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mercoledì 25 febbraio 2026

353. LA COMPAGNIA CHE DIVENNE UNA NAZIONE. QUANDO LA “BAIA DI HUDSON” NON E’ SOLO UNA DENOMINAZIONE GEOGRAFICA, MA E' IL CANADA STESSO


Mappa storica dei forti, stazioni, "fattorie" e territori della Compagnia della Baia di Hudson

Un turista che si aggiri tra un reparto e l’altro di un lussuosissimo grande magazzino canadese, rutilante di luci, sfavillante di colori, odoroso di profumi e dove tutto: scaffali, vetrine, ambiente è perfettamente tirato a lucido, dove articoli e merci, di ogni natura e provenienza, sono sapientemente e ordinatamente esposte, ad Ottawa come a Montréal, a Toronto come a Vancouver, forse finirebbe per pensare di trovarsi solo all’interno di un altro - uno dei tanti - grandi centri. 

Dove gli individui tendono a riunirsi in ogni giorno dell’anno per ripetere all’infinito il loro rituale consumistico, in questo caso anche un po’ elitario… 

Ma si sbaglia, poiché l’apparenza lo ha completamente fuorviato. A meno che non conosca i lineamenti storici di questo paese grande quasi come un continente… 

Qualcosa forse potrebbe apparirgli "al di sopra delle righe". Specialmente se ha occasione di visitare un paio di reparti, quello dei souvenirs - canadiana -, ad esempio, e quello degli articoli di pellicceria. 

In entrambi i casi niente di particolarmente eclatante, vistoso o eccezionale. 

Ma là c’è un qualcosa che denota diversità e cura dei più infinitesimali particolari. Tanto da trapelarvi addirittura uno spessore conoscitivo, del tutto impensabile in analoghi ambienti.

Eppure non tutti i magazzini di questa catena sono uguali tra loro. O espongono, sempre e comunque, le medesime mercanzie.

 Spostiamoci infatti più in là o, meglio, molto, ma molto più in là, verso il Grande Nord, l’artico canadese. 

Qui non esistono grattacieli, le strade spesso non sono asfaltate o non ci sono e gli stessi eurocanadesi sono una minoranza rispetto agli originari abitanti, i cacciatori eschimesi, gli Inuit

Entriamo dunque in un piccolo e surriscaldato edificio in legno. Che però potrebbe anche essere in muratura, essendo irrilevante la sua tipologia costruttiva. 

All’interno le merci esposte in una qualche misura sono ancora quelle viste nel sud: cibo surgelato, scatolame, vestiti, casalinghi, elettrodomestici. 

Ma accanto: ecco fucili e munizioni e tende e slitte a motore. E quant’altro può essere d’utilità in luoghi così remoti e difficili.

Eppure il magazzino è sempre lo stesso. 

Poiché è quello della Compagnia della Baia di Hudson, più famigliarmente chiamato la Bay o, in francese, la Baie, tanto che questa è la dicitura che figura, non solo nell’insegna, ma anche nella sua stessa ragione sociale. 

Nessuno potrebbe neanche lontanamente sospettare come la storia di questi "magazzini", un tempo stazioni commerciali di frontiera, sostanzialmente coincida con quella del Canada. 

Anzi, di più! 

Poiché sono riusciti a plasmare e modellare il suo immenso territorio, oltre che la sua stessa politica, partendo da remoti avamposti situati, come leggiamo nell’espressione letterale, intorno alla Baia di Hudson

Anche se la sua dirigenza, mente e volano della società, è rimasta per secoli saldamente confinata nella lontana Inghilterra e in mani inglesi, a Londra! 

E sì, perché solo dal 1970 la sede principale si è spostata nel Manitoba, a Winnipeg.

La storia della Compagnia rappresenta una delle più straordinarie, affascinanti e avventurose imprese mai effettuate dall’uomo. Non solo perché come luogo d’azione era stato previsto, fin dal lontano 1670, una parte dell’allora inesplorato Canada. 

Lo statuto reale di re Carlo II che incorporava "The Governor and Company of Adventurers of England, trading into Hudson's Bay", 2 maggio 1670 

In quell’anno, capitanati dal Principe Rupert, un gruppo di nobili e di ricchi commercianti inglesi, desideroso di incrementare le proprie entrate finanziarie, ma anche attratto dal gusto per l'avventura, il rischio e le terre ignote, si riunì per fondare quella che a tutt’oggi è la società di capitali più antica esistente al mondo. 

E videro giusto quando la battezzarono: Governatore e Compagnia degli Avventurieri d'Inghilterra Commercianti nella Baia di Hudson.

Nel 1671 la Compagnia della Baia di Hudson vende le sue prime pellicce a Londra, 1938 di Douglas MacKay (1900-1938)

Già due anni dopo, nel 1672, lungo la costa meridionale della James Bay, all’interno della Baia di Hudson, veniva fondata la Moose Factory

Da quel momento in poi crebbe quello che gradualmente divenne uno straordinario "Impero delle Pellicce". 

Fondato e consolidato da poco più di un pugno di uomini straordinari, per la maggior parte scozzesi e, in particolare, originari delle isole Orcadi

Nel 1811 le 76 stazioni della Compagnia impiegavano solo 320 uomini. Che commerciavano e barattavano con gli indiani, prima, e con indiani ed eschimesi, poi. 

Spostandosi da un fiume all'altro, da un territorio all'altro, da un lago ad un altro, su agili canoe in corteccia d'albero. Sottoponendosi alle estenuanti fatiche del portage per superare istmi, boschi e paludi.

 Uomini che attraversavano territori sconosciuti ed immensi, mai percorsi prima d’allora da altri bianchi. 

Soffrendo e rischiando la loro stessa vita. 

I loro forti, stazioni e "fattorie" erano avamposti della "civiltà" europea in terre popolate esclusivamente da "selvaggi". Con i quali si doveva, però, trovare un comune modus vivendi, un'intesa profittevole per ambo le parti. 

Fort Prince of Wales nell’Hudson Bay, di Samuel Hearne, 1777 (BAnQ Vieux-Montréal, Collection Édouard-Zotique, Massicotte)

Ma l'interesse commerciale, l'interesse della Compagnia e, in genere, del profitto prevalse sopra ogni altra cosa. 

La contabilità, le registrazioni e le annotazioni relative al dare e all’avere, scrupolosamente eseguite giorno dopo giorno, costituivano infatti l'attività prevalente. 

Le esplorazioni, la costruzione di uno stato canadese, che non fosse quello della Terra di Rupert, cioè il colossale territorio originariamente concesso dalla Corona britannica alla Compagnia e comprendente tutte le terre attraversate dai fiumi che sfociavano nella Baia, sarebbe arrivato molto tempo dopo. 

Quelli erano territori grandiosi e potenzialmente dotati di immense ricchezze in pelli e pellicce. 

Per secoli, ogni anno a maggio le navi degli europei salpavano da Gravesend sul Tamigi, en route fermandosi nelle Orcadi per caricare l'acqua. 

Nel 1882, gli indiani scambiano pacchi di pellicce da 90 libbre presso un posto della Compagnia della Baia di Hudson, di H. A. Ogden (1856–1936), from the Hulton Archive
Dopo aver rifornito di merci da scambiare con gli indigeni le diverse stazioni della Compagnia situate all'interno della Grande Baia (York, Moose, Albany e Churchill), a settembre tornavano in Inghilterra. 

Lo spirito d'avventura e di corpo dei dipendenti della Compagnia, stabilitisi in quei posti sperduti, consentì loro di superare ogni difficoltà. Inclusa quella rappresentata dai francesi che, utilizzando i medesimi mezzi, cercarono di contrastarne l’attività di scambio con gli amerindi. 

Comunque gli ex courers de bois, poi voyageurs, non riuscirono mai a rappresentare un serio ostacolo per la Compagnia, mettendo un freno alla sua attività. 

L'arrivo per via terra o fluviale dal territorio dell'odierno Québec risultava, infatti, essere ben più lungo e difficoltoso dell’itinerario marittimo seguito dalle navi provenienti dalla lontanissima Inghilterra. 

Nonostante, poi, quelle fossero acque artiche e infide, per la diffusa presenza di icebergs alla deriva, in particolare nello stretto di Hudson e all’imboccatura stessa della Baia. 

C'è chi ha comparato lo spirito di corpo di questi uomini straordinari con quello esistente nella Marina Britannica: per essi le lande selvagge erano l’oceano e gli avamposti le navi.

La Compagnia non è stata, quindi, un'ordinaria società commerciale, sia pure potente, sia pure importante. 

Poiché ben presto divenne una specie di regno, tanto da necessitare valenti statisti per amministrarla. 

Come dichiarò alla fine degli anni '30 John Buchan, Governatore Generale del Canada. 

Durante i primi due secoli del suo "impero", essa dominava e commerciava sopra un territorio che comprendeva un dodicesimo della superficie della terra. 

Poiché includeva circa 3 milioni di miglia quadrate, cioè dieci volte le dimensioni del Sacro Romano Impero al massimo del suo splendore. 

Nel corso di una cena pubblica tenutasi a Cristiania (Oslo) nel 1841, in occasione della visita del Governatore della Compagnia, questi fu apostrofato come "il capo del più esteso dominio nel mondo conosciuto, salvo l'Imperatore di Russia, la Regina d'Inghilterra e il Presidente degli Stati Uniti". 

In effetti le sue stazioni commerciali andavano dalle sponde dell'Oceano Artico ai docks di San Francisco, toccando ad ovest le isole Hawaii. 

Compagnia della Baia di Hudson in Cordova Street. Vancouver, British Columbia, Canada. 1888 o 1898, Vancouver 125, The City of Vancouver

 Ma la sua influenza sarebbe andata ben oltre...

Ad esempio nel campo delle eccentricità: negli anni 1850 riuscì a vendere il ghiaccio dell'America Russa (Alaska) alla popolazione di San Francisco. 

O in quello delle emergenze internazionali: nel 1915 la sua flotta di trecento navi riforniva di cibo e munizioni Francia, Russia e Romania. 

Avamposto H.B.C. sul sito della stazione polare Kingwah (Baffin), ripreso al chiaro di luna, la notte del 13 gennaio 1925

E dire che le sue stazioni commerciali, specialmente quelle localizzate nel Grande Nord canadese, ancora nel XX secolo erano rimaste tecnologicamente all’età pre-industriale. Non esistendovi, spesso, neanche il riscaldamento...

Kenipitu di Chesterfield Inlet., 1904


Essa rappresentò ancora un qualcosa di più e di ben più determinante specialmente per il futuro e moderno Canada, che ha le sue origini proprio nella Compagnia. 

Non solo perché furono sempre i suoi uomini che, nel tempo, seppero tenere alla larga i coloni americani diretti verso il nord. 

Ma perché nel 1870 la vendita dei suoi territori alla nuova nazione del Canada consentì alle colonie esistenti di riempire i giganteschi vuoti territoriali, sia verso ovest che, soprattutto, verso nord. 

Tre delle vecchie stazioni commerciali: Fort Gary (Winnipeg), Fort Edmonton e Fort Victoria divennero addirittura capitali provinciali, rispettivamente del Manitoba, dell’Alberta e della Colombia Britannica. 

Infine ne ha modellato, non solo la forma fisica, ma anche quella politica. 

Dando alla nuova nazionalità una forte e pionieristica mentalità, che perdura ancora oggi. 

Non a caso la storia "registrata" di quasi tutte le regioni del Canada inizia con il commercio delle pellicce...

Da: "Quei "magazzini di frontiera" da più secoli protagonisti della storia del Canada. L'epopea dei commercianti della "Compagnia della Baia di Hudson", L'Osservatore Romano, 9 Marzo 2001, 3 [solo testo].

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Un capitolo sul rapporto tra l'HBC e le isole Orcadi figura nel libro:

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martedì 24 febbraio 2026

352. "RAPITA DAI CORSARI, REGINA DEL MONDO: LA VERA STORIA DI ROXELANA”. LA SCHIAVA UCRAINA DIVENTATA MOGLIE DI SOLIMANO IL MAGNIFICO E TRA LE PIÙ POTENTI VALIDE SULTAN DELL’IMPERO. Da: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO, vol. II, MEDITERRANEO

Hurrem Sultan-Roxelana (ca. 1550, o ca. 1515-20), la "concubina preferita" di Solimano il Magnifico, in seguito sua moglie. Vasari scrisse che Tiziano una volta dipinse il "Ritratto di Roxelana". Questo dipinto è stato attribuito come probabile copia di quel ritratto eseguito nella bottega di Tiziano (John and Mable Ringling Museum of Art, Sarasota, Florida)

L'Harem Imperiale, non è solo un luogo di lussuria, ma anche un centro di potere politico, che ha la sua apoteosi in Hürrem Sultan. La schiava ucraina conosciuta dagli europei come Roxelana (ca.1505-1558). 

La sua storia è l'esempio definitivo dell'imprevedibilità del destino legato allo schiavismo e alla corsa.

Rapita dai Tatari, in collaborazione, o successiva vendita ai mercanti turchi, questa schiava rutena dai capelli rossi, che “porta gioia”, eserciterà un'influenza politica enorme, poiché arriverà al vertice dell'Impero. 

Dopo essere diventata, cosa rarissima, la moglie legale del Sultano Solimano il Magnifico.  

Lei è la prova vivente che la preda umana della corsa è addirittura in grado di rovesciare la gerarchia del potere.

Come concubina, la fascinosa Roxelana ben presto diviene la favorita di Solimano, diventato Sultano nel 1520. 
Un anno dopo partorisce il suo primo figlio (Şehzade Mehmed). Altri si aggiungeranno in seguito.
 Contravvenendo alla tradizionale prassi che vige nell’Harem: "una madre concubina-un figlio" e dimostrando palesemente come una donna potente stia emergendo alla corte di Solimano… 

Intorno al 1533-1534, Solimano dichiara Roxelana donna libera, e la sposa. 

Violando un'altra usanza tricentenaria dell'Harem ottomano. In base alla quale i Sultani non possono sposare le proprie concubine: è la prima volta che un'ex schiava viene elevata al potente ruolo di sposa.

Solimano mentre è in guerra scrive poesie d'amore e lettere a Roxelana, e non perde occasione di dimostrarle il suo amore erigendole monumenti. 

Lei è la prima Haseki ("favorita") dell’Impero ottomano

La loro è una storia d'amore, che assomiglia molto da vicino ad una stupenda favola. 

Tanto da essere accusata di aver sedotto Solimano con la stregoneria.

 Molti nella corte sono sconcertati dalla devozione che Solimano prova davanti ad una sola donna, il che non potrà non provocare radicali cambiamenti nella gerarchia dell'Harem. 

Ma Roxelana, rispetto a tutte le altre donne, ha una marcia in più: grande perseveranza, intelligenza, forza di volontà. 

Diventerà una donna leggendaria e molto influente.

Roxelana è la più fedele informatrice del marito, durante la sua assenza e dopo la morte della madre. 

Realizza fondazioni per assistere i bisognosi, mostra compassione per gli schiavi, si assicura che le donne di talento lascino il Palazzo, per sposare partner meritevoli, patrocina importanti opere pubbliche (moschee, madrase, luoghi di riposo per i pellegrini diretti alla Mecca), oltre al complesso Haseki Sultan e alle sue terme.

Gradatamente trasforma l'Harem in un’istituzione politica. Rivoluzionando il modo in cui le donne, che lì vivono e lavorano, sono trattate.

All'epoca Hürrem Sultan-Roxelana è anche una delle donne più istruite al mondo.

Grazie alle sue capacità, è il principale consigliere di Solimano per le questioni di stato, è in grado di influenzare la politica estera e internazionale, contribuisce a modernizzare l'Impero Ottomano.  

Può comunicare liberamente con gli ambasciatori dei paesi europei, tiene corrispondenza e rapporti con i sovrani di Venezia e Persia, assiste Solimano durante ricevimenti e banchetti, nomina o licenzia, ministri, Gran Visir, persino lo stesso Sheikh-ul-Islam. Sempre assicurandosi la lealtà dell'intero Consiglio Imperiale.

L’amore di Solimano catapulterà, così, Hürrem dallo status di schiava a quello di donna più potente dell'impero, e del mondo di quel tempo.

Roxelana muore nell'aprile del 1558 a Costantinopoli.  

La sua bara è trasportata dai Visir alla moschea del Sultano Bayezid II. 

Processione che quasi certamente sarà stata seguita da migliaia di persone. 

In seguito sarà sepolta in uno splendido mausoleo adiacente al luogo in cui il marito la raggiungerà otto anni dopo, all'interno del grandioso complesso della Moschea di Solimano.

Da: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO, vol. Ii, MEDITERRANEO            (in fase di revisione)

                                                      .......

PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA DI LUOGHI E AVVENIMENTI. PARTE I: ATLANTICO DEL NORD : PELLICCIONI, FRANCO: Amazon.it: Libri

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sabato 21 febbraio 2026

351. AD AMSTERDAM, TRA LE TESTIMONIANZE DELLA COMPAGNIA OLANDESE DELLE INDIE ORIENTALI (VERENIGDE OOSTINDISCHE COMPAGNIE - VOC)

 

Il ritorno ad Amsterdam della seconda spedizione nelle Indie Orientali, sotto la guida di Jacobus van Neck, il 19 luglio 1599. Le quattro grandi navi Mauritius, Hollandia, Overijssel e Vriesland sull'IJ, circondate da numerose piccole imbarcazioni e barche a remi a pieno carico. In lontananza, sulla destra, il profilo di Amsterdam, di Hendrik Cornelisz Vroom (1566–1640)


Fino a non molto tempo addietro la VOC, la Compagnia Olandese delle Indie orientali, era un’illustre sconosciuta, mentre ci era nota l’omonima inglese, l’East India Company, quella della Baia di Hudson, o l’altra olandese, caratterizzata dall’erroneo nome di “Groenlandia” (Groenlandsche), anziché di Spitsbergen.

Indirizzata verso l’Asia, rimaneva infatti al di fuori delle nostre specifiche competenze areali: Africa orientale, Artico, nord Atlantico.

Solo allorché abbiamo dato inizio alla nostra “serie” sui naufragi nell’Atlantico del nord, indagando più a fondo sulle navi che, per varie ragioni, erano colate a picco, cercando di apprendere nomi, compagnie e nazioni di appartenenza, nelle isole Shetland e Orcadi più volte ci siamo imbattuti nei vascelli della Verenigde Oostindische Compagnie

In prima battuta, siamo rimasti sorpresi da questa loro diffusa presenza, in acque certamente distanti da quelle che dovevano essere le rotte “lineari” tra Olanda e Asia. 

In seguito scopriremo come fosse invece la norma passare a nord della Scozia. 

ORCADVM  ET  SCHETLANDIÆ, di Joan Blaeu (1596-1673), cartografo ufficiale della VOC, 1654  (National Library of Scotland)

Le persistenti e burrascose situazioni geopolitiche esistenti tra Olanda e Inghilterra sconsigliavano, infatti, di attraversare la Manica.

 Bisognava, perciò, circumnavigare l’intera isola, passando al largo dei suoi arcipelaghi più settentrionali…

Sia pure partendo da tragici accadimenti di mare, questa storia gradatamente cominciò ad entusiasmarci. 

Verremo così a sapere come la Compagnia fosse potente addirittura più di uno Stato. Poiché, in realtà, possedeva un Impero, dove per lungo tempo esercitò indisturbata il monopolio delle merci nelle due direzioni... 

Era potente in decine di territori e paesi del continente asiatico ed altrettanto autorevole a casa propria. Visto che, girando per Amsterdam, a distanza di oltre due secoli dal suo scioglimento, molto continua ancora a parlarci di lei. 

E’ stato così che ci siamo incamminati per i diversi quartieri del centro storico alla nostra personale scoperta di una Compagnia, che ha fatto grande, e “unica” l’Olanda nel mondo: nei traffici, nelle ricchezze accumulate, nell’architettura, nell’urbanistica, nella cantieristica navale, nel rapporto antropologico con il “diverso”. Reso possibile da contatti plurisecolari: “incontri” culturali ai tropici, come in patria; matrimoni misti; emigrazioni-immigrazioni. 

Tanto che la ben nota tolleranza di Amsterdammers e olandesi nei confronti degli altri-da-loro si sarebbe “prolungata” per migliaia di chilometri, spingendosi fino all’India, al Mare della Sonda, alle Molucche, al Giappone. 

In tal modo Amsterdam, con tutte le altre principali Camere (città) che, con uomini, navi e mezzi, parteciparono all’avventurosa e precorritrice joint venture, si sarebbero arricchite, anche spiritualmente, grazie ai variegati apporti di culture “esotiche”: oggetti, sapori, materiali, conoscenze. 

Ma lo spirito imprenditoriale influenzerà anche altri settori, solo indirettamente concernenti l’Asia. L’arte e la pittura, ad esempio. Il secolo d’oro, il XVII, proseguito anche in parte del XVIII, vedrà i capolavori di straordinari artisti, primo fra tutti Van Rijn, meglio noto con il suo nome: Rembrandt.

Subito la ricerca si rivela più semplice di quelle a cui siamo avvezzi.

Serve solo qualche indirizzo, dei nomi, una strada, un canale, un palazzo, un museo… 

Anzi, proprio al “chiuso” del celebre Rijskmuseum essa ha avuto inizio. 

Qui restiamo impressionati dalla quantità di ritratti, scene e paesaggi strettamente interrelati a ricchi committenti, membri o non della VOC

Tutti, comunque, mecenati dell’arte di pittori, che presto diventeranno dei grandissimi Maestri. 

Qui possiamo osservare l’agile bellezza delle sue navi o l’alterigia dei suoi comandanti o direttori. 

Ammirando, altresì, ceramiche e porcellane orientali, qui pervenute grazie ad uno straordinario tapis roulant marittimo, sul quale “scivoleranno” anche idee-forza, oggetti etnografici, capolavori artistici, oltre agli uomini con la loro cultura.

Altro materiale: ritrattistica, modellistica navale e cantieristica, paesaggistica (in Olanda, Amsterdam e nei tropici), oggetti etnografici e coloniali (indonesiani, indiani, cinesi, giapponesi, ecc.) è abbondantemente presente anche negli altri musei successivamente visitati: Tropen (Tropicale), Marittimo, Storico

Ognuno, secondo la propria “specializzazione”, ha contribuito ad affinare le nostre conoscenze: dettagliando (particolari, episodi, personaggi, momenti); approfondendo (tematiche, avvenimenti, comportamenti individuali, navali, coloniali); dilatando (epoche e peculiarità storiche); offrendo un prezioso e caleidoscopico panorama di: razze, popoli, etnie, culture; individuando: agenti di cambiamento e uomini di frontiera, da una parte (Olanda) e dall’altra (Asia). 

Così, tassello dopo tassello, museo dopo museo e dopo, anche on the road, apprenderemo quanto straordinariamente gigantesca sia stata la Compagnia e quanto profondo l’impatto nelle società e nelle culture, sia orientali, che occidentali.

Se nei musei basterà passare da una sala all’altra, per le strade di Amsterdam sarà sufficiente muoversi appena un po’. 

Perché, nonostante il trascorrere del tempo, della Compagnia riusciremo a ritrovare, se non tutto, senz’altro le cose più importanti.

 Ad iniziare dal Quartiere Generale, l’Oostindisch Huis, nell’Oude Zijde, la parte vecchia di Amsterdam. 

Dal canale lungo il quale si trova (Klovenierburgwal), nei pressi della porta medievale del Waag, è possibile avere un’immediata e concreta visione della maestosità e magnificenza del palazzo, la cui ampia e stupenda facciata è rimasta incredibilmente intatta, mentre sappiamo come le ristrutturazioni abbiano sconvolto all’interno le originali decorazioni. 

Costruito nel 1605 dal de Keyser, il palazzo, che oggi non mostra più il tipico stemma della VOC, fu a più riprese ingrandito (1606, 1634, 1661), per potervi immagazzinare spezie, pepe, porcellane e seta. Dopo la nazionalizzazione del 1799, fu prima sede della dogana, poi dell’Ufficio delle Imposte. 

Oggi ospita la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università.

Avendola più volte osservata nei dipinti, anche da lontano riconosceremo immediatamente la torre della Montelbaanstoren

La parte inferiore risale al 1512. In seguito il solito de Keyser la innalzerà, dotandola anche di un campanile. 

Imbarco delle truppe della Compagnia alla torre di Montelbaan, 1682 di Abraham Storck (1644-1708), 1670; 1690 (Amsterdam Museum)
Qui i marinai della VOC si imbarcavano su piccole imbarcazioni per poter raggiungere la lontana isola di Texel, all’entrata del mare interno dello Zuidersee, dove le navi della Compagnia attendevano all’ancora. 

Ancora oggi la torre espleta una funzione marittima, ospitando gli uffici del Porto. 

Cosa dire, poi, dei cantieri navali e degli immensi magazzini? I primi da tempo sono scomparsi, a seguito di posteriori interventi effettuati con il maglio, e di inevitabili innesti urbanistici, neanche troppi, secondo noi… 

Ci siamo così limitati ad ammirarli sulle tele: erano enormi ed avevano un’incalcolabile importanza. Il benessere, la prosperità e lo sviluppo dell’intero paese dipendevano, infatti, dalle navi della flotta, che andavano perciò costruite: grandi, robuste, capaci, potenti.

Unitamente a quelle più prettamente da battaglia, che dovevano proteggere quelle della VOC, in occasione dell’annuale ritorno in patria, con il loro preziosissimo carico. 

Convoglio che le navi da guerra olandesi attendevano al largo delle Shetland. Ecco il perché di tanti naufragi in acque sovente impietosamente battute da gigantesche tempeste. 

Va comunque aggiunto come nel quartiere Plantage siamo riusciti ugualmente ad individuare una “alternativa”: il Werf’t Kromhout, un vecchissimo cantiere navale ancora perfettamente funzionante, sito lungo il canale Nieeuwevaart. 

Il Werf’t Kromhout, lo storico cantiere navale, 2012 (CC Some Rights Reserved, Jvhertum) 

Oggi lo si può visitare anche come Museo. 

Fondato nel 1757, dopo aver costruito per tanto tempo velieri, nella metà del XIX secolo si adeguerà al nuovo “corso”, iniziando a varare navi a vapore. 

Solo allorché i transatlantici, e non poteva essere altrimenti, cominceranno a “giganteggiare”, torneranno a costruire imbarcazioni per le acque interne. 

Oggi ristruttura e ripara imbarcazioni medio-piccole. 

A questo punto ci sarebbero rimasti i magazzini. 

Certo, le tonnellate e tonnellate delle più varie merci, di solito ammassate per essere poi vendute all’asta, avevano bisogno di più di un deposito. 

Tanto è vero che qualcosa, pensiamo alla seta, la si poteva quasi “accarezzare” all’interno della medesima Oostindische Huis

Eppure, a non molta distanza dal cantiere, i magazzini esistono ancora. Li avevamo già visti sui dipinti ed erano giganteschi quanto i cantieri! 

"IL MAGAZZINO DELLE INDIE ORIENTALI E IL CANTIERE DI CARPENTERIA NAVALE DI AMSTERDAM", 1726, di Joseph Mulder. Incisione su rame, colorata a mano
L’Entrepotdok, sito lungo il braccio dell’omonimo canale, sia pure ristrutturato recentemente (anni 1980), è ancora lì: tutto intero, lunghissimo e pluripiani. 

Ai suoi tempi era il magazzino più imponente d’Europa. Oggi racchiude appartamenti, uffici e bar-ristoranti. Passeggiando lungo il megaedificio, possiamo ancora leggere sulle porte i nomi delle diverse città olandesi, che formavano le Camere della Compagnia. 

Da. 2006 "La Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Verenigde Oostindische Compagnie - VOC), Rivista Marittima, CXXXIX, gennaio, 183-194.[solo testo]

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mercoledì 18 febbraio 2026

350. LE INCISIONI RUPESTRI DELLA VALCAMONICA, PATRIMONIO MONDIALE DELL'UMANITA'. QUEI SEGNI, QUEI DISEGNI, QUELLE MOLTEPLICI E DIFFUSE STRATIFICAZIONI ISTORIATE, PIENE TUTTORA DI FASCINOSO MISTERO, ORNANO DECINE, CENTINAIA, MIGLIAIA DI ROCCE. L'ABBONDANZA DI QUESTE ANTICHE TESTIMONIANZE COSTITUISCE UN INESAURIBILE "CORPUS", UN'ENCICLOPEDIA CULTURALE ANCORA NON DEL TUTTO ESPLORATA E ANALIZZATA

 

CAPO DI PONTE - PARCO NAZIONALE DELLE INCISIONI RUPESTRI DI NAQUANE, 2022
(CC Some Rights Reserved, Bramfab)


Sei anni prima lo avevamo incontrato nel Canada occidentale, nel corso di una brillante conferenza da lui tenuta presso l'Istituto Italiano di Cultura a Vancouver. 

Ambedue avevamo una comune "vecchia" conoscenza, una studentessa (sua e nostra), che alcuni anni prima con passione, estrema competenza e dovizia di particolari, più volte ci aveva parlato dell'argomento al quale lo studioso aveva sapientemente dedicato quasi tutta la sua vita. 

Quando frequentò il nostro corso sull'Africa, da poco la studentessa aveva discusso all'Università di Roma un'interessante tesi paletnologica sui labirinti rupestri.

E a lungo aveva collaborato con il centro diretto dallo studioso.

Effettuando numerose rilevazioni e sessioni di ricerca sul terreno. 

In ciò facilitata dall'abitare sulle sponde del vicino lago d'Iseo.

Ora eccoci nuovamente con Emmanuel Anati, che con interesse e rinnovata amicizia ci accolse in un'ampia sala del celebre Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP), il top nel campo degli studi camuni. 

Cioè nella sua bella casa-studio di Capo di Ponte, in Valcamonica. Ordinario di Paletnologia nell'Università di Lecce, da oltre trenta anni Anati si occupava ad alto livello del mondo preistorico ed aveva condotto una lunga serie di indagini e di ricerche, spesso con équipés  interdisciplinari, in diverse aree del globo, tra cui Israele (Negev), Spagna e Francia. 

Anche se non poteva non privilegiare, com'era ovvio, il "gioco in casa": la ricerca in quella che ormai era diventata la sua Valcamonica.

Naturalmente in quell'occasione lo studioso fu prodigo di preziosi suggerimenti e di ricche informazioni, che di lì a poco avremmo giudiziosamente utilizzato nella visita ai tanto sospiratamene "annunciati" graffiti dei Camuni

In particolare a quelli localizzati nel Parco di Naquane (Capo di Ponte), a quelli scolpiti sui due massi di Cemmo (sul lato sinistro della statale del Tonale e della Mendola), nell'area di Sonico (800 m s.l.m.) e di Vezza d'Oglio (1200 m), nell'alta Valcamonica. 

Non prima di aver effettuato anche una doverosa visita al vicino Museo Didattico d'arte e Vita Preistorica di Ausilio Priuli (Cemmo).

 Contiene un'ordinata collezione di riproduzioni delle principali incisioni rupestri, nonché plastici di alcuni insediamenti camuni che, in poco spazio ed in breve tempo, offrono una didattica panoramica d'assieme su ciò che in seguito il visitatore potrà ammirare.

Fino a non molti decenni addietro non conoscevamo quasi nulla dell'antico popolo dei Camuni. 

Sapevamo solo quanto era successo dopo

Dopo, cioè, l'occupazione manu militari nel 16 a.C. della Valcamonica da parte di Roma. Nella vallata le legioni romane si scontrarono con i Camunni, tribù alpina che in passato aveva avuto solo pacifici contatti con etruschi e celti. Ma i romani erano un'altra cosa... 

Mappa fisica della Val Camonica, 2008 (CC Some Rights Reserved,  Luca Giarelli)

Fu così che la valle perse per sempre la sua autonomia. Poiché, organizzatavi l'amministrazione, entrerà a far parte dell'Impero romano. Mentre il nome del popolo dei Camunni verrà debitamente "registrato" sul trofeo di Augusto a La Turbie, come nelle altre liste delle tribù conquistate da Roma. 

Da allora, e per quasi duemila anni, l'identità dei Camuni pre-romani è rimasta pressoché completamente ignota. Manco a dire che i Camuni non si siano dati doverosamente da fare per farsi conoscere dal mondo esterno. 

Lasciando ai posteri molti segni e numerose tracce della loro storia, cultura, vita giornaliera, attività e quant'altro può servire a ricostruire il loro passato, seppure molto distante nel tempo. 

Sicuramente non c'era neanche tanto bisogno di andare molto lontano per scoprirli. Poiché quei segni e quelle tracce erano cosparse a piene mani, a migliaia e migliaia, tutto intorno. 

Al tempo del nostro incontro con Anati, le immagini catalogate erano già ben 200.000. 

Solo la patina del tempo, le intemperie climatiche, il crescere della vegetazione, aggiunti ad un diffuso disinteresse da parte dei locali (studiosi e non, che molti di quei "segni" indubbiamente conoscevano. Interpretandoli, però, in base a parametri spesso ben diversi da quelli che oggi accettiamo scientificamente), avevano fatto cadere nell'oblio quanto di straordinario racchiudeva la valle.

D'altronde anche la nostra "esplorazione" dei graffiti rupestri ci darà modo di constatare che, quando le rocce "scritte" sono poche (non comprendendo, infatti, le grandi concentrazioni di rocce istoriate, non così rare nella vallata), queste rimangono ancora oggi per lo più sconosciute persino alla stessa gente del luogo. 

Nonostante giorno dopo giorno i contadini continuino a passare con le loro gerle di fieno davanti alle prede dei pitoti, le "pietre dei pupazzi". 

Difficile è perciò avere le "giuste" informazioni. 

Le ottime cartine topografiche, che riportano i sentieri di montagna, ma anche tante altre sfaccettate caratteristiche naturali od umanizzate, non ne fanno menzione. 

Così come, almeno al tempo delle nostre escursioni, le guide delle locali Pro-Loco...

Eppure non possiamo non ritenere che solide connessioni e interrelazioni si siano formate, a partire dall'epoca romana, tra le abbondanti e "misteriose" presenze dell'antichità e la cultura degli abitanti della Valcamonica. 

Domandandoci anche fino a che punto le tradizioni dei moderni camuni (ma anche la cultura di quelli medievali, ecc.) siano state nei secoli influenzate dalla presenza di un passato così "ingombrante" e vistoso. 

Pensando che una delle interpretazioni correnti, elaborata proprio per spiegare l'abbondanza delle incisioni e la loro stratificazione temporale (sempre nei medesimi luoghi e sulle stesse rocce), oltre naturalmente per il tipo di immagine incisa, è che con ogni probabilità quei siti rocciosi fossero luoghi destinati al culto delle divinità degli antichi Camuni.

Oggi grazie a quelle decine di migliaia di segni lasciati sulle rocce abbiamo potuto ricostruire la storia degli ultimi diecimila anni. "In questo lungo periodo di tempo... acquisizioni e innovazioni vennero via via introdotte e modificarono gradatamente i modi di vita di questi gruppi: da cacciatori-raccoglitori, si trasformarono in cacciatori-allevatori ed agricoltori; successivamente aggiunsero altre attività, come l'artigianato ed il commercio, alla propria economia".

Ecco quindi che possiamo "leggere" e ammirare le testimonianze dei Camuni preistorici, ogni volta con un senso di sempre rinnovata scoperta, profuse a piene mani sui lati di moltissime rocce, sparse a gruppi od isolate (i massi erratici). 

Quei segni, quei disegni, quelle molteplici e diffusissime stratificazioni istoriate, piene tuttora di fascinoso mistero, ornano incredibilmente decine, centinaia e migliaia di rocce, più o meno grandi, più o meno levigate dagli agenti climatici e dal plurimillenario ritiro dei ghiacciai, che sino a circa 12000 anni fa ricoprivano anche queste zone alpine. 

All'interno di una splendida vallata, che ad est confina con l'imponente massiccio montuoso dell'Adamello, con il suo stupendo ghiacciaio. 

Perciò qui le diverse ed interessanti attrattive di tipo alpino-naturalistico vanno a coniugarsi perfettamente con le decine di migliaia di incisioni su roccia. 

Che costituiscono un inesauribile archivio di dati, un autentico "corpus", un'enciclopedia culturale, ancora non del tutto esplorata, analizzata, interpretata. 

L'abbondanza di queste antiche e straordinarie testimonianze umane potrebbe aiutarci non poco a riflettere su ciò che è stato il nostro lontanissimo passato. Facendoci meditare profondamente sulle nostre radici culturali, sulla stessa nostra identità. Mettendoci persino in grado, forse, sia pure inconsapevolmente, di rispondere agli elementari interrogativi esistenziali di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo...

Le figure e le rappresentazioni camune sono assai diverse tra loro, sia per le diverse tecniche utilizzate, sia per il modo di riprodurle. Gli studiosi le hanno raggruppate tassonomicamente in base alle varie epoche: epipaleolitico (prima del 4500 a.C.), neolitico (4000-2800 a.C.), calcolitico (2800-2000 a.C.), età del bronzo (2000-1000 a.C.), del ferro (1000-100 a.C.). 

Fino a giungere alla conquista romana del territorio nel 16 a.C., che provocò l'irreversibile collasso della multi millenaria cultura camuna. Epoche, ecosistemi e tecniche diverse di incisione hanno perciò moltiplicato il fiorire di stili e di figure le più differenti: da quelle stilizzate o simboliche, a quelle molto più realistiche e naturalistiche.

 Raffiguranti uomini, armi e scudi, cervi, cani e cavalli, scene di caccia o di vita quotidiana (abitazioni su palafitte, utensili, ecc.), agreste (aratri, buoi), o cultuale (luoghi, oranti, ministri, materiali).

 Come si può vedere nello splendido Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri (Naquane) istituito nel 1959 dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia. 

Un parco che è stato il primo "monumento" (ambientale e culturale) italiano ad entrare di diritto nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Mentre ben più modestamente l'arte rupestre della Valcamonica ha fornito alla Regione Lombardia il suo simbolo, la rosa camuna.

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Da:"Con le gerle piene di fieno i contadini sostano davanti ai disegni dei "Camuni", Nelle incisioni rupestri della Valcamonica la storia di un popolo scomparso da duemila anni. Quei segni, quei disegni, quelle molteplici e diffuse stratificazioni istoriate, piene tuttora di fascinoso mistero, ornano decine, centinaia, migliaia di rocce. L'abbondanza di queste antiche testimonianze costituisce un inesauribile "corpus", un'enciclopedia culturale ancora non del tutto esplorata e analizzata ", L'Osservatore Romano, 25-26 marzo 2002, 3.[solo testo]

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html

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