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| Una piroga Shilluk (scherok) si porta velocemente verso il battello che sta lentamente risalendo il Nilo Bianco, per vendere qualche mango o per permettere ad un passeggero di imbarcarsi. Sud Sudan, 1979 (© Franco Pelliccioni) Carta politica del Sudan del 1989 (University of Texas at Austin, Perry-Castañeda Library Map Collection) Ieri mi è casualmente capitata tra le mani la relazione
ufficiale della seconda ricerca sul campo effettuata nella cittadina
multietnica di Malakal, capoluogo della Provincia del Nilo Superiore, a ca. 850
km a sud di Khartoum, lungo lo storico Nilo Bianco. Reso celebre dai libri dello scrittore australiano Alan Moorhead. Raggiunta in aereo. Non come nel
1979, quando per un intero giorno attraversai in Land Rover il deserto, fino alla
cittadina di Kosti. Dove il giorno dopo mi sarei imbarcato a bordo di un
vetusto battello a pale posteriori, che sospingeva tre chiatte (di 3 classe), ed
era affiancato da altre due (di 1 e 2 classe). Arrivando a destinazione dopo aver lentamente
risalito il Nilo per quattro lunghi e straordinari giorni! (© Franco Pelliccioni) Il rapporto era indirizzato alla Fondazione Alighiero
Panzironi di Roma, al CNR (Comitato Nazionale per le Scienze Economiche
Sociologiche e Statistiche), al Centro per le Relazioni Italo Arabe,
al Ministero degli AA.EE., all’Ambasciata d’Italia a Khartoum. Il battello che arriva da Juba discende lentamente il fiume. Si nota un coacervo di chiatte sospinte e/o affiancate, esattamente come il mio, 1979 (© Franco Pelliccioni) Nella cabina di comando della nave, 1979 (© Franco Pelliccioni) ![]() Nella chiatta di seconda classe di un'altra nave, che discende il fiume diretta a Kosti, soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia, 1979 (© Franco Pelliccioni) Al punto 2 facevo notare che, grazie all'AGIP, avevo potuto disporre di due fusti di benzina a Malakal, che avrebbero consentito,
a me e alla collega Cecilia Gatto Trocchi (allora all'Università di Perugia), che si era aggregata alla missione,
di effettuare indagini collaterali, sia tra i Mesakin Nuba (sia pure minoritari,
i Nuba delle montagne del vicino Kordofan meridionale [Dar Nuba], resi celebri
dalle fotografie della Leni Riefenstahl, fanno parte integrante del panorama
multietnico della cittadina), che tra i Nuer del fiume Sobat. Surveys che avrei comunque dovuto realizzare da solo. Perché la mia compianta amica Cecilia era dovuta rientrare a Roma da Khartoum. E che comunque non
si svolsero, per la “difficile situazione in cui versa tutto il medio corso
del fiume Sobat e l’area di Nasir, a causa delle frequenti scorribande di
elementi Anya-Nya - guerriglieri -, che non disdegnano di assaltare autoveicoli
arabi e della polizia, provocando morti e feriti. Ricomparsi nel 1979, in coincidenza con la mia prima ricerca sul campo, gli Anya-Nya hanno ricevuto vitalità dalla diatriba politica provocata dalle recenti scoperte petrolifere nell’ambito della Regione Autonoma Meridionale. Guerrieri Anya-Nya ("veleno di serpente")Durante la mia ultima permanenza nel Nilo Superiore si erano verificati anche assalti a camion, che percorrevano la pista, che collega Malakal a Khartoum, a sud della città di Renk. Quindi, nonostante avessi a disposizione due preziosissimi fusti di benzina (…) ho forzatamente dovuto rinunciare ai surveys, poiché non è stato possibile ottenere qualsivoglia fuoristrada in dotazione alle pochissime agenzie internazionali operanti in città. Mentre il commerciante arabo, che detiene il monopolio dei pochi mezzi privati funzionanti in città, non ha voluto affittarmi un autoveicolo. Terrorizzato sia dall’idea di perderlo, che di avere l’autista (arabo) ferito o ucciso. Non nascondendo, per giunta, di temere per la mia stessa incolumità. Altro punto del rapporto, forse ancora più
interessante del precedente, è il 4: Anche durante l’ultima sessione di ricerca [1980-81] ho avuto modo
di constatare come la situazione locale, nonché quella dell’intera regione meridionale,
fosse precaria e certamente al limite, in particolare nei confronti dei pochi residenti
europei (missionari, fratelli laici, volontari, esperti) (…) In una situazione
del genere le difficoltà che si
incontrano giornalmente, direi passo passo, diventano enormi, spesso
insormontabili ed ogni nuova acquisizione di dati, di elementi utili per comprendere
il mondo che circonda chi si “immerge sul campo”, come l’antropologo che
adopera l’osservazione partecipante come tecnica fondamentale di ricerca, costa,
e molto, in termini di fatica, privazioni, ecc. Vanno superate epidermiche
reazioni di diffidenza e persino di ostilità, quasi a livello istintivo, da
parte di coloro che vengono in contatto con l’operatore della cultura, e ciò
anche se in ogni modo ci si sforza di mantenere la calma e la predisposizione
verso gli “altri”, che non “capiscono”. Del resto è chiaro, è umano, che in un
situazione di perenne crisi esistenziale, qual è quella che giorno per
giorno vive la stragrande maggioranza dei cittadini: (a) scarsità di
cibo, fino ad arrivare a periodi di carestia e, quindi, alla morte per fame; b) isolamento geografico della città, anche a causa della lunga e
pesante stagione delle grandi piogge; c) tribalismo urbano
(durante il mio ultimo soggiorno per futilissimi morivi sono stati uccisi in
pieno centro uno Shilluk e un Jellaba (arabo), proprio quando uno dei miei
assistenti di ricerca, anch’egli Shilluk, si trovava in quei paraggi per lavoro,
ecc.), risulta veramente difficile, quasi “pazzesco”, cercare di capire un khaga
(bianco del nord), che continua a porre domande e ad osservare come la gente
vive, lavora, o si ubriaca con la merissa e l’arachi [più forte]. Certamente non hanno torto se, a volte, si rifiutano di ascoltarmi o cacciano
in malo modo uno dei miei assistenti africani. Potrei sempre essere
identificato per una spia del governo, e simpatizzare, od essere io stesso un
“odiato” Northener Jellaba. Dall’altro lato, quello governativo e
dell’amministrazione, si colloca una simmetrica diffidenza. Sembra veramente
strano e sospetto che un europeo, un italiano che non sia un missionario, vada
a stare male laggiù, solo per porre domande – a volte senza senso apparente –
alla gente, o per vedere come gli abitanti riescono a sopravvivere e a non
morire in un posto dove c’è molto poco o niente, se non la miseria, la fame e
il caldo ossessivo. Malakal, particolare di un mercato, 1979 (© Franco Pelliccioni) Il fatto che quella del 1980-81 fosse la continuazione e
l’approfondimento di un’analisi antropologica iniziata nel 1979, ha fatto sì
che dalla maggior parte dei cittadini di Malakal, comunque avvicinati, nonché
da diversi settori dell’amministrazione locale, ci fosse un po’ di tolleranza,
se non di simpatia, a volte perfino di stretta ed amichevole collaborazione, ai
fini del buon esito della mia ricerca. In piroga con i miei due assistenti Shilluk e due pagaiatori, anch'essi Shilluk, alla ricerca di testimonianze storiche lungo il Nilo Bianco, 1980 (© Franco Pelliccioni) Se ci sono stati rischi per la mia incolumità, essi sono
venuti in particolare nel villaggio nei pressi di Tawfikyya [insediamento abbandonato, all'inizio del XX secolo aveva 300 abitanti ed era la residenza di un Mamur egiziano], ma si trattava
solo di guerrieri Shilluk ubriachi ed esaltati. In possesso di lance acuminate,
si sono sentiti in grado di disturbare la raccolta di informazioni storiche che
andavo raccogliendo su quella località. (…) altre difficoltà hanno contribuito a rendere
incandescente, il momento della ricerca: 1) Il
problema delle frontiere tra le regioni del nord, arabe od arabizzate, e
la regione autonoma meridionale. Con un colpo di mano parlamentare le aree
petrolifere del sud dovevano passare al settentrione. Ho avuto modo di
apprendere come, poco prima del mio arrivo a Malakal, ci doveva essere un ammutinamento
delle truppe negre di stanza nei settori meridionali, previa uccisione degli ufficiali
arabi. Fortunatamente non è avvenuto; 2) Il problema del contrabbando di armi, anche pesanti, nelle regioni meridionali, provenienti da elementi del disciolto esercito ugandese di Idi Amin penetrati illegalmente in Sudan. GGià parecchi mesi prima del mio arrivo c’erano state diverse razzie e contro-razzie di bestiame, ad opera di nomadi equipaggiati con armamento automatico, che avevano causato numerose perdite di vite umane. InInfine ricordo i tradizionali contrasti tra Nuer, Dinka e Shilluk, tanto da provocare l’indizione di una conferenza dei capi dei vari gruppi tribali, con la partecipazione dei Commissioners governativi. |
IL RACCONTO DI UN ANTROPOLOGO APPASSIONATO, TRA VECCHIO E NUOVO MONDO
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domenica 14 aprile 2024
142. A PROPOSITO DEL LAVORO ANTROPOLOGICO SUL CAMPO IN UN PAESE DEL TERZO MONDO: DIFFICOLTA’, IMPREVISTI, COMPLICAZIONI, PERICOLI NEL CORSO DELLA MIA SECONDA RICERCA IN UN SUD SUDAN, NON ANCORA INDIPENDENTE
mercoledì 31 maggio 2023
96. PAOLO PORTOGHESI, LA MEFIT, IL CANALE DELLO JONGLEI E UNA RICERCA ANTROPOLOGICA IN UN SUD SUDAN NON ANCORA INDIPENDENTE
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| Paolo Portoghesi 1986 (Archivio personale, Some rights reserved, indeciso42) |
La notizia della scomparsa del celebre architetto non può non rattristarmi.
Innanzitutto dal punto di vista umano.
Poi, come “protagonista assoluto
della scena culturale architettonica italiana e internazionale” (Valentina
Silvestrini, “È morto Paolo Portoghesi, l’architetto impegnato
a costruire un sistema culturale”, Artribune, 30 Maggio 2023).
Ieri sera mi sono improvvisamente ricordato che 42 anni fa, nel 1981, al rientro
dalla mia seconda ricerca in Sudan, avevo avuto il privilegio di incontrarlo nella
sede della Mefit Consulting Engineers (Portoghesi era il responsabile per
l’Architettura).
Perché proprio nell’immenso paese afro-arabo ero venuto a conoscenza delle molteplici
attività portate avanti là dalla Mefit.
Dopo aver accennato alla mia ricerca sudanese, Portoghesi mi “affiderà” ad uno dei diversi collaboratori intenti a lavorare attorno ad un lungo tavolo stracolmo di carte e mappe.
Il quale mi consegnerà un paio di grossi volumi, preziosi
per il mio lavoro su Malakal (Mefit, Regional Development Plan, vol. 2, Socio-Ethnographic Analysis, Rome, 1977 e Second Phase, vol.3, Patterns of Comsumption, Rome, 1978).
Risalendo il Nilo Bianco in piroga
Alla ricerca dei siti che hanno preceduto la
fondazione della città di Malakal: Tawfikyya, creata dal Baker nel 1870; il
forte del Sobat, costruito nel 1874 dal nostro Gessi, dietro ordine di Gordon
Pacha
Dal diario di campo: “E' il 9 gennaio del 1981. Sono a bordo di una lunga piroga monoxila sospinta da due esperti e robusti pagaiatori.
A poppa siede Chol, un Dinka.
A prua manovra il più giovane John, uno Shilluk,
figlio del fratello della madre Shilluk di Chol.
Io mi trovo esattamente al centro
dell'imbarcazione.
Sono attaccato per mezzo di una lunga corda, in modo
da non perderla, in caso di un sempre possibile rovesciamento dell'imbarcazione,
alla mia borsa impermeabile e galleggiante, che contiene alcuni documenti, un
po' di cibo e acqua e l'indispensabile attrezzatura fotografica.
Cerco di conservare una noiosa e difficile
posizione accucciata, in modo da non rimanere per lunghe ore a macerare
nell'acqua, sempre presente sul fondo.
Nell’occasione sono accompagnato da due dei miei
assistenti di ricerca, anche loro Shilluk.
Ho intenzione di arrivare fino all'imboccatura
con il fiume Sobat.
(…) i resti del forte del Sobat da tempo sono scomparsi.
Tra l'altro nell'area dove sorgeva il forte c’è oggi il quartiere generale della società francese, che sta costruendo il canale dello Jonglei, il più lungo canale artificiale del mondo.
Al tramonto raggiungiamo l’imboccatura del fiume Sobat, dopo ben undici ore pressoché ininterrotte di navigazione. Stupendo i tecnici francesi che, increduli, ci accolgono con viva simpatia".
IL CANALE
DELLO JONGLEI
Che nel 66 d.C. riuscì a bloccare i due centurioni romani, inviati dall'imperatore Nerone alla ricerca delle sorgenti del Grande Fiume.
L'escavazione del canale, tra la confluenza con il fiume Sobat, a nord, e
una zona situata poco prima della città di Bor, a sud, che doveva essere largo
52 metri e profondo 4, avrebbe portato un notevole beneficio alla
navigazione. Riducendo il percorso di circa 300 Km.
Con il canale dello Jonglei il Nilo avrebbe raggiunto una portata di 43
milioni di mc al giorno, rispetto ai 20 milioni attuali.
Il progetto fu ideato proprio dalla MEFIT italiana.
Tecnicamente ed operativamente l’esecuzione era stata affidata alla CCI (Compagnie de Constructiones Internationales).
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| Le distese paludose del sudd e il tracciato del Canale (Some rights reserved, Soleincitta) |
LA VISITA AI LAVORI DELLO JONGLEI
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Dal diario di campo: “uno dei tecnici della CCI gentilmente mi conduce a vedere lo stato dei lavori. A Malakal ho già un rollino con le diapositive scattate dall’alto di un elicottero, utilizzando la mia Nikon, sia sulla città, che sopra il canale. Infatti i due piloti stanno conducendo nell’area indagini petrolifere
per conto della Chevron [per questo ringrazio
la mia compagna, che a Roma lavora per la società americana…]. Parliamo della diffusa presenza dei leoni in quei paraggi, ma ad est del
canale ci imbattiamo solo in uno struzzo. Ad una media superiore ai cento Km l'ora, percorriamo la pista in terra
battuta (una delle due sponde del canale), che al tempo della stagione delle
piogge sarà estremamente pericolosa. Fino ad oggi [gennaio 1981] sono stati scavati 45 Km, ad
una media di 25 metri al giorno, grazie ad una possente e mastodontica
escavatrice precedentemente utilizzata in Pakistan. La fotografo”. La gigantesca scavatrice nel 2006 (United States Agency for International Development) Già preannunciato da episodi di sequestro di personale tecnico e operaio, il brusco aggravamento delle condizioni locali, a causa della recrudescenza della guerriglia nel sud Sudan, nel 1983 provocherà l'imprevista fine dei lavori di una grandiosa opera, che doveva essere ultimata nel 1985/86. N.B. Il blog è dotato di Google Traduttore e di un motore di ricerca interno |
lunedì 6 dicembre 2021
3. A PROPOSITO DI AVVENTURA E DI RICERCHE ANTROPOLOGICHE SUL CAMPO...
| Lo strano automezzo realizzato da Gatti nel 1939, lo "Yacht della Giungla": "acquistai il più lungo chassis Ford allora esistente, lo allungai ulteriormente e vi aggiunsi un paio di ruote supplementari. Completai l'automezzo con una carrozzeria che, durante le mie due spedizioni successive, si rivelò di valore assolutamente inestimabile. La prima si svolse a zig zag sul tragitto da Beira a Città del Capo; la seconda dalla Città del Capo a Roma, via Cairo e Gerusalemme" (Gatti, 1964: 23) |
Da ragazzo non mi sono mai perso, in televisione, le puntate dei documentari girati in Africa da Attilio Gatti (1896-1969).
Un italo-americano, che era stato anche Membro della Società Geografica Italiana (quando era ancora "Reale"), alla quale appartengo anche io.
Erano intitolati: L'Avventura è il mio mestiere. Titolo anche del suo libro, che dagli anni '1960 figura nella mia biblioteca (Lugano, 1964).
L'antropologia è naturalmente tutta un'altra cosa, rispetto all'attività di un esploratore.
Eppure anche lo studioso si può imbattere, a volte del tutto involontariamente, in difficoltà più o meno insormontabili, in rischi e pericoli della più diversa natura.
In qualche caso persino fatali.
Infatti nella Storia dell'Antropologia figurano diversi casi di ricercatori uccisi, morti per incidenti, malattie, attacchi di bestie feroci.
Quindi l'Avventura, per chi di noi si è spinto sul terreno, per andare ad effettuare ricerche, rappresenta un non secondario aspetto collaterale che, comunque, può avere anche un suo risvolto fascinoso, tanto da rasentare molto da vicino il romanticismo.
Naturalmente quando lo si potrà poi raccontare, verbalmente o per iscritto...
Sto risalendo con una piroga il Nilo Bianco, nella Provincia del Nilo Superiore, Sud Sudan, per andare alla scoperta degli insediamenti, che hanno preceduto la fondazione della città di Malakal. Con uno dei mie due assistenti di ricerca africani sto consultando la carta topografica. Sono a sud di questa cittadina, situata ad 850 km a sud di Khartoum, dove nel 1979 e ancora nel 1980-81 ho effettuato due soggiorni di ricerca sul campo. Si vede il mio borsone della Mares, impermeabile e galleggiante, nel quale c'è tutta la mia pesante attrezzatura d'allora: macchina fotografica Nikon F e obiettivi: grandangolare, normale e tele da 300 mm, registratore Philips, flash, filtri, rollini di diapositive, ecc. (© Franco Pelliccioni) |
LE GRANDI AVVENTURE DELL’ANTROPOLOGIA. Antropologi culturali, sociali, fisici, applicati, etnologi, etnografi, etnomusicologi, etnostorici.
| Trilogia digitale |
| Trilogia cartacea |
venerdì 3 dicembre 2021
1. IN UN VILLAGGIO SHILLUK, LUNGO IL NILO BIANCO, REGISTRO "UNA STORIA DI VITA" (PROVINCIA DEL NILO SUPERIORE, SUD SUDAN)
Non posso non iniziare questo mio blog, che intende parlare di Antropologia, Viaggi e Avventura, descrivendo il contesto (geografico, storico, culturale) dentro il quale è stata scattata la foto che ho inserito nel mio profilo.
DAL DIARIO DI RICERCA: la PIROGA era l'unica possibilità di poterci muovere, effettuando una breve INDAGINE STORICA sui siti che avevano preceduto la FONDAZIONE della città di MALAKAL: TAWFIKYYA e il FORTE del SOBAT (...)
Tra la sponda del Nilo e la costruzione coloniale sorge un "SANTUARIO" dedicato al RETH degli SHILLUK JOHN DAK WAD PADYET.
Nelle immediate adiacenze dell'edificio, osserviamo anche i resti dei basamenti circolari, anch'essi in muratura, dei tukuls, gli alloggi dei sottufficiali di "colore" (...)
Qualche chilometro più all'interno, nel VILLAGGIO di DUR, intervistiamo un anziano Shilluk, Ajwok Bwol ("figlio di Bwol").
Ci fornirà preziosi particolari sul passato della città, risalenti fin all'epoca del RETH PADYET WAD KWATHKER (1903-1917), allorché la popolazione di Tawfikyya era composta da ex SCHIAVI del MAHDI e del CALIFFO e da soldati.
Ma corriamo qualche rischio allorché, al termine dell'intervista, alcuni guerrieri armati di lance e, purtroppo, ubriachi a causa della troppa MERISSA (distillata dalla durra) ingurgitata, artificiosamente e minacciosamente sollevano obiezioni circa la nostra presenza in quel luogo.
Una situazione invero spiacevole e piuttosto PERICOLOSA, che si protrarrà per circa mezz'ora.
N.B. Il blog è dotato di Google Traduttore e di un motore di ricerca interno
344.RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA... III E ULTIMA PARTE: INCONTRI SUL FIUME; L'ARRIVO A MALAKAL
Una piroga Shilluk traghetta un passeggero sull'altra sponda (© Franco Pelliccioni ) III Incontri sul fiume; L'arrivo a Malakal ...
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I miei 35 libri trattano di antropologia, viaggi, avventure, esplorazioni terrestri e marittime nei quattro angoli del globo. Riguardano p...
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PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO: IL SINGOLARE ITINERARIO DELL’AUTORE, ALLA SCOPERTA D...
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Indio Bororo mentre sta per scoccare una freccia. Foto Steinen [ Karl von Den Steinen , 1855-1929. Spedizione nello Xingù (Mato Grosso, Br...













