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| Una piroga Shilluk traghetta un passeggero sull'altra sponda (© Franco Pelliccioni) |
III Incontri sul fiume; L'arrivo a Malakal
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| Ecco come si dovrebbe presentare il mio battello privo delle cinque chiatte. E' il governativo "Lord Kitchner", fotografato a Khartoum, 1936 (G. Eric Matson (Library of Congress. Prints & Photographs Online) |
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| La composizione della nave, che discende il Nilo, è simile a quella del mio battello. Da poppa si vedono le due chiatte affiancate [a prua il battello ne sospinge altre tre] e il "punto di osservazione" rialzato, oltre alla complessa struttura della ruota a pale (© Franco Pelliccioni) |
Gli
"incontri sul fiume" furono variamente caratterizzati. Ovviamente ci
imbattemmo in altre imbarcazioni. Sia in battelli a pale simili al nostro, con
o senza chiatte da trascinare o sospingere, che in natanti di piccole
dimensioni. Per quanto riguarda il primo
caso, dopo averne incontrato uno che sospingeva un sandal pieno di merci, ne facemmo un altro ben più interessante.
Quando tutti i rumori provocati dal motore del battello non riuscirono ad
attutire quello di una sirena annunciante il suo arrivo. L'imbarcazione,
provenendo da Juba, scendeva il fiume e per condizione, composizione e
affollamento, era uguale al nostro. I passeggeri, accalcati sul bordo, ci
stavano anche loro osservando. Oltre a due viaggiatori europei, era stracolmo
di soldati in uniforme verde o nella bianca Jellabia.
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| Due abobo (zattere di ambatch) Shilluk i cui occupanti cercano disperatamente di resistere alla forte corrente innescata dal movimento del battello. A questo punto il fiume si restringe decisamente (© Franco Pelliccioni) |
Diverse
furono invece le imbarcazioni minori che avvistammo. Come le feluche arabe, con
vela bianca rettangolare o triangolare, appartenenti ai Jellaba (piccoli commercianti itineranti), che con le mercanzie si
spostavano per i loro affari di villaggio in villaggio. O le scherock,
le piroghe monoxili (scavate in un sol tronco) tipiche dei nilotici e le
piccole, affusolate zattere di ambatch.
Le piroghe servivano normalmente a traghettare da una sponda all'altra le
persone, molte delle quali finivano per imbarcarsi sul battello. Generalmente
manovrate da un solo africano, si spostavano con rapidità. Tra i molteplici,
stupendi ricordi di quell'indimenticabile esperienza, conserviamo ancora
chiaramente le immagini di quegli uomini e delle loro smorfie sul viso, per la
fatica fatta. Visto che per non venire travolti dalla forte ondata che il
battello a vapore creava con il suo passaggio, si dovevano aggrappare ai forti
fasci di papiri sparsi qua e là lungo le sponde, o puntellare le loro precarie
posizioni infilando nel terreno l'estremità della pagaia. Le ben più modeste
zattere di ambatch, sempre con solo
una persona a bordo, assomigliavano molto, anche se ovviamente i materiali
utilizzati sono di volta in volta diversi, ad altri modelli di
imbarcazioni-zattere, che già conoscevamo attraverso la letteratura etnologica.
Come quelle costruite con fusti di papiro (taukwa)
del lago Tana (Etiopia) o i caballitos
del Perù. Già le più conosciute balsas
del lago Titicaca (Bolivia) sono ben più complesse e di maggiori proporzioni.
Gli
avvistamenti della fauna si limitarono agli uccelli, appartenenti alle più
diverse specie. Poiché il rumore assordante che ci accompagnava costringeva a
far immediatamente volar via stormi di volatili, sempre più numerosi man mano
che procedevamo. Gli altri animali, sia dalle abitudini prevalentemente
acquatiche (coccodrilli e ippopotami), che terrestri, si sarebbero ben guardati
dall'avvicinarsi o dal lasciarsi scorgere. Frastuono e corrente diedero loro
tutto il tempo necessario per potersi opportunamente defilare. Sempre.
Abbiamo
già accennato alle soste della nave e ai villaggi incontrati. Ciò ci dà modo di
parlare ancora della "gente":
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nei porticcioli. Si accalcavano ogni volta, numerosi, uno accanto all'altro:
donne, uomini, bambini. Tutti in silenzio. Sempre stupiti. Poiché
quell'occasione si sarebbe tramutata in una festa. Dalla nave sarebbero scese
mercanzie e contribuli, che avrebbero raccontato dei loro viaggi verso il nord
del Sudan, di ciò che avevano visto (magari nella grande città di Khartoum), di
novità, accadimenti, esperienze. Ed era un grande spettacolo che si offriva ai
loro occhi. Tutti insieme, affascinati e muti dalla nostra
"presenza", nei loro atteggiamenti eterei e caratterizzati sempre da
un qualcosa: il colore o il particolare dell'abito, un ornamento, le
scarificazioni tribali, la cenere grigia sul viso (a protezione delle punture
di insetti), ecc.. Sembravano quasi cristallizzati in attesa di un qualcosa che
potesse accadere da un momento all'altro. E quello diventava anche il nostro
spettacolo. Che avremmo "catturato" con l'aiuto di un potente
teleobiettivo. Un qualcosa, questo, che ci impressionò notevolmente, tanto da
stamparsi indelebilmente nella memoria. Facendoci spesso pensare di aver solo
sognato. Dubitando perfino di aver mai vissuto quei lunghi, indimenticabili,
particolari momenti...
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| Al di là dell'imbarcadero le capanne del piccolo centro Shilluk di Kaka, già famigerato centro-mercato di schiavi (Kaka el-Tisaria) (© Franco Pelliccioni) |
- nelle attività quotidiane. Legate soprattutto all'acqua come fonte di vita per
uomini e animali. Ecco quindi, fin dall'arrivo nelle località e nei centri
arabi, vedere la gente raccogliere in contenitori di tutte le dimensioni e
materiali l'acqua, preziosa per bere e cucinare. A volte aiutati nel trasporto
da asini. O da piccole canalizzazioni manovrate da norie. E la vicinanza del
bestiame: mucche, capre e pecore, che vi si abbeveravano. Così come degli lwak, gli accampamenti temporanei (nel
corso della stagione secca -saif- ) dei Dinka. Che avvicinava mandrie, uomini e
ragazzi alle sponde del Nilo. Sia per rimanervi per un certo periodo, che per
guadarlo al fine di spostarsi sui pascoli localizzati sull'altra riva.
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| Piroghe all'asciutto e ragazzi che seguono la lenta risalita della nave (© Franco Pelliccioni) |
-
nel corso della navigazione che attirava, nei pressi dei centri urbani e dei
villaggi, bimbi e ragazzi. Pieni di entusiasmo, ed eccitati dal nostro
ingombrante, rumorosissimo passaggio, ci rincorrevano gioiosi lungo le sponde,
strillando e salutando. Come qualsiasi altro bambino del mondo di fronte al
passaggio di un treno o di un battello.
-
negli incendi. Ci capitò più volte di vedere grandi fuochi appiccati
volontariamente dagli indigeni. Era quello il metodo del "taglia e
brucia", tradizionalmente utilizzato da tanti popoli del mondo per
coltivare o per intrappolare animali.
Ma costituiva anche la classica "prova del nove" di come, persino in
una terra estremamente arida e calda (come in Sudan al tempo della stagione
secca), l'autocombustione fosse un evento del tutto fortuito ed eccezionale.
-
nella pesca, specialmente con l'innovativo sistema della rete, che qualche
missionario, funzionario governativo, o esperto della cooperazione
internazionale aveva loro insegnato, in alternativa alla lancia o all'arpione
zigrinato.
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| Tre
guerrieri Shilluk con i loro Lau
rossi nei pressi delle capanne appartenenti ad un commerciante (o fabbro) di
lance (© Franco Pelliccioni) |
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nelle vistosissime scarificazioni tribali (tai)
sulla fronte degli Shilluk : multiple cicatrici a cheloidi, cioè in rilievo,
che ornano la fronte dei maschi adulti. Tali cicatrici vengono eseguite con
gradualità fin dalla più tenera età. In genere utilizzando un amo da pesca per
tirare la pelle ed inserendo all'interno della ferita, così provocata, sostanze
estranee e cicatrizzanti (cenere, argilla, ecc.). Tali pratiche fanno parte
integrante dei riti iniziatici di questo popolo.
-
o nelle tradizionali capanne e negli accostamenti di oggetti europei e
occidentali e di tutto ciò che riusciamo ad intravedere (o solo ad intuire) di
quel mondo lontano. Che da bordo dobbiamo necessariamente circoscrivere al solo
aspetto materiale di quelle culture e di quei popoli, così lontani e diversi da
noi. Eppure così simili a noi nei
bisogni essenziali, nella loro sensibilità, negli affetti. In una parola: nel loro essere uomini!
Avremo
anche modo, inaspettatamente, di renderci concretamente e visivamente conto del
significato di questo "essere culturalmente diversi", allorché esso
si evidenzierà in tutta la sua realtà. Sapevamo bene come la presenza a bordo
di un doctor (l'infermiera tedesca)
fosse ormai di dominio pubblico, non solo sulla nave, ma in tutti i luoghi dove
essa attraccherà. Tanto che dovrà intervenire in un paio di occasioni con
l'aiuto del marito. Due Shilluk infatti riceveranno da lei una prima medicazione.
Guerrieri che avevano avuto: il primo una lanciata su una natica, il secondo un
colpo di accetta sulla fronte. Ambedue erano saliti a bordo diretti
all'ospedale di Malakal, con le ferite aperte che perdevano abbondante sangue,
o che lasciavano intravedere il cranio (quello ferito alla testa). In entrambi
i casi il nostro aiuto si ridusse al minimo, proprio perché non preparati ad assistere ad uno
spettacolo così crudo.
Arrivammo infine in vicinanza della città di Malakal.
Ne scorgevamo sulla sinistra le alte sponde.
E mille luci già brillavano dalle numerosissime piccole
abitazioni. Il tramonto era infatti già avvenuto e in pochissimo tempo il buio
più assoluto prese il posto della luce [per cui in questo post non ci sono foto della città...]. Sentimmo tutte le grida dei vari
comandi per un attracco, forse un po' più difficoltoso del solito. Il tremolio
dell'immensa imbarcazione a puzzle,
le sue manovre, sempre più lente, il grido degli africani proveniente dal molo
del porto. E un'animazione sempre più frenetica regnava a bordo: quella era
un'autentica città! Un pesante contraccolpo e il battello terminò, almeno per
noi, la sua corsa. Chetandosi tutto ad un tratto. Da tempo eravamo pronti per
scendere e per dare inizio a quella nuova "avventura" africana.
Questo è un racconto che proviene da una lontana regione del profondo sud del mondo, allora non ancora tormentata da una nuova ed ancora più sanguinosa guerra civile tra il nord, arabo e musulmano e il sud negro e cristiano (o "pagano").
Tra le forze armate del governo centrale fondamentalista di Khartoum, dove è stata applicata fermamente la sharia, e le forze del SPLA (Sudan Peoples Liberation Army).
Una regione che da quasi venti anni anni è praticamente inaccessibile e chiusa ad ogni influsso o presenza esterna, dove di tanto in tanto filtra solo qualche raro intervento umanitario o d'emergenza alimentare (ONU o di qualche altra organizzazione internazionale).
Un'immensa area sulla quale poco si sa, e molto poco o niente riesce ad arrivare in Occidente: notizie, informazioni, situazione generale.
I mass media non sono graditi, quindi generalmente non entrano nel paese e, perciò, per quanto riguarda il Sudan, "vuoto assoluto" o "buco nero" nelle nostre comunicazioni del villaggio globale.
E' come se non esistesse !
E' stato, il nostro, il racconto di un lungo viaggio fluviale - durato appena quattro giorni - che ci ha portato, in un "modo diverso", in terre e presso popoli e culture differenti, e perciò straordinariamente "unici".
Viaggio ed esperienza di vita che, almeno per il prossimo futuro, più nessuno avrà occasione di poter ripetere.
Da. 1999 "Giunse il tramonto e mille luci già brillavano dalle numerosissime piccole abitazioni di Malakal". Un viaggio di studi antropologici nel Sudan meridionale" L'Osservatore Romano, 5 Dicembre, 3.
...
Un paio di post precedenti:
https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html
https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html






















