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lunedì 1 giugno 2026

389. Cercare St Kilda col lanternino: storia di un arcipelago atlantico abbandonato: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE

 

La foto-simbolo dell’arcipelago di St Kilda: il “parlamento” fotografato da George Washington Wilson nel 1885.
Lungo la strada del villaggio nei pressi dell'ufficio postale ogni giorno, salvo la domenica,  si radunavano infatti tutti i maschi adulti del mòd di St Kilda. Come da tempo immemorabile usavano fare davanti ad una qualsiasi delle abitazioni, per decidere il da farsi; lavori collettivi nei campi (crofts); la loro rotazione secondo l'antico sistema del runrig; le spedizioni di caccia agli uccelli nei vicini isolotti e scogli...
Mappa dell’Arcipelago di St Kilda (GNU Free Documentation License, Autore: Eric Gaba - Sting -, marzo 2009, con l’utilizzo di Landsat ETM+ imagery )

Raggiungere il primo luogo della Scozia entrato nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità non è mai una passeggiata. 

Non bastano ore di navigazione dalle Ebridi Esterne o giorni da Oban; serve che il mare e il meteo decidano di concederti il passaggio. 

Quanti viaggiatori, nei secoli, sono arrivati a un passo dalle sue scogliere per poi dover tornare indietro?

L'arcipelago di St Kilda – Hirta, Dun, Soay, Boreray – è un avanzo vulcanico disabitato dal 1930, anno in cui gli ultimi 36 abitanti si imbarcarono per sempre su una nave militare. 

Da allora, il tempo si è fermato tra le 16 "case bianche" (tigh geal) del villaggio abbandonato, lasciando spazio solo a specie rare di pecore, scienziati del National Trust e milioni di uccelli marini. 

Nel libro esploro proprio questo: la fine di un'utopia e la transizione da comunità marittima a santuario naturale. 

Rivivo la mia notte a bordo del motorsailer Eilean na Hearadah, con il cielo oscurato da migliaia di ali sui faraglioni di Stac Lee e Stac an Armin, i più alti del Regno Unito.

Il volume ripercorre la storia profonda di St Kilda attraverso cinque capitoli: dal turismo ante litteram ottocentesco ai tragici casi storici come la deportazione di Lady Grange, fino alle tre fasi del tramonto culturale della comunità: contatto, scontro e disgregazione.

 Una carrellata di figure straordinarie – dai folcloristi ai medici, fino agli alpinisti alla conquista dei "marilyn" oceanici – che hanno reso questo scoglio un'ossessione collettiva.

Se volete scoprire come la lontananza geografica si trasformi in un confine dell'anima, il viaggio comincia tra queste pagine.

...

 Solo e con le spalle alle capanne, potevo immaginare quale vita poteva essere stata ad Hirta e fui sopraffatto dalla lontananza di una vita siffatta. Avessi viaggiato direttamente fino a St Kilda da EdimburgoLondra, quel senso di distanza si sarebbe accresciuto ancora ulteriormente. Dopo tre mesi di saltellamenti tra un’isola e un’altra, ero condizionato da terre circondate dall’acqua. Così mi era diventata famigliare la sensazione di essere isolato dal resto del mondo. Ma la nozione di distanza [remoteness] veniva costantemente ridisegnata. Arran sembrò remota rispetto alla terraferma dello Ayrshire, ma mi sembrò ridicola tale nozione allorché visitai ColonsayJuraColl, in particolare, e Tiree erano apparse ancora più isolate - più Ebridi Esterne, che Interne -, come per Rum. St Kilda portò la mia definizione di isolamento e di remoto a nuovi livelli. Qui c’era il confine, un confine geografico alla frontiera dell’Europa nord-occidentale, ma anche un confine culturale e sociale” (Jonny Muir, 2011).

Parliamo, infatti, del remoto arcipelago di St Kilda, un pugno di isole avanzo di un vulcano attivo 60 milioni di anni fa, cinquanta miglia nautiche ad ovest dell'isola di Harris, nelle Ebridi Esterne. 

Arcipelago del tutto disabitato dal 1930.   

Popolato esclusivamente da uccelli e pecore di una razza speciale. 

Oltre al personale civile del Ministero della Difesa, addetto alla postazione radar impiantata nel 1957. 

Solo durante i mesi primaverili ed estivi vi risiede il guardiano del National Trust for Scotland (...), assieme agli eventuali ricercatori, naturalisti o archeologi e ai piccoli gruppi di volontari che, a turno, si dedicano a scavi e restauri nell'ambito delle attività perseguite dal Trust. 

Intese per lo più a conservare quello che rimane del villaggio abbandonato: 16 “case bianche" (tigh geal) risalenti al 1860, poste ai bordi di un'unica stradina.
La successione storica del popolamento di St Kilda ci narra di genti neolitiche assimilate o sostituite da popoli celtici. 

Oltre ad una presenza, sia pure marginale, dei Vichinghi, che la utilizzarono per rifornirsi di acqua e cibo e che, forse, vi introdussero le prime pecore. 

Se si volessero enucleare le caratteristiche principali di queste isole atlantiche, si dovrebbe accennare alla difficilissima sopravvivenza di una minuscola comunità marittima, per lunghi secoli rimasta pressoché isolata dalla terraferma scozzese e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile". 

Tanto da essere costretta, dopo ripetute, indicibili e sofferte crisi esistenziali collettive: epidemie, carestie ed emigrazioni, a venire evacuata in tempi a noi recenti.

Il forzato abbandono dell'arcipelago da parte degli isolani di Hirta ha innescato una serie di fenomeni di rilevante interesse scientifico per l'ecologo, l'etologo e, in genere, per il naturalista. 

Solo superficialmente riconducibili ad una problematica di "sostituzione" dell'elemento umano. 

Va sottolineato come nell'isola di Hirta e in quella di Soay, da dove vennero introdotte dopo l'evacuazione, viva una razza di pecore simile ai mufloni sardi. 

Altrove estinta.

L'intero arcipelago, in special modo i non distanti faraglioni di Stac Lee (172 m di altezza) e Stac an Armin (191 m, il più alto del Regno Unito), rappresenta uno spettacolare santuario per gli uccelli marini, che vi straripano oltre ogni misura.

Durante l’avvicinamento alle ripidissime, imponenti e impressionanti mura dei due scogli, raggiunti dopo aver circumnavigato Hirta, che da lontano appaiono come punte di rocciosi icebergs, non solo perché rivestiti dal bianco del guano, il cielo è stato oscurato dal volo di migliaia di uccelli disturbati dalla presenza dell'Eilean na Hearadah, un vecchio motorsailer a bordo del quale con difficoltà nella notte precedente avevo raggiunto l'arcipelago. 

Via radio la guardia costiera da Stornoway aveva infatti consigliato al mio skipper, dopo due ore di navigazione passate nelle acque inquiete dell'Atlantico, di tornare indietro. 

Dopo aver cercato un ancoraggio in un loch delle Ebridi.

Verso sera, a distanza di diverse ore dal brusco, ma necessario, dietro front, lo skipper si spingeva nuovamente in pieno oceano, per coprire le cinquanta miglia nautiche che ci separavano da St Kilda. 

Se tutto fosse andato per il verso giusto si sarebbe dovuti arrivare intorno alle due e trenta di notte. 

Mi fu fatto altresì notare come intorno alla mezzanotte (...) la piccola e bassa imbarcazione, un vetusto motorsailer, avrebbe considerevolmente ballato per le forti ondate. 

In quell'ora ci saremmo trovati sul bordo della piattaforma continentale, laddove la profondità oceanica tende ad inabissarsi. Per poi risalire in prossimità del piccolo arcipelago.

...

 La meta di quel viaggio non si poteva certamente definire "agevole". 

Nella mia vita più di una volta mi sono sentito dire, a proposito della scelta "a tavolino" dei luoghi dove andare a svolgere le mie ricerche, che "me le andavo cercando con il lanternino...". 

Per difficoltà, logistiche, o di altra natura, evidenti anche grazie ad una lettura, neanche tanto approfondita, della carta geografica. 

Difficoltà che avrebbero reso spesso difficoltosa la "discesa sul terreno". 

Ai miei gentili interlocutori non sfuggiva comunque il fatto che, superati gli "scogli", i risultati ottenuti sarebbero stati densi di gratificazioni, anche personali (...).

La destinazione di quel giorno, anche simbolicamente, rappresentava per me moltissimo. 

Fin da quando, ormai molti anni addietro, avevo iniziato i miei vagabondaggi scientifici per l'Atlantico. 

In più di un'occasione avrei infatti ad essa fatto riferimento, senza averne conoscenza diretta. 

E i lineamenti della sua eccezionale storia, da un lato "unica" nel suo genere, dall'altro paradossalmente uguale a quella di tante altre situazioni riscontrabili non solo nello scacchiere europeo, mi avevano da tempo affascinato e coinvolto emotivamente. 

Non solo come studioso dell'uomo (...). 

Come già sottolineato, nei secoli precedenti, ma ancora ai giorni nostri, le difficoltà insite nella navigazione rendono sempre difficile e per niente scontato l'arrivo in quel remoto pugno di isole (...)

A causa delle precarie condizioni meteo-marine e all'assenza di un sicuro, protetto ancoraggio, che spesso sconsigliano l'ormeggio nella Village Bay [il villaggio evacuato dalla Marina britannica nel 1930], nell'isola di Hirta

(...) Numerosi erano quindi i motivi di interesse che mi spingevano fino a St Kilda. 

In teoria facendomi rischiare anche la vita. 

Ma ne valeva la pena. 

Perché, nonostante la durata della mia permanenza nell'isola di Hirta, la maggiore del gruppo, si sarebbe giocoforza contratta, le ore passate a terra: a curiosare, indagare, cercare, individuare, prendendo appunti e fotografie, rappresentarono un'eccezionale esperienza, anche per un giramondo. .

(...) Ecco che, gradatamente, si sono venuti enucleando i punti di forza dell'isola atlantica: esistenza di una comunità marittima; isolamento plurisecolare della stessa dalla terraferma scozzese (e britannica) e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile"; forzato e "archetipico" abbandono dell'isola in tempi recenti; trasformazione dell'uso del territorio (militare, ma soprattutto naturalistico).

Una comunità marittima, quella di St Kilda, i cui membri preferivano però cacciare e catturare gli uccelli marini, che vi si trovavano in grandissima quantità. 

E catturarli non era impresa facile. 

Anzi difficilissima e rischiosissima, che ogni volta metteva in gioco la vita degli “uomini-uccello”

Sia quando scalavano le scogliere o i faraglioni, ma ancora prima. 

Quando dalla barca dovevano cercare di raggiungere le rocce, ad esempio degli Stacs (...)

 

DA: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. 

VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE 

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SOMMARIO

Premessa           

Introduzione     

CAPITOLO 1     

Il viaggio         

L'arcipelago di St Kilda   

La natura a St Kilda          

Una comunità' di “uomini-uccello”          

L'arrivo 

Nel villaggio: le “case bianche” e i ruderi di quelle “nere”

L’incontro tra la Euphemia MacCrimmon e il grande folclorista scozzese Carmichael          

Le comunicazioni con il mondo esterno: John Sands e la St Kilda Mail      

Il “Parlamento” 

XVIII secolo: lo strano, tragico caso di Lady Grange, deportata nell’isola; si cerca Bonnie Prince Charles a St Kilda 

I soggiorni di John Sands a St Kilda: 1875 e 1876-77       

CAPITOLO 2       

Il turismo "ante litteram" verso l'esotico britannico          

CAPITOLO 3       

La fine del Paese di Utopia: problemi ambientali, sanitari, di sopravvivenza          

Le tre fasi finali del tramonto di una remota comunità isolana: “contatto”, “scontro”, “disgregazione” culturale    

Il giorno dell’evacuazione: 29 agosto 1930           

CAPITOLO 4       

Alla scoperta dell’arcipelago       

Stac LeeStac an ArminBoreray               

John Sands si arrampica su Boreray: con gli “uomini-uccello” nel 1876, con le “donne-uccello” nel 1875 

La scalata dello Stac an Armin del 1994

Quando Marylin non è la Monroe. Ovvero gli incredibili Stacs, palestra privilegiata di un pugno di alpinisti britannici, nella loro doppia sfida ai flutti dell’oceano e alle rocciose piramidi, per conquistare i più ambiti “marilyn” del Regno Unito    

Visitando Hirta  

CAPITOLO 5       

I “Viaggiatori” (1202-1929): Vescovi, religiosi e fattori; pirati, naufraghi e deportati; naturalisti e ornitologi; geologi e folcloristi; medici e chimici; nobili, politici, filantropi e commissioni d’inchiesta; pittori, fotografi e cineasti; turisti e alpinisti; il leader di una missione di soccorso; perfino un’eccezionale emula della celebre aviatrice Amelia Earhart

1930: Due non previsti testimoni dell’evacuazione di St Kilda      

BIBLIOGRAFIA  

 ...

TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.


martedì 26 maggio 2026

388. Un grazie che attraversa il tempo (e il mondo)

 


Cari lettori,

scrivo questo post con un’emozione profonda, difficile da descrivere a parole. 

Nelle ultime 24 ore, questo blog ha superato le 17.000 visualizzazioni, accogliendo visitatori da ogni parte del mondo. 

La cosa che mi riempie più il cuore è vedere come molti di voi non si siano fermati a un singolo articolo, ma abbiano deciso di esplorare le varie pagine, leggendo le introduzioni e i dettagli dei miei libri.

Ho iniziato a fare ricerche nel lontano 1964, quando avevo appena 16 anni. 

Ho pubblicato il mio primo lavoro a 19. 

Da allora, sono passati decenni di studio continuo, lavoro intenso e dedizione.

A volte, nel mondo digitale di oggi così rapido e superficiale, si teme che i frutti di anni di ricerche vadano persi o non interessino più a nessuno. 

Questo incredibile risultato mi dimostra il contrario: ci sono ancora moltissime persone nel mondo che apprezzano la cura, la storia e la fatica che stanno dietro alla nascita di un libro.

Questo traguardo non è mio, è nostro. 

È la prova che la curiosità e la sete di conoscenza non hanno confini.

Grazie di cuore a chi è qui da tempo e a chi è appena arrivato. 

Con immensa gratitudine,

Franco Pelliccioni

17.604 visualizzazioni: 

Hong Kong; Singapore; Messico; Stati Uniti; Brasile; Bangladesh ; Senegal ; Regno Unito; India; Marocco; Sudafrica; Vietnam; Perù; Turchia; Indonesia; Thailandia; Canada; Emirati Arabi Uniti; Uzbekistan; Altro.

p.s. Alle ore 14:45 UTC +2 (CEST), le visualizzazioni erano arrivate a 22.900! 

...

Per seguirmi su Linkedin 

Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali, potete trovarmi anche su ResearchGate e su Academia.edu.

venerdì 22 maggio 2026

387. Viaggio nel Maghreb: la Tunisia millenaria tra Medine, oasi e fortezze perdute (DAL TELL AL SAHARA VIAGGI IN TUNISIA, TRA LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE DEL PASSATO E CULTURALI ARABO-BERBERE-ISLAMICHE ODIERNE)

 

Raffigurazione centrale del mosaico di Ulisse, IV secolo d. C., Dougga. È un frammento di impluvium. Sala XXVII.
Museo del Bardo, Tunisi (© Franco Pelliccioni)


   Non avevo mai pensato di effettuare un viaggio in Tunisia.

 Perché, oltre all’Egitto, i miei ricordi dell’Africa a nord del Sahara sono stati sempre indissolubilmente legati al Sudan, grande paese a cavallo tra deserto, savana e giungla. 

Anche se da molti anni, addirittura da decenni, in cuor mio avevo accarezzato il desiderio di spingermi nel cuore stesso del “Nulla” (è il significato del termine Sahara), nell’Hoggar, nel profondo sud algerino.

   In passato quante e quante volte fui in procinto di organizzarvi una spedizione. 

E dire che mi sarei perfino accontentato di partecipare ad una bella e pronta. 

Anche perché l’Avventura con la A maiuscola attende comunque laggiù il viaggiatore, con i suoi fascinosi richiami, non scevri da imprevisti, difficoltà, pericoli.

   In seguito le vicende della vita avrebbero inferto al mio itinerario scientifico e ai miei interessi teoretici un brusco cambiamento di rotta, che mi avrebbe decisamente allontanato dal continente africano (...)

 Anche se in cuor mio avrei conservato pressoché intatto quel desiderio giovanile. 

Per giunta l’Algeria, rimanendo sempre più coinvolta in tragiche vicende religioso-politiche, tanto che i Ministeri degli Esteri di vari paesi euro-americani da molto tempo, ormai, ne sconsigliavano caldamente i viaggi, si era collocata al di fuori dei normali circuiti turistici.

   (…)  Qualcosa, comunque, anni addietro si era mossa. L’inaugurazione di un collegamento aereo diretto Italia-Tamanrasset, capoluogo dell’Hoggar, dava al viaggiatore la possibilità di giungere nel cuore del Sahara senza dover cambiare aereo ad Algeri. 

Era quindi giunta infine l’ora di esaudire l’antico progetto, quel sogno così sospirato? 

Ritenendo di sì, con diversi mesi di anticipo prenotai un posto con un tour operator specializzato in mini-spedizioni. 

Sarei dovuto partire a dicembre (...), uno dei mesi più consoni ai viaggi nel deserto, nonostante sia caratterizzato da una considerevole escursione termica diurna data la rigidità delle ore notturne. 

Purtroppo si era nel 2001...   

   Ce va sans dire, anche se in precedenza avevo percorso in Sudan quello nubiano e conoscevo quello esistente appena al di là della fascia fluviale del Nilo egiziano, la mia iniziazione al “vero” deserto sahariano, quello che l’immaginazione di noi tutti considera come autentico: quello sabbioso dell’Erg, avrebbe dovuto aver luogo nel sud-ovest della Tunisia

Qui, nelle regioni del Bled el-Djerid e del Nefzazoua, dove sorgono le stupende oasi di Tozeur, Nefta e Douz, si spingono infatti, con le loro gigantesche dune, le estreme propaggini del Grande Erg Orientale…

   Certo, sia pure osservando solo superficialmente le mappe è evidente come il paese maghrebino rappresenti solo un modestissimo cuneo, che si insinua verso sud. 

Ma questa mia prima e breve immersione – o, meglio, “tuffo” – maghrebina mi ha consentito, comunque, di “assaggiare” con il cervello, lo sguardo, l’olfatto, l’udito e il gusto: colori, sapori, silenzi, panorami e quant’altro si “affolla” in quella regione. 

Quasi una sorta di “aperitivo” al Sahara, che ha reso, se possibile, ancora più desiderabile una mia futura, seppure del tutto improbabile discesa nel profondo sud algerino (...)

   Quello che è stato il mio primo viaggio in Tunisia ha avuto anche altri risvolti. 

Innanzitutto ha costituito la mia prima partecipazione ad un viaggio organizzato da altri. 

Ebbene sì, anch’io mi sono infine dovuto servire delle prestazioni offerte da un’agenzia (...)

   E dire che negli anni avevo sempre considerato quasi con sufficienza il turismo di massa, veicolato in tutti gli angoli del mondo da agenzie e tour operators.   

D’altronde in quell’anno ero reduce da un defatigante viaggio di studio nel Mediterraneo Orientale, che mi aveva condotto prima a Creta e poi a Rodi. 

Con tranquillità volevo perciò osservare, conoscere e apprezzare i diversi e interessanti lineamenti della Tunisia, cominciando dalla capitale, fino ad arrivare alle immense dune del Sahara.

   Il tour, così come programmato, in base a quanto già sapevo dalla letteratura, possedeva indubbie attrattive. 

Offrendo al viaggiatore motivato una sintesi, anche corposa, del meglio che il paese ha da esibire.

   A partire dalle caratteristiche umanizzate: dal celebre Museo del Bardo di Tunisi con gli innumerevoli, meravigliosi (per fattura, composizioni e rappresentazioni) mosaici romani provenienti dalle diverse aree archeologiche del paese, alla “città santa” di Kairouan, la quarta dell’Islam (dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme); dai resti archeologici punici (Cartagine) e romani (il “Colosseo” ad el-Djem, gli splendidi templi di Sufetula), agli originari nuclei urbani (le Medine di TunisiSfax Houmt Souk nell’isola di Djerba), alle fortificazioni: arabe (il ribat di Monastir) ed europee (Borj el-Kebir, sempre a Djerba).

   Per non parlare delle cittadine e dei villaggi tradizionali, sia arabi – nel nord –, che berberi – a sud –. 

Compreso quell’incredibile villaggio trogloditico che è Matmata

Senza dimenticare quelli “fantasma”, poiché abbandonati per i più vari motivi: terremoto del 1885 (Midés); alluvione-inondazione del 1969 (ChebikaTameghza); sedentarizzazione delle popolazioni seminomadi - inizio XX secolo-anni ‘1970 - (Ancienne Kébili).

   E che dire dei suqs (Tunisi, Sfax, Tozeur), dei mercati settimanali non turisticizzati (Mareth), della linea ferroviaria che spunta dal deserto e che convoglia il fosfato dalla ricca regione mineraria di Metlaoui fino a Gafsa e, poi, a Sfax, importante porto e città industriale?

   Per quanto riguarda la parte naturalistica, naturalmente il clou è stato rappresentato, non solo per me, dal deserto del Sahara, con le grandi dune di Douz, quelle non meno affascinanti e imponenti esistenti tra Tozeur e il lago salato (chott) di Gharsa (...)

Ma vanno ancora ricordati: i miraggi intravisti in lontananza; gli straordinari, se non “unici”, tramonti nel deserto; le oasi di pianura (come Tozeur e Douz), di montagna (Chebika, Tameghza, Midés) e marittime (Gabès, Mareth); lo sterminato lago salato dello Chott el-Djerid; l’incantevole isola di Djerba; le “lunari” montagne Matmata dell’interno, la steppa a sud della regione di Kairouan; le tracce lasciate dalla “guerra del deserto”. 

Incisione ottocentesca raffigurante l'oasi di Nefta e lo Chott el-Djerid

  Due anni dopo con un volo diretto dall’Italia avrei raggiunto l’isola tunisina di Djerba

Questa volta l’utilizzazione della jeep mi avrebbe consentito di percorrere strade e piste del deserto, così da raggiungere località altrimenti inaccessibili. 

Poiché mi porterà fin dentro il Sahara, nel Grande Sud tunisino.

   Inoltre mi avrebbe permesso di approfondire località e aspetti, che tanto mi avevano attratto nel corso del precedente viaggio invernale, lo Chott el-Djerid, ad esempio, o le oasi di montagna e marittime. 

Mentre avrebbe anche rafforzato la mia conoscenza delle aree popolate dai berberi. 

Poiché visiterò i “castelli” (ksour) di Medenine, Ksar HaddadaTataouineChenini

Le straordinarie ed entusiasmanti roccaforti dei “berberi scalatori” e dei “trogloditi artificiali”.

Infine nel Grande Erg Orientale sarei addirittura entrato all’interno del castrum di Tisavar, localizzato al confine meridionale dell’Impero romano, il Limes Tripolitanus

Qui era di stanza una guarnigione della III Legio Augusta... 

DA: DAL TELL AL SAHARA. 

VIAGGI IN TUNISIA, TRA LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE DEL PASSATO E CULTURALI ARABO-BERBERE-ISLAMICHE ODIERNE

I ediz.: Libro di grande formato (16.99 x 1.91 x 24.41 cm), 178 pp., 198 immagini, di cui 179 a colori, 83 note, Bibliografia



Versione cartacea a colori e in bianco e nero, II ediz. (formato 15.6 x 1.35 x 23.39 cm)




SOMMARIO

PARTE PRIMA 

DALLE SPONDE DEL MEDITERRANEO AL SAHEL SAHARIANO 

1. PREAMBOLO: DAL “SAHARA ALGERINO” AL SAHARA TUNISINO. VIAGGI VIRTUALI E REALI NEL MAGHREB 

2. INTRODUZIONE AL PAESE 

3. LA MEDINA DI TUNISI, CON I SUOI PIÙ DI SETTECENTO MONUMENTI STORICI, PATRIMONIO MONDIALE DELL’UMANITA’ 

4. NEL MUSEO NAZIONALE DEL BARDO DI TUNISI Il "TEMPIO" MONDIALE DEL MOSAICO ROMANO; Breve cronologia del Museo; La visita 

5.CARTAGINE; La visita 

6. SIDI BOU SAÏD 

7. MONASTIR TRA ANTICO E PRESENTE: DALL'ENIGMA DI UN NOME ALLA RICOMPARSA A SORPRESA DI UNA FORTEZZA PERDUTA 

8. LA “CITTA’ SANTA” DI KAIROUAN 

9. LA CITTA’ ROMANA DI THYSDRUS (EL-DJEM) 

10. LA CITTA’ ROMANA DI SUFETULA (SBEITLA)

11. L’ISOLA DI DJERBA: OASI DI RIFUGIATI, TERRA DI INVASORI; La visita 

12. NEL SUD, TRA I VILLAGGI “INVISIBILI” DEI “BERBERI SCAVATORI” MATMATA;  Mareth; Gabès; Verso Matmata 

13. NELLA REGIONE DEGLI CHOTTS;  Introduzione; Douz; Kébili (e Ancienne Kébili); Nel Bled el-Djerid 

L’OASI DI PIANURA DI TOZEUR 

L’OASI DI PIANURA DI NEFTA 

PARTE SECONDA 

RITORNO NEL PAESE DEI GELSOMINI 

14. OASI DI MONTAGNA; Introduzione; Nello Chott el-Gharsa la Mos Espa, cittadina del deserto del pianeta Tatooine di Star Wars; Verso le oasi di montagna 

15. IL LÉZARD ROUGE DEI BEY DI TUNISI; Le ferrovie tunisine 

16. IL LUNGO VIAGGIO DEL FOSFATO TUNISINO: DAL TRIANGOLO MONTUOSO AL CONFINE CON L’ALGERIA AL PORTO DI SFAX, PASSANDO PER L’ANTICA CAPSA ROMANA 

17. I KSOUR, LE ROCCAFORTI BERBERE DEL GRANDE SUD TUNISINO; Medenine; Ksar Haddada; Tataouine; Chenini 

18. PERCORRENDO LA REGIONE DOVE SI COMBATTE’ LA “GUERRA DEL DESERTO” 

19. INCURSIONE TRA LE SABBIE DEL SAHARA, AI CONFINI MERIDIONALI DELL’IMPERO ROMANO, IL LIMES IMPERII; Ksar Ghilane 

20. NEL FORTE ROMANO DI TISAVAR; I romani e il Limes Tripolitanus 

21. APPENDICE;   1. VIAGGIATORI IN TUNISIA TRA IL XVII SECOLO E LA FINE del XIX;   2. VIAGGIATORI IN TUNISIA TRA LA SECONDA META’ DEL XIX SECOLO E L’INIZIO DEL XX 

22. BIBLIOGRAFIA SELEZIONATA 

 ...

TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.


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389. Cercare St Kilda col lanternino: storia di un arcipelago atlantico abbandonato: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE

  La foto-simbolo dell’arcipelago di St Kilda: il “parlamento” fotografato da George Washington Wilson nel 1885. Lungo la strada del villagg...