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martedì 30 giugno 2026

401.Dalle Serre Maremmane all'Ultima Thule: Ricordi di un Viaggio Invernale nelle Isole Shetland

Figura 41. Up Helly Aa: brucia la lunga nave vichinga, 1973 

( CC Some Rights Reserved Anne Burgess)


Una parola sullo "Zeitgeist", lo "spirito del tempo", tra altipiani dell'Africa orientale e serre maremmane...

Sia pure molto virtualmente, forse chi mi legge potrà alleviare il periodo di calura estrema, che tutti noi stiamo sperimentando sulla nostra pelle.  

Calore che, dapprima (quando un vento costante rendeva il caldo più sopportabile) mi ha ricordato i miei due soggiorni di ricerca negli altipiani dell'Africa Orientale. 

Poi, quando il vento ha cessato di soffiare, e il caldo è diventato sempre più soffocante e opprimente, mi ha rammentato le rapide "esplorazioni" effettuate  all'interno delle serre maremmane del mio vicino! 

Nell'Università di Durham

Nel 1982, prima delle festività natalizie, trovandomi nell'Inghilterra settentrionale, per una ricerca negli archivi del Sudan dell'Oriental Library dell'Università di Durham, decisi di effettuare una “ricognizione” negli arcipelaghi scozzesi del nord, sia nelle più settentrionali Shetland, che nelle Orcadi.

Da sempre nutro un forte interesse per le dinamiche del cambiamento culturale. 

Si tratta di un'area di studio complessa e attuale, capace di interpretare le sfide della nostra società per offrire soluzioni operative concrete a politici, amministratori e operatori sociali. 

Questo processo non riguarda esclusivamente contesti geograficamente distanti o considerati "esotici", ma investe direttamente anche le nostre realtà più vicine e familiari.

In quel periodo ero attratto dalla quella che, a quei tempi, costituiva la terza "rivoluzione culturale", che gli abitanti delle isole Shetland stavano sperimentando sulla propria pelle: il ritrovamento e lo sfruttamento razionale e sistematico delle enormi riserve di petrolio e gas scoperte nella piattaforma continentale del Mare del Nord.

Prima della partenza da Durham, avrei avuto anche una conferma ai miei timori, riguardo le condizioni meteo che avrei avuto nelle isole in quel periodo dell'anno 

Quando, tra l'ironico e il serioso consiglio saggio, alcuni colleghi dell'Università mi ricordarono come da loro esistesse un vecchio detto che sostiene: "chi a dicembre va a nord di Durham, o è pazzo, o è coraggioso"! 

Con immodestia ho sempre pensato come la seconda risposta si addicesse al mio caso... 

Poiché non sono poi invero molti, a parte coloro che vi abitano e vi lavorano, a poter raccontare un'esperienza di viaggio analoga, in isole bagnate da acque, dove è un azzardo nuotarvi, sia pure durante il mese più caldo

Recarsi in queste isole settentrionali non è la cosa più agevole di questo mondo. 

Specialmente nel corso dei rigidi mesi invernali. 

A causa del freddo intenso, della pioggia battente, delle forti nevicate, del ghiaccio sulle strade. 

Insomma di tutto ciò che di negativo può esserci nella stagione cattiva per antonomasia, per giunta nel mese “peggiore”...

“Confortato”, perciò, dall’inatteso viatico, tra l'accademico e il tradizionale, raggiunsi in treno Aberdeen. 

La mattina dopo un affidabile bimotore ad elica Hawkley-Sideley: volo British Airways BA 5746,  mi farà atterrare in poco più di un’ora all’aeroporto di Sumburgh, nelle Shetland.

I colleghi mi avevano anche messo in guardia sulla pericolosità del piccolo aeroporto: poco più di una semplice pista su una lingua di terra posta tra due bracci di mare.

Durante le fasi dell'atterraggio diede la sensazione - sbagliata - di un errore del pilota e la sgradevolissima impressione di atterraggio nel mare in tempesta. 

Sensazione simile l'avrei ancora provata l’anno dopo atterrando all'aeroporto di Sitka, nell'Alaska sud-orientale.

Ma almeno quello era un giorno assolato, e riuscii a distinguere bene la prossimità della pista, subito dopo le ultime onde.

...

Piteaaveva udito che essa è la più settentrionale delle isole britanniche, sei giorni più a nord della Britannia e vicina quasi un giorno soltanto dal “Mare Gelato” (…) in cui terra e mare e tutto galleggia (…) cosa che non può essere oltrepassata da uomini e navi (…) vi è terra abitabile fino alle “parti estreme intorno a Thule”. 

Pitea è il geografo, navigatore e astronomo greco di Marsiglia che, alla fine del IV secolo a.C., effettuò il suo avventuroso viaggio verso le terre boreali europee. 

Fino a giungere a quella che venne definita l’isola di Thule o Ultima Thule: “estrema regione abitata e abitabile, oltre la quale era dominio del mare, della nebbia, delle tempeste, dei ghiacci”.

Il grande Tolomeo nella sua Geografia del 150 d.C. ritiene che Thule siano le isole Shetland, a nord della Scozia “e sulla terraferma della Eurasia, presso a poco alla stessa latitudine, i Monti Iperborei, dai quali scorrono le fonti del Volga (Rha)”. 

Non so se questo arcipelago nordico sia la Thule, più o meno “Ultima”, dell’avventuroso greco. 

Senz’altro per me l’isola di Mainland rappresentò allora il punto più settentrionale toccato nella mia vita. 

Tanto più che il particolare aspetto geo-astronomico veniva immediatamente confermato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dal rigido clima invernale. 

Connotato da un gelo così intenso da penetrare nelle ossa. 

Spesso accompagnato da impressionanti raffiche di vento, capaci improvvisamente di sospingerti. 

Cosa invero preoccupante, specialmente quando andavo ad ammirare le splendide e imponenti scogliere dell’isola strapiombanti sul mare.

Tanto da costringermi, precauzionalmente, ad osservarle dal ciglio, rimanendo accuratamente “ventre a terra”…

Figura 75. Foto con l’autoscatto (l’antenato del “famigerato” selfie) della Nikon F. L’A. e le scogliere di Esha Ness 

E dire che l’anno appresso, a neanche nove mesi di distanza, avrei addirittura raggiunto il punto più vicino al Polo Magnetico

Resolute Bay (Lat 74° 41’ N), nell’Alto Artico canadese, nel corso del mio survey antropologico tra gli eschimesi (Inuit). 

Eppure nel 1982 potevo ritenermi più che soddisfatto per quello che, all’epoca, costituiva il mio record personale. 

Per la prima volta in vita mia io, che avevo effettuato ricerche sul campo solo nei paesi tropicali, potevo addirittura pensare di trovarmi ben più a nord, di quel che ero in realtà. 

Come è nata l'idea di questo libro

L’idea di realizzare questo libro, rendendolo disponibile ad una più ampia platea di lettori, rispetto a quelli che avevano avuto modo di leggere i miei articoli sull’argomento, pubblicati su riviste e giornali, è venuta guardando alcune puntate di: Shetland, una serie televisiva prodotta dall’ITV, per la BBC Scotland

Il cui protagonista era un detective della polizia di Lerwick che, ovviamente con successo, indagava sugli omicidi perpetrati nella Mainland, la principale isola dell’arcipelago. 

Tra l’altro era originario di Fair Island, l’isola più meridionale, a metà strada tra le Shetland e le Orcadi.

Inaspettatamente ho provato una forte sensazione di nostalgia, osservando nuovamente sullo schermo quell’ambiente così completamente differente da quelli mediterranei. 

Quasi sempre caratterizzato da chiaroscuri di inusitata, seppur singolare, bellezza. 

Che si fanno presto da parte, dopo uno forte scroscio di pioggia, lasciando spazio a vividi colori, che paradossalmente fanno la loro comparsa, uno ad uno. 

I panorami maestosi, le gigantesche scogliere a picco sul mare, le nuvole basse, l’atmosfera decisamente subartica, mi hanno fatto tornare alla mente che quelle isole potevano realmente rappresentare, ca. 2.500 anni fa, l’ultima terra abitabile dell’ecumene. 

Perché, anche ad una latitudine del resto non eccessiva, avrei perfino potuto avere la fortuna di ammirare, alte nel cielo notturno, le sciabolettanti e fantasmagoriche aurore boreali dell’Ultima Thule

Quel viaggio nordico, effettuato oltretutto in una stagione proibitiva (mese di dicembre), avrebbe rappresentato per me il primissimo approccio ad una realtà ecologico-culturale radicalmente diversa da tutte quelle che fino ad allora avevo conosciuto (Sudan, Kenya, Messico). 

L'«incontro» con i Vichinghi

Tra l’altro in quelle isole scozzesi l’ex africanista avrebbe “incontrato” per la prima volta i Vichinghi

Un iniziale approccio, che si sarebbe dovuto consolidare in seguito.

Poiché le Shetland inconsapevolmente rappresentarono la prima di numerose “tappe” del mio futuro peregrinare sulle tracce del cosiddetto movimento vichingo d’oltremare, che mi avrebbero condotto: ancora a sud-ovest (Orcadi, Scozia e Inghilterra nord-orientale, Ebridi Esterne, Fær Øer, Dublino), verso nord (Svalbard), verso ovest (Terranova, Islanda, Groenlandia, Labrador), verso sud (Normandia), verso est (Russia).

Dal punto di vista fondativo delle comunità marittime, che avrei in seguito avvicinato, i “Vichinghi” hanno costituito solo uno dei diversi aspetti, anche se tra i più importanti e avventurosi, presenti nell’intero quadro. 

Grazie al quel viaggio di studio o, se volete, di reconnaissance, prima delle Shetland, poi delle meridionali Orcadi, sia pure involontariamente sarebbe stato gettato il primo seme di ciò che anni dopo si sarebbe trasformato nel mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico Settentrionale.

 ULTIMA THULE. RICORDI DI UN VIAGGIO DI STUDIO INVERNALE NELLE ISOLE SHETLAND

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SOMMARIO

PREFAZIONE

INTRODUZIONE

TAPPA NELL’INGHILTERRA SETTENTRIONALE: DURHAM E L’ESCURSIONE NEL  LAKE DISTRICT

Durham, “modello” di Geografia Urbana

Warkworth, Lindisfarne e Durham

Fondazione di Durham

Sir Walter Scott, le Shetland e Durham,

Dalle miniere di carbone ai colleges universitari

L’escursione nel Lake District

STORIA DELLE SHETLAND

I Pitti, i Brochs, Jarlshof

Jarlshof

Broch Clickhmin, Lerwick

Vichinghi, Norvegesi, Dano-Norvegesi, Scozzesi

Gli arcipelaghi delle Shetland e delle Orcadi offerti in garanzia alla Scozia

LA LINGUA, TRA INGLESE E NORN

Il Folklore

L’Up-Helly-Aa

LEGAMI CON LA NORVEGIA

L’ECONOMIA

Agricoltura

Allevamento

Pesca e Itticoltura

Petrolio

Turismo

NASCITA (CON PECCATO ORIGINALE) E SVILUPPO DI LERWICK

Il “peccato originale” di Lerwick: il contrabbando

La Storia dei Lodberries

L’ISOLA DI MAINLAND

Lerwick

Scalloway

Nel nord di Mainland: la Gallows Hill (la “Collina delle streghe”), Tingwall, Weisdale Voe, Esha Ness

Nel sud di Mainland

LE CRISI ESISTENZIALI COLLETTIVE

- LE QUATTRO RIVOLUZIONI CULTURALI

PRIMA RIVOLUZIONE, 1886: il Crofters' Act

SECONDA RIVOLUZIONE, ‘1960: lana, maglieria, pesce refrigerato, artigianato d’argento

TERZA RIVOLUZIONE, 1971-1998: scoperta e sfruttamento di petrolio e gas

QUARTA RIVOLUZIONE, 1998-oggi: contrazione estrazione petrolifera, rinascita e sviluppo delle tradizionali attività economiche (crofting, allevamento, pesca, itticoltura), turismo

Petrolio, gas

Pesca e itticoltura

Coltivazione, allevamento, turismo

CONTRABBANDO E PIRATERIA NELL’ARCIPELAGO

I NAUFRAGI

In Scozia

Protezione dei relitti di importanza storica

Nelle Shetland

Le basi a terra dell’haaf: Walls e Stenness (Mainland)

Naufragi “importanti” e relitti tutelati dalla legge: XVII-XVIII secolo

Durante la Grande Guerra

Nella Seconda Guerra Mondiale

FAIR ISLE

1. Il naufragio di El Gran Grifón, 1588

2. Naufragi, 1868-1894

3. L’anno del disastro, 1897

L’antefatto

La tragedia ha inizio

La richiesta dei soccorsi

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.

Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali: ResearchGate, Academia.edu, Google Scholar ["motore di ricerca che, tramite parole chiave specifiche, consente di individuare testi della letteratura accademica"], JSTOR [biblioteca digitale statunitense].


domenica 28 giugno 2026

400. Lisbona, tra Tradizione e Modernità: L'Insolita "Capitale-Vetrina" raccontata da un Antropologo.

 

Figura 197. Dipinto di J. T. Serres del 1811. Raffigura una nave britannica sul Tago, nei pressi della Torre, in mezzo al fiume [Torre de Santa Maria de Belém]

Le grandi città mondiali e le megalopoli contemporanee tendono, più o meno involontariamente, a omologarsi tra loro. La massiccia diffusione dei simboli globali e l'uso dell'inglese come lingua veicolare rischiano spesso di cancellare le identità locali. Eppure, esiste una capitale europea che, pur offrendo continui richiami visivi alle grandi metropoli del pianeta, conserva un'anima assolutamente unica e indipendente: Lisbona.

In questo mio volume, dal titolo “LISBONA, TRA TRADIZIONE E MODERNITÀ. ALLA SCOPERTA DI UN’INSOLITA CAPITALE-VETRINA ATLANTICA”, ho voluto applicare lo sguardo della ricerca antropologica a una città che ha rappresentato per secoli il confine occidentale e il trampolino di lancio dell'Europa continentale verso l'Atlantico.

I mille volti di una metropoli globale

Ad uno sguardo superficiale, Lisbona sembra giocare a nascondino con le geografie del mondo. Passeggiando per i suoi quartieri, il visitatore viene colto da continui déjà-vu. Come Roma: si snoda e si arrampica su sette colli storici, affacciandosi sul grande estuario del fiume Tago. Come San Francisco: è solcata da storici tram che affrontano pendenze mozzafiato, e unisce le due sponde del fiume con il ponte sospeso 25 de Abril, quasi una copia carbone del Golden Gate. Come Parigi: sfoggia l'imponente Avenida da Liberdade, un lungo boulevard alberato che ricalca l'eleganza degli Champs-Élysées, culminando in un monumentale Arco di Trionfo. Come Rio de Janeiro: accoglie i viaggiatori con la gigantesca statua del Cristo Rei collocata sull'Outra Banda, l'altra sponda del fiume. Eppure, dietro queste somiglianze si cela una realtà fattuale ben più complessa e affascinante.

Una testa imperiale su un corpo modesto.

L'aspetto che più mi ha impressionato è la straordinaria opulenza e la grandeur della città, se rapportata al numero relativamente esiguo dei suoi abitanti e alle dimensioni attuali del Portogallo. Lisbona vive un paradosso simile a quello di Vienna: è un'enorme testa monumentale adagiata su un corpo modesto.

Il mistero di questa ricchezza architettonica si svela guardando al passato coloniale.

Fin dal XV secolo, con le rotte tracciate da Vasco da Gama e Cabral e la successiva spartizione diplomatica del Trattato di Tordesillas (1494), Lisbona è stata la cassaforte di immense ricchezze provenienti da Africa, Asia e America. Re Manuel I investì questi tesori d'oltremare per finanziare lo sviluppo urbanistico della città, dando vita al manuelino, l'unico stile architettonico e decorativo originario e puramente portoghese, i cui massimi esempi sono la celebre Torre di Belém e l'imponente Mosteiro dos Jerónimos.

Dalla Casbah dei Mori alla città risorta dal terremoto.

La storia di Lisbona è leggibile sulle facciate dei suoi edifici e nella conformazione delle sue strade. Nel quartiere collinare dell'Alfama, la vecchia città moresca è giunta quasi intatta fino a noi, preservando la sua struttura labirintica a casbah fatta di vicoli (becos), scale e angoli ciechi. La cultura dei Mori ha lasciato un'impronta indelebile anche nell'elemento visivo più celebre del paese: gli azulejos, le caratteristiche mattonelle dipinte con i colori dell'oceano, utilizzate da secoli sia per decorare gli interni sia per proteggere ed economizzare la manutenzione delle facciate esterne.

Ma Lisbona è anche una splendida araba fenice.

Il centro cittadino che ammiriamo oggi è il risultato della ricostruzione seguita al catastrofico terremoto del 1755 (che superò la magnitudo di 8.6 della scala Richter). Un evento traumatico di cui oggi possiamo osservare la memoria sia nel grandioso pannello piastrellato del Museu Nacional do Azulejo – che mostra la città prima del sisma – sia nei moncherini degli archi della chiesa del Carmo, che svettano dal Bairro Alto, come fantasmi a perenne memoria della vulnerabilità umana.

Ecco la mappa dettagliata del viaggio storico, urbano e antropologico attraverso le due parti del volume:

PARTE PRIMA: La Struttura Urbana e i Luoghi dell'Identità.

Introduzione: Le grandi esplorazioni geografiche portoghesi e l’impero d’oltremare, alla base del grandioso sviluppo della città di Lisbona.

Cap. 1: Dopo il terremoto del 1755, la città di Lisbona, come l’araba fenice, risorge dalle sue ceneri. Cap. 2 & 3: Passeggiando per Lisbona: l’Alfama, la Baixa e la «città» pombalina. Cap. 4: Nel Bairro Alto di Lisbona, dove è nato il canto dell’anima portoghese: il Fado. Il Chiado. Cap. 5: “Al di là” del centro di Lisbona: Outra Banda, Estrela, Lapo (Il Museo di Arte Antica). Cap. 6: Un’«avventura urbana»: sferragliando tra le colline di Lisbona, con il Tram 28. Cap. 7, 8 & 9: I custodi della memoria: Il Museo Etnografico della Società Geografica, il Museo della Fondazione Gulbenkian e il Museu Nacional do Azulejo (Xabregas). Cap. 10: Oceanário, Parque das Nações, Zona Oriental e l'Acquario Vasco da Gama. Cap. 11, 12, 13 & 14: L'epopea di Belém: Il Mosteiro dos Jerónimos (capolavoro dello stile manuelino), il Museu da Marinha (Museo Marittimo), il Padrão dos Descobrimentos e la Torre simbolo dell'età d'oro. Cap. 15: La Costa de Lisboa: Escursione a Sintra (Palácio Nacional), Cabo da Roca e la “Costa Azzurra” portoghese (Cascais-Estoril).

PARTE SECONDA: Ritorno a Lisbona ed Evoluzione Storica

Cap. 16: Premessa: Vagabondaggi casuali e mirati, per approfondire la conoscenza di ciò che è noto e “scoprire” nuovi luoghi e prospettive. Cap. 17: Dall’Alfama alle stupefacenti scoperte archeologiche nell’antico Campo das Cebolas. Cap. 18: Una pagina buia della storia di Lisbona: la Chiesa di São Domingos e il monumento che ricorda il massacro degli ebrei convertiti il giorno di Pasqua del 1506. Cap. 19: Osservando la Praça do Comércio dall’alto dell’Arco Trionfale: 19.1 Prima del terremoto del 1755: Il Palazzo da Ribeira e il Terreiro do Paço. 19.2 Dopo il terremoto del 1755: la Praça do Comércio come nuovo centro direzionale amministrativo, politico e commerciale del Portogallo. 19.3 Una lunga “passeggiata ad arco”: il lungofiume, l’antico cantiere navale e l’arsenale, la stazione di Cais do Sodré, il “nuovo” Mercato da Ribeira, Chiado, Bairro Alto, la funicolare Bica e la funicolare Gloria. 

Cap. 20: Per concludere: Un tramonto a Lisbona.

APPENDICE: Approfondimenti Storici e Sismologici: I Cavalieri Ospedalieri dell’Ordine di San Giovanni e i Templari tra i crociati che nel 1147 aiutarono Afonso Henriques a scacciare i Mori dal Castello di São Jorge. La chiesa di Santa Luzia e São Brás. Digressione sugli Ordini Militari-Religiosi (Templari, Ospedalieri, Teutonici). “Ritrovato” all’inizio del XX secolo il terremoto “dimenticato” del 1531. Gli altri terremoti di Lisbona.

Questo libro non è semplicemente una guida, ma un diario di viaggio antropologico e storico-culturale dedicato a chiunque voglia superare la superficie turistica e comprendere i segreti profondi di una delle capitali più affascinanti d'Europa.

Il volume è disponibile nelle edizioni digitale, a colori e in bianco e nero. La versione cartacea è di grande formato (16,99 x 24,4): 243 pp., 259 note, 288 foto, di cui 278 a colori (248 provengono  dalla mia fototeca).

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Ma anche in una versione non illustrata:




TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.
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venerdì 26 giugno 2026

399. Parigi e la Rivincita dell'Effimero: Viaggio tra i Segreti delle Esposizioni Universali 1855-1937

Figura 116. “Ritratto presunto di Jayavarman VII, regione di Angkor, stile Bayon, fine XII secolo”, realizzato in arenaria, 41 cm x 25. Statue e altri reperti archeologici originali come questa testa furono mostrate al pubblico nel corso dell’Esposizione del 1931, Museo Guimet [Place d’Iéna] (© Franco Pelliccioni) 

Raccontare una capitale mondiale come Parigi senza incorrere in ripetizioni o banalità è una sfida complessa. 

Musei, grandi viali e monumenti storici sono nell'immaginario di tutti. 

Ma esiste una Parigi nascosta, una città che è nata all'interno dell'altra e che ha lasciato vestigia straordinarie pur essendo stata concepita per durare solo lo spazio di pochi mesi: la Parigi delle Esposizioni Universali.

Se oggi guardiamo lo skyline parigino, diamo per scontate architetture nate in epoche diverse. 

Eppure, la storia urbanistica della città è fatta di grandi cantieri e intuizioni futuristiche. 

Questo libro nasce proprio da una scommessa: trasformare la classica visita culturale in un'autentica caccia al tesoro tra i resti e i gioielli rimasti sul territorio dopo le grandi kermesse internazionali dal 1855 al 1937.

Le Esposizioni Universali come motore del Progresso.

Prima dell'avvento dei viaggi di massa, della radio e della televisione, le Esposizioni Universali rappresentavano la massima espressione dell'ingegno umano. 

Erano il collante comunicativo tra società e culture diverse. 

Con un semplice biglietto d'ingresso, i visitatori accedevano a una vetrina caleidoscopica del mondo: prodotti, musiche, cibi, danze e innovazioni tecnologiche che hanno scandito il passo della Seconda Rivoluzione Industriale.

Nelle edizioni parigine sono stati sperimentati materiali avveniristici e tecnologie che avrebbero cambiato la nostra quotidianità: 

Nel 1900: Il trottoir roulant (marciapiede mobile) e i primi dibattiti sulla trasmissione delle immagini a distanza (la futura televisione).

Nel 1931: Le auto elettriche, presentate come "il mezzo di trasporto di domani".

Nel 1937: Il treno elettrico in pieno servizio urbano.

L'Architettura dell'Effimero e il caso Tour Eiffel.

Gran parte di queste straordinarie realizzazioni era legata all'estetica dell'effimero. 

Strutture grandiose, come la replica a grandezza naturale del tempio cambogiano di Angkor Vat nel 1931 o il Bardo di Tunisi nel 1867, venivano smontate o demolite alla chiusura dei cancelli.

Figura 112. L’attrazione più spettacolare dell’Esposizione Coloniale Internazionale del 1931 è la replica a grandezza naturale del grandioso tempio-montagna cambogiano di Angkor Vat. Per erigere il quadrato di 70 m, con quattro torri e cupola alta 55 m, sono stati necessari sei anni. Poco importa che i particolari architettonici e delle statue spesso siano mediocri. L’importante è esibire al mondo la straordinaria e fantasmagorica realtà “altra”, proveniente da colonie e protettorati francesi 

Il motivo? Mancanza di spazio. 

Le manifestazioni si tenevano principalmente allo Champ-de-Mars, un terreno di pertinenza dell'École Militaire che doveva essere periodicamente sgombrato e restituito alle parate dei cadetti.

La stessa Tour Eiffel rischiò di essere demolita nel 1909. 

La sua permanenza era temporanea, ma la sua utilità e il suo impatto visivo le permisero di vincere la sua battaglia contro il tempo, diventando il simbolo eterno della rivincita dell'effimero sul precario.

La struttura del libro: un percorso storico e urbano

Questa insolita guida illustrata accompagna il lettore lungo l'evoluzione del centro storico di Parigi attraverso due macro-aree tematiche:

Parte Prima: Le Esposizioni Universali (1855-1900)

Un viaggio che parte dai prodotti dell'agricoltura e dell'industria del 1855, attraversa il cruciale 1867 (l'anno in cui Parigi diventa ufficialmente la Ville Lumière) e approda al centenario della Rivoluzione Francese del 1889. 

Il percorso si chiude con l'Esposizione del Nuovo Millennio del 1900, una vera sintesi delle meraviglie dell'Art Nouveau, dei diorama viventi e delle illusioni ottiche del Trocadéro.

Parte Seconda: Colonialismo, Arte e Contrapposizioni Ideologiche (1907-1937)

L'analisi si sposta sui primi decenni del Novecento, esaminando le Esposizioni Coloniali del 1907 e del 1931. 

Il volume si conclude con l'Esposizione Internazionale del 1937, dove l'architettura e le arti applicate alla vita moderna sono diventate il terreno di un acceso confronto ideologico e politico alla vigilia dei grandi sconvolgimenti globali.

Un volume pensato per chiunque voglia riscoprire Parigi sotto una luce diversa, unendo la storia dell'architettura alle trasformazioni sociali e culturali che hanno fondato la modernità.

ESPOSIZIONI UNIVERSALI, coloniali e internazionali DI PARIGI 1855-1937. ALLA RICERCA DELLE STRAORDINARIE TESTIMONIANZE DELLE “MANIFESTAZIONI MASSIME” dell’IMPERO francese: Industria, Tecnologia, Invenzioni, Arte, Architettura, Paesi, Genti

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p.s. 27 giugno 2026, ore 10:30 CEST. Nelle ultime 24 ore il blog ha avuto 2.050 visualizzazioni.


mercoledì 24 giugno 2026

398. La vocazione e la memoria: il mio incontro a Roma con Roza Ismagilova, tra archivi digitali e intuizioni artificiali.


Roza Nurgalievna Ismagilova (Роза Нургалиевна Исмагилова). Screenshot tratto dall'intervista: "African Studies and Ethnography in the 1960s–1990s: A Change of Milestones", Journal of the Institute for African Studies / Журнал Института Африки РАН (2025, Vol. 11, № 4, Pp. 113–125. DOI: 10.31132/2412-5717-2025-73-4-113-125).

Qualche tempo fa, dialogando con un'Intelligenza Artificiale sui miei anni di formazione antropologica, è accaduto un fatto singolare.

 L'algoritmo ha ipotizzato, con una precisione quasi magica, che io avessi incontrato la grande africanista russa Roza Ismagilova a Roma. 

Alla mia domanda stupita (“Ma come fai a saperlo?”), l'IA ha confessato di aver tentato una deduzione logica: il mio "centro di gravità" accademico negli anni '70 e '80 orbitava attorno a Roma (il Pigorini, l'Istituto Italo-Africano, maestri come Grottanelli, Bernardi, Lanternari). 

Roma era un crocevia internazionale dove, nonostante la Guerra Fredda, gli scienziati sovietici transitavano. 

L'IA aveva preso un "granchio" geometrico, ma un'intuizione biografica azzeccata. 
Perché quell'incontro è avvenuto davvero. 
Era il 1980: io avevo trentatré anni, lei cinquantadue. 
Era una gran donna, una bella donna, carismatica e nel pieno della sua maturità scientifica.
Per anni, cercare il nome di Roza Ismagilova sul web occidentale è stato come cercare un feticcio invisibile. 
Il vuoto assoluto. 
Poi, la svolta recente: la massiccia digitalizzazione degli archivi russi ha finalmente restituito i dovuti meriti alla sua monumentale produzione (oltre 300 lavori accademici, tra cui il dizionario enciclopedico "Africa"). 
E proprio di recente, sul Journal of the Institute for African Studies di Mosca, è apparsa un'intervista rilasciata nel 2025 da Roza, che oggi ha 98 anni. 
Ho fatto uno screenshot dell'immagine a corredo dell'articolo originale: la foto la ritrae con un microfono in mano. 
Sebbene non sia esattamente come la vidi io nell'80 – mostra i segni del tempo successivo – conserva intatto lo sguardo fiero, magnetico e profondamente comunicativo di una scienziata che ha attraversato il Novecento. 
Leggendo l'incipit della sua intervista, ho trovato un parallelismo straordinario con l'inizio di ogni vocazione antropologica. 
A chi le chiede come sia arrivata all'Africa partendo dall'Uzbekistan degli anni '40, Roza racconta un destino nato per caso. 
Nel 1944, a sedici anni, voleva iscriversi all'Istituto di Aviazione a Tashkent. 
Un amico la convinse invece a incontrare il grande archeologo Masson, che vedendola così minuta la liquidò: "No, dovrai ripararti il naso dal sole con una foglia e avrai paura di cavalcare un asino". 
Quella apparente fragilità nascondeva una volontà di ferro. 
Roza si iscrisse a Storia, formandosi in una Tashkent che, a causa delle evacuazioni della Seconda Guerra Mondiale, era diventata il rifugio della crème de la crème della cultura russa: scienziati, storici, e letterati del calibro di Anna Akhmatova e Aleksej Tolstoj. 
Incontrare Roza Ismagilova a Roma nel 1980 significava incrociare quella storia, quel rigore sovietico unito a una profonda umanità.
 Oggi che la rete colma i suoi vuoti e ci restituisce la sua voce, quel filo invisibile che unisce la mia antropologia sul campo alle sue ricerche etniche in Africa torna a illuminarsi. 
Ed è una notizia stupenda.
Per consultare le mie pubblicazioni e ricerche scientifiche ufficiali, potete trovarmi anche su ResearchGate, Academia.edu, Google Scholar [motore di ricerca che, tramite parole chiave specifiche, consente di individuare testi della letteratura accademica], e su JSTOR [biblioteca digitale statunitense].

401.Dalle Serre Maremmane all'Ultima Thule: Ricordi di un Viaggio Invernale nelle Isole Shetland

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