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martedì 20 gennaio 2026

338. RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA E DIMENTICATA. UNA IRRIPETIBILE TESTIMONIANZA SU UNA REGIONE PRIGIONIERA DI UNA PLURISECOLARE VIOLENZA, FIN DALL’EPOCA EGIZIA, QUANDO COSTITUIVA UNA RISERVA DI SCHIAVI. I PARTE: L'ANTEFATTO; IL PAESE E LA RICERCA; IL NILO BIANCO

 

L'alba sul Nilo Bianco (© Franco Pelliccioni) 

1 L'antefatto; Il paese e la ricerca; Il Nilo Bianco

Il tratto del Nilo Bianco da Khartoum a Malakal (allora Provincia del Nilo Superiore). Il Sud Sudan diventerà indipendente nel 2011. Dalla Carta Michelin, Africa di Nord-Est, 1:4.000.000, 1975


A distanza di oltre venti anni dalla nostra prima ricerca "sul campo" (1976), cioè da quella che fu la nostra personale iniziazione antropologica, non nascondiamo come nel bagaglio dei ricordi alcune ricerche occupino una posizione di privilegio, poiché si sono dimostrate "più interessanti": per l'oggetto della ricerca, o per lo scopo che si prefiggeva; per la difficoltà di accedere all'area geografica presa in esame; per alcune caratteristiche sconosciute in precedenza ed evidenziatesi solo una volta sul posto; per gli stessi sacrifici e rischi personali insiti, del resto, in chi fa il nostro mestiere. Che ci porta spesso in luoghi dove la vita umana conta poco o niente. E l'europeo, con i suoi "mezzi": denaro, vestiti, apparato fotografico e di registrazione, paraphernalia vari, costituisce spesso una sorta di facile "preda" da parte di malintenzionati "senza bandiera".

A volte il bel ricordo riguarda il mezzo utilizzato per raggiungere la località prescelta. Spesso remota. Quasi sempre non turisticizzata. Dove la scelta (o la non scelta) tra i mezzi di trasporto disponibili diventa quasi obbligatoria. In questo caso il viaggio, lo spostamento verso l'interno, verso ciò che per un forestiero, sempre e comunque, rappresenta l'ignoto, costituisce l'essenza stessa della "conoscenza". Specie se non "affrettato" o veloce, quale può essere quello realizzato a bordo di un aereo. Figuriamoci se, poi, la forzosa scelta di alcuni anni fa ci condurrà a bordo di un vecchio battello a pale posteriori, vecchio di oltre sessanta anni, per raggiungere il quale avemmo più di un "problema". Poiché da tempo aveva acceso le caldaie, che andavano ormai a tutto regime, facendo un frastuono d'inferno, e già si spostava lentamente, quasi impercettibilmente. Noi, con due valigie, l'onnipresente borsone con l'apparato fotografico e il tascapane, ballonzolavamo pesantemente, a mo' d'ubriachi, sulle acque del fiume. Sì, poiché riuscivamo a camminarci letteralmente sopra! In nostro soccorso veniva, infatti, un coacervo galleggiante di giacinti d'acqua, papiri e altra vegetazione. Che si tendevano e si immergevano, continuamente e pericolosamente al nostro passaggio, anche per il pesante fardello che ci strascinavamo fin dall'Italia. In effetti il battello, ritirata la passerella, si trovava già a diversi metri da riva.

Quando con una Land Rover spinta a folle velocità eravamo arrivati fin sulle sponde del fiume, avevamo visto in lontananza muoversi lo strano, vetusto battello. Tememmo di averlo definitivamente perso. La macchina era la stessa con la quale avevamo attraversato il giorno prima il deserto sahariano. Fotografando miraggi, incontrando tempeste di sabbia (l'haboob). Osservando lo spostarsi di una colonna di dromedari preceduta da un cammello leader, e accompagnata solo da un ragazzo. Ci saremmo aggirati tra le capanne di canne di accampamenti abbandonati dalle tribù nomadi arabe. E in quella lunghissima giornata saremmo stati confortati da non più di quattro piccoli bicchieri di tè caldissimo, ma sufficienti per tutto il viaggio.

Il tecnico dell'Italconsult, che ci aveva accompagnato al porto, ci incoraggiò a salire immediatamente a bordo. Così come tutti quelli che, in quel momento, assistevano ad uno spettacolo, che avrebbe avuto in seguito numerose repliche. Udimmo strilli in inglese e arabo, parole forse di incoraggiamento, che in quel frangente non afferrammo. Pensando decisamente ad altro. Terrorizzati sia dall'idea di proseguire il viaggio verso sud a bordo di un vecchio camion scoperto, un suq lorry, che dall'idea ben più pressante di "colare" a picco, bagaglio e tutto, perendo sotto lo strato di vegetazione. O, nella migliore delle ipotesi, di prenderci la bilharziosi, che poteva essere presente anche in quelle acque relativamente stagnanti!

Soprattutto era il timore di trascorrere alcuni giorni percorrendo centinaia di chilometri su una pista che tende a sfaldarsi dopo ogni pesantissima stagione delle piogge. Ciò ci spaventava, pensando all'avventura di tre anni prima, durante la ricerca effettuata nel Kenya settentrionale, nel corso di un'interminabile giornata di duro viaggio passata a bordo di un camion, senza alcun riparo dal sole. Con il rischio incombente di prenderci un colpo di sole o di andare incontro alla disidratazione, poiché non avremmo mai bevuto fino alla fine del viaggio. Il tutto sotto il sole cocente delle distese semi-desertiche e desertiche kenyote, che solo un cappello e qualche insperata nuvola di passaggio riuscirono, sia pure malamente, a lenire. Come ci disse il medico nella missione cattolica di Marsabit, subito dopo l'arrivo.

Tra l'altro, come avevamo appreso "in loco", le piste, che ci avrebbero offerto l'unica alternativa capace di farci arrivare nel sud del paese, da qualche tempo erano nuovamente infestate da guerriglieri. Che assaltavano e rapinavano mezzi, convogli e passeggeri. Ecco i pensieri che si affollarono contemporaneamente nella nostra mente e dai quali uscì fuori tutto il nostro coraggio. Tanto che in uno slancio, dopo  aver issato il bagaglio a bordo grazie all'equipaggio arabo, riuscimmo a scivolarvi dentro!

Discende il fiume il battello, che arriva da Juba. Si notano le due chiatte affiancate (© Franco Pelliccioni) 

Il vecchio battello a pale incominciò la lunga e lenta risalita del fiume. A distanza di tanti anni dall'indipendenza del paese esso rappresentava ancora un'eredità del colonialismo inglese. Ci trovavamo nel più grande stato africano, l'immenso Sudan. Questa terra da sempre era stata chiamata dagli arabi Bilad as Sudan, cioè "il paese dei neri". Ora è l'unico paese che conserva l'antica denominazione. Poiché il Sudan geografico e storico di un tempo, grosso modo corrispondente alle terre a sud della fascia saheliana, è stato smembrato in numerose entità politiche. A partire dalla colonizzazione europea, prima, e dall'indipendenza dei nuovi stati africani, poi.

Il Sudan è terra nota fin dall'epoca faraonica. Conosciuta da greci e romani. Terra in cui fiorì la civiltà cuscitica di Meroe, la Birmingham dell'Africa antica. Come la definirono gli studiosi per le sue ben note attività di fusione del ferro. E soprattutto celebre per le sue piramidi. Terra che seppe dare all'antico Egitto persino una dinastia "negra" di faraoni, la XXV (751 - 665 a.C.). Fin nei suoi più remoti recessi vi arrivarono gli arabi. Portando il commercio, il Corano e la spada. Islamizzando territori immensi. Dando vita ad interessanti forme di aggregazione politica, come i Regni di Fung del Sennaar o del Darfur. Divenne dapprima territorio turco-egiziano (1821-1885), e poi anglo egiziano (1899-1955), dopo una lunga e quasi anarchica fase autoctona (1885-1898), che vide il Mahdi (il "ben guidato" o l'"illuminato") battere le truppe egiziane di Gordon Pacha, Hikimdar (Governatore Generale) del Sudan, e conquistare Khartoum.

E' indipendente dal 1956.

Le tribù negre del sud Sudan (non quelle islamizzate, che adottarono la cultura e la lingua araba e la religione musulmana) nei secoli costituirono un immenso, prezioso giacimento sui generis. Assai richiesto e sfruttato un po' da tutti. Fin dagli egizi, e poi ancora, da arabi, turco-egiziani, persino europei, nuovamente arabi,  fino...ad oggi: gli schiavi. 

Per poter meglio osservare (e fotografare) ciò che mi circonda, bisogna cercare di resistere il più possibile alle alte temperature. La signora seduta è una dei quattro altri passeggeri europei presenti a bordo del battello (e delle cinque chiatte) (© Franco Pelliccioni) 

Nel Sudan meridionale avremmo effettuato una ricerca antropologica a Malakal, capoluogo dell'allora Provincia del Nilo Superiore, 850 Km a sud della capitale del Sudan, Khartoum. In quel centro urbano avremmo portato avanti quella linea euristica a cui, da qualche anno, ci interessavamo. Fin dalla nostra analisi del centro kenyota di Isiolo. Ci saremmo quindi occupati delle presenze multietniche e multiculturali localizzate in quella remota cittadina sul Nilo. Un  centro urbano di cui in Occidente poco o nulla si conosceva. Attraverso una carta Michelin ci eravamo accorti come in quel centro, localizzato sulla sponda destra del Nilo Bianco, con molta probabilità avremmo incontrato popolazioni come i Dinka (i cui territori si trovavano poco più a nord, sempre sulla sponda destra), gli Shilluk (che dovevano risiedere anche in città, poiché la loro tradizionale terra si distendeva sull'altra riva), i Nuer (Naath, che sapevamo vivere anche lungo la parte superiore del fiume Sobat, il primo affluente di destra che il Nilo incontra a monte di Malakal). Inoltre ad ovest della città c'erano i Monti Nuba (le cui omonime popolazioni erano diventate famose grazie ai libri e alle foto della Leni Riefenstahl, la regista delle Olimpiadi di Berlino, tanto cara ad Hitler). E, quindi, a Malakal dovevano esserci anche i Nubas. Oltre agli Arabi, nonché agli appartenenti alle altre genti del sud Sudan, di cui si poteva ipotizzare una presenza urbana (anche se non la consistenza), proprio perché Malakal era un importantissimo centro amministrativo, di servizi, ecc. Ecco come venne intuita e progettata una ricerca da svolgere in una sperduta città, di una remota regione appartenente ad un lontano e poverissimo paese del Quarto Mondo! A posteriori realtà e fatti ci diedero ragione E Malakal risulta ben più lontana di quanto la lettura di una mappa possa lasciar credere. Solo teoricamente Wau e Juba, gli altri due centri urbani meridionali, risultano ben più distanti di Malakal. Ma, almeno all'epoca dei nostri soggiorni laggiù (ci saremmo in seguito anche ritornati), erano più facilmente raggiungibili grazie anche ad una linea ferroviaria, il primo, e a un discreto apparato aeroportuale, capace di far atterrare anche i jets, il secondo.

Il Nilo Bianco è un fiume ricco di storia, che ha visto le sue acque percorse da tutta una quanto mai affollata serie di personaggi di ogni risma e nazionalità, più o meno oscuri o illustri, più o meno famigerati o insigni: esploratori, cercatori d'avorio, schiavisti, colonizzatori e fondatori di imperi, avventurieri "tout court", mercanti, missionari e soldati. Fin dal tempo dei due centurioni romani, inviati dall'imperatore Nerone nel 66 d.C. verso il sud, alla ricerca delle sorgenti del Grande Fiume. Che rimasero bloccati dalla ridondante ed apparentemente invalicabile vegetazione (paludi e acquitrini compresi) esistente più a sud di Malakal, nel cosiddetto sudd (la "barriera").

Fin dai tempi antichi il sudd ha costituito un invalicabile ostacolo al passaggio di esploratori e di cercatori di gloria. Ai nostri giorni riesce a ritardare notevolmente i tempi di percorrenza. Si può avere una qualche idea circa l'impenetrabilità del formidabile baluardo pensando che il famoso esploratore Samuel Baker per andare da Khartoum a Gondokoro, nei pressi dell'attuale città di Juba, impiegò ben 18 mesi, laddove per lo stesso percorso, ma sgombro di vegetazione, Gordon Pacha ci mise solo 26 giorni!

Grandi formazioni "insulari" di giacinti d'acqua, Il Nilo in alcuni tratti diventa spesso solo un optional. Sullo sfondo le montagne prospicienti El Jebelein. Ci si arriverà dopo aver percorso una lunghissima ansa del fiume (© Franco Pelliccioni) 

Nell'aprile del 1979 il battello a pale che scendeva da Juba rimase bloccato dai giacinti del sudd per un periodo di tre settimane. Nel 1980 il centro di Bentiu non  poteva essere raggiunto per nave. Nel 1981 il fiume Pibor sarebbe stato totalmente invaso dalle piante. Lo straordinario racconto di quella che è stata la complessa e epopea dei "navigatori del Nilo Bianco" (con le loro vicende umane) trovò un'immensa eco, anche a livello internazionale, grazie all'omonimo best seller del celebre scrittore australiano Alan Moorhead.

Da: "La complessa epopea dei "navigatori del Nilo Bianco". Appunti di viaggio di un antropologo in Africa", L'Osservatore Romano, 12 novembre, 1999, pag. 3. [solo testo]

Seguiranno altri due post: 2. L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli. 3. Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html




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