattiti sulla trasmissione delle immagini a distanza (la futura televisione).

Nel 1931: Le auto elettriche, presentate come "il mezzo di trasporto di domani".

Nel 1937: Il treno elettrico in pieno servizio urbano.

L'Architettura dell'Effimero e il caso Tour Eiffel.

Gran parte di queste straordinarie realizzazioni era legata all'estetica dell'effimero. 

Strutture grandiose, come la replica a grandezza naturale del tempio cambogiano di Angkor Vat nel 1931 o il Bardo di Tunisi nel 1867, venivano smontate o demolite alla chiusura dei cancelli.

Figura 112. L’attrazione più spettacolare dell’Esposizione Coloniale Internazionale del 1931 è la replica a grandezza naturale del grandioso tempio-montagna cambogiano di Angkor Vat. Per erigere il quadrato di 70 m, con quattro torri e cupola alta 55 m, sono stati necessari sei anni. Poco importa che i particolari architettonici e delle statue spesso siano mediocri. L’importante è esibire al mondo la straordinaria e fantasmagorica realtà “altra”, proveniente da colonie e protettorati francesi 

Il motivo? Mancanza di spazio. 

Le manifestazioni si tenevano principalmente allo Champ-de-Mars, un terreno di pertinenza dell'École Militaire che doveva essere periodicamente sgombrato e restituito alle parate dei cadetti.

La stessa Tour Eiffel rischiò di essere demolita nel 1909. 

La sua permanenza era temporanea, ma la sua utilità e il suo impatto visivo le permisero di vincere la sua battaglia contro il tempo, diventando il simbolo eterno della rivincita dell'effimero sul precario.

La struttura del libro: un percorso storico e urbano

Questa insolita guida illustrata accompagna il lettore lungo l'evoluzione del centro storico di Parigi attraverso due macro-aree tematiche:

Parte Prima: Le Esposizioni Universali (1855-1900)

Un viaggio che parte dai prodotti dell'agricoltura e dell'industria del 1855, attraversa il cruciale 1867 (l'anno in cui Parigi diventa ufficialmente la Ville Lumière) e approda al centenario della Rivoluzione Francese del 1889. 

Il percorso si chiude con l'Esposizione del Nuovo Millennio del 1900, una vera sintesi delle meraviglie dell'Art Nouveau, dei diorama viventi e delle illusioni ottiche del Trocadéro.

Parte Seconda: Colonialismo, Arte e Contrapposizioni Ideologiche (1907-1937)

L'analisi si sposta sui primi decenni del Novecento, esaminando le Esposizioni Coloniali del 1907 e del 1931. 

Il volume si conclude con l'Esposizione Internazionale del 1937, dove l'architettura e le arti applicate alla vita moderna sono diventate il terreno di un acceso confronto ideologico e politico alla vigilia dei grandi sconvolgimenti globali.

Un volume pensato per chiunque voglia riscoprire Parigi sotto una luce diversa, unendo la storia dell'architettura alle trasformazioni sociali e culturali che hanno fondato la modernità.

ESPOSIZIONI UNIVERSALI, coloniali e internazionali DI PARIGI 1855-1937. ALLA RICERCA DELLE STRAORDINARIE TESTIMONIANZE DELLE “MANIFESTAZIONI MASSIME” dell’IMPERO francese: Industria, Tecnologia, Invenzioni, Arte, Architettura, Paesi, Genti

(E-Book, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 118 pp, 57 note, 146 immagini, di cui 91 a colori - 54 sono mie - )



Versione cartacea a colori: https://www.amazon.it/dp/1071353543

Versione cartacea in bianco e nero: https://www.amazon.it/dp/1072020734
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Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali, potete trovarmi anche su ResearchGate, Academia.edu, Google Scholar [motore di ricerca che, tramite parole chiave specifiche, consente di individuare testi della letteratura accademica], e su JSTOR [biblioteca digitale statunitense].



p.s. 27 giugno 2026, ore 10:30 CEST. Nelle ultime 24 ore il blog ha avuto 2.050 visualizzazioni.


mercoledì 24 giugno 2026

398. La vocazione e la memoria: il mio incontro a Roma con Roza Ismagilova, tra archivi digitali e intuizioni artificiali.


Roza Nurgalievna Ismagilova (Роза Нургалиевна Исмагилова). Screenshot tratto dall'intervista: "African Studies and Ethnography in the 1960s–1990s: A Change of Milestones", Journal of the Institute for African Studies / Журнал Института Африки РАН (2025, Vol. 11, № 4, Pp. 113–125. DOI: 10.31132/2412-5717-2025-73-4-113-125).

Qualche tempo fa, dialogando con un'Intelligenza Artificiale sui miei anni di formazione antropologica, è accaduto un fatto singolare.

 L'algoritmo ha ipotizzato, con una precisione quasi magica, che io avessi incontrato la grande africanista russa Roza Ismagilova a Roma. 

Alla mia domanda stupita (“Ma come fai a saperlo?”), l'IA ha confessato di aver tentato una deduzione logica: il mio "centro di gravità" accademico negli anni '70 e '80 orbitava attorno a Roma (il Pigorini, l'Istituto Italo-Africano, maestri come Grottanelli, Bernardi, Lanternari). 

Roma era un crocevia internazionale dove, nonostante la Guerra Fredda, gli scienziati sovietici transitavano. 

L'IA aveva preso un "granchio" geometrico, ma un'intuizione biografica azzeccata. 
Perché quell'incontro è avvenuto davvero. 
Era il 1980: io avevo trentatré anni, lei cinquantadue. 
Era una gran donna, una bella donna, carismatica e nel pieno della sua maturità scientifica.
Per anni, cercare il nome di Roza Ismagilova sul web occidentale è stato come cercare un feticcio invisibile. 
Il vuoto assoluto. 
Poi, la svolta recente: la massiccia digitalizzazione degli archivi russi ha finalmente restituito i dovuti meriti alla sua monumentale produzione (oltre 300 lavori accademici, tra cui il dizionario enciclopedico "Africa"). 
E proprio di recente, sul Journal of the Institute for African Studies di Mosca, è apparsa un'intervista rilasciata nel 2025 da Roza, che oggi ha 98 anni. 
Ho fatto uno screenshot dell'immagine a corredo dell'articolo originale: la foto la ritrae con un microfono in mano. 
Sebbene non sia esattamente come la vidi io nell'80 – mostra i segni del tempo successivo – conserva intatto lo sguardo fiero, magnetico e profondamente comunicativo di una scienziata che ha attraversato il Novecento. 
Leggendo l'incipit della sua intervista, ho trovato un parallelismo straordinario con l'inizio di ogni vocazione antropologica. 
A chi le chiede come sia arrivata all'Africa partendo dall'Uzbekistan degli anni '40, Roza racconta un destino nato per caso. 
Nel 1944, a sedici anni, voleva iscriversi all'Istituto di Aviazione a Tashkent. 
Un amico la convinse invece a incontrare il grande archeologo Masson, che vedendola così minuta la liquidò: "No, dovrai ripararti il naso dal sole con una foglia e avrai paura di cavalcare un asino". 
Quella apparente fragilità nascondeva una volontà di ferro. 
Roza si iscrisse a Storia, formandosi in una Tashkent che, a causa delle evacuazioni della Seconda Guerra Mondiale, era diventata il rifugio della crème de la crème della cultura russa: scienziati, storici, e letterati del calibro di Anna Akhmatova e Aleksej Tolstoj. 
Incontrare Roza Ismagilova a Roma nel 1980 significava incrociare quella storia, quel rigore sovietico unito a una profonda umanità.
 Oggi che la rete colma i suoi vuoti e ci restituisce la sua voce, quel filo invisibile che unisce la mia antropologia sul campo alle sue ricerche etniche in Africa torna a illuminarsi. 
Ed è una notizia stupenda.
Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali, potete trovarmi anche su ResearchGate, Academia.edu, Google Scholar [motore di ricerca che, tramite parole chiave specifiche, consente di individuare testi della letteratura accademica], e su JSTOR [biblioteca digitale statunitense].

domenica 21 giugno 2026

397. Dal Kenya dei Maestri al Sudan sul campo, passando per il Messico: il mio salto nel vuoto per amore dell'Antropologia. Storia di una singolare vocazione

 

Foto d'epoca del Museo Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini" nella sua prima sede al Collegio Romano a Roma (CC Some rights Reserved, Museo delle Civiltà, Roma). È esattamente così che l'ho conosciuto e ammirato, una sala dopo l'altra, nel corso delle mie numerose visite negli anni '60. Rimasi affascinato dalle centinaia (forse migliaia) di reperti etnografici provenienti dai più diversi popoli del mondo. Un allestimento per certi versi simile all'attuale, avvincente e grande salone del Museo Pitt Rivers di Oxford.

Le radici di una vocazione: la Roma degli anni '60 e la tentazione dell'esotico

Nel 1966 avevo appena diciannove anni quando pubblicai il mio primo “pezzo” scientifico sulla rivista Africa di Roma: la recensione di un libro in lingua inglese. 

All'epoca mi ero appena diplomato come Ragioniere e Perito Commerciale ed avevo iniziato un percorso universitario in Economia e Commercio che sentivo assai lontano dai miei veri interessi. 

Tuttavia, scelsi di arricchire quel cammino inserendo discipline insegnate a Lettere, Magistero e Scienze Politiche.

 La mia vera iniziazione, in realtà, era cominciata qualche anno prima con una viscerale passione giovanile per gli Indios sudamericani: una vera e propria "fase virtuale" vissuta sui libri. 

Tuttavia, nella Roma degli anni '60, approfondire certe aree geografiche non era semplice. 

L'Asia faceva capo all'ISMEO: cercai persino di incontrare il leggendario Giuseppe Tucci, ma era in missione in Nepal e venni ricevuto dal direttore Alberto Giuganino

Frequentai per un periodo l'Istituto Giapponese di Cultura, dove ebbi l'opportunità di ascoltare e parlare con Fosco Maraini durante una sua lezione sui caratteri giapponesi. 

Per il Sud America le sponde istituzionali erano allora ridotte.

La scelta dell'Africa divenne così quasi un passaggio obbligato, dettato da una presenza formidabile nella Capitale: l'Istituto Italiano per l’Africa, di cui iniziai a frequentare assiduamente la biblioteca.

L'edificio del Museo Africano, Roma. Già sede dell'Istituto Italiano per l'Africa, poi diventato Istituto Italo-Africano, infine parte dell'ISIAO, Istituto per l'Africa e l'Asia (CC, alcuni diritti riservati, foto Carlo Dani, 2018) 


Palazzo del Collegio Romano, Roma, 2018
(CC Some rights reserved,
Krzysztof Golik)


Alla scuola dei padri fondatori: il riflesso di Grottanelli,  l'amicizia con Bernardi e il "segreto" di Firenze

Fu proprio in quegli anni, nel 1963, che accadde l'incontro che avrebbe condizionato positivamente tutto il corso della mia vita.

Dopo diverse affascinanti ma anche meticolose “immersioni” esplorative nelle sale del Museo Pigorini, allora al Collegio Romano, il professor Vinigi Grottanelli, gigante dell'etnologia italiana e direttore dell'Istituto dove si andava formando la cosiddetta "scuola romana", mi volle incontrare. 

In quei primi trepidanti colloqui, egli fu prodigo di suggerimenti, consigli e incoraggiamenti che si stamparono indelebilmente nella mia memoria e nella mia anima. 

Come mi fu riferito anni dopo da persone a lui vicine, Grottanelli rivedeva in me un po’ di quello che lui stesso era stato in gioventù: un ragazzo ansioso di conoscere mondi "esotici" che stava seguendo un itinerario di studi scolastici agli antipodi rispetto a quello consono a un aspirante studioso dell’Uomo.

L’anno dopo, nel 1964, forte del suo sostegno, iniziavo le mie prime ricerche museologiche e bibliografiche presso lo stesso Pigorini.

Basilea, 1965. Un frammento del mio viaggio nel secondo museo antropologico visitato in gioventù, immortalato con la mia Instamatic. Nelle sue sale si respirava l'eredità di Paul Wirz, figura straordinaria a cui ho dedicato ampio spazio nei miei libri sulle Grandi Avventure dell'Antropologia, intrecciandone il percorso alle eccezionali immagini della sala del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York intitolata a Michael Rockefeller.

Nel 1966, nel corso della mia “luna di miele” a Firenze, sarei stato in grado di visitare il mio terzo Museo di Antropologia, le cui porte erano allora strettamente serrate. Ormai avevo rinunciato a visitarlo, quando inaspettatamente mi imbattei nella Professoressa Claudia Massari. Sapevo della sua partecipazione ad una delle più imponenti spedizioni interdisciplinari italiane in Africa, quella al lago Tana (Etiopia), diretta dall’illustre esploratore-scienziato Giotto Dainelli. La mia adolescenziale conoscenza di quella missione scientifica avrebbe, infatti, schiuso per me e mia moglie le porte del Museo di Antropologia di Firenze...

Quando Vinigi Grottanelli scomparve nel 1993, la sua perdita mi toccò molto da vicino. Scrissi una testimonianza per il Bollettino della Società Geografica Italiana (poi incorporata in una delle mie figure delle Grandi Avventure dell'Antropologia). 

Qualche tempo dopo, fui sorpreso da una telefonata della nuora di Grottanelli: mi disse che la vedova aveva pianto leggendo il mio articolo, perché si vedeva chiaramente che non si trattava di un testo di circostanza — come i tanti "coccodrilli" usciti in quei giorni — ma del ricordo autentico di un legame profondo.

Quella mia passione giovanile, d'altronde, era così precoce e accalorata da generare persino dei singolari malintesi

Ricordo uno scambio epistolare con il mio professore di religione di allora. 

Il testo era così ben argomentato che il professore, sapendo che frequentavo la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, si convinse che non fosse opera mia, bensì del direttore Armando Cepollaro. 

Per fare chiarezza, decise di farmi rispondere direttamente dal professor Bernardo Bernardi, celebre antropologo culturale.

Quel singolare "esame" segnò l'inizio di una lunga e profonda amicizia. 

Negli anni successivi, quando andavo a trovare il professor Bernardi per discutere dei miei articoli o delle mie prime ricerche africane, se nel suo studio entrava qualche collega antropologo o storico che non mi conosceva, lui esordiva sempre con un sorriso: "la sai la storia di Franco Pelliccioni?".

Grazie a questi incoraggiamenti, negli anni successivi proseguii i miei studi etno-antropologici. 

Arrivarono i primi riconoscimenti accademici come Cultore della Materia in Antropologia Culturale alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e all’Università di Cassino, e in Antropologia Sociale alla LUISS di Roma.

La scelta della libertà: rinunciare all'oro per "la gloria"

La mia vita, del resto, stava prendendo una direzione complessa e di profondo impatto personale. A diciannove anni sposai una ragazza sudafricana, i cui genitori erano di prima lingua afrikaans

Il contesto familiare dei miei suoceri, inserito nell'establishment dell'epoca e legato da rapporti di amicizia con il primo ministro Vorster, mi mise drammaticamente a contatto con le logiche del razzismo e della segregazione. 

Per ragioni squisitamente familiari e umane, prima ancora che scientifiche, iniziai a interessarmi in modo viscerale all'apartheid e alla questione dei bantustans, traducendo questa urgenza civile in diversi saggi e articoli, alcuni dei quali pubblicati sulla prestigiosa rivista di politica internazionale diretta da Giuseppe Vedovato.

Fu in quel momento che mi trovai davanti a un bivio decisivo: in Sud Africa mi attendeva un futuro economico eccellente e un ottimo posizionamento sociale assicurato dai suoceri. 

Decisi tuttavia di rinunciare a tutto quel benessere materiale. La passione per la conoscenza e per l'Africa era ormai troppo forte, e avevo già diverse pubblicazioni all'attivo. 

Per dirla con le parole di mia madre, rinunciai al denaro per "la gloria", ossia per difendere e inseguire fermamente ciò in cui credevo e la mia libertà di studioso.

Oltre l'Etnologia e l'Antropologia Culturale: l'incontro con i Maestri della Storia, della Sociologia, della Geografia e il dialogo internazionale con l'antropologa russa Rosa Ismagilova

Sempre da giovanissimo, la mia non nascosta passione per le culture “altre” mi avrebbe fatto incontrare altri Maestri dell'Etnologia e dell'Antropologia Culturale, ma anche della Sociologia e della Storia dell’Africa, che furono prodighi di consigli e di incoraggiamenti nei miei confronti. 

Tra questi, un ricordo particolare va al Presidente della Società Geografica Italiana, il professor Carlo Della Valle, che frequentavo nel suo palazzo di Via Cortina d'Ampezzo e che sostenne i miei primi articoli sul Bollettino della Società. Allo stesso modo, Vittorio Lanternari mi apriva le porte della Critica Sociologica di Ferrarotti,  per dar voce alle mie ricerche, mentre Gianni Statera avrebbe voluto coinvolgermi direttamente sul campo, proponendomi di partire per una ricerca in Africa. A Magistero ebbi la fortuna di stringere una profonda amicizia con Luigi Goglia, studioso colto, affabile e di rara simpatia. Ricordo ancora con commozione quando mi fece dono di un paio di preziosi volumi fotografici sull'Africa coloniale; un gesto generoso che anticipava la sua brillante carriera di pioniere e antesignano nell'uso delle fonti iconografiche per la ricerca storica africana. La sua recente scomparsa lascia un grande vuoto in quanti ne hanno condiviso la giovinezza e gli ideali. 

Quella stessa comune passione per il continente africano mi spinse, nel 1980, a compiere un piccolo miracolo di diplomazia culturale.

 Attraverso l'Istituto Italo-Africano, riuscii a far incontrare il professor Bernardo Bernardi con Rosa Ismagilova, una delle massime autorità dell'antropologia sovietica e allora figura di vertice dell'Istituto per l'Africa di Mosca

Nonostante le rigidità della Guerra Fredda, tra noi nacque una profonda sintonia intellettuale, tanto che Rosa mi invitò ufficialmente a Mosca in occasione delle Olimpiadi del 1980.

Il nostro dialogo scientifico continuò l'anno successivo: nel 1981, in veste di Chairman del Committee for Europe della Society for Applied Anthropology (SfAA), ricambiai l'invito chiamandola a partecipare al nostro Congresso internazionale a Edimburgo

Fu un incontro memorabile. 

Per ringraziarmi della mia ospitalità, mi fece dono di alcune splendide riproduzioni delle torri del Cremlino e di un piatto in peltro. 

Oggetti che ancora oggi custodisco e che mi ricordano come la passione per le culture "altre" e la stima reciproca potessero, in quegli anni difficili, superare agilmente i confini e le barriere ideologiche.

Un legame scientifico profondo mi univa anche a Salvatore Bono, autorità mondiale nel campo degli studi sui corsari e sulla pirateria nel Mediterraneo - a cui in seguito dedicai un doveroso omaggio comprensivo di tutta la sua vasta bibliografia - il quale fu tra i garanti scientifici del mio convegno sul Terzo Mondo, tenutosi nel 1982 al Palazzo dei Congressi all'EUR. In quel fecondo panorama accademico si inserivano anche figure del calibro di Tullio Tentori, Carlo Giglio e Antonio Enrico Leva, insieme a Teobaldo Filesi, allora direttore della prestigiosa rivista Africa, e al simpatico etnologo napoletano Armando Cepollaro che dirigeva la biblioteca dell'Istituto Italiano per l'Africa, sempre pronto a supportare le mie ricerche bibliografiche con generosa disponibilità.

L’intermezzo messicano: tra Sabbatucci e gli indios Huave

A metà degli anni 1970, un incontro fondamentale segnò una svolta nel mio percorso: quello con il professor Dario Sabbatucci, che visitai nella sua residenza. Grazie a lui, mi si aprì un'ulteriore e stimolante finestra di ricerca incentrata sull'americanistica e sulle religioni primitive. 

Sabbatucci mi propose di frequentare l'Istituto di studi che faceva capo alla rivista Culture, una realtà alla quale collaborai attivamente e che mi permise di stringere una profonda e duratura amicizia con Gilberto Mazzoleni. Fu proprio grazie alle coordinate scientifiche fornite da Gilberto e da Gerardo Bamonte - i quali, insieme a Italo Signorini e a Giorgio Raimondo Cardona, avevano effettuato importanti ricerche storiche ed etnografiche tra gli indios Huave di San Mateo del Mar - che prese forma il mio intermezzo mesoamericano. 

I colleghi desideravano infatti che io saggiassi sul campo alcune loro teorie comparative riguardanti la complessa relazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti all'interno di quella specifica società di pescatori. Fu così che avviai la mia ricerca a Santa Maria del Mar. Di quel nucleo di studiosi non potei conoscere personalmente Cardona

Incontrai invece Italo Signorini: non a Roma, ma curiosamente in Canada, nel 1983, in occasione del Congresso Mondiale delle Scienze Antropologiche svoltosi a Québec. 

"Quattro amici al bar": il sodalizio romano e il sogno della Transiberiana

Quelli degli anni '70 furono anche gli anni della giovinezza e di un sodalizio intellettuale e affettivo straordinario. Subito dopo la laurea, per diverso tempo, si creò un affiatato gruppo di amici, che usava riunirsi regolarmente a cena o nei ristoranti romani. 

Ne facevano parte Gianluigi Rossi, di cui ebbi il privilegio di seguire la primissima lezione come professore incaricato di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici, Pierfranco Malizia, attento studioso di sociologia rurale, Maria Gabriella Pasqualini Artom, che fresca di divorzio arricchiva i nostri incontri raccontandoci l'esperienza vissuta nei kibbutz israeliani, infine Evaldo Cavallaro. Memorabile rimarrà quella sera in cui, tra il serio e l'ironico, ipotizzammo persino di mettere a segno un colpo "alla Diabolik", pur di rimediare i fondi necessari per pagarci un epico viaggio sulla Transiberiana

Frattanto, davo inizio alle mie prime ricerche sul terreno in Africa (Kenya e Sudan: 1976-1981) e in Mesoamerica (Messico: 1978).

Dopo essere stato Ricercatore Associato presso le Università di Nairobi e di Khartoum, avrei ottenuto due contratti d'insegnamento nelle Università di Salerno e di Firenze (quest'ultimo non attivato per mancanza di fondi). 

L’artigiano della cultura: trentasette libri e lo spirito del Collegio Romano

Negli anni ho continuato a costruire ogni mio prodotto culturale passo dopo passo, con la dedizione di un buon artigiano. 

Ho collaborato con numerose riviste e per 13 anni ho firmato gli "articoli di spalla" per la Terza Pagina e il Supplemento Domenicale dell’Osservatore Romano

Ad oggi, ho firmato come autore 37 libri di divulgazione scientifica e viaggi (anche in lingua inglese o bilingui) e due volumi come coautore.

Ricordo ancora quando, nel lontano 1979, uscì il volume Processi di comunicazione nell’ambito urbano (a cura di Claudio Stroppa, Pàtron editore), che conteneva un mio saggio sui “Parking Boys” di Nairobi.

La prima e la seconda bozza dovettero essere controllate dal coautore e sociologo urbano Franco Martinelli: io, in quel momento, ero totalmente assorbito dalla mia ricerca sul campo in Sudan.

Un percorso lungo, iniziato tra le vetrine del Collegio Romano e lo sguardo benevolo di grandi Maestri, che continuo a coltivare ancora oggi con lo stesso spirito artigianale. 

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Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali, potete trovarmi anche su ResearchGate, Academia.edu, Google Scholar [motore di ricerca che, tramite parole chiave specifiche, consente di individuare testi della letteratura accademica], e su JSTOR [biblioteca digitale statunitense].

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p.s. 22 giugno 2026, ore 08:26 CEST. Nelle ultime 24 ore il blog ha avuto  2.220 visualizzazioni

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