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venerdì 30 gennaio 2026

343. ANCORA SULLA GROENLANDIA: PROBLEMI AMBIENTALI VECCHI E NUOVI, TRA FRAGILITA’ DELL’ARTICO, CAMBIAMENTO CLIMATICO E... L’IMPATTO NELLA BANCHISA, TRA LA BASE AMERICANA E IL VILLAGGIO INUIT DI QAANAAQ, DI UN BOMBARDIERE NUCLEARE NEL 1968

 

Boeing B-52G Stratofortress (Foto: Mike Freer - Touchdown-Aviation). Atwater (Merced) - Castle (AFB) (MER / KMER), USA - California

Ad esempio è poco noto l'aumento dei casi di cancro avvenuti a seguito della   caduta, nelle acque gelate della banchisa, in un'area posta tra la base americana di Thule e un villaggio eschimese, di un bombardiere strategico americano B 52 [52 G] nel 1968, che portava quattro bombe H. Le bombe si sono frantumate, rilasciando plutonio, registrato fino a 30 Km dal luogo dell'impatto. 

"L’aereo con a bordo 4 armi nucleari si schiantò nei pressi della base aerea di Thule il 21 gennaio 1968. Fotografia aerea del ghiaccio annerito sulla scena dell'incidente, con il punto di impatto in alto. Foto: Project Crested Ice, nited States Air Force
"Il mitragliere viene salvato dopo essersi eiettato da un B-52 che si è schiantato nella nuova base aerea di Thule il 21 gennaio 1968". Foto: Project Crested Ice, United States Air Force 

Gli Eschimesi polari che abitano la regione hanno più volte manifestato la loro angoscia per il fatto che sono costretti a mangiare foche, trichechi e balene contaminati. 

Nel corso di un processo tenutosi a Copenaghen nel 1988 si appurò che 98 danesi sui 1200 della base, tra cui anche degli eschimesi, a suo tempo utilizzati nel delicato processo di estrazione di neve e ghiaccio inquinati, morirono nell'anno dell'impatto (Malaurie, 1993: 393). 

"C'erano sempre alcuni eschimesi intorno alla base, e l'Aeronautica Militare ne mise alcuni al lavoro per raggiungere un B-52 che si era schiantato sulla calotta glaciale [IN REALTA'LA BANCHISA, NON L'INLANDIS]. Le slitte erano l'unico modo per raggiungere il luogo dell'incidente". 1968. Foto Joseph Thomas

Guardando la baia di North Star per l’ultima volta mi domandai quanto plutonio fosse disperso in queste acque, per quanto tempo le braccia e le caviglie di Niels [Eschimese Polare] avrebbero continuato a spellarsi, per quanti secoli i mammiferi marini di questi luoghi sarebbero rimasti avvelenati” … (Ehrlich, 2002: 306).

Solo in tempi relativamente recenti l'umanità ha iniziato ad alterare anche l'ecosistema artico. Del resto assai fragile e sensibile ad ogni, seppure minima, modificazione ambientale: 

[È stato calcolato che in Groenlandia un pezzo di carta "possa sopravvivere intatto, con lo scritto ancora leggibile, per almeno cinquecento anni" (Millman, 1991: 182). 

Nel corso della mia ricerca alle Svalbard, l'Assistente all'Ambiente del Governatorato mi mostrò alcuni segni particolari su una mappa dell'arcipelago. Erano tracce di pneumatici presenti nell'isola di Edgeøya, ad est dello Spitsbergen. Dove normalmente si arriva con lo skidoo (motoslitta) solo durante i lunghi e bui mesi invernali. Quei segni così ben visibili erano divenute profonde cicatrici sul terreno, che si sarebbero rimarginate solo lentissimamente. E dire che erano state lasciate oltre trent'anni prima da veicoli appartenenti ad una società impegnata in prospezioni petrolifere!]

maggiore presenza umana, costruzione di infrastrutture; danni alla tundra; smaltimento dei rifiuti; attività industriali (estrazione di minerali e dispersioni di materiali nell'acqua e nell'atmosfera compresa), [Il 60% dei metalli pesanti d'inverno proviene dai territori dell'ex Unione Sovietica; il 6% delle emissioni di cadmio, arsenico, piombo, zinco, vanadio e antimonio di tutta l'Eurasia si deposita sempre nell'Artico.]

perdite di petrolio, arrivo di contaminanti nell'atmosfera da grande distanza, presenza di molteplici fonti di dispersioni radioattive.

 [Nuove (Chernobyl) e meno nuove: esperimenti nucleari statunitensi nelle isole Aleutine sotterranei nella Nuova Zemlia, presenza di depositi di scorie nucleari tra Mar di Barents e Mar Bianco. 

Per quanto riguarda la radioattività, vecchia e nuova, ricordo quella esistente in Nord America. 

Dove i licheni hanno assorbito i radio nuclidi fin dalla prima esplosione del 1945. La loro crescita è lentissima, secolare. I licheni di Canada, Alaska, Scandinavia e Russia si sono dimostrati contaminati da Stronzio 90 e Cesio 137. 

I caribù (ma anche le renne) mangiano i licheni (caribou moss) che, a loro volta, sono mangiati dagli umani. A partire dal 1959 (per quanto riguarda il Canada) il problema si è mostrato in tutta la sua drammaticità. 

Nel corso del mio survey tra gli Inuit canadesi, a Inuvik, sul delta del Mackenzie, l'Agnes Semmler, leader del COPE (Committee for Original People's Entitlement) dell'Artico occidentale, mi disse come negli ultimissimi anni tra gli Inuit ci fosse stato un forte aumento di tumori allo stomaco, per la presenza, nella catena alimentare, di inquinanti radioattivi (Wilkinson, 1975: 142)]

   Oggi però il problema “principe” è un altro e ben più grave, perché riguarda il futuro di tutta l’umanità… 

Tutti noi sappiamo bene come l'Artico giochi un ruolo di primissimo piano nel sistema climatico globale e nella circolazione atmosferica e oceanica. Tutto ciò che qui accade riguarda da vicino l'equilibrio ambientale delle regioni confinanti e dell'intero pianeta. Le sue infinite potenzialità economiche, spesso non ancora conosciute nella loro interezza, vanno quindi ad accostarsi alle drammatiche prospettive che, per l’aggravarsi dell'effetto serra, si annunciano nel Terzo Millennio.

 Infatti per quanto concerne il riscaldamento globale, 

[Ovunque nell’Artide, i popoli indigeni stanno soffrendo. I villaggi lungo la costa settentrionale dell’Alaska vengono inondati a causa dell’aumento del livello del mare. Lo scorso inverno, in diverse località della Groenlandia, la banchisa era del tutto assente. 

Alcuni cacciatori di Qanaaq [Eschimesi polari] e di Moriusaq sono stati costretti ad abbattere alcuni dei loro cani perché non avevano abbastanza carne per sfamarli. «Se ne va un tassello della nostra vita, scompare tutto. Proprio come succede con il ghiaccio: se non sta insieme, non possiamo dare un senso alla nostra vita [dichiara Jens]» (Ehrlich, 2006: 105).]

l'Artico è la più vulnerabile delle regioni della Terra. Ad esempio pensando al permafrost, che gradatamente si sta sciogliendo nel Grande Nord. 

Un fenomeno che, a sua volta, provocherà l’immissione nell’aria di quantità colossali di metano e anidride carbonica, che sono ovviamente due gas serra. 

Provocando in tal modo un ulteriore aumento della temperatura. (…)


DA: QUI BASE ARTICA DIRIGIBILE ITALIA, SVALBARD. DALLA TERRA DEGLI ORSI POLARI UNA RASSEGNA E UN INVENTARIO CULTURALE DEI POPOLI DEL GRANDE NORD [solo testo]


                           

 






mercoledì 28 gennaio 2026

341. NON CHIAMATELI TUTTI INUIT: LA COMPLESSA IDENTITÀ DEI GROENLANDESI (KALAALLIT). LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE È OGGI UN MIX GENETICO E CULTURALE TRA INUIT E DANESI, FRUTTO DI SECOLI DI CONVIVENZA COLONIALE E POST-COLONIALE

 

Mappa politica della Groenlandia, 1976 (University of Texas at Austin, Perry-Castañeda Library Map Collection)

Inizio ricordando con un paragone le dimensioni dell’isola: “da Capo Farvel [Farewell], la punta più meridionale della Groenlandia, fino a capo Morris Jesup, a nord, la lunghezza dell’isola è uguale alla distanza che separa Londra dal centro del Sahara. La sua larghezza equivale allo spazio compreso tra Parigi e Copenaghen” (Kpomassie, 1986: 104)

...

Il censimento del 2012 (51.400 individui) ha visto la stragrande maggioranza degli isolani dichiararsi Inuit (tra l’80 e l’88%, ca. 44.000-50.000). Nonostante preferiscano farsi chiamareGroenlandesi” (Kalaallit), in Kalaallisut (dialetto Inuit della Groenlandia occidentale). Senza correlarsi agli Inuit di Canada e Alaska. 

Fin dall’epoca dei balenieri scozzesi e olandesi (ma anche norvegesi, baschi, ecc.) ci sono sempre stati rapporti tra gli uomini europei e le donne Eschimesi.(...) gli abitanti della più grande isola del mondo da oltre due secoli hanno dato vita ad un composito blend di diverse etnie e nazionalità. Tra cui, ovviamente, Inuit e Danesi. Tanto che il grande antropologo francese, Malaurie, li definisce meticci di danese, olandese e scozzese (1991).

Quando nel XVIII secolo iniziò la colonizzazione danese dell’isola, le relazioni si andarono moltiplicando e approfondendo [Così si sarebbero sposati i missionari Luterani, arrivati nel 1721 con Hans Egede, l’Apostolo della Groenlandia. Seguiti da impiegati e addetti alle stazioni commerciali danesi (kolonier). Niels Egede (figlio di Hans), direttore delle stazioni, rileva come dal 1769 tutti i danesi addetti al commercio in quattro degli spacci: Egedesminde (Aasiaat), Christianshaab (Qasigiannguit), Jakobshavn (Ilulissat), Ritenbenk (Appat) risultavano sposati a donne eschimesi. Altrettanto a Jakobshavn avevano fatto catechisti e missionario]

Dando vita a numerosi matrimoni misti dano-eschimesi e, quindi, ad altrettante famiglie di blandiger [Gli amministratori coloniali definirono blandig una persona di discendenza mista. Un termine burocratico utilizzato fino al XX secolo inoltrato anche per i censimenti, che distinguevano tra europei, blandiger e groenlandesi]. fino a dopo la seconda parte del XIX secolo. 

Su questi matrimoni e sulla loro prole si focalizzerà a lungo l’immagine dell’identità del Groenlandese. [Per lungo tempo la Danimarca limitò l’accesso agli altri europei per proteggere la cultura Inuit. Nondimeno un gruppo di “ibridi” emerse come risultato di relazioni extramatrimoniali e di matrimoni interrazziali. Questo ibridismo rese acuta la problematica dell’identità (Seiding e Toft, 2011): un ragazzo con un padre danese non ha nessuno che gli possa insegnare la caccia, ma solo ad avere un lavoro “danese” nel commercio (Gad, 1973: 210, 358), o come catechista in uno degli insediamenti della costa (Gad, 1973: 353)” (Gad, 2014: 102)].

Proprio Hans Egede riporta nel 1735 il primo accenno ad una relazione mista, allorché scrive di un figlio nato da un vincolo di una donna eschimese “sposatasi” nella stazione di Christianshaab. Nel 1740 sono menzionati i primi matrimoni cristiani. Tra il 1800 e il 1850 la percentuale degli europei addetti al commercio e ammogliatisi nella Groenlandia nord-occidentale oscillerà tra il 20% (1804) e il 60% (1832) (Seiding, 2011)

Nell’Ethnology of the Greenland Eskimos Mathiassen parla di una popolazione groenlandese di ca. 21.000 individui, composta da Groenlandesi e poche centinaia di danesi. 

Popolazione mista formatasi nel corso di due secoli, attraverso matrimoni tra funzionari danesi di basso livello e donne eschimesi. I loro figli si esprimono quasi tutti in Groenlandese (Eschimese). Il numero dei Groenlandesi occidentali meticci aumenta rapidamente e in quasi tutte le più importanti famiglie groenlandesi hanno meticci al loro interno (1947-51: 7).  

GLI INUIT SONO PRESENTI NEL NORD-OVEST E SULLA COSTA ORIENTALE

In effetti gli etnologi considerano veri Inuit solo due gruppi, tra l’altro abbastanza noti, sia pure per motivi diversi: gli Eschimesi polari, oggi chiamati Inughuit, di lingua Inuktun (nel nord) [vedi post n.339] e gli Ammassalamiut, oggi Tunumiit, di lingua Tunumiisut, nell’est (300 individui nel 2012),

Kanak, Eschimese Polare (oggi Inughuit), foto Gilberg, 1938

Ammassalamiut (oggiTunumiit) sulla riva del fiordo a Tassidak, costa orientale groenlandese. Spedizione dell’etnologo francese Paul-Emile Victor del 1936-37
DA: QUI BASE ARTICA DIRIGIBILE ITALIA, SVALBARD. DALLA TERRA DEGLI ORSI POLARI UNA RASSEGNA E UN INVENTARIO CULTURALE DEI POPOLI DEL GRANDE NORD




...
L'antropologo Jean Malaurie e l'etnologo Paul-Emile Victor  figurano anche nel II e III volume della trilogia: Le Grandi Avventure dell'Antropologia
Versioni cartacee

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lunedì 26 gennaio 2026

340. bis RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA E DIMENTICATA.... II PARTE: L'IMBARCAZIONE, L'EQUIPAGGIO, I PASSEGGERI; L'AMBIENTE, I POPOLI

 

"Là, dove il tempo si è fermato": piccolo villaggio Shilluk nei pressi della città di Malakal (© Franco Pelliccioni)

II L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli


Nella cittadina sudanese di Kosti ci eravamo imbarcati su un vecchissimo vapore a pale posteriori della River Transport Corporation, dal fondo piatto, ad un piano. 

Incontriamo il battello proveniente da Juba, che discende lentamente il fiume. Nella chiatta di seconda classe soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia (© Franco Pelliccioni)


L'imbarcazione non era sola. Poiché trascinava con sé, lateralmente, altre due chiatte - sandal - (di prima e di seconda classe), e ne sospingeva contemporaneamente altre tre (tutte di terza, la più affollate). E collegava settimanalmente la cittadina a Malakal. 

Un battello sul Nilo, 1936, foto G. Eric Matson
(L
ibrary of Congress Prints & Photographs Online) 
Il battello era dello stesso tipo (naturalmente solo più vecchio di oltre un ventennio) su cui nel 1958 si imbarcò il Moorhead, per il suo viaggio che l'avrebbe portato dall'Uganda fino a Kosti. E di cui raccontò i particolari nel libro Non c'è posto nell'Arca. 

Palazzo del Governatore del Sudan (Khartoum) e vapore corazzato, in partenza per Fashoda e il Nilo Azzurro, 1904,
Foto Underwood&Underwood (Library of Congress, Prints & Photographs Online)

Non molto diverso, a sua volta, da quello che prese il Churchill, per compiere un analogo viaggio esattamente cinquanta anni prima, all'inizio del secolo (1908). 

Un battello che negli anni '30 e '40, forse ancora dopo, doveva essere confortevole. Specialmente per i viaggiatori di una volta: funzionari coloniali e militari inglesi, commercianti "levantini" (greci, siriani, libanesi, armeni, ecc.). Allorché tutto funzionava, e zanzariere, ventilatori, cabine e cuccette, servizi igienici erano a posto. Esisteva l'acqua potabile e cucina e cibo erano accettabili. 

Come d'altra parte avevamo riscontrato in Kenya nel nostro viaggio sul treno Nairobi-Mombasa, un'altra, celebre eredità coloniale britannica. 

Ma in Sudan le cose sarebbero andate assai diversamente dall'Africa orientale. Costretti innanzitutto ad accontentarci (per mancanza di cabine e cuccette libere) solo di uno squallido e duro giaciglio sul legno del ponte, a prua. Dove ancora rimaneva il fantasma dell'incastellatura di quella che un tempo era una piccola veranda panoramica, ancora conservante gli scheletri lignei di due divani. Ma del "quadretto" di una volta c'era rimasto ben poco. Anzi niente! 

Ci saremmo serviti di una coperta, molto saggiamente prestata  dal capo cantiere dell'Italconsult di Kosti, dove eravamo stati ospiti. E dove la nostra importante società stava costruendo il più lungo ponte dell'Africa. Quella coperta e la nostra vecchia giacca a vento ci salvarono dal morire dal gelo. 

In un posto che all'ombra superava anche i 50 ° C durante il giorno. Ma che all'alba gelava oltre ogni misura. D'altra parte la nave ancora per un bel tratto avrebbe continuato il viaggio in mezzo a un settore di deserto sahariano, che, come è noto, per definizione presenta escursioni termiche diurne di tutto rispetto. 

Avremmo condiviso il nostro fazzoletto di nave con una coppia di tedeschi, che stavano risalendo tutto il fiume, per giungere fino a Juba. Da dove, per via terrestre, si sarebbero diretti verso l'Uganda (allora tormentata dal folle Dada Amin, lo stesso che impegnò le teste di cuoio israeliane all'epoca del nostro soggiorno kenyota - quando l'intera città di Nairobi fu improvvisamente oscurata per paura di eventuali ritorsioni aeree ugandesi) e il Kenya. 

La donna aveva un posto di infermiera nell'ospedale tedesco. 

Uno spazio estremamente ridotto diviso per quattro. 

Una coppia di svizzeri, anch'essi en route verso il Kenya, completava il minuscolo gruppo europeo, che si avvicendò nelle infuocate osservazioni diurne dal tetto della nave. Quando ogni volta ci saremmo meravigliati di fronte alle singole particolarità, naturalistiche ed etnografiche, incontrate durante il lentissimo cammino, lungo quasi cinquecento chilometri e solamente quattro giorni.

E noi europei, assieme ai membri dell'equipaggio e ai passeggeri di prima e di seconda classe (commercianti con le loro famiglie), quasi esclusivamente arabi, formavamo un gruppo unico, quello dei Kwaga,  cioè dei "bianchi del nord" come, con un termine onnicomprensivo, ci designano i popoli negri del sud Sudan.

I viaggiatori a bordo della terza classe erano invece negri, appartenenti alle diverse etnie del sud. Su tutti "spiccavano" per l'alta statura i nilotici. Con i loro tradizionali costumi, i Lau dai vivi colori (toga cotonata azzurra, rossa, rosa, bianca che, sebbene considerata tradizionale, rappresenta un'innovazione imposta da missionari e ufficiali coloniali, all'incirca dall'inizio del secolo. Come insegna l'etnografia, more nilotico corrisponde alla completa nudità.), o con la Jellabia (il lungo, semplice vestito in cotone bianco indossato da chi è arabizzato o musulmano), o con abiti occidentali. 

Nilotici che si portavano appresso i loro averi: valigie, sacchi, stuoie, coperte, pentolame, bracieri, cibo, piccoli animali da cortile, ecc.. Poiché avrebbero cucinato, naturalmente, a bordo delle loro chiatte anteriori.

Spesso avremmo fatto visita al comandante e all'apprendista pilota. Un giovane che riceveva le sue lezioni pratiche stando al timone della nave in una spartana e vetusta cabina, quasi sempre affollata da uno stuolo di spettatori. 

Nella cabina di comando del battello (© Franco Pelliccioni)

E lì faceva bella mostra di sé un paio di grandi giare, "arredi" tipici di quasi tutti i piccoli e medi centri arabi del Sudan. Dove l'acqua si conserva abbastanza fresca, a disposizione di tutti i viandanti, compresi coloro che fanno i loro haij (pellegrinaggio) alla Mecca. Come vuole la tradizionale ospitalità araba e il Corano.

La nave avrebbe compiuto il viaggio navigando costantemente giorno e notte, a parte le diverse soste di cui si è parlato. Il fracasso costante del vecchio motore che accompagnava, con tremolii e sussulti, la nostra danza sul fiume, la potente luce dei fari notturni, che riusciva anche ad "inondare" il nostro giaciglio, il vociare e la confusione regnante a bordo in ogni ora del giorno e della notte, interrotto solo dal  trambusto degli ancoraggi notturni: ci fecero passare notti... indimenticabili! Che potevano, scrivemmo poi nel diario, "forse essere paragonate a qualche giro dell'Inferno dantesco"...

La nave in lenta risalita sul fiume, dopo essersi inoltrata in un tratto del settore sudanese del Sahara (caratterizzato da terreno arido, vegetazione desertica o predesertica) all'altezza della Gezira (l'isola), che lasciammo sulla nostra sinistra, incominciò a procedere in regioni a savana: arbustiva o cespugliosa (scrub), punteggiata da ampie acacie ombrellifere e, infine, dalle prime palme. E poi da papiri e da una flora costiera sempre più lussureggiante. 

Dopo aver superato il centro arabo di El Jebelein, con le sue due montagne gemelle, che la sovrastano d'ambo i lati, i suoi muretti e le case di fango seccate al sole avremmo via via toccato altre importanti località: Renk, Kaka, Kodok (la Fashoda di Marchand). 

Kodok si trova nei pressi della Pa (o FaCodo Shilluk, il Fa Reth, il "posto del re", cioè la capitale di questo popolo di pastori (politicamente organizzato in regno), fin dall'epoca del Reth [re divino] Tugo (1690-1710). E, infine, Malakal.  

Dal punto di vista etno-antropologico il Nilo Bianco ci avrebbe gradatamente fatto scivolare all'interno del mondo nilotico e, quindi, delle culture proprie dei popoli neri del sud Sudan. Caratterizzati anche dalla loro longilineità e dall'alta statura. 

Ciò dopo aver raggiunto e superato diverse aree tradizionalmente abitate da arabi, come i pastori nomadi Baggara, le cui terre spaziavano sulla nostra destra. 

Come un cuneo ci saremmo addentrati nel mezzo di un territorio suddiviso da due dei più famosi popoli nilotici: i Dinka (Jieng), sulla sponda occidentale e gli Shilluk ( nord Colo), sull'orientale. Ancora più a monte del fiume, fino a Malakal ed oltre, saranno solo i villaggi Shilluk (podh), snocciolantisi lungo le sponde come perle della medesima collana, a caratterizzare l'intero panorama. 

Villaggi posti spesso ad una certa distanza dal fiume (al fine di evitare le ricorrenti inondazioni durante la stagione delle piogge - kharif - ). O nelle immediate vicinanze, grazie ad una sponda più elevata e alla tradizione storica, che considera sicuro il luogo. 

E lo spettacolo che avemmo sempre sotto i nostri occhi sarebbe stato composto da tanti microcosmi insediativi, gli uni simili agli altri. Villaggi "incantati" che sembravano stare là, immutati nel tempo, fin dalla creazione del mondo. Costituiti da ampie capanne cilindro coniche (gol) dalle mura di argilla e dai tetti di rami intrecciati e ricoperti di paglia. Tutte uguali tra loro e caratterizzate da spazi aperti per il bestiame e le coltivazioni della durra. (una varietà di sorgo). Insediamenti punteggiati da acacie e, più oltre, da alte palme.

Dove gruppi di guerrieri, al riparo dell'ombra, continuavano a parlottare tra di loro, o si limitavano ad osservarci muti e meravigliati dal nostro passaggio. 

Al di là delle cataste di legna, la singolare accozzaglia rappresentata dal battello e dalle sue cinque chiatte. Ci si ferma di tanto in tanto, per caricare legna per la caldaia  (© Franco Pelliccioni)

Cosa che si ripetè in ogni approdo, dove la nave farà sosta per consentire lo sbarco di merci e passeggeri e per imbarcare altre mercanzie e nuovi passeggeri. Ogni volta l'approssimarsi del battello avrebbe rappresentato un avvenimento memorabile, quasi una festa. Nelle zone abitate (quindi non solo nei porticcioli), specialmente più a monte, quando il fiume tenderà a restringersi ulteriormente e considerevolmente. 

Allorché il battello  incontrerà piccole isole, che daranno forma a canali, o isolotti galleggianti costituiti da giacinti d'acqua, zolle di terra o altra vegetazione. 

Quando la distanza visiva tra noi e loro si sarebbe considerevolmente ridotta. 

E durante gli approdi, numerosi venditori di cibo (vegetali, frutta, piccoli animali vivi) si avvicendarono sottobordo. Facendosi un'aspra concorrenza. Offrendo le loro piccole - grandi - ricchezze, così preziose anche per noi, vista l'estrema povertà della cucina e la quasi totale indisponibilità di frutta a bordo.

Per quanto riguarda il paesaggio, esso sarà sempre diverso e affascinante. Ne saremo totalmente immersi, non solo con gli occhi. Con i suoi colori, i mille odori , i suoni (della natura, degli uomini, delle "cose"), le sue aurore e gli stupendi tramonti. 

Anche se continueremo a soffrire, in silenzio (ma "felici"), per l'incredibile calura diurna e, poi, per il gelo notturno. Specialmente quando comincerà ad albeggiare e tutto intorno a noi sarà ancora buio. 

Ma già si comincerà ad intravedere l'avanzare, sempre più deciso,  dei chiaroscuri e dei colori rossastri dell'aurora.

Da: "Quei villaggi "incantati" e immutati nel tempo. Da Kosti a Malakal, nel Sudan meridionale, navigando lungo il Nilo Bianco su un vecchio battello a pale", L'Osservatore Romano, 24 Novembre, 1999, 3 [solo testo]

Seguirà il terzo post: Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.

....

La prima parte: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2026/01/338-risalendo-nel-1979-il-nilo-bianco.html

...

Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html






340. RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA....II PARTE: L'IMBARCAZIONE, L'EQUIPAGGIO, I PASSEGGERI; L'AMBIENTE, I POPOLI

 

"Là, dove il tempo si è fermato": piccolo villaggio Shilluk nei pressi della città di Malakal Franco Pelliccioni)

II L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli


Nella cittadina sudanese di Kosti ci eravamo imbarcati su un vecchissimo vapore a pale posteriori della River Transport Corporation, dal fondo piatto, ad un piano. 

Incontriamo il battello proveniente da Juba, che discende lentamente il fiume. Nella chiatta di seconda classe soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia (© Franco Pelliccioni)


L'imbarcazione non era sola. Poiché trascinava con sé, lateralmente, altre due chiatte - sandal - (di prima e di seconda classe), e ne sospingeva contemporaneamente altre tre (tutte di terza, la più affollate). E collegava settimanalmente la cittadina a Malakal. 

Un battello sul Nilo, 1936, foto G. Eric Matson
(L
ibrary of Congress Prints & Photographs Online) 
Il battello era dello stesso tipo (naturalmente solo più vecchio di oltre un ventennio) su cui nel 1958 si imbarcò il Moorhead, per il suo viaggio che l'avrebbe portato dall'Uganda fino a Kosti. E di cui raccontò i particolari nel libro Non c'è posto nell'Arca. 

Palazzo del Governatore del Sudan (Khartoum) e vapore corazzato, in partenza per Fashoda e il Nilo Azzurro, 1904,
Foto Underwood&Underwood (Library of Congress, Prints & Photographs Online)

Non molto diverso, a sua volta, da quello che prese il Churchill, per compiere un analogo viaggio esattamente cinquanta anni prima, all'inizio del secolo (1908). 

Un battello che negli anni '30 e '40, forse ancora dopo, doveva essere confortevole. Specialmente per i viaggiatori di una volta: funzionari coloniali e militari inglesi, commercianti "levantini" (greci, siriani, libanesi, armeni, ecc.). Allorché tutto funzionava, e zanzariere, ventilatori, cabine e cuccette, servizi igienici erano a posto. Esisteva l'acqua potabile e cucina e cibo erano accettabili. 

Come d'altra parte avevamo riscontrato in Kenya nel nostro viaggio sul treno Nairobi-Mombasa, un'altra, celebre eredità coloniale britannica. 

Ma in Sudan le cose sarebbero andate assai diversamente dall'Africa orientale. Costretti innanzitutto ad accontentarci (per mancanza di cabine e cuccette libere) solo di uno squallido e duro giaciglio sul legno del ponte, a prua. Dove ancora rimaneva il fantasma dell'incastellatura di quella che un tempo era una piccola veranda panoramica, ancora conservante gli scheletri lignei di due divani. Ma del "quadretto" di una volta c'era rimasto ben poco. Anzi niente! 

Ci saremmo serviti di una coperta, molto saggiamente prestata  dal capo cantiere dell'Italconsult di Kosti, dove eravamo stati ospiti. E dove la nostra importante società stava costruendo il più lungo ponte dell'Africa. Quella coperta e la nostra vecchia giacca a vento ci salvarono dal morire dal gelo. 

In un posto che all'ombra superava anche i 50 ° C durante il giorno. Ma che all'alba gelava oltre ogni misura. D'altra parte la nave ancora per un bel tratto avrebbe continuato il viaggio in mezzo a un settore di deserto sahariano, che, come è noto, per definizione presenta escursioni termiche diurne di tutto rispetto. 

Avremmo condiviso il nostro fazzoletto di nave con una coppia di tedeschi, che stavano risalendo tutto il fiume, per giungere fino a Juba. Da dove, per via terrestre, si sarebbero diretti verso l'Uganda (allora tormentata dal folle Dada Amin, lo stesso che impegnò le teste di cuoio israeliane all'epoca del nostro soggiorno kenyota - quando l'intera città di Nairobi fu improvvisamente oscurata per paura di eventuali ritorsioni aeree ugandesi) e il Kenya. 

La donna aveva un posto di infermiera nell'ospedale tedesco. 

Uno spazio estremamente ridotto diviso per quattro. 

Una coppia di svizzeri, anch'essi en route verso il Kenya, completava il minuscolo gruppo europeo, che si avvicendò nelle infuocate osservazioni diurne dal tetto della nave. Quando ogni volta ci saremmo meravigliati di fronte alle singole particolarità, naturalistiche ed etnografiche, incontrate durante il lentissimo cammino, lungo quasi cinquecento chilometri e solamente quattro giorni.

E noi europei, assieme ai membri dell'equipaggio e ai passeggeri di prima e di seconda classe (commercianti con le loro famiglie), quasi esclusivamente arabi, formavamo un gruppo unico, quello dei Kwaga,  cioè dei "bianchi del nord" come, con un termine onnicomprensivo, ci designano i popoli negri del sud Sudan.

I viaggiatori a bordo della terza classe erano invece negri, appartenenti alle diverse etnie del sud. Su tutti "spiccavano" per l'alta statura i nilotici. Con i loro tradizionali costumi, i Lau dai vivi colori (toga cotonata azzurra, rossa, rosa, bianca che, sebbene considerata tradizionale, rappresenta un'innovazione imposta da missionari e ufficiali coloniali, all'incirca dall'inizio del secolo. Come insegna l'etnografia, more nilotico corrisponde alla completa nudità.), o con la Jellabia (il lungo, semplice vestito in cotone bianco indossato da chi è arabizzato o musulmano), o con abiti occidentali. 

Nilotici Dinka nella tradizionale posizione di riposo dei fenicotteri e... "more nilotico" (da: Richard Wyndham,The Gentle Savage. A Sudanese Journey in the Province of Bahr-el-Ghazal, commonly called "The Bog", Londra, 1936) 

Nilotici che si portavano appresso i loro averi: valigie, sacchi, stuoie, coperte, pentolame, bracieri, cibo, piccoli animali da cortile, ecc.. Poiché avrebbero cucinato, naturalmente, a bordo delle loro chiatte anteriori.

Spesso avremmo fatto visita al comandante e all'apprendista pilota. Un giovane che riceveva le sue lezioni pratiche stando al timone della nave in una spartana e vetusta cabina, quasi sempre affollata da uno stuolo di spettatori. 

Nella cabina di comando del battello (© Franco Pelliccioni)

E lì faceva bella mostra di sé un paio di grandi giare, "arredi" tipici di quasi tutti i piccoli e medi centri arabi del Sudan. Dove l'acqua si conserva abbastanza fresca, a disposizione di tutti i viandanti, compresi coloro che fanno i loro haij (pellegrinaggio) alla Mecca. Come vuole la tradizionale ospitalità araba e il Corano.

La nave avrebbe compiuto il viaggio navigando costantemente giorno e notte, a parte le diverse soste di cui si è parlato. Il fracasso costante del vecchio motore che accompagnava, con tremolii e sussulti, la nostra danza sul fiume, la potente luce dei fari notturni, che riusciva anche ad "inondare" il nostro giaciglio, il vociare e la confusione regnante a bordo in ogni ora del giorno e della notte, interrotto solo dal  trambusto degli ancoraggi notturni: ci fecero passare notti... indimenticabili! Che potevano, scrivemmo poi nel diario, "forse essere paragonate a qualche giro dell'Inferno dantesco"...

La nave in lenta risalita sul fiume, dopo essersi inoltrata in un tratto del settore sudanese del Sahara (caratterizzato da terreno arido, vegetazione desertica o predesertica) all'altezza della Gezira (l'isola), che lasciammo sulla nostra sinistra, incominciò a procedere in regioni a savana: arbustiva o cespugliosa (scrub), punteggiata da ampie acacie ombrellifere e, infine, dalle prime palme. E poi da papiri e da una flora costiera sempre più lussureggiante. 

Dopo aver superato il centro arabo di El Jebelein, con le sue due montagne gemelle, che la sovrastano d'ambo i lati, i suoi muretti e le case di fango seccate al sole avremmo via via toccato altre importanti località: Renk, Kaka, Kodok (la Fashoda di Marchand). 

Kodok si trova nei pressi della Pa (o Fa) Codo Shilluk, il Fa Reth, il "posto del re", cioè la capitale di questo popolo di pastori (politicamente organizzato in regno), fin dall'epoca del Reth [re divino] Tugo (1690-1710). E, infine, Malakal.  

Dal punto di vista etno-antropologico il Nilo Bianco ci avrebbe gradatamente fatto scivolare all'interno del mondo nilotico e, quindi, delle culture proprie dei popoli neri del sud Sudan. Caratterizzati anche dalla loro longilineità e dall'alta statura. 

Ciò dopo aver raggiunto e superato diverse aree tradizionalmente abitate da arabi, come i pastori nomadi Baggara, le cui terre spaziavano sulla nostra destra. 

Come un cuneo ci saremmo addentrati nel mezzo di un territorio suddiviso da due dei più famosi popoli nilotici: i Dinka (Jieng), sulla sponda occidentale e gli Shilluk ( nord Colo), sull'orientale. Ancora più a monte del fiume, fino a Malakal ed oltre, saranno solo i villaggi Shilluk (podh), snocciolantisi lungo le sponde come perle della medesima collana, a caratterizzare l'intero panorama. 

Villaggi posti spesso ad una certa distanza dal fiume (al fine di evitare le ricorrenti inondazioni durante la stagione delle piogge - kharif - ). O nelle immediate vicinanze, grazie ad una sponda più elevata e alla tradizione storica, che considera sicuro il luogo. 

E lo spettacolo che avemmo sempre sotto i nostri occhi sarebbe stato composto da tanti microcosmi insediativi, gli uni simili agli altri. Villaggi "incantati" che sembravano stare là, immutati nel tempo, fin dalla creazione del mondo. Costituiti da ampie capanne cilindro coniche (gol) dalle mura di argilla e dai tetti di rami intrecciati e ricoperti di paglia. Tutte uguali tra loro e caratterizzate da spazi aperti per il bestiame e le coltivazioni della durra. (una varietà di sorgo). Insediamenti punteggiati da acacie e, più oltre, da alte palme.

Dove gruppi di guerrieri, al riparo dell'ombra, continuavano a parlottare tra di loro, o si limitavano ad osservarci muti e meravigliati dal nostro passaggio. 

Al di là delle cataste di legna, la singolare accozzaglia rappresentata dal battello e dalle sue cinque chiatte. Ci si ferma di tanto in tanto, per caricare legna per la caldaia  (© Franco Pelliccioni)

Cosa che si ripetè in ogni approdo, dove la nave farà sosta per consentire lo sbarco di merci e passeggeri e per imbarcare altre mercanzie e nuovi passeggeri. Ogni volta l'approssimarsi del battello avrebbe rappresentato un avvenimento memorabile, quasi una festa. Nelle zone abitate (quindi non solo nei porticcioli), specialmente più a monte, quando il fiume tenderà a restringersi ulteriormente e considerevolmente. 

Allorché il battello  incontrerà piccole isole, che daranno forma a canali, o isolotti galleggianti costituiti da giacinti d'acqua, zolle di terra o altra vegetazione. 

Quando la distanza visiva tra noi e loro si sarebbe considerevolmente ridotta. 

E durante gli approdi, numerosi venditori di cibo (vegetali, frutta, piccoli animali vivi) si avvicendarono sottobordo. Facendosi un'aspra concorrenza. Offrendo le loro piccole - grandi - ricchezze, così preziose anche per noi, vista l'estrema povertà della cucina e la quasi totale indisponibilità di frutta a bordo.

Per quanto riguarda il paesaggio, esso sarà sempre diverso e affascinante. Ne saremo totalmente immersi, non solo con gli occhi. Con i suoi colori, i mille odori , i suoni (della natura, degli uomini, delle "cose"), le sue aurore e gli stupendi tramonti. 

Anche se continueremo a soffrire, in silenzio (ma "felici"), per l'incredibile calura diurna e, poi, per il gelo notturno. Specialmente quando comincerà ad albeggiare e tutto intorno a noi sarà ancora buio. 

Ma già si comincerà ad intravedere l'avanzare, sempre più deciso,  dei chiaroscuri e dei colori rossastri dell'aurora.

Da: "Quei villaggi "incantati" e immutati nel tempo. Da Kosti a Malakal, nel Sudan meridionale, navigando lungo il Nilo Bianco su un vecchio battello a pale", L'Osservatore Romano, 24 Novembre, 1999, 3 [solo testo]

Seguirà il terzo post: Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.

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La prima parte: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2026/01/338-risalendo-nel-1979-il-nilo-bianco.html

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html







347. IL MISTERIOSO TESORO DEGLI SCACCHI VICHINGHI DELL’ISOLA DI LEWIS, EBRIDI ESTERNE, SCOZIA

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