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sabato 6 giugno 2026

391. Presentazione e sommario del libro: "Viaggio nelle atlantiche isole Fær Øer"

 

Figura 6. Kædedans på Færøerne (“Danza a catena nelle Fær Øer”), ca. 1930 (di  Sophie Petersen, Nationalmuseet/Det Kongelige Danske Geografiske Selskab)


"Viste dal largo le Fær Øer sembrano disabitate: una muraglia di basalto si leva a picco dal mare in perenne burrasca (...) 

Dove la spuma ribolle e crea pericolosi vortici. 

Chi non è pratico preferisce non avventurarvisi (...) 

Alle Fær Øer non approdano mai turisti, solo naufraghi della pesca o navi di piccola stazza (...) 

Gruppi di case, interamente coperte in torba e pietra (...) 

Si stagliano nel paesaggio di una desolazione unica: non c'è quasi albero alle Fær Øer..." Cova, 1965

Dal diario di viaggio

Dal finestrino vedo le onde dell’Atlantico ribollire sotto di me.

 Dopo la ricerca dell’anno scorso, tra i minatori norvegesi e russi delle Artiche  Svalbard, sto per dare avvio ad un’altra tappa, la sesta, del mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord

La meta si sta ora approssimando. 

Se, come penso, rispetterà l’orario, il BAe 146 della compagnia aerea faroese Atlantic Airways (RC 0455), decollato alle 15 da Copenhagen, dove ho effettuato un breve soggiorno, atterrerà  alle 16,25 nel piccolo aeroporto di Sørvágur, nell’isola di Vagar. 

Certo, ciò che si comincia qua e là a intravedere, attraverso le nuvole, non sembra molto invitante.

Eppure non vedo l’ora di stare laggiù, tra gli isolani. 

Autentici pronipoti dei Vichinghi, che ancora costruiscono barche con il know how norreno, utilizzano zolle di terra ed erba per i tetti delle case, cacciano uccelli con trappole e reti, “purtroppo” talvolta fanno stragi di balenottere e, nelle grandi occasioni, come la festa di St. Olav, che mi ha fatto venire qui alla fine del mese di luglio, si può perfino assistere a danze a catena medievali! (...)

Presentazione

L'arcipelago delle Fær Øer, composto da 18 isole, con una superficie di 1.399 kmq e una popolazione di poco più di 50.000 abitanti, sembra dovuto ad un involontario errore. 

Uno sbaffo di matita segnato casualmente sopra il planisfero, quasi in mezzo all'Atlantico del Nord. 

Sottolineando visivamente una distanza spaziale che, per secoli, ha comportato il suo isolamento, anche in senso culturale. 

Dalle forti caratterizzazioni storiche, geografiche, culturali e linguistiche, l’arcipelago appartiene politicamente alla Danimarca, dalla quale dista 1.300 Km, ma gode di una forte autonomia. 

Diversi sono stati i punti di attrazione scientifica e conoscitiva rappresentati da questo remoto pugno di isole, che mi avevano convinto ad inserirle nel mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord. 

Figura 11. Dall'alto della tortuosa strada di accesso, veduta dello straordinario villaggio di Tjørnuvik, Streymoy settentrionale, incassato in una tipica botnur (stretta vallata) faroese (© Franco Pelliccioni) 

Non solo perché gli isolani sono degli autentici pronipoti dei Vichinghi, che ancora costruiscono barche con il know how norreno, utilizzano zolle di terra ed erba per i tetti delle case, cacciano uccelli con trappole e reti, “purtroppo” talvolta fanno stragi di balenottere e, nelle grandi occasioni, come la festa di St. Olav, che mi ha fatto andar là alla fine del mese di luglio, si può perfino assistere a danze a catena medievali! 

Ma anche per il passaggio, solo nel XIX secolo, da un'economia prettamente agricolo-pastorale, ad una incentrata sulla pesca. 

Del tutto inusuale, rispetto a tante altre realtà marittime del mondo.

 Oppure per la sofisticata tecnologia impiegata in diversi settori della società faroese, primo fra tutti nel campo nautico, nel quale hanno saputo eccellere tra le marinerie dell'Atlantico settentrionale. 

Per non parlare della fine del lungo isolamento delle comunità isolane. 

Per lo più non collegate via terra da carrozzabili e connotate da una generalizzata economia di sussistenza. 

Incentrata sul caratteristico e multicolore villaggio faroese, il bygd, con il molo, la chiesetta, i vicini campi (il bøur) coltivati a patate, circondati da bassi muretti di pietre, e quelli più distanti (hagi, i campi "esterni"), destinati al pascolo degli ovini. 

Per un lungo periodo di tempo ogni bygd risultava così completamente isolato dagli altri insediamenti. 

Costituendo un mondo a parte, un microcosmo collegato agli altri microcosmi faroesi solo via mare. 

O attraverso i sentieri intercomunitari, che andavano da costa a costa.

 Attraversando valli e montagne. 

Spesso non solo disagevoli, a volte anche pericolosi. 

Per l'improvviso arrivo di una tempesta d'acqua o della nebbia, che tutto avvolge e, quindi, per il buio, il freddo e il forte vento. 

Sentieri punteggiati da cairns, che andavano percorsi anche con il tempo pessimo. 

Cercando di arrivare al mucchio di pietre successivo. 

La rete viaria di comunicazione intraisolana data solo dagli anni '1950. 

L'ultima rimarchevole caratteristica riguarda l'aspetto demografico.

 In netta contro-tendenza, rispetto alle migliaia di arcipelaghi, isole ed isolotti sparsi nei "sette mari". 

Terre di emigrazione verso la terraferma, destinate gradatamente a spopolarsi ed essere abbandonate. 

Le Fær Øer hanno invece conosciuto un interessante incremento demografico. 

Fino al brusco ed inaspettato arresto provocato dalla "grande depressione" degli anni '1990. 

Cioè all’epoca del mio viaggio, quando sono stato l’involontario testimone di un altro dei tanti periodi della tormentata storia faroese.

 Poiché "in tempo reale" ho potuto registrare: sensazioni, timori, speranze, insicurezze e, perché no?, anche le certezze e la fiducia per il domani. 

Incontrando e intervistando gli isolani: il pescatore, l'anziano, la donna, il giovane, per giungere fino ai più alti gradi di responsabilità (politica-amministrativa-tecnologica-economica, a livello nazionale e locale) e agli opinion leaders. 

Ovviamente nel libro il mio racconto è stato ampiamente aggiornato e integrato con i cambiamenti intercorsi da allora. 

Poiché da tempo la “crisi collettiva” è stata superata. 

Oggi l’arcipelago è addirittura Green.

VIAGGIO NELLE ATLANTICHE ISOLE FÆR ØER 

IL PAESE DAI TETTI DI PRATO, CHE ONDEGGIANO AL VENTO

SOMMARIO

1. PREMESSA

Dal diario di viaggio 

La ricerca nelle isole

2. INTRODUZIONE   

3. GEOGRAFIA, CLIMA, NATURA    

3.1 Flora   

3.2 Fauna       

4. STORIA       

4.1 Tra Mito e Storia: dalla Navigatio Sancti Brandano alle "Isole delle Pecore", all'età dei Vichinghi  

4.2 Norvegesi, quindi dano-norvegesi        

4.3 Danesi      

4.4 In sintesi  

5. DEMOGRAFIA, ANTROPOLOGIA (FISICA)          

6. LINGUA E CULTURA DI UNA NAZIONE-COMUNITA’    

La “scuola di vita” della roykstova 

Controllo sociale, alcoolismo          

7. ECONOMIA: IL PESCE, L'«ORO» DELLE FÆR ØER. UNA SOCIETÀ COSTRUITA SULLA PESCA

7.1 Pesca e imbarcazioni     

7.2 Il grindadráp, la caccia comunitaria alle balene         

7.3 L'uccellagione: fygling, fleyging (e omanfleyg)             

7.4 Allevamento-Agricoltura             

7.5 Il Turismo

8. IERI: LA GRANDE CRISI DEGLI ANNI '1990        

8.1 Si continua a pescare eccessivamente, senza fermo biologico       

8.2 L’imprinting  vichingo, elemento costitutivo di una delle migliori marinerie atlantiche       

8.3. A livello individuale, comunitario e nazionale, i faroesi tentano di lasciarsi alle spalle il sofferto passato, ipotecando il futuro, con generalizzate richieste di prestiti e finanziamenti

8.4  Un lungo periodo di austerity  e di ricostruzione socio-economica             

9. OGGI: UNA RINASCITA SCANDITA DAL “VERDE”

9.1 Economia, Trasporti, Infrastrutture, Turismo 

9.2 Un arcipelago totalmente “Green”. Ovvero, quando le negatività geo-climatiche faroesi diventano positive, grazie a Vento, Acqua, Maree, Correnti, Onde, Geotermia (e Sole)    

10.  IL “PORTO DEL DIO TOR”, TÓRSHAVN, CAPITALE DELLE  FÆR  ØER           

Dal diario di viaggio 

10.1 Olavsøka, la festa di St. Olav : La sfilata popolare, il corteo delle autorità politiche e religiose, quello storico

10.2 Il racconto di una dura ed eroica lotta per la sopravvivenza degli isolani nel Batasavnið, il Museo Marittimo faroese    

10.3 Norðurlandahúsið,  la Casa Nordica

11.  IL CATTOLICESIMO NELLE ISOLE         

11.1 La visita a Kirkjubøur, il “campo della chiesa”           

Dal diario di viaggio 

11.2 Dalla riforma protestante, alla libertà di religione. La Mariukirkjan  di Tórshavn         

12. UN’ESCURSIONE NELLE ISOLE DI STREYMOY  ED EYSTUROY         

Dal diario di viaggio

13. VÁGUR (LA "BAIA"), COMUNITÀ DI PESCATORI DELLA LONTANA ISOLA MERIDIONALE DI SUÐUROY            

Dal diario di viaggio 

14. RITORNO A TOR E, POI, A COPENHAGEN       

Dal diario di viaggio 

15. APPENDICE         

15.1  Corsari e pirati nordafricani, francesi, inglesi, irlandesi     

15.2  L’isola che “non c’è”: la remota Mykines      

16. BIBLIOGRAFIA     

CARTE

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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE

venerdì 5 giugno 2026

390. Dal Papiro di Ebers alla Boswellia: un filo rosso lungo 3500 anni tra medicina dei Faraoni e archeologia

Figura 101“Piazza Rumele [Midan Salah ad-Din] e la Moschea di Hassan”, Incisione dal libro: L’Egitto antico e moderno dell’archeologo Georg Moritz Ebers, 1893 (1878)

Oggi, mentre svolgevo alcune ricerche in lingua inglese sulle proprietà della Boswellia (la pianta da cui si ricava l'incenso), mi sono imbattuto in un documento scientifico che ha risvegliato immediatamente i miei ricordi di viaggio e di studio. 
Il testo menzionava un celebre egittologo tedesco il cui nome mi è particolarmente caro: Georg Ebers.

Georg Moritz Ebers (1837-1898)



Chi ha letto il mio libro "VIAGGI IN EGITTO 1980-2009" sa bene quanto io sia legato a questa figura. 
All'interno del volume ho voluto inserire ben dieci stupende incisioni d'epoca tratte proprio dalla sua monumentale opera sull'Egitto, citando più volte le sue acute riflessioni. 
Penso ad esempio a quando Ebers, contemplando Il Cairo, cercava di spiegarsi "il fascino che questa ammirabile città non manca mai d’esercitare"
Ammetteva che non fosse una città convenzionalmente "bella" e che i monti su cui si appoggia, come il Moqattam, fossero privi di vegetazione. 
Eppure, scriveva, bastava "una cavalcata in essa" per scoprire un caleidoscopio storico-culturale unico. 
D’altronde, si domandava retoricamente: "non si toccano qui colla fronte tre parti del mondo?
"Ma torniamo alla Boswellia. Nel suo studio "Boswellic Acids in Chronic Inflammatory Diseases" (Planta Med, Stoccarda/New York, 2006), il farmacologo H.P.T. Ammon ricorda che la "medicina dell'incenso" fa la sua prima comparsa documentata nella storia proprio nel celebre Papiro di Ebers (oggi custodito all'Università di Lipsia).
Questo straordinario rotolo di 20 metri fu rinvenuto nel 1862 tra le gambe di una mummia a Luxor. 
Il papiro di Ebers, 2012 (CC Some Rights reserved, Photohound)

 
Acquistato inizialmente da Edwin Smith, passò nelle mani di Ebers nel 1872 grazie a un mercante arabo. 
Il papiro è un vero scrigno di sapere pratico: risale al 1500 a.C. (sotto il regno del faraone Amenofi I) e contiene circa 900 formule mediche.
Secoli prima della moderna farmacologia, i medici egizi avevano già intuito il valore terapeutico di questa pianta. 
Come riporta la stessa enciclopedia medica contemporanea, agli acidi boswellici vengono oggi scientificamente attribuite spiccate proprietà antinfiammatorie, antireumatiche e antidolorifiche, ideali contro l'artrosi e l'artrite reumatoide.
Trovare la scienza medica del XXI secolo che convalida le intuizioni racchiuse in un papiro di 3500 anni fa è il fascino intramontabile dell'Egitto: una terra dove il passato non smette mai di dialogare con il nostro presente.
VIAGGI IN EGITTO 1980-2009. Crociera aerea e fluviale sul Nilo; ai confini con il Sudan, alla ricerca di Berenice Trogloditica e della “carovaniera degli 11 giorni”; nel Sinai 

(E-Book, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 277 pp., 259 note, 271 immagini, di cui 242 a colori (230 foto sono dell’A.) 


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lunedì 1 giugno 2026

389. Cercare St Kilda col lanternino: storia di un arcipelago atlantico abbandonato: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE

 

La foto-simbolo dell’arcipelago di St Kilda: il “parlamento” fotografato da George Washington Wilson nel 1885.
Lungo la strada del villaggio nei pressi dell'ufficio postale ogni giorno, salvo la domenica,  si radunavano infatti tutti i maschi adulti del mòd di St Kilda. Come da tempo immemorabile usavano fare davanti ad una qualsiasi delle abitazioni, per decidere il da farsi; lavori collettivi nei campi (crofts); la loro rotazione secondo l'antico sistema del runrig; le spedizioni di caccia agli uccelli nei vicini isolotti e scogli...
Mappa dell’Arcipelago di St Kilda (GNU Free Documentation License, Autore: Eric Gaba - Sting -, marzo 2009, con l’utilizzo di Landsat ETM+ imagery )

Raggiungere il primo luogo della Scozia entrato nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità non è mai una passeggiata. 

Non bastano ore di navigazione dalle Ebridi Esterne o giorni da Oban; serve che il mare e il meteo decidano di concederti il passaggio. 

Quanti viaggiatori, nei secoli, sono arrivati a un passo dalle sue scogliere per poi dover tornare indietro?

L'arcipelago di St Kilda – Hirta, Dun, Soay, Boreray – è un avanzo vulcanico disabitato dal 1930, anno in cui gli ultimi 36 abitanti si imbarcarono per sempre su una nave militare. 

Da allora, il tempo si è fermato tra le 16 "case bianche" (tigh geal) del villaggio abbandonato, lasciando spazio solo a specie rare di pecore, scienziati del National Trust e milioni di uccelli marini. 

Nel libro esploro proprio questo: la fine di un'utopia e la transizione da comunità marittima a santuario naturale. 

Rivivo la mia notte a bordo del motorsailer Eilean na Hearadah, con il cielo oscurato da migliaia di ali sui faraglioni di Stac Lee e Stac an Armin, i più alti del Regno Unito.

Il volume ripercorre la storia profonda di St Kilda attraverso cinque capitoli: dal turismo ante litteram ottocentesco ai tragici casi storici come la deportazione di Lady Grange, fino alle tre fasi del tramonto culturale della comunità: contatto, scontro e disgregazione.

 Una carrellata di figure straordinarie – dai folcloristi ai medici, fino agli alpinisti alla conquista dei "marilyn" oceanici – che hanno reso questo scoglio un'ossessione collettiva.

Se volete scoprire come la lontananza geografica si trasformi in un confine dell'anima, il viaggio comincia tra queste pagine.

...

 Solo e con le spalle alle capanne, potevo immaginare quale vita poteva essere stata ad Hirta e fui sopraffatto dalla lontananza di una vita siffatta. Avessi viaggiato direttamente fino a St Kilda da EdimburgoLondra, quel senso di distanza si sarebbe accresciuto ancora ulteriormente. Dopo tre mesi di saltellamenti tra un’isola e un’altra, ero condizionato da terre circondate dall’acqua. Così mi era diventata famigliare la sensazione di essere isolato dal resto del mondo. Ma la nozione di distanza [remoteness] veniva costantemente ridisegnata. Arran sembrò remota rispetto alla terraferma dello Ayrshire, ma mi sembrò ridicola tale nozione allorché visitai ColonsayJuraColl, in particolare, e Tiree erano apparse ancora più isolate - più Ebridi Esterne, che Interne -, come per Rum. St Kilda portò la mia definizione di isolamento e di remoto a nuovi livelli. Qui c’era il confine, un confine geografico alla frontiera dell’Europa nord-occidentale, ma anche un confine culturale e sociale” (Jonny Muir, 2011).

Parliamo, infatti, del remoto arcipelago di St Kilda, un pugno di isole avanzo di un vulcano attivo 60 milioni di anni fa, cinquanta miglia nautiche ad ovest dell'isola di Harris, nelle Ebridi Esterne. 

Arcipelago del tutto disabitato dal 1930.   

Popolato esclusivamente da uccelli e pecore di una razza speciale. 

Oltre al personale civile del Ministero della Difesa, addetto alla postazione radar impiantata nel 1957. 

Solo durante i mesi primaverili ed estivi vi risiede il guardiano del National Trust for Scotland (...), assieme agli eventuali ricercatori, naturalisti o archeologi e ai piccoli gruppi di volontari che, a turno, si dedicano a scavi e restauri nell'ambito delle attività perseguite dal Trust. 

Intese per lo più a conservare quello che rimane del villaggio abbandonato: 16 “case bianche" (tigh geal) risalenti al 1860, poste ai bordi di un'unica stradina.
La successione storica del popolamento di St Kilda ci narra di genti neolitiche assimilate o sostituite da popoli celtici. 

Oltre ad una presenza, sia pure marginale, dei Vichinghi, che la utilizzarono per rifornirsi di acqua e cibo e che, forse, vi introdussero le prime pecore. 

Se si volessero enucleare le caratteristiche principali di queste isole atlantiche, si dovrebbe accennare alla difficilissima sopravvivenza di una minuscola comunità marittima, per lunghi secoli rimasta pressoché isolata dalla terraferma scozzese e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile". 

Tanto da essere costretta, dopo ripetute, indicibili e sofferte crisi esistenziali collettive: epidemie, carestie ed emigrazioni, a venire evacuata in tempi a noi recenti.

Il forzato abbandono dell'arcipelago da parte degli isolani di Hirta ha innescato una serie di fenomeni di rilevante interesse scientifico per l'ecologo, l'etologo e, in genere, per il naturalista. 

Solo superficialmente riconducibili ad una problematica di "sostituzione" dell'elemento umano. 

Va sottolineato come nell'isola di Hirta e in quella di Soay, da dove vennero introdotte dopo l'evacuazione, viva una razza di pecore simile ai mufloni sardi. 

Altrove estinta.

L'intero arcipelago, in special modo i non distanti faraglioni di Stac Lee (172 m di altezza) e Stac an Armin (191 m, il più alto del Regno Unito), rappresenta uno spettacolare santuario per gli uccelli marini, che vi straripano oltre ogni misura.

Durante l’avvicinamento alle ripidissime, imponenti e impressionanti mura dei due scogli, raggiunti dopo aver circumnavigato Hirta, che da lontano appaiono come punte di rocciosi icebergs, non solo perché rivestiti dal bianco del guano, il cielo è stato oscurato dal volo di migliaia di uccelli disturbati dalla presenza dell'Eilean na Hearadah, un vecchio motorsailer a bordo del quale con difficoltà nella notte precedente avevo raggiunto l'arcipelago. 

Via radio la guardia costiera da Stornoway aveva infatti consigliato al mio skipper, dopo due ore di navigazione passate nelle acque inquiete dell'Atlantico, di tornare indietro. 

Dopo aver cercato un ancoraggio in un loch delle Ebridi.

Verso sera, a distanza di diverse ore dal brusco, ma necessario, dietro front, lo skipper si spingeva nuovamente in pieno oceano, per coprire le cinquanta miglia nautiche che ci separavano da St Kilda. 

Se tutto fosse andato per il verso giusto si sarebbe dovuti arrivare intorno alle due e trenta di notte. 

Mi fu fatto altresì notare come intorno alla mezzanotte (...) la piccola e bassa imbarcazione, un vetusto motorsailer, avrebbe considerevolmente ballato per le forti ondate. 

In quell'ora ci saremmo trovati sul bordo della piattaforma continentale, laddove la profondità oceanica tende ad inabissarsi. Per poi risalire in prossimità del piccolo arcipelago.

...

 La meta di quel viaggio non si poteva certamente definire "agevole". 

Nella mia vita più di una volta mi sono sentito dire, a proposito della scelta "a tavolino" dei luoghi dove andare a svolgere le mie ricerche, che "me le andavo cercando con il lanternino...". 

Per difficoltà, logistiche, o di altra natura, evidenti anche grazie ad una lettura, neanche tanto approfondita, della carta geografica. 

Difficoltà che avrebbero reso spesso difficoltosa la "discesa sul terreno". 

Ai miei gentili interlocutori non sfuggiva comunque il fatto che, superati gli "scogli", i risultati ottenuti sarebbero stati densi di gratificazioni, anche personali (...).

La destinazione di quel giorno, anche simbolicamente, rappresentava per me moltissimo. 

Fin da quando, ormai molti anni addietro, avevo iniziato i miei vagabondaggi scientifici per l'Atlantico. 

In più di un'occasione avrei infatti ad essa fatto riferimento, senza averne conoscenza diretta. 

E i lineamenti della sua eccezionale storia, da un lato "unica" nel suo genere, dall'altro paradossalmente uguale a quella di tante altre situazioni riscontrabili non solo nello scacchiere europeo, mi avevano da tempo affascinato e coinvolto emotivamente. 

Non solo come studioso dell'uomo (...). 

Come già sottolineato, nei secoli precedenti, ma ancora ai giorni nostri, le difficoltà insite nella navigazione rendono sempre difficile e per niente scontato l'arrivo in quel remoto pugno di isole (...)

A causa delle precarie condizioni meteo-marine e all'assenza di un sicuro, protetto ancoraggio, che spesso sconsigliano l'ormeggio nella Village Bay [il villaggio evacuato dalla Marina britannica nel 1930], nell'isola di Hirta

(...) Numerosi erano quindi i motivi di interesse che mi spingevano fino a St Kilda. 

In teoria facendomi rischiare anche la vita. 

Ma ne valeva la pena. 

Perché, nonostante la durata della mia permanenza nell'isola di Hirta, la maggiore del gruppo, si sarebbe giocoforza contratta, le ore passate a terra: a curiosare, indagare, cercare, individuare, prendendo appunti e fotografie, rappresentarono un'eccezionale esperienza, anche per un giramondo. .

(...) Ecco che, gradatamente, si sono venuti enucleando i punti di forza dell'isola atlantica: esistenza di una comunità marittima; isolamento plurisecolare della stessa dalla terraferma scozzese (e britannica) e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile"; forzato e "archetipico" abbandono dell'isola in tempi recenti; trasformazione dell'uso del territorio (militare, ma soprattutto naturalistico).

Una comunità marittima, quella di St Kilda, i cui membri preferivano però cacciare e catturare gli uccelli marini, che vi si trovavano in grandissima quantità. 

E catturarli non era impresa facile. 

Anzi difficilissima e rischiosissima, che ogni volta metteva in gioco la vita degli “uomini-uccello”

Sia quando scalavano le scogliere o i faraglioni, ma ancora prima. 

Quando dalla barca dovevano cercare di raggiungere le rocce, ad esempio degli Stacs (...)

 

DA: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA. 

VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE 

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SOMMARIO

Premessa           

Introduzione     

CAPITOLO 1     

Il viaggio         

L'arcipelago di St Kilda   

La natura a St Kilda          

Una comunità' di “uomini-uccello”          

L'arrivo 

Nel villaggio: le “case bianche” e i ruderi di quelle “nere”

L’incontro tra la Euphemia MacCrimmon e il grande folclorista scozzese Carmichael          

Le comunicazioni con il mondo esterno: John Sands e la St Kilda Mail      

Il “Parlamento” 

XVIII secolo: lo strano, tragico caso di Lady Grange, deportata nell’isola; si cerca Bonnie Prince Charles a St Kilda 

I soggiorni di John Sands a St Kilda: 1875 e 1876-77       

CAPITOLO 2       

Il turismo "ante litteram" verso l'esotico britannico          

CAPITOLO 3       

La fine del Paese di Utopia: problemi ambientali, sanitari, di sopravvivenza          

Le tre fasi finali del tramonto di una remota comunità isolana: “contatto”, “scontro”, “disgregazione” culturale    

Il giorno dell’evacuazione: 29 agosto 1930           

CAPITOLO 4       

Alla scoperta dell’arcipelago       

Stac LeeStac an ArminBoreray               

John Sands si arrampica su Boreray: con gli “uomini-uccello” nel 1876, con le “donne-uccello” nel 1875 

La scalata dello Stac an Armin del 1994

Quando Marylin non è la Monroe. Ovvero gli incredibili Stacs, palestra privilegiata di un pugno di alpinisti britannici, nella loro doppia sfida ai flutti dell’oceano e alle rocciose piramidi, per conquistare i più ambiti “marilyn” del Regno Unito    

Visitando Hirta  

CAPITOLO 5       

I “Viaggiatori” (1202-1929): Vescovi, religiosi e fattori; pirati, naufraghi e deportati; naturalisti e ornitologi; geologi e folcloristi; medici e chimici; nobili, politici, filantropi e commissioni d’inchiesta; pittori, fotografi e cineasti; turisti e alpinisti; il leader di una missione di soccorso; perfino un’eccezionale emula della celebre aviatrice Amelia Earhart

1930: Due non previsti testimoni dell’evacuazione di St Kilda      

BIBLIOGRAFIA  

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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE.


391. Presentazione e sommario del libro: "Viaggio nelle atlantiche isole Fær Øer"

  Figura 6 . Kædedans på Færøerne (“Danza a catena nelle Fær Øer”), ca. 1930  (di   Sophie Petersen, Nationalmuseet/Det Kongelige Danske Geo...