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domenica 28 luglio 2024

175. L'ARCHETIPO DI "INDIANA JONES", MA ANCHE L’ISPIRATORE DEL “MONDO PERDUTO” DI CONAN DOYLE, IL COLONNELLO ED ESPLORATORE INGLESE PERCY HARRISON FAWCETT, SCOMPARVE NEL 1925. CERCANDO UNA FANTOMATICA CITTÀ PERDUTA NEL MATO GROSSO BRASILIANO.Da: ALLA SCOPERTA DEL MONDO. ARCHEOLOGI, ESPLORATORI, GRANDI VIAGGIATORI, GEOLOGI, NATURALISTI, PALETNOLOGI. VOL. 4: AMERICA

 


. Percival (Percy) Henry Fawcett
Cosa c'è nel libro: 

NORD AMERICA (EIRÍK “IL ROSSO” (EIRÍK THORVALDSSON “RAUÐI”); FRANCISCO VÁSQUEZ DE CORONADO, MERIWETHER LEWIS E WILLIAM CLARK; JOHN J. AUDUBON; HELGE MARCUS INGSTAD); 
...

  PREMESSA
"Quando a suo tempo progettai la scaletta della mia terza trilogia: Alla Scoperta del Mondo, il volume avrebbe dovuto contenere 28 personaggi, attratti dall’ignoto geografico, storico e culturale, sia dell’America, che delle Regioni Polari. 
Nel corso della stesura, ho invece ritenuto opportuno dare più spazio ad uno dei capitoli. 
Quello riguardante il colonnello britannico Percy Fawcett. Esploratore scomparso misteriosamente, nel 1925, nel Mato Grosso brasiliano
Andando alla ricerca della Città Perduta di Z (“Zeta”), in quella che sarà la sua ultima spedizione sudamericana. 
Le sue straordinarie avventure, che a suo tempo hanno ispirato la serie filmica di Indiana Jones, ma prima ancora il Mondo Perduto di Conan Doyle, a cui Fawcett raccontò le proprie esperienze, mi avevano oltremodo appassionato da ragazzo.
 Così, per decenni , nel bacino dell’Alto Xingú sono andati alla ricerca di ogni seppur minimo indizio, racconto o flebile traccia degli scomparsi, come della stessa “Z”, spedizioni ben strutturate e organizzate (di “ricerca e soccorso”, diremmo oggi), che singoli individui. 
Avventurieri di ogni nazionalità e risma, visionari, gente in cerca di un’effimera notorietà, ma anche spiriti compassionevoli, animati da sincera volontà di contribuire a risolvere quello che ha rappresentato il mistero esplorativo per antonomasia del XX secolo. 
Gradatamente il capitolo su Fawcett è così diventato un capitolo-contenitore di diverse altre esplorazioni. [mentre la trilogia sugli esploratori si è trasformata in una tetralogia!]
Che, una dopo l’altra, si sono andate snodando per quasi un secolo, fino ad oggi… 
 Oltre tutto, se il mistero sembrerebbe risolto solo in parte, le esplorazioni di questi ultimi anni hanno comportato sviluppi inaspettati e del tutto sorprendenti! 
Forse perché indirettamente facilitati dal “cambiamento climatico”, che ha incrementato, facilitandoli, gli incendi anche delle boscaglie del Mato Grosso?
[Naturalmente il capitolo dedicato a Fawcett è il più corposo del libro: 32 pagine, 28 foto (7 di Fawcett), 23 spedizioni] 
 Ed è stato l’amore per l’Avventura, coniugata sottilmente con la Conoscenza, che ha indissolubilmente legato tra loro queste figure.

Dando vita ad uno straordinario filo conduttore, che si è andato snodando, dall’Artico fino a Capo Horn, attraverso epoche, culture, civiltà, popolazioni, territori, nel corso di una continua sfida dell’Uomo contro l’ignoto.

LA SPEDIZIONE SCOMPARSA NEL MATO GROSSO BRASILIANO
Il libro narra anche di una spedizione scomparsa nel nulla, alla ricerca di un “sogno”, che un esploratore inglese aveva sempre tenuto gelosamente segretoMa anche delle decine e decine di missioni, andate invano a cercarla, per quasi un secolo.

Il sogno riguardava l’esistenza di una città favolosa, descritta da un’antica cronaca, probabilmente apocrifa, situata in una regione, dove l’unica civiltà visibile ancora oggi è quella dei villaggi degli indios, immersi nelle boscaglie e circondati dai fiumi.

   A questo punto, però, si impone un ma…! 

RECENTI SCOPERTE HANNO SCONVOLTO LE FONDAMENTA DELL'ARCHEOLOGIA PRECOLOMBIANA...

Perché proprio in questi ultimi tempi, un antropologo americano, che da tredici anni ricercava tra gli indios, aiutato da una buona dose di fortuna e dalla sua perspicacia, due doti invero non secondarie, che si sono aggiunte al fatto che era anche un archeologo, affermerà come quella lontana fantasticheria avesse un fondamento di verità. Presumibilmente derivante da leggende tramandate di generazione in generazione dagli indios… 

Poiché ha scoperto ben venti insediamenti risalenti all’800-1600 d.C., collegati da strade, con case costruite con il materiale esistente nella regione: terra, legno, palme. 

Ogni insediamento aveva dai 2.000 ai 5.000 abitanti. 

Cioè numeri ben superiori a quelli degli odierni villaggi, che sono nell’ordine delle centinaia di anime. 

Poiché le città risalgono a ben prima dell’avvento dei brancos, i bianchi, con le loro malattie e la loro “pacificatrice” violenza.

 Una scoperta, confermata anche dai radar, dalle rilevazioni satellitari, dai sensori remoti, che ha una portata incredibilmente rivoluzionaria, poiché ha sconvolto le fondamenta stesse dell’Archeologia precolombiana. Tanto che andrebbero, forse, rivalutate le stesse “cronache”, sulle quali si basò la ricerca dell’esploratore scomparso!

   E dire che negli anni ‘1950 il figlio aveva, senza successo, sorvolato la zona. 

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Così la recente straordinaria scoperta potrebbe essere stata resa possibile, grazie al cambiamento climatico, che ha amplificato e moltiplicato gli incendi, anche delle boscaglie del Mato Grosso… 

.....

 "Il celebre esploratore britannico Percy Harrison Fawcett (1867-1925?) scomparirà nel nulla, quando nel 1925 si mise alla ricerca dei resti di una città leggendaria: forse parte dell'Atlantide?!"

    "Attraverseremo lo Xingú al decimo Parallelo e ci inoltreremo diritti verso est, attraverso il Tocantins. Superato questo, là dove s'incontrano gli Stati di Goiáz, Piauí e Baía, si trova "Z", il mio obiettivo principale... Quando avremo terminato le nostre ricerche ci sposteremo verso est fino al São Francisco (...) non molto lontano, dall'altra parte del fiume, si trova la città del 1753, che intendo visitare prima di uscire dalle zone selvagge a Salvador". Non sapeva che, dopo la sua sparizione, egli stesso sarebbe diventato una leggenda!

(...) Il 29 maggio del 1925 due mulattieri brasiliani rimandati indietro recano l'ultima lettera indirizzata alla moglie: "penso che verremo a contatto con gl'Indiani tra una settimana o una decina di giorni. Siamo qui al Campo del Cavallo morto, a 11°43' di latitudine Sud e 54°35 Ovest, esattamente nel punto in cui morì il mio cavallo nel 1920 (…) Non devi temere che non si riesca".

  "La spedizione, alla quale partecipano il figlio primogenito ventunenne Jack e il suo amico Raleigh Rimmel, è in procinto di lasciare le sorgenti dello Xingú, per inoltrarsi in terre sconosciute!

   Da quel momento non si saprà più nulla. Va ricordato come la spedizione fosse "leggera", cioè in grado di inoltrarsi più agevolmente nelle terre degli indios, senza tema di venire scambiati per invasori. Anche perché la loro stessa sopravvivenza era legata alle risorse dei luoghi."

   "Se non dovessimo tornare", aveva sostenuto, "non voglio che vengano a cercarci con spedizioni di soccorso. È troppo pericoloso. Se con tutta la mia esperienza, non riusciamo noi a farcela, che speranza può esserci per gli altri? Ecco perché non voglio dire esattamente dove andiamo. Sia che riusciamo a salvarci e ritornare, sia che lasciamo là le nostre ossa a marcire, una cosa è certa. La soluzione dell'enigma dell'antica America del Sud - e forse di tutto il mondo preistorico - si troverà solo quando le antiche città saranno ritrovate e aperte alla ricerca scientifica. Che queste città esistano, lo so con certezza...".

   “Se il viaggio non avrà successo, tutto il mio lavoro nell’America meridionale si concluderà con un fallimento, poiché non potrò fare più nulla. Sarò inevitabilmente screditato come visionario, accusato di volermi soltanto arricchire personalmente” (…)

ALLA RICERCA DI FAWCETT: IERI (1927-1957)

(...) Molti hanno supposto che gli indigeni locali li abbiano uccisi, poiché a quel tempo diverse tribù vivevano nelle vicinanze: i Kalapalo, che furono gli ultimi a vederli, o gli Arumá, i Suyá o i Xavante, nel cui territorio stavano penetrando. Entrambi i giovani erano malati e camminavano con difficoltà quando sono stati visti l'ultima volta, ma non ci sono prove che furono uccisi. È probabile che siano morti per cause naturali nella giungla brasiliana”.

   Si dovranno comunque aspettare oltre venticinque anni, per avere la conferma dell’inesistenza di quella città, almeno come l’aveva concepita Fawcett, grazie alle due spedizioni e relative ricognizioni aeree effettuate nel 1952-4 dal figlio Brian (1906-1984). Sarebbero infatti tutte fallite quelle che, a partire dal 1927, si organizzarono, per individuare le tracce del colonnello e dei suoi compagni. Incluse quelle dei singoli individui che, a vario titolo, in quegli anni già si trovavano, o si inoltrarono, nel Mato Grosso, per cercarlo, spesso perdendovi anche la vita."

(...) 1931

  "Nella regione del fiume Kuluene la spedizione antropologica dell’Università della Pennsylvania diretta da Vincent Petrullo (1906-1991) si imbatte in indios Kalapalo, che avevano incontrato i tre uomini scomparsi. A quanto pare i giovani erano malati e non volevano proseguire. Per cinque notti gli indios da lontano videro innalzarsi il fumo del loro accampamento, poi più nulla. Più tardi constateranno che l’accampamento era stato abbandonato. Questa sarà la versione “ufficiale”, più meno integrata da altri particolari, che da allora in poi sarà fornita dai Kalapalo sulla misteriosa scomparsa della spedizione…

Uomini della tribù Kalapalo

   Petrullo ritiene che Fawcett probabilmente “è morto di sete, fame o malattia. Da qualche parte nelle dense foreste ad est del fiume Kuluene. Credo sia impossibile per il colonnello Fawcett essere vivo in una regione che non si conosce. Là le notizie viaggiano velocemente. Specialmente se riguardano uomini bianchi, perché ce ne sono pochi”.

Da: ALLA SCOPERTA DEL MONDOARCHEOLOGI, ESPLORATORI, GRANDI VIAGGIATORI, GEOLOGI, NATURALISTI, PALETNOLOGI.  VOL. 4: AMERICA 

E-Book, versione cartacea in bianco e nero di grandi dimensioni (16,99 x 1,17 x 24,41), 253 pp, 243 note,  Bibliografia, 197 immagini (14 sono dell'A.), Appendice ("Narrazione Storica di una Grande, Nascosta Città Antichissima, Senza Abitanti. Che Venne Scoperta nel 1753", conservata con il n.512 nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro)





domenica 19 giugno 2022

34. UNA STORIA DELL'ANTROPOLOGIA IN 61 PERSONAGGI E UNA SPEDIZIONE INTERCONTINENTALE TRA AMERICA E RUSSIA: VOLUME I°, DA ADOLF BASTIAN A VINIGI LORENZO GROTTANELLI

Indio Bororo mentre sta per scoccare una freccia. Foto Steinen
[Karl von Den Steinen, 1855-1929. Spedizione nello Xingù (Mato Grosso,  Brasile) del 1887-1888, da: Unter den Naturvolkern Zentralbrasiliens, 1894] 

Quando nel lontano 1980 apparve il sesto volume dell’Enciclopedia della Curcio: Le Grandi Avventure dell’Archeologia, ero reduce da tre sole sessioni di ricerca antropologica sul campo (Africa, Mesoamerica): nel 1976 nella cittadina multietnica di Isiolo, a nord del Monte Kenya, nel Kenya settentrionale; nel 1978 nel piccolo villaggio di indios Huave di Santa Maria del Mar, nell’istmo di Tehuantepec (Oaxaca, Messico); nel 1979 nella cittadina multietnica di Malakal, nella Provincia del Nilo Superiore (Sud Sudan).

   Oltre agli usuali problemi d’ordine burocratico e alle difficoltà logistiche, che immancabilmente attendono al varco ogni ricercatore non “da tavolino”, a quei tempi già ero incorso in diverse “avventure”, tutte comunque andate a lieto fine. 

Così, dopo aver collaborato con diapositive (Messico, Grecia, Italia meridionale) all’apparato fotografico dell’Enciclopedia, pensai che sarebbe stato fantastico riuscire a realizzare l’“equivalente” antropologico! 

Progetto che a quei tempi era forse troppo grande per le mie “possibilità”, così che non andò in porto…

   Oggi ritengo che età ed esperienza mi consentano di presentare ai lettori questa nuova trilogia interamente dedicata agli Antropologi.

 Vi ho raccolto, debitamente illustrate da foto d’epoca, le schede di 61 personaggi

Oltre a quella relativa ad una spedizione antropologica intercontinentale, svoltasi tra America del Nord e Asia a cavallo tra il secolo XIX e XX.

   Se possiamo affermare che, in generale, conosciamo i contributi fondamentali apportati alla disciplina dai numerosi studiosi “incontrati” sul nostro cammino, al di là di teorie, idee, correnti di pensiero e scuole nazionali, sappiamo invece poco, o nulla, dei singoli e diversificati percorsi esistenziali. 

Infatti spesso, al di là delle righe scritte dai ricercatori, c’è esclusivamente il nulla. 

Ove ad hoc non abbiamo potuto approfondirne la vita. 

Circostanza secondo me determinante per comprendere appieno ciò che ritroveremo all’interno di un discorso scientifico. 

Se poi, per ipotesi, siamo in possesso di qualche elemento in più, spesso è lì, appiccicato nel vuoto “più spinto”, slegato dalla realtà, frammentato…

   Eppure gli uomini e le donne che hanno un “posto” in questa mia galleria virtuale, ciascuno nel proprio campo e nel proprio paese, sono personaggi indubbiamente d’eccezione e valgono, non solo per ciò che hanno fatto all’Università, o sul terreno. 

Tutti loro hanno difatti apportato straordinari contributi a scienza e conoscenza. 

Molti hanno avuto echi di portata mondiale e storica. 

E il loro vissuto continua tuttora a stupirmi. 

Poiché, man mano che mi sono addentrato nelle loro vite, sono rimasto sempre più colpito ed attratto da quelle che sono state le profonde passioni, che li hanno guidati sui loro strabilianti, se non unici, itinerari esistenziali e scientifici. 

Peraltro spesso in tempi ed epoche dove pressoché tutto risultava difficoltoso, pionieristico, pericoloso, impossibile. 

Poiché ci si doveva inoltrare con pochi mezzi, a volte anche con scarsi riconoscimenti, in terreni “geografici” e “culturali” prima di allora mai violati. 

Osservando e partecipando alla vita dei popoli più diversi, in particolare di quelli un tempo definiti “primitivi”. 

Rischiando spesso la vita.

Sempre ricercando la Verità e le risposte a mille interrogativi, hanno studiato le sfaccettature culturali dei gruppi umani.

 “Diversità” che rendono comunque tutti noi “uguali”: nelle emozioni, nei sentimenti, nei bisogni primari, nella dignità umana… 

Così, al di là delle loro asettiche descrizioni scientifiche, ho sempre cercato di apprendere: come siano arrivati sul campo e perché, cosa e chi hanno incontrato.

   Trattando di Antropologi, non posso fare a meno di citare alcuni aneddoti personali. 

A cominciare dal fatto che, sia pure on line, anni addietro fui accettato come membro dallo storico Explorer’s Club di New York. 

Il primo risale agli ultimi anni della collaborazione all’Osservatore Romano (Terza Pagina e supplemento domenicale). 

Quando inaspettatamente scoprii in redazione, con indubbia soddisfazione, come fossi considerato l’Indiana Jones del giornale. 

In quel momento il pensiero mi riportò indietro di oltre una ventina d’anni. 

Allorché nel 1979, al mio rientro a Khartoum dalla prima ricerca sul campo a Malakal, il Direttore dell’Agip Sudan Ltd. mi svelò come nell’ambiente degli expatriates europei, dopo la mia determinata partenza per l’ignoto…, ero stato soprannominato: Dr. Livingstone.

 In effetti loro, che si spostavano nelle vicine oasi con almeno un paio di fuoristrada, cuoco e kit d’emergenza medico-chirurgica al seguito, erano rimasti “sconvolti” per il fatto che, poco dopo essere giunto nella capitale sudanese, ero intenzionato a spingermi per 850 km a sud, con un paio di valigie e il borsone con il registratore e la pesante attrezzatura fotografica di quei tempi. 

Attraversando in jeep il deserto fino a Kosti, per poi risalire lo storico Nilo Bianco su un vetusto battello a pale posteriori per quattro lunghissimi e straordinari giorni…

Guerrieri Zande, foto Czekanowski
[Jan Czekanowski, 1882-1965, spedizione germanica nell'Africa Centrale, 1907-1908]  

Questo volume contiene i primi venti protagonisti delle Grandi Avventure dell’Antropologia. 

Alcuni di essi si spinsero nelle inesplorate boscaglie del Mato Grosso e del Paraguay popolate dalle tribù indie - dove un italiano vi perderà la vita -. 

Ma si recarono anche tra i pellerossa delle praterie e dei semi-desertici altopiani del Far West. 

Per conoscerli, studiarli, registrarne i canti. 

Addirittura vivere con loro. 

Come loro. 

Cioè: “andando nativi”. 

In un caso cercarono anche di “difenderli”. 

Nell’Insulindia incontrarono i cannibali del Borneo e studiarono gli isolani di Alor. 

Nell’Asia sud-orientale si imbatterono nei popoli che vivevano sulle montagne e sopra le barche. 

Più volte attraversarono da ovest ad est il Continente Nero e nell’Africa centro-orientale scoprirono una moltitudine di popoli, mentre in quella occidentale un colpo di fortuna li fece incappare in uno straordinario “cantastorie”, un vecchio e cieco griot

In seguito dovettero anche prendere atto come egli appartenesse ad un popolo che sapeva dell’esistenza di Sirio B, stella nana visibile solo con il telescopio

E che dire di uno dei maestri dell’antropologia, che si interessò ai nudi Nilotici, ma anche ai Zande

Noti nella letteratura ottocentesca come Niam Niam, poiché cannibali

Ecco ora arrivare colui che, con le sue molteplici spedizioni, riscoprì prima di ogni altro lo spessore culturale delle civiltà autoctone africane. 

Infine un altro italiano a me molto caro, conosciuto quando ero ancora un ragazzo, scelse l’Africa come campo di ricerca.

 Trascorrendo la sua vita scientifica tra Etiopia, Somalia e Ghana.

 Anche gli Inuit, cioè quelli che prima del “politically correct” tutti noi chiamavamo “eschimesi”, hanno qui un loro pregevole testimone, che potremmo definire emico, cioè “dal di dentro”, avendo una moglie Inuit… 

Inoltre c’è una donna coraggiosa che, all’inizio del XX secolo, si spinse in Siberia fin sulle remote coste del Mar Glaciale Artico.

 Grazie ai Papua della Nuova Guinea. alle Salomone e alla Polinesia qui sono rappresentati anche gli isolani degli arcipelaghi dell’Oceania.

Guerrieri di Owa Raha, isole Salomone, con lance e clave scutiformi [a forma di scudo], foto Bernatzik, 1936
[Hugo A. 
Bernatzik, 1897-1953]

Al tedesco Adolf Bastian l’onore di aprire il volume: ha fondato a Berlino il primo Museo Etnografico al mondo e trascorso quasi un terzo della sua vita in lunghi e complessi viaggi intorno alla Terra e nei paesi più lontani e sconosciuti. 

Trasformando la sua inesauribile curiosità per il “diverso” in una straripante passione scientifica per l’Etnologia e l’Etnografia.

LE GRANDI AVVENTURE DELL’ANTROPOLOGIA 

Antropologi culturali, sociali, fisici, applicati, etnologi, etnografi, etnomusicologi, etnostorici. Vol. 1: da Adolf Bastian a Vinigi L. Grottanelli 

E-Book e versione cartacea in bianco e nero di grande formato (16,99 x 24,4), 171 pp., 87 note, 145 immagini

E-Book: https://www.amazon.it/dp/B07GKR6BKP


Versione cartacea: https://www.amazon.it/dp/1719852340

SOMMARIO

1. Le "idee elementari" delle culture umane: lo studioso tedesco Adolf Bastian, uno dei padri dell'etnologia contemporanea

2. Tra "gli spiriti delle foglie gialle": Hugo A. Bernatzik, uno dei massimi etnologi e viaggiatori austriaci"

3. Tra i miti e le realtà del Borneo favoloso: l’esploratore ed etnografo norvegese Carl Alfred Bock, uno tra i primi studiosi dei Dayaks

4. Un artista tra gli indios del Mato Grosso: Guido Boggiani, pittore, fotografo, esploratore ed etnografo, morto in circostanze misteriose

5. George Catlin, pittore-etnografo, spese la sua vita per difendere e far conoscere il mondo in rapida scomparsa degli indiani d'America

6. La saga di Ténatsali “Fiore medicinale”: Frank H. Cushing, uno dei più singolari esponenti della Storia dell’Antropologia

7. La polacca Maria Antonina Czaplicka e la sua ricerca sul campo nell’artico siberiano

8. Un polacco in Africa centrale: l’antropologo Jan Czekanowski protagonista della prima missione scientifica nei Grandi Laghi

9. Un genovese in Nuova Guinea: Luigi M. D'Albertis, primo europeo a esplorare la terra degli uccelli del paradiso

10. La grandiosa opera etnomusicologica di Frances T. Densmore sui canti degli Indiani delle Pianure

11. Lo Xingú, un remoto angolo di mondo: Karl von den Steinen con le sue complesse esplorazioni scientifiche nel Mato Grosso è il “padre dell'etnologia brasiliana”

12. Tra i "sapienti" Dogon del Mali: gli importanti studi sull'Africa occidentale dell'etnologa francese Germaine Dieterlen

13. Storie di vita nelle Indie Olandesi: l'antropologa americana Cora A. Du Bois nell'isola di Alor compì studi fondamentali sulla cultura e la personalità dei nativi

14. Fred Eggan antropologo moderno. Lo studioso statunitense che ha saputo coniugare etnologia storica e struttural-funzionalismo

15. Lo studio sistematico del popolo dei Nuer: Edward Evans-Pritchard, maestro dell'antropologia sociale britannica

16. Un "ragazzo" tra i Maori: l'antropologo neozelandese Sir Raymond Firth

17. Il “Grande Peter” degli Inuit artici: la vita avventurosa dell’esploratore e antropologo danese Freuchen

18. Con ricerche audaci e "fuori dal coro" l'esploratore tedesco Leo Frobenius rivoluzionò gli studi etno-antropologici, restituendo all'Africa la propria storia

19. Un appassionato studioso dell'Uomo dalle biblioteche alle piste dell'Africa occidentale: l'antropologo francese Marcel Griaule, maestro di generazioni di ricercatori

20. Lungo la via maestra dell'etnologia italiana, un nome su tutti spicca nella ricerca sul campo e nell'analisi teorica: quello di Vinigi L. Grottanelli


mercoledì 29 dicembre 2021

7. A RAYMOND MAUFRAIS (1926-1950), ESPLORATORE FRANCESE VENTITREENNE, SCOMPARSO NELLA GIUNGLA DELLA GUYANA FRANCESE NEL 1950

 


Dedico questo settimo ed ultimo post del primo “ciclo” del mio blog ad un giovane, poco più di un ragazzo, la cui vicenda umana mi aveva profondamento commosso, allorché negli anni ‘1960 lessi il suo libro: Foresta Crudele, Avventure in Guiana, pubblicato nel 1954 dalla “Leonardo Da Vinci”. Bari. Edizione francese: 1953). Nonostante la sua giovanissima età, il suo breve, ma assai intenso e determinato cammino esistenziale, pieno di accadimenti fuori del comune, lo si può forse paragonare ad una luminosissima meteora che, dopo aver rischiarato il buio del cielo, scomparirà per sempre nel nulla. Raymond non aveva molti più anni di me. Era un “quasi-coetaneo”. E avrei appreso la sua avventurosa vita, grazie ai taccuini e ai diari ritrovati sulla sponda del fiume Tampock, sub affluente del Maroni, da un indiano Emérillon, nell’interno della giungla della Guyana francese, dove c’era stato l’ultimo suo bivacco.

Nonostante la giovanissima età, già durante l’occupazione tedesca, a sedici anni, aveva fatto parte dei maquis francesi, cioè della Resistenza. A diciotto anni e mezzo era stato insignito della Croce di Guerra e, poi, aveva lavorato come corrispondente di guerra per il giornale Gavroche. Diventando, infine, paracadutista in Indocina (Maufrais, 1954: 8).

Nel 1946 in Brasile si aggrega ad una missione dello S.P.I. (Serviço de Proteção aos Índios, 1910-1967, diventato poi FUNAI, Fundação Nacional do Índio), comandata da Francisco Meirelles. E' diretta  tra i "bellicosi" Chavantes del Mato Grosso. Dopo 1.800 chilometri di fiumi e 900 di pampa e foreste, la spedizione giunge in  una radura, nei pressi del Rio das Mortes: un nome che è tutto un "programma"... Qui scoprono i resti della precedente spedizione, sempre dello  S.P.I., di Genésio Pimentel Barbosa. Ucciso assieme a quasi tutti i suoi compagni. I Chavantes attaccano anche quella di Mereilles, che riesce però a scappare. Lasciando sul terreno uno dei suoi membri. Infatti il motto del fondatore dello SPI, il Maresciallo ed esploratore Cândido Mariano da Silva Rondon, era: "muori se necessario, non uccidere mai". Quindi, anche se si viene attaccati, non si può rispondere con le armi...

Dopo essere rientrato a Rio de Janeiro, Meirelles decide di tentare nuovamente di stabilire un contatto amichevole con quegli indios. Torna perciò nel 1947 nel Mato Grosso, incontrandovi Maufrais, che era rimasto nella regione. Quindi, dopo più di tre mesi di tentativi falliti, i contatti  hanno infine successo: i Chavantes sono "pacificati!  

Maufrais ritornerà in Francia nel 1948. Qui, grazie ai suoi exploits brasiliani, entra a far parte dei giovani esploratori del gruppo Liotard (esploratore francese ucciso nel 1940 nel Tibet). Fondato nel Museo dell'Uomo di Parigi nel 1945, sotto l'egida della Società degli Esploratori francesi.   

Nel 1949 in un’intervista dichiara: “riparto per un paio d’anni per la Guiana, allo scopo di battere la foresta e cercare di penetrare il segreto dei Tumuc Humac. Credo di essere il terzo francese, dopo Crevaux e Coudreau, che tenta una spedizione di questo genere. La giungla e l’assoluta mancanza di carte geografiche, il pericolo di imbattersi in tribù selvagge, hanno praticamente fatto che i tentativi precedenti rimanessero senza seguito. Penso di riuscire perché sarò solo. Il che significa che per due anni vivrò la medesima vita da primitivo degli abitatori di quelle regioni (…) Perché parto per la Guiana. Perché è un paese sconosciuto ed io ho sete di scoprire (…) Perché parto solo? Perché adoro la vita pericolosa e perché sento che, senza portatori, zaino in spalla e scure alla mano, in piena giungla mi sentirò veramente libero (…) L’avventura dell’esploratore è un’avventura di purezza e d’umiltà. Cercherò di accostarmi ai primitivi, di comprenderli, di dividere la loro vita” (Maufrais, 1954: 5-6).  

L'intenzione di Raymond è quella di raggiungere le mitiche montagne Tumuc-Humac (una lunga catena quasi completamente inesplorata, dove secondo Sir Walter Raleigh poteva essere situata la città di El Dorado), per poi attraversare l'ignota regione del Brasile centrale. Discendendo il  Rio Jari fino al Rio delle Amazzoni e, infine, arrivare a Bélem.  

Venerdì 13 Gennaio [1950]

Sono andato a caccia senza risultato per due ore. Ho trovato soltanto un inga o “pisello sacro”, uno solo ahimè, perché la foresta non è prodiga dei suoi frutti. Questo è delizioso: un lungo baccello bruno pieno di miele bruciato e di piccole mandorle amare. Le formiche vi avevano già installato una piccola avanguardia: le ho subito snidate e la mia avida lingua, svuotando il frutto, non lascerà niente di esse. Dunque bisogna partire affamati… Eppure, a conservare un’assoluta immobilità per ore e ore, si possono vedere una quantità di uccelli, ma il minimo gesto basta a spaventarli, e appena tento di aggiustare la carabina, eccoli subito spariti. Speriamo che il fiume mi sia più favorevole. Suvvia in marcia: fino al fourca 5 chilometri; fourca-Camopì 25 chilometri; Camopi-Bienvenue 45 chilometri. A presto adorati genitori… abbiate fiducia! Abbandono questo quaderno per portare con me solo un taccuino tascabile: è vostro, l’ho scritto pensando a voi e ve lo consegnerò ben presto. Vi ho giurato di tornare: tornerò se Dio lo permette” (Maufrais, 1954: 166-167).

Non potevo non essere commosso fin quasi alle lacrime, pensando a quelle che sono state le ultime parole vergate da Raymond sulla carta, con una matita, che a stento riusciva a tenere tra le sue dita, per l’estrema debolezza. Steso e affamato sulla sua amaca… Come non provare affetto per Raymond, anche senza averlo mai conosciuto!

Nel luglio del 1951 l'agenzia stampa ufficiale della vicina Guyana olandese lancia al mondo la notizia della scomparsa. L’anno dopo (1952) il padre Edgar decide di andare a cercarlo, seguendo un itinerario diverso per raggiungere i monti Tumuc-Humac, rispetto a quello del figlio [nota dell’editore francese René Julliard, pag. 8-9, alla quale si aggiunge quella dell’editore italiano, che già parla di un quinto tentativo del padre dell’agosto del 1954]. 

Da: "Les Français en Guyane ... Illustrations, etc., GROS, Jules - Membre de la Société de Geographie de Paris [With a preface by H. A. Coudreau.], 1887, British Library 

HASSOLDT DAVIS 

Qualche tempo dopo aver letto Foresta Crudele, mi sarei “imbattuto” in un altro libro sulla Guyana francese: La Giungla e i Dannati, considerato da Hemingway “affascinante”. L’aveva scritto Hassoldt Davis (1907-1957), esploratore statunitense “leggermente” eccentrico e membro dell’Explorer’s Club di New York, che aveva trasformato il proprio viaggio di nozze in una spedizione in terra sconosciuta. Ovviamente assieme alla novella sposa, Ruth Staudinger, fotografa e cineasta.

Il libro riporta il resoconto di quel viaggio di 750 km, per raggiungere i monti Tumuc-Humac, che però non si vogliono superare, al contrario di Maufrais. Perché Davis intende studiare le popolazioni che riuscirà ad incontrare. Non prima di aver raccontato, in itinere, “i crudeli episodi dei centri di deportazione e la paurosa vita degli evasi” dal famigerato carcere dell’Isola del Diavolo. Dalle riprese cinematografiche della moglie verrà realizzato per la Warner Brothers il film muto a colori, in 16 mm, Jungle Terror (1949), oggi nella collezione della Smithsonian. E la spedizione viene effettuata appena un anno prima di quella di Raymond (1948).

Ovviamente è allestita “alla grande”, all’americana... Avrà carretti “tirati da forzati e carichi di quella che sembrava una montagna di equipaggiamento per i cinque mesi da trascorrere nella boscaglia” (pag. 96). Perché è stata rifornita di provviste in abbondanza dalla Borden’s Milk Products e dalla Dorset Foods. Quindi, per risalire il fiume Maroni e oltrepassare le sue 80 grandi rapide, si servirà di sette canoe e di rematori negri Boni (oggi Aluku). Discendenti dai cimarroni (schiavi africani), che nella parte superiore del fiume, laddove muta il nome in Itany e si restringe notevolmente, dovranno utilizzare lunghe pertiche, per poter avanzare. Infine eccoli davanti ai Tumuc-Humac. Così salgono su una delle cime (Ga Mongo) del Knopoyamoye. Monte che era stato raggiunto sia da Crevaux che da Coudreau. I due esploratori menzionati da Maufrais. 


Davis
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EDGAR MAUFRAIS E LE SUE 22 SPEDIZIONI IN GUYANA E BRASILE, "con il revolver alla cintura, il machete in una mano, il fucile nell'altra", ALLA RICERCA DEL FIGLIO RAYMOND 1952-1964


Edgar Maufrais, al centro della foto, spedizione del 1956. 
Imagem do Fundo Correio da Manhã, Brasilian National Archives 

Proprio nel mese di novembre di quest’anno in Francia è uscita: La saga des Maufrais di Edgard Maufrais, Raymond Maufrais, ai quali nel titolo è stato aggiunto anche il nome di Patrice Franceschi, già Presidente della Società degli Esploratori francesi (2002-2006). 

Quando ho deciso di scrivere questo post, dedicandolo a Raymond Maufrais, non sapevo che la pluriennale ricerca del padre Edgar fosse proseguita per molti anni, anche dopo le spedizioni già menzionate dell’editore italiano (1954). Circostanza che, naturalmente, avrei appreso sul Web, tanto da restarne ancora una volta emozionato. A distanza di così tanto tempo da quell'antica lettura, Da Internet avrei anche saputo come nel paese d’oltralpe le vicende umane del giovane Raymond e del padre siano di estrema attualità. 

Così si può dire come questo post, sia pure molto involontariamente, sia giornalisticamente “sulla notizia”…  

Del resto apprendere come il padre abbia dedicato buona parte della sua vita alla speranza,  per lui "quasi una certezza", di poter riabbracciare l’amatissimo figlio nelle giungle della Guyana o del Brasile, non poteva non rattristarmi, oggi. In un periodo già di per sé abbastanza triste e deprimente, a causa della pandemia, del suo prolungarsi, del non vedere ancora un po’ di luce in fondo al tunnel... Ma in quell'uomo, che il dolore aveva invecchiato prima del tempo, tanto che molte pagine Web di lingua spagnola e portoghese lo definiscono viejo o velho, ho visto l'amore sconfinato di un padre, unito alla sua testardaggine, alla sua cocciutaggine, ad un'indomita volontà, mai messa in discussione, mai minimamente scalfita dal ripetersi delle "sconfitte" che incontrerà sul suo cammino. Perché "Edgar organizza diciotto spedizioni, percorre dodicimila chilometri in dodici anni, mostrando a tutti quelli che incontra l'immagine di suo figlio. Conosce il tradimento, la prigione, la fame, la malattia, durante questa instancabile ricerca. E questo, senza alcuna preparazione, senza mezzi: ha chiesto un permesso non retribuito all'Arsenale" (Babelio, "Edgar Maufrais", Web Page, 31.12.2021). In realtà Uztarroz nel suo dettagliatissimo libro sull'"Amazzonia, Mangiatrice di Uominidescrive ben 22 spedizioni. 

Viaggi che cercherà di pagare, sia vendendo i gioielli di famiglia, che con i diritti d'autore dei due libri del figlio (oltre ad Aventures en Guyane, pubblicherà infatti anche il diario di Raymond sulla prima spedizione brasiliana: Aventures au Mato-Grosso, 1951), Oltre a quelli derivanti dal  libro delle sue esplorazioni di ricerca (À la recherche de mon fils, 1956)

D'altronde lo stesso Raymond, che con la famiglia viveva a Tolone (dal 1976 una strada della città è intitolata a Raymond ed Edgar Maufrais), dove era nato e dove suo padre faceva il contabile nell'Arsenaleparlandnel suo diario del genitore, ci dice che è di "Beauce,... famoso testardo". Quindi non può che aver preso da lui! 

Una nota del traduttore italiano sottolinea come la cittadina sia nota per la cocciutaggine dei suoi abitanti (sic) (pag. 22). Il che viene confermato anche dal Web.

Nel 1952 la prima spedizione di ricerca. Il cinquantatreenne Edgar parte per il Brasile, stabilendosi a Macapá, alle porte della foresta Amazzonica, sulla sponda sinistra del Rio delle Amazzoni, a non molta distanza dalla Guyana francese. Il locale corrispondente del Folha do Norte aveva infatti scritto che Raymond era stato visto attraversare, a piedi nudi e con la barba, un villaggio sperduto nella regione montuosa di Bom Principio. Da allora si era però persa ogni sua traccia.

A Macapá lo aiutano alcuni suoi connazionali: il corso René Santamaría, cercatore di diamanti in Venezuela, il parigino Maurice de Hainault, esploratore della Guyana, un francese di origine ungherese Iván Lazlow, volontario della Legione Straniera, lo studente  di medicina Michel Van de Velde. Il 23 settembre Edgar si inoltra nella selva, risalendo con una piroga le acque del fiume Jari, verso San Antonio, un villaggio di garimpeiros. Poi il 22 dicembre del 1952 raggiunge Mariposoula. Realizzando così, sia pure al contrario, il progetto del figlio. Infine il 4 gennaio del 1953 arriva alla  Caienna. 

Successivamente, a partire dal marzo del 1953, fino al luglio del 1954, si reca in qualsiasi luogo del Brasile, dove ci sia stato qualche avvistamento di bianchi sconosciuti, Così effettuerà otto spedizioni all'interno di un triangolo, i cui vertici sono rappresentati da Manaus, Santarém e Itaituba. Di nuovo in Guyana, il Prefetto Vignon organizza per lui due spedizioni, al comando del gendarme Chaveau, un profondo conoscitore della brousse,  Quindi nel 1955 ecco una nuova spedizione. 

Tra il 5 agosto e il 24 dicembre del 1956, è accompagnato dal giornalista Daniel Thouvenot e da quattro indios Emérillon. Percorrerà a piedi e in piroga centinaia di chilometri, dal fiume Maroni, al confine con la Guyana olandese, all'ignoto fiume Oyapock, al confine con il Brasile. Muovendosi sul "cammino degli Emérillon", che collega i due bacini fluviali e che conduce fin sulla cresta dei Tumuc-Humac, "con il revolver alla cintura, il machete in una mano, il fucile nell'altra". Mentre Daniel porta un sacco pesante 25 chili (Ricardo Uztarroz, Amazonie mangeuse d'hommes. Incroyables aventures dans l'Enfer vert,  Parigi, 2008). Esplorerà l'alto Camopi e alcuni suoi affluenti, all'epoca sconosciuti.

.Nella primavera del 1957 Edgar, ancora affiancato da Thouvenot, effettua l'esplorazione del fiume Yaroupi, tumultuoso affluente dell'Oyapocknel pieno della stagione delle piogge,  con quattro indiani Oyampi [oggi Wayãpi].  (Daniel Thouvenot,  "La mia biografia", Web Page 2.1.2022). Deve però rientrare a Caienna, perché Thouvenot è richiamato in Francia, a causa della guerra d'Algeria. Così la moglie Marie-Rose lo scongiura di rientrare a Tolone, ma Edgar si rifiuterà categoricamente.

Nella diciassettesima spedizione (1958) con il giovane francese Michel Canton giungerà fino alla sorgente dello Yaroupi, altro affluente dell'Oyapock. Finalmente, dopo ca. sei ininterrotti anni  in Sudamerica, è di nuovo a Tolone, anche se è sempre intenzionato a ritornare laggiù.

Tra il 25.8.59 e il 26.4.61 effettuerà altre tre spedizioni, tra Guyana e Brasile, Nel 1961  un team televisivo di Réseau Outre-Mere si imbatte casualmente in Edgar a Maripasoula (fiume Maroni). Dopo averlo intervistato, l'équipe perfezionerà il servizio, incontrando la moglie a Tolone.

Dal giugno 1963 all'agosto del 1964 l'ultima sua spedizione. Con due indiani si dirige  ancora una volta lungo il "cammino degli Emérillon". Partito il 27 maggio del 1964 da Camopi è sua intenzione ora raggiungere Mariposoula, sul fiume Maroni, in quella che doveva essere una sorta di "pellegrinaggio" sui luoghi percorsi dal figlio. Era stato fissato anche un appuntamento con due autoctoni, che lo aspettavano in un luogo prefissato, con una piccola piroga a motore. Edgar, però, nel giorno previsto non si presenterà  (forse per un incidente?). Dato l'allarme, viene approntata la missione di salvataggio "Ocelot". Per diversi giorni verrà ricercato nella brousse da una squadra di gendarmi, accompagnati da negri Boni e da indios. In tutto 14 uomini, su tre canotti a motore,  Infine verrà rintracciato il 20 giugno del 1964, nei pressi di Dégrad ["porto fluviale"] Hubert. E' oltremodo debilitato ed è ospite di una famiglia indiana, altrettanto sofferente. 

"Il 16 giugno 1964, una spedizione di salvataggio fu organizzata dal gruppo della gendarmeria della Guyana per trovare Edgar Maufrais disperso nella foresta pluviale amazzonica da 15 giorni. Edgar Maufrais, è il padre del giovane giornalista ed esploratore Raymond Maufrais, scomparso lui stesso nella boscaglia nel gennaio 1950, mentre cercava di collegare la Guyana e il Brasile attraverso le montagne Tumuc-Humac. Edgar Maufrais trascorrerà più di 10 anni alla ricerca di suo figlio in Amazzonia; Tuttavia, questa ricerca si concluse il 20 giugno 1964, quando i gendarmi scoprirono un uomo in uno stato estremamente debole, stremato dalla privazione. Al termine di questa missione di salvataggio, il capo squadra  Ricatte scrive per i suoi superiori un rapporto che dettaglia la cronologia dei fatti e che è accompagnato da una lastra fotografica, che illustra gli eventi significativi dell'avventura" (Ministére des Armées, Service historique de la Défense, Mission de secours en Guyane – Edgar Maufrais: WEB page last modified, 21.4.2021, 5.1.2022)

Ministére des Armées, Service historique de la Défense, Mission de secours en Guyane – Edgar Maufrais.

GD 2007 ZM 1 34929

Così Edgar accetterà di mettere la parola fine alle sue infruttuose e disperate ricerche, tornando infine a Tolone. 

Edgar muore del 1974. 

La moglie Marie-Rose, che per tanti, troppi, anni è dovuta restare tutta sola a Tolone, aspettando il ritorno del marito dal Sudamerica, morirà nel 1984 in un manicomio.   











344.RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA... III E ULTIMA PARTE: INCONTRI SUL FIUME; L'ARRIVO A MALAKAL

  Una piroga Shilluk traghetta un passeggero sull'altra sponda (© Franco Pelliccioni ) III Incontri sul fiume; L'arrivo a Malakal ...