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martedì 24 febbraio 2026

352. "RAPITA DAI CORSARI, REGINA DEL MONDO: LA VERA STORIA DI ROXELANA”. LA SCHIAVA UCRAINA DIVENTATA MOGLIE DI SOLIMANO IL MAGNIFICO E TRA LE PIÙ POTENTI VALIDE SULTAN DELL’IMPERO. Da: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO, vol. II, MEDITERRANEO

Hurrem Sultan-Roxelana (ca. 1550, o ca. 1515-20), la "concubina preferita" di Solimano il Magnifico, in seguito sua moglie. Vasari scrisse che Tiziano una volta dipinse il "Ritratto di Roxelana". Questo dipinto è stato attribuito come probabile copia di quel ritratto eseguito nella bottega di Tiziano (John and Mable Ringling Museum of Art, Sarasota, Florida)

L'Harem Imperiale, non è solo un luogo di lussuria, ma anche un centro di potere politico, che ha la sua apoteosi in Hürrem Sultan. La schiava ucraina conosciuta dagli europei come Roxelana (ca.1505-1558). 

La sua storia è l'esempio definitivo dell'imprevedibilità del destino legato allo schiavismo e alla corsa.

Rapita dai Tatari, in collaborazione, o successiva vendita ai mercanti turchi, questa schiava rutena dai capelli rossi, che “porta gioia”, eserciterà un'influenza politica enorme, poiché arriverà al vertice dell'Impero. 

Dopo essere diventata, cosa rarissima, la moglie legale del Sultano Solimano il Magnifico.  

Lei è la prova vivente che la preda umana della corsa è addirittura in grado di rovesciare la gerarchia del potere.

Come concubina, la fascinosa Roxelana ben presto diviene la favorita di Solimano, diventato Sultano nel 1520. 
Un anno dopo partorisce il suo primo figlio (Şehzade Mehmed). Altri si aggiungeranno in seguito.
 Contravvenendo alla tradizionale prassi che vige nell’Harem: "una madre concubina-un figlio" e dimostrando palesemente come una donna potente stia emergendo alla corte di Solimano… 

Intorno al 1533-1534, Solimano dichiara Roxelana donna libera, e la sposa. 

Violando un'altra usanza tricentenaria dell'Harem ottomano. In base alla quale i Sultani non possono sposare le proprie concubine: è la prima volta che un'ex schiava viene elevata al potente ruolo di sposa.

Solimano mentre è in guerra scrive poesie d'amore e lettere a Roxelana, e non perde occasione di dimostrarle il suo amore erigendole monumenti. 

Lei è la prima Haseki ("favorita") dell’Impero ottomano

La loro è una storia d'amore, che assomiglia molto da vicino ad una stupenda favola. 

Tanto da essere accusata di aver sedotto Solimano con la stregoneria.

 Molti nella corte sono sconcertati dalla devozione che Solimano prova davanti ad una sola donna, il che non potrà non provocare radicali cambiamenti nella gerarchia dell'Harem. 

Ma Roxelana, rispetto a tutte le altre donne, ha una marcia in più: grande perseveranza, intelligenza, forza di volontà. 

Diventerà una donna leggendaria e molto influente.

Roxelana è la più fedele informatrice del marito, durante la sua assenza e dopo la morte della madre. 

Realizza fondazioni per assistere i bisognosi, mostra compassione per gli schiavi, si assicura che le donne di talento lascino il Palazzo, per sposare partner meritevoli, patrocina importanti opere pubbliche (moschee, madrase, luoghi di riposo per i pellegrini diretti alla Mecca), oltre al complesso Haseki Sultan e alle sue terme.

Gradatamente trasforma l'Harem in un’istituzione politica. Rivoluzionando il modo in cui le donne, che lì vivono e lavorano, sono trattate.

All'epoca Hürrem Sultan-Roxelana è anche una delle donne più istruite al mondo.

Grazie alle sue capacità, è il principale consigliere di Solimano per le questioni di stato, è in grado di influenzare la politica estera e internazionale, contribuisce a modernizzare l'Impero Ottomano.  

Può comunicare liberamente con gli ambasciatori dei paesi europei, tiene corrispondenza e rapporti con i sovrani di Venezia e Persia, assiste Solimano durante ricevimenti e banchetti, nomina o licenzia, ministri, Gran Visir, persino lo stesso Sheikh-ul-Islam. Sempre assicurandosi la lealtà dell'intero Consiglio Imperiale.

L’amore di Solimano catapulterà, così, Hürrem dallo status di schiava a quello di donna più potente dell'impero, e del mondo di quel tempo.

Roxelana muore nell'aprile del 1558 a Costantinopoli.  

La sua bara è trasportata dai Visir alla moschea del Sultano Bayezid II. 

Processione che quasi certamente sarà stata seguita da migliaia di persone. 

In seguito sarà sepolta in uno splendido mausoleo adiacente al luogo in cui il marito la raggiungerà otto anni dopo, all'interno del grandioso complesso della Moschea di Solimano.

Da: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO, vol. Ii, MEDITERRANEO            (in fase di revisione)

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PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Libri

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sabato 21 febbraio 2026

351. AD AMSTERDAM, TRA LE TESTIMONIANZE DELLA COMPAGNIA OLANDESE DELLE INDIE ORIENTALI (VERENIGDE OOSTINDISCHE COMPAGNIE - VOC)

 

Il ritorno ad Amsterdam della seconda spedizione nelle Indie Orientali, sotto la guida di Jacobus van Neck, il 19 luglio 1599. Le quattro grandi navi Mauritius, Hollandia, Overijssel e Vriesland sull'IJ, circondate da numerose piccole imbarcazioni e barche a remi a pieno carico. In lontananza, sulla destra, il profilo di Amsterdam, di Hendrik Cornelisz Vroom (1566–1640)


Fino a non molto tempo addietro la VOC, la Compagnia Olandese delle Indie orientali, era un’illustre sconosciuta, mentre ci era nota l’omonima inglese, l’East India Company, quella della Baia di Hudson, o l’altra olandese, caratterizzata dall’erroneo nome di “Groenlandia” (Groenlandsche), anziché di Spitsbergen.

Indirizzata verso l’Asia, rimaneva infatti al di fuori delle nostre specifiche competenze areali: Africa orientale, Artico, nord Atlantico.

Solo allorché abbiamo dato inizio alla nostra “serie” sui naufragi nell’Atlantico del nord, indagando più a fondo sulle navi che, per varie ragioni, erano colate a picco, cercando di apprendere nomi, compagnie e nazioni di appartenenza, nelle isole Shetland e Orcadi più volte ci siamo imbattuti nei vascelli della Verenigde Oostindische Compagnie

In prima battuta, siamo rimasti sorpresi da questa loro diffusa presenza, in acque certamente distanti da quelle che dovevano essere le rotte “lineari” tra Olanda e Asia. 

In seguito scopriremo come fosse invece la norma passare a nord della Scozia. 

ORCADVM  ET  SCHETLANDIÆ, di Joan Blaeu (1596-1673), cartografo ufficiale della VOC, 1654  (National Library of Scotland)

Le persistenti e burrascose situazioni geopolitiche esistenti tra Olanda e Inghilterra sconsigliavano, infatti, di attraversare la Manica.

 Bisognava, perciò, circumnavigare l’intera isola, passando al largo dei suoi arcipelaghi più settentrionali…

Sia pure partendo da tragici accadimenti di mare, questa storia gradatamente cominciò ad entusiasmarci. 

Verremo così a sapere come la Compagnia fosse potente addirittura più di uno Stato. Poiché, in realtà, possedeva un Impero, dove per lungo tempo esercitò indisturbata il monopolio delle merci nelle due direzioni... 

Era potente in decine di territori e paesi del continente asiatico ed altrettanto autorevole a casa propria. Visto che, girando per Amsterdam, a distanza di oltre due secoli dal suo scioglimento, molto continua ancora a parlarci di lei. 

E’ stato così che ci siamo incamminati per i diversi quartieri del centro storico alla nostra personale scoperta di una Compagnia, che ha fatto grande, e “unica” l’Olanda nel mondo: nei traffici, nelle ricchezze accumulate, nell’architettura, nell’urbanistica, nella cantieristica navale, nel rapporto antropologico con il “diverso”. Reso possibile da contatti plurisecolari: “incontri” culturali ai tropici, come in patria; matrimoni misti; emigrazioni-immigrazioni. 

Tanto che la ben nota tolleranza di Amsterdammers e olandesi nei confronti degli altri-da-loro si sarebbe “prolungata” per migliaia di chilometri, spingendosi fino all’India, al Mare della Sonda, alle Molucche, al Giappone. 

In tal modo Amsterdam, con tutte le altre principali Camere (città) che, con uomini, navi e mezzi, parteciparono all’avventurosa e precorritrice joint venture, si sarebbero arricchite, anche spiritualmente, grazie ai variegati apporti di culture “esotiche”: oggetti, sapori, materiali, conoscenze. 

Ma lo spirito imprenditoriale influenzerà anche altri settori, solo indirettamente concernenti l’Asia. L’arte e la pittura, ad esempio. Il secolo d’oro, il XVII, proseguito anche in parte del XVIII, vedrà i capolavori di straordinari artisti, primo fra tutti Van Rijn, meglio noto con il suo nome: Rembrandt.

Subito la ricerca si rivela più semplice di quelle a cui siamo avvezzi.

Serve solo qualche indirizzo, dei nomi, una strada, un canale, un palazzo, un museo… 

Anzi, proprio al “chiuso” del celebre Rijskmuseum essa ha avuto inizio. 

Qui restiamo impressionati dalla quantità di ritratti, scene e paesaggi strettamente interrelati a ricchi committenti, membri o non della VOC

Tutti, comunque, mecenati dell’arte di pittori, che presto diventeranno dei grandissimi Maestri. 

Qui possiamo osservare l’agile bellezza delle sue navi o l’alterigia dei suoi comandanti o direttori. 

Ammirando, altresì, ceramiche e porcellane orientali, qui pervenute grazie ad uno straordinario tapis roulant marittimo, sul quale “scivoleranno” anche idee-forza, oggetti etnografici, capolavori artistici, oltre agli uomini con la loro cultura.

Altro materiale: ritrattistica, modellistica navale e cantieristica, paesaggistica (in Olanda, Amsterdam e nei tropici), oggetti etnografici e coloniali (indonesiani, indiani, cinesi, giapponesi, ecc.) è abbondantemente presente anche negli altri musei successivamente visitati: Tropen (Tropicale), Marittimo, Storico

Ognuno, secondo la propria “specializzazione”, ha contribuito ad affinare le nostre conoscenze: dettagliando (particolari, episodi, personaggi, momenti); approfondendo (tematiche, avvenimenti, comportamenti individuali, navali, coloniali); dilatando (epoche e peculiarità storiche); offrendo un prezioso e caleidoscopico panorama di: razze, popoli, etnie, culture; individuando: agenti di cambiamento e uomini di frontiera, da una parte (Olanda) e dall’altra (Asia). 

Così, tassello dopo tassello, museo dopo museo e dopo, anche on the road, apprenderemo quanto straordinariamente gigantesca sia stata la Compagnia e quanto profondo l’impatto nelle società e nelle culture, sia orientali, che occidentali.

Se nei musei basterà passare da una sala all’altra, per le strade di Amsterdam sarà sufficiente muoversi appena un po’. 

Perché, nonostante il trascorrere del tempo, della Compagnia riusciremo a ritrovare, se non tutto, senz’altro le cose più importanti.

 Ad iniziare dal Quartiere Generale, l’Oostindisch Huis, nell’Oude Zijde, la parte vecchia di Amsterdam. 

Dal canale lungo il quale si trova (Klovenierburgwal), nei pressi della porta medievale del Waag, è possibile avere un’immediata e concreta visione della maestosità e magnificenza del palazzo, la cui ampia e stupenda facciata è rimasta incredibilmente intatta, mentre sappiamo come le ristrutturazioni abbiano sconvolto all’interno le originali decorazioni. 

Costruito nel 1605 dal de Keyser, il palazzo, che oggi non mostra più il tipico stemma della VOC, fu a più riprese ingrandito (1606, 1634, 1661), per potervi immagazzinare spezie, pepe, porcellane e seta. Dopo la nazionalizzazione del 1799, fu prima sede della dogana, poi dell’Ufficio delle Imposte. 

Oggi ospita la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università.

Avendola più volte osservata nei dipinti, anche da lontano riconosceremo immediatamente la torre della Montelbaanstoren

La parte inferiore risale al 1512. In seguito il solito de Keyser la innalzerà, dotandola anche di un campanile. 

Imbarco delle truppe della Compagnia alla torre di Montelbaan, 1682 di Abraham Storck (1644-1708), 1670; 1690 (Amsterdam Museum)
Qui i marinai della VOC si imbarcavano su piccole imbarcazioni per poter raggiungere la lontana isola di Texel, all’entrata del mare interno dello Zuidersee, dove le navi della Compagnia attendevano all’ancora. 

Ancora oggi la torre espleta una funzione marittima, ospitando gli uffici del Porto. 

Cosa dire, poi, dei cantieri navali e degli immensi magazzini? I primi da tempo sono scomparsi, a seguito di posteriori interventi effettuati con il maglio, e di inevitabili innesti urbanistici, neanche troppi, secondo noi… 

Ci siamo così limitati ad ammirarli sulle tele: erano enormi ed avevano un’incalcolabile importanza. Il benessere, la prosperità e lo sviluppo dell’intero paese dipendevano, infatti, dalle navi della flotta, che andavano perciò costruite: grandi, robuste, capaci, potenti.

Unitamente a quelle più prettamente da battaglia, che dovevano proteggere quelle della VOC, in occasione dell’annuale ritorno in patria, con il loro preziosissimo carico. 

Convoglio che le navi da guerra olandesi attendevano al largo delle Shetland. Ecco il perché di tanti naufragi in acque sovente impietosamente battute da gigantesche tempeste. 

Va comunque aggiunto come nel quartiere Plantage siamo riusciti ugualmente ad individuare una “alternativa”: il Werf’t Kromhout, un vecchissimo cantiere navale ancora perfettamente funzionante, sito lungo il canale Nieeuwevaart. 

Il Werf’t Kromhout, lo storico cantiere navale, 2012 (CC Some Rights Reserved, Jvhertum) 

Oggi lo si può visitare anche come Museo. 

Fondato nel 1757, dopo aver costruito per tanto tempo velieri, nella metà del XIX secolo si adeguerà al nuovo “corso”, iniziando a varare navi a vapore. 

Solo allorché i transatlantici, e non poteva essere altrimenti, cominceranno a “giganteggiare”, torneranno a costruire imbarcazioni per le acque interne. 

Oggi ristruttura e ripara imbarcazioni medio-piccole. 

A questo punto ci sarebbero rimasti i magazzini. 

Certo, le tonnellate e tonnellate delle più varie merci, di solito ammassate per essere poi vendute all’asta, avevano bisogno di più di un deposito. 

Tanto è vero che qualcosa, pensiamo alla seta, la si poteva quasi “accarezzare” all’interno della medesima Oostindische Huis

Eppure, a non molta distanza dal cantiere, i magazzini esistono ancora. Li avevamo già visti sui dipinti ed erano giganteschi quanto i cantieri! 

"IL MAGAZZINO DELLE INDIE ORIENTALI E IL CANTIERE DI CARPENTERIA NAVALE DI AMSTERDAM", 1726, di Joseph Mulder. Incisione su rame, colorata a mano
L’Entrepotdok, sito lungo il braccio dell’omonimo canale, sia pure ristrutturato recentemente (anni 1980), è ancora lì: tutto intero, lunghissimo e pluripiani. 

Ai suoi tempi era il magazzino più imponente d’Europa. Oggi racchiude appartamenti, uffici e bar-ristoranti. Passeggiando lungo il megaedificio, possiamo ancora leggere sulle porte i nomi delle diverse città olandesi, che formavano le Camere della Compagnia. 

Da. 2006 "La Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Verenigde Oostindische Compagnie - VOC), Rivista Marittima, CXXXIX, gennaio, 183-194.[solo testo]

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mercoledì 18 febbraio 2026

350. LE INCISIONI RUPESTRI DELLA VALCAMONICA, PATRIMONIO MONDIALE DELL'UMANITA'. QUEI SEGNI, QUEI DISEGNI, QUELLE MOLTEPLICI E DIFFUSE STRATIFICAZIONI ISTORIATE, PIENE TUTTORA DI FASCINOSO MISTERO, ORNANO DECINE, CENTINAIA, MIGLIAIA DI ROCCE. L'ABBONDANZA DI QUESTE ANTICHE TESTIMONIANZE COSTITUISCE UN INESAURIBILE "CORPUS", UN'ENCICLOPEDIA CULTURALE ANCORA NON DEL TUTTO ESPLORATA E ANALIZZATA

 

CAPO DI PONTE - PARCO NAZIONALE DELLE INCISIONI RUPESTRI DI NAQUANE, 2022
(CC Some Rights Reserved, Bramfab)


Sei anni prima lo avevamo incontrato nel Canada occidentale, nel corso di una brillante conferenza da lui tenuta presso l'Istituto Italiano di Cultura a Vancouver. 

Ambedue avevamo una comune "vecchia" conoscenza, una studentessa (sua e nostra), che alcuni anni prima con passione, estrema competenza e dovizia di particolari, più volte ci aveva parlato dell'argomento al quale lo studioso aveva sapientemente dedicato quasi tutta la sua vita. 

Quando frequentò il nostro corso sull'Africa, da poco la studentessa aveva discusso all'Università di Roma un'interessante tesi paletnologica sui labirinti rupestri.

E a lungo aveva collaborato con il centro diretto dallo studioso.

Effettuando numerose rilevazioni e sessioni di ricerca sul terreno. 

In ciò facilitata dall'abitare sulle sponde del vicino lago d'Iseo.

Ora eccoci nuovamente con Emmanuel Anati, che con interesse e rinnovata amicizia ci accolse in un'ampia sala del celebre Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP), il top nel campo degli studi camuni. 

Cioè nella sua bella casa-studio di Capo di Ponte, in Valcamonica. Ordinario di Paletnologia nell'Università di Lecce, da oltre trenta anni Anati si occupava ad alto livello del mondo preistorico ed aveva condotto una lunga serie di indagini e di ricerche, spesso con équipés  interdisciplinari, in diverse aree del globo, tra cui Israele (Negev), Spagna e Francia. 

Anche se non poteva non privilegiare, com'era ovvio, il "gioco in casa": la ricerca in quella che ormai era diventata la sua Valcamonica.

Naturalmente in quell'occasione lo studioso fu prodigo di preziosi suggerimenti e di ricche informazioni, che di lì a poco avremmo giudiziosamente utilizzato nella visita ai tanto sospiratamene "annunciati" graffiti dei Camuni

In particolare a quelli localizzati nel Parco di Naquane (Capo di Ponte), a quelli scolpiti sui due massi di Cemmo (sul lato sinistro della statale del Tonale e della Mendola), nell'area di Sonico (800 m s.l.m.) e di Vezza d'Oglio (1200 m), nell'alta Valcamonica. 

Non prima di aver effettuato anche una doverosa visita al vicino Museo Didattico d'arte e Vita Preistorica di Ausilio Priuli (Cemmo).

 Contiene un'ordinata collezione di riproduzioni delle principali incisioni rupestri, nonché plastici di alcuni insediamenti camuni che, in poco spazio ed in breve tempo, offrono una didattica panoramica d'assieme su ciò che in seguito il visitatore potrà ammirare.

Fino a non molti decenni addietro non conoscevamo quasi nulla dell'antico popolo dei Camuni. 

Sapevamo solo quanto era successo dopo

Dopo, cioè, l'occupazione manu militari nel 16 a.C. della Valcamonica da parte di Roma. Nella vallata le legioni romane si scontrarono con i Camunni, tribù alpina che in passato aveva avuto solo pacifici contatti con etruschi e celti. Ma i romani erano un'altra cosa... 

Mappa fisica della Val Camonica, 2008 (CC Some Rights Reserved,  Luca Giarelli)

Fu così che la valle perse per sempre la sua autonomia. Poiché, organizzatavi l'amministrazione, entrerà a far parte dell'Impero romano. Mentre il nome del popolo dei Camunni verrà debitamente "registrato" sul trofeo di Augusto a La Turbie, come nelle altre liste delle tribù conquistate da Roma. 

Da allora, e per quasi duemila anni, l'identità dei Camuni pre-romani è rimasta pressoché completamente ignota. Manco a dire che i Camuni non si siano dati doverosamente da fare per farsi conoscere dal mondo esterno. 

Lasciando ai posteri molti segni e numerose tracce della loro storia, cultura, vita giornaliera, attività e quant'altro può servire a ricostruire il loro passato, seppure molto distante nel tempo. 

Sicuramente non c'era neanche tanto bisogno di andare molto lontano per scoprirli. Poiché quei segni e quelle tracce erano cosparse a piene mani, a migliaia e migliaia, tutto intorno. 

Al tempo del nostro incontro con Anati, le immagini catalogate erano già ben 200.000. 

Solo la patina del tempo, le intemperie climatiche, il crescere della vegetazione, aggiunti ad un diffuso disinteresse da parte dei locali (studiosi e non, che molti di quei "segni" indubbiamente conoscevano. Interpretandoli, però, in base a parametri spesso ben diversi da quelli che oggi accettiamo scientificamente), avevano fatto cadere nell'oblio quanto di straordinario racchiudeva la valle.

D'altronde anche la nostra "esplorazione" dei graffiti rupestri ci darà modo di constatare che, quando le rocce "scritte" sono poche (non comprendendo, infatti, le grandi concentrazioni di rocce istoriate, non così rare nella vallata), queste rimangono ancora oggi per lo più sconosciute persino alla stessa gente del luogo. 

Nonostante giorno dopo giorno i contadini continuino a passare con le loro gerle di fieno davanti alle prede dei pitoti, le "pietre dei pupazzi". 

Difficile è perciò avere le "giuste" informazioni. 

Le ottime cartine topografiche, che riportano i sentieri di montagna, ma anche tante altre sfaccettate caratteristiche naturali od umanizzate, non ne fanno menzione. 

Così come, almeno al tempo delle nostre escursioni, le guide delle locali Pro-Loco...

Eppure non possiamo non ritenere che solide connessioni e interrelazioni si siano formate, a partire dall'epoca romana, tra le abbondanti e "misteriose" presenze dell'antichità e la cultura degli abitanti della Valcamonica. 

Domandandoci anche fino a che punto le tradizioni dei moderni camuni (ma anche la cultura di quelli medievali, ecc.) siano state nei secoli influenzate dalla presenza di un passato così "ingombrante" e vistoso. 

Pensando che una delle interpretazioni correnti, elaborata proprio per spiegare l'abbondanza delle incisioni e la loro stratificazione temporale (sempre nei medesimi luoghi e sulle stesse rocce), oltre naturalmente per il tipo di immagine incisa, è che con ogni probabilità quei siti rocciosi fossero luoghi destinati al culto delle divinità degli antichi Camuni.

Oggi grazie a quelle decine di migliaia di segni lasciati sulle rocce abbiamo potuto ricostruire la storia degli ultimi diecimila anni. "In questo lungo periodo di tempo... acquisizioni e innovazioni vennero via via introdotte e modificarono gradatamente i modi di vita di questi gruppi: da cacciatori-raccoglitori, si trasformarono in cacciatori-allevatori ed agricoltori; successivamente aggiunsero altre attività, come l'artigianato ed il commercio, alla propria economia".

Ecco quindi che possiamo "leggere" e ammirare le testimonianze dei Camuni preistorici, ogni volta con un senso di sempre rinnovata scoperta, profuse a piene mani sui lati di moltissime rocce, sparse a gruppi od isolate (i massi erratici). 

Quei segni, quei disegni, quelle molteplici e diffusissime stratificazioni istoriate, piene tuttora di fascinoso mistero, ornano incredibilmente decine, centinaia e migliaia di rocce, più o meno grandi, più o meno levigate dagli agenti climatici e dal plurimillenario ritiro dei ghiacciai, che sino a circa 12000 anni fa ricoprivano anche queste zone alpine. 

All'interno di una splendida vallata, che ad est confina con l'imponente massiccio montuoso dell'Adamello, con il suo stupendo ghiacciaio. 

Perciò qui le diverse ed interessanti attrattive di tipo alpino-naturalistico vanno a coniugarsi perfettamente con le decine di migliaia di incisioni su roccia. 

Che costituiscono un inesauribile archivio di dati, un autentico "corpus", un'enciclopedia culturale, ancora non del tutto esplorata, analizzata, interpretata. 

L'abbondanza di queste antiche e straordinarie testimonianze umane potrebbe aiutarci non poco a riflettere su ciò che è stato il nostro lontanissimo passato. Facendoci meditare profondamente sulle nostre radici culturali, sulla stessa nostra identità. Mettendoci persino in grado, forse, sia pure inconsapevolmente, di rispondere agli elementari interrogativi esistenziali di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo...

Le figure e le rappresentazioni camune sono assai diverse tra loro, sia per le diverse tecniche utilizzate, sia per il modo di riprodurle. Gli studiosi le hanno raggruppate tassonomicamente in base alle varie epoche: epipaleolitico (prima del 4500 a.C.), neolitico (4000-2800 a.C.), calcolitico (2800-2000 a.C.), età del bronzo (2000-1000 a.C.), del ferro (1000-100 a.C.). 

Fino a giungere alla conquista romana del territorio nel 16 a.C., che provocò l'irreversibile collasso della multi millenaria cultura camuna. Epoche, ecosistemi e tecniche diverse di incisione hanno perciò moltiplicato il fiorire di stili e di figure le più differenti: da quelle stilizzate o simboliche, a quelle molto più realistiche e naturalistiche.

 Raffiguranti uomini, armi e scudi, cervi, cani e cavalli, scene di caccia o di vita quotidiana (abitazioni su palafitte, utensili, ecc.), agreste (aratri, buoi), o cultuale (luoghi, oranti, ministri, materiali).

 Come si può vedere nello splendido Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri (Naquane) istituito nel 1959 dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia. 

Un parco che è stato il primo "monumento" (ambientale e culturale) italiano ad entrare di diritto nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Mentre ben più modestamente l'arte rupestre della Valcamonica ha fornito alla Regione Lombardia il suo simbolo, la rosa camuna.

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Da:"Con le gerle piene di fieno i contadini sostano davanti ai disegni dei "Camuni", Nelle incisioni rupestri della Valcamonica la storia di un popolo scomparso da duemila anni. Quei segni, quei disegni, quelle molteplici e diffuse stratificazioni istoriate, piene tuttora di fascinoso mistero, ornano decine, centinaia, migliaia di rocce. L'abbondanza di queste antiche testimonianze costituisce un inesauribile "corpus", un'enciclopedia culturale ancora non del tutto esplorata e analizzata ", L'Osservatore Romano, 25-26 marzo 2002, 3.[solo testo]

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html

martedì 17 febbraio 2026

349. KENYA 1976 E 1980. VERSO LA "MONTAGNA DELLO SPLENDORE" E GLI ALTIPIANI DEL KENYA CENTRALE, CUORE DELLA TERRA DEI KIKUYU. NAIROBI, NYERI, SACRARIO DEL DUCA D’AOSTA, L’OUTSPAN HOTEL E LORD BADEN POWELL, IL TREETOPS (L’ALBERGO TRA GLI ALBERI) E LA PRINCIPESSA ELISABETTA WINDSOR, IL MOUNT KENYA SAFARI CLUB DI WILLIAM HOLDEN (E IL NARO MORU…)

Il Treetops nel 1935 (CC Some Rights Reserved, Robin Clay)


La prima volta che percorremmo la strada che, passando per gli altipiani centrali, porta verso il nord del Kenya, fu a bordo di un matatu. Un Peugeot lungo con tre file di posti. Un mezzo veloce, stracolmo di passeggeri e a buon mercato. 

“Viaggiano come il vento”, ci avvertì il collega dell’Università di Nairobi, come poi sperimentammo. 

Leggiamo nel nostro diario: “sulla strada per Nyeri e Nanyuki siamo sette adulti, una bambina e l’autista, forse un Masai, dal lobo traforato. Dietro di lui c’è un somalo con la figlia. Il mezzo marcia su una stretta strada di montagna a 112/120 km l’ora...Il Peugeot rosso è scassato e balla tutto. Si ferma ad una delle rare pompe di benzina e il conducente fa gettare acqua sul motore per raffreddarlo. Il paesaggio è molto vario. Shambas e grosse piantagioni si alternano a pascoli. Dappertutto le caratteristiche capanne cilindro-coniche Kikuyu.” 

Questa degli altipiani centrali, che fanno perno sul gigantesco Monte Kenya, è infatti terra densamente abitata, ben irrigata e coltivata dai Bantu Kikuyu, i cui villaggi si susseguono, uno dopo l’altro. Come i mille rivoli d'acqua, torrenti e fiumi che, precipiti, scendono dalle montagne, dando vita, spesso, a stupende cascate, come le Chania Falls di Thika. 

E’ una regione piena di foreste e dal clima assai salubre tanto che attrasse i primi coloni bianchi subito dopo il completamento della ferrovia Mombasa-Kampala: le coltivazioni erano possibili durante tutto il corso dell’anno!

Numerose piantagioni di caffè, tè, piretro e sisal lasceranno poi il posto agli innumerevoli, più modesti orti Kikuyu. 

Si arriva a Nyeri, città nata nel 1902 come acquartieramento di una spedizione punitiva contro i Kikuyu, che avevano appena massacrato una carovana. 

Un tempo era a cavallo tra le terre dei Kikuyu e quelle dei Masai. Nel 1912, per creare “un paese dell’uomo bianco”, questi ultimi furono deportati a sud, a Narok. 

In seguito si espropriarono molte delle terre dei Kikuyu: i bianchi volevano essere i soli a godersi il “grande giardino”, come i primi esploratori avevano descritto la regione. 

Era stato così gettato il seme dell’odio che, decenni dopo, avrebbe visto nascere il sanguinoso movimento di rivolta Mau Mau (più di 13.500 morti, tra guerriglieri, civili e soldati africani, oltre a 100 europei). 

E Nyeri naturalmente assunse un’importanza strategica al tempo dell’Emergenza, poiché sede del quartiere generale e di due brigate con migliaia di soldati.

Nyeri è a 1879 m d'altezza, a 154 km da Nairobi e a circa due ore e mezzo di macchina. 

Con il treno, un ramo della Mombasa-Kampala che però si attesta a Kiganjo, a circa 16 km di distanza, si impiegano oltre sette ore di arrampicate faticose, che si allungano in curve senza fine. Fu appositamente completato nel 1927 per i bianchi. Poiché trascura Nyeri, privilegiando, invece, sia Karatina (ricca area agricola), che Nanyuki (centro degli insediamenti bianchi), dove la ferrovia ha termine.

A Nyeri nel corso dei nostri soggiorni kenioti, rendemmo doveroso omaggio al tempio-ossario nei pressi della missione cattolica del Mathari. 

Le sue alte pareti laterali accolgono le salme di 674 italiani e ascari caduti nei diversi campi di prigionia dell'allora Africa orientale inglese e, ai piedi del presbiterio, una croce di marmo bianco di Carrara accoglie quella del Duca d'Aosta. 

Ma Nyeri rappresenta anche la base per un’immersione del tutto inconsueta nella natura selvaggia. 

Dopo una sosta nello storico Outspan Hotel dallo smaccato stile "vecchia Inghilterra", fondato nel 1927 dal capitano E.S. Walker. Un albergo ben frequentato, anche da Lord Baden-Powell, il fondatore del movimento dei boy scouts, che ne fu un assiduo frequentatore, tanto da trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. 

Visto il successo raccolto tra turisti e coloni, il capitano decise di “volare alto”. Costruendo nel 1930, sopra gli alberi nella foresta degli Aberdare, una dependance, il celebre Treetops, per permettere l’osservazione della fauna. 

E’ qui che andremo, dopo aver lasciato quasi tutto il bagaglio all’Outspan. Ci imbarchiamo su una jeep che ci conduce fino alla foresta montuosa degli Aberdare, un tempo inespugnabili "santuari" Mau Mau, 16 km ad ovest di Nyeri. 

Il Treetops, 1980. 

Per poi continuare a piedi fino all’albergo, un tempo sugli alberi, ora su alte (12 m) palafitte in mezzo a giganteschi Castagni del Capo.

 Qui, raccontano le cronache, il 5 febbraio del 1952 “nacque” la Regina Elisabetta II d'Inghilterra

Andatasi a riposare come principessa, si risvegliò come regina alla notizia della morte del padre Giorgio VI. 

Un racconto tradizionale Kikuyu ricorda come invece essa sia diventata Regina sotto un sacro mugumo (albero di fico).

E’ un imprevedibile posto di osservazione, privilegiato dalla fauna africana, che va ad abbeverarsi nelle vicine pozze d'acqua. 

Infatti ecco giungere in processione all'imbrunire gli animali selvatici. Una teoria senza fine durata tutta la notte, che avremo la possibilità di vedere, in quanto illuminata da una "luna" artificiale.

 Nel corso del nostro breve soggiorno (visita n. 10181, composta da un gruppo di 65 persone più 2), la conta notturna - dopo le 18,15 - fu di: 13 elefanti, 5 rinoceronti, 68 bufali, 2 waterbuck, 4 bushbuck, 4 bushbaby (Galago crassicaudatus, un piccolo lemure), 5 manguste, 5 iene, 1 genetta. 

Rimasti in piedi fino alle 23,30, continuammo a guardare per un'altra mezz'ora dalla microscopica camera assegnataci. 

Alle 5 e 15 sordi colpi provocati dalle cornate di due grossi bufali ci svegliano: uno dava colpi al collo dell'altro e, ad un certo punto, piazza addirittura una zampa sopra il corno del rivale, costringendolo ad allontanarsi. Il tutto dura un quarto d'ora. 

All’alba vedremo due rinoceronti soffiarsi lungamente, senza mai attaccarsi. Nel frattempo un branco di elefanti si avvicina non più di tanto alla pozza, a causa della loro presenza. 

Ad un tratto, quasi come uno “sfottò”, un piccolo si avvicina velocemente, per ritrarsi subito dopo. 

Quella mattina siamo stati incuriositi dai numerosi facoceri che, muovendosi lentamente sulle ginocchia delle zampe anteriori, leccano il terreno salato nei pressi della pozza.

I nostri vagabondaggi in Kenya ci portarono, poi, fino alle pendici del secondo monte più alto dell’Africa, dal quale il paese trae il suo nome, il Kenya, dal Kikuyu kere-Nyaga, “ciò che possiede splendore”, o la “montagna dello splendore”. 

Da Isiolo, Kenya settentrionale, 135 km a nord di Nyeri. Il monte Kenya fotografato con il tele dalla barriera che blocca l'accesso alla pista, che conduce verso l'estremo nord del paese africano
 Franco Pelliccioni)  

E’ infatti la sede del Dio Ngai per i Kikuyu, oltre che per i Masai e i Kamba. Un autentico faro che, già a metà del XIX secolo, attrasse verso l'interno i missionari-esploratori, come Franz J. L. Krapf che, per primo, lo avvistò il 3 dicembre 1849. 

E’ un vulcano spento, regno di ghiacciai e nevi eterne, con le due cime del Batian e del Lenana. Entrambe riportano i nomi di due grandi laibon (guide spirituali) Masai, padre e figlio. Il primo aveva profetizzato l’arrivo dell’uomo bianco. 

Fu per la prima volta scalato nel 1899 da Sir H. MacKinder, con l’aiuto di due guide di Courmayeur, Cesare Ollier e Giuseppe Brocherel, probabilmente i primi italiani a giungere in Kenya.

 Seguiti, poi, da quattro missionari della Consolata di Torino, che nel 1903 si stabilirono alle pendici degli Aberdare, iniziando l’esplorazione del paese sotto la guida di P. Filippo Perlo.

In effetti desideravamo ardentemente avvicinarci il più possibile alle pendici della montagna, allo scopo di ammirarne la singolare, straordinaria flora tropicale d'altitudine, di cui negli anni passati avevamo tanto letto. 

Poiché in quel periodo il nostro soggiorno in Africa avveniva inizialmente sotto l'ombrello di vip, a chi approntò il nostro viaggio al Monte Kenya sembrò lapalissiano un nostro inconfessato desiderio di andare invece al Mount Kenya Safari Club,  anziché al Naro Moru River Lodge, un ostello che, seppure più distante, rappresentava invece la tradizionale base di partenza per le escursioni. 

Ci dovemmo quindi “accontentare” di ciò che, in cuor nostro, abbiamo sempre rifuggito in tutta la nostra vita.

Mount Kenya Safari Club nei pressi di Nanyuki, 2005 (CC Some Rights Reserved, ChriKo)


Mappa delle vie di arrampicata e dei rifugi attorno al Monte Kenya, con il Naro Moru sulla sinistra (CC Some Rights Reserved, Sémhur)

Il MKSC, definito il "gioiello del turismo dell'Africa orientale" (pista d'atterraggio privata, 3 campi da golf (18 buche), piscina riscaldata, maneggio, ecc.), è inserito in un contesto di laghetti e prati estremamente ben curati. 

Mecca per il jet set internazionale, la lista dei suoi membri si legge come un Who's Who di reali, nobili, ricchi e famosi. 

Fu fondato nel 1959, assieme all'eccentrico americano R. Ryan e al finanziere svizzero C. Hirschmann, dal celebre attore William Holden, che ne fu Presidente fino al 1975, quando divenne proprietà della catena Inter-Continental.

Nel corso della prima giornata che siamo stati al Mount, il gigante del Kenya si è nascosto tra le nuvole. 

Ci avevano detto che verso il tramonto si sarebbe visto, e fu così, sia pure per poco: “fuoco in camera, dal colore oro e blu. Scoppietta incredibilmente. Che sollievo scoprire che anche qui l’acqua che sgorga dai rubinetti è marrone, come ci era dato di accadere in pressoché tutte le zone africane da noi avvicinate…

Alle 20 si cena. Inizialmente ci avrebbero voluto mettere in un angolo, poiché senza cravatta, ma le nostre proteste hanno avuto effetto! 

Il direttore ce ne impresta una e così facciamo il nostro ingresso “trionfale” nel lussuoso, esotico ma pressoché vuoto lounge del MKSF. 

Alle 17 e 45 eravamo riusciti a scorgere i picchi innevati del Monte Kenya che, per tutta la giornata, era stato coperto da una grossa nuvolaglia. Il tutto annunciato verso est da un bellissimo arcobaleno, come mai l’avevamo visto nella nostra vita. 

Il giorno dopo alle 7 la montagna era ancora là, visibilissima. Ma alle 9,45 scompare definitivamente dalla nostra vista.”  

Da: 2001 "Estese piantagioni di caffè, thé e piretro alle pendici della "montagna dello splendore". Viaggio negli Altipiani del Kenya centrale, "cuore" del territorio dei Kikuyu", L'Osservatore Romano, 17 Giugno, 3.[solo testo]

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                                               MAASAI 
                                  Genti e Culture del Kenya


(174 pp., 258 note, 173 foto)
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