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mercoledì 28 gennaio 2026

341. NON CHIAMATELI TUTTI INUIT: LA COMPLESSA IDENTITÀ DEI GROENLANDESI (KALAALLIT). LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE È OGGI UN MIX GENETICO E CULTURALE TRA INUIT E DANESI, FRUTTO DI SECOLI DI CONVIVENZA COLONIALE E POST-COLONIALE

 

Mappa politica della Groenlandia, 1976 (University of Texas at Austin, Perry-Castañeda Library Map Collection)

Inizio ricordando con un paragone le dimensioni dell’isola: “da Capo Farvel [Farewell], la punta più meridionale della Groenlandia, fino a capo Morris Jesup, a nord, la lunghezza dell’isola è uguale alla distanza che separa Londra dal centro del Sahara. La sua larghezza equivale allo spazio compreso tra Parigi e Copenaghen” (Kpomassie, 1986: 104)

...

Il censimento del 2012 (51.400 individui) ha visto la stragrande maggioranza degli isolani dichiararsi Inuit (tra l’80 e l’88%, ca. 44.000-50.000). Nonostante preferiscano farsi chiamareGroenlandesi” (Kalaallit), in Kalaallisut (dialetto Inuit della Groenlandia occidentale). Senza correlarsi agli Inuit di Canada e Alaska. 

Fin dall’epoca dei balenieri scozzesi e olandesi (ma anche norvegesi, baschi, ecc.) ci sono sempre stati rapporti tra gli uomini europei e le donne Eschimesi.(...) gli abitanti della più grande isola del mondo da oltre due secoli hanno dato vita ad un composito blend di diverse etnie e nazionalità. Tra cui, ovviamente, Inuit e Danesi. Tanto che il grande antropologo francese, Malaurie, li definisce meticci di danese, olandese e scozzese (1991).

Quando nel XVIII secolo iniziò la colonizzazione danese dell’isola, le relazioni si andarono moltiplicando e approfondendo [Così si sarebbero sposati i missionari Luterani, arrivati nel 1721 con Hans Egede, l’Apostolo della Groenlandia. Seguiti da impiegati e addetti alle stazioni commerciali danesi (kolonier). Niels Egede (figlio di Hans), direttore delle stazioni, rileva come dal 1769 tutti i danesi addetti al commercio in quattro degli spacci: Egedesminde (Aasiaat), Christianshaab (Qasigiannguit), Jakobshavn (Ilulissat), Ritenbenk (Appat) risultavano sposati a donne eschimesi. Altrettanto a Jakobshavn avevano fatto catechisti e missionario]

Dando vita a numerosi matrimoni misti dano-eschimesi e, quindi, ad altrettante famiglie di blandiger [Gli amministratori coloniali definirono blandig una persona di discendenza mista. Un termine burocratico utilizzato fino al XX secolo inoltrato anche per i censimenti, che distinguevano tra europei, blandiger e groenlandesi]. fino a dopo la seconda parte del XIX secolo. 

Su questi matrimoni e sulla loro prole si focalizzerà a lungo l’immagine dell’identità del Groenlandese. [Per lungo tempo la Danimarca limitò l’accesso agli altri europei per proteggere la cultura Inuit. Nondimeno un gruppo di “ibridi” emerse come risultato di relazioni extramatrimoniali e di matrimoni interrazziali. Questo ibridismo rese acuta la problematica dell’identità (Seiding e Toft, 2011): un ragazzo con un padre danese non ha nessuno che gli possa insegnare la caccia, ma solo ad avere un lavoro “danese” nel commercio (Gad, 1973: 210, 358), o come catechista in uno degli insediamenti della costa (Gad, 1973: 353)” (Gad, 2014: 102)].

Proprio Hans Egede riporta nel 1735 il primo accenno ad una relazione mista, allorché scrive di un figlio nato da un vincolo di una donna eschimese “sposatasi” nella stazione di Christianshaab. Nel 1740 sono menzionati i primi matrimoni cristiani. Tra il 1800 e il 1850 la percentuale degli europei addetti al commercio e ammogliatisi nella Groenlandia nord-occidentale oscillerà tra il 20% (1804) e il 60% (1832) (Seiding, 2011)

Nell’Ethnology of the Greenland Eskimos Mathiassen parla di una popolazione groenlandese di ca. 21.000 individui, composta da Groenlandesi e poche centinaia di danesi. 

Popolazione mista formatasi nel corso di due secoli, attraverso matrimoni tra funzionari danesi di basso livello e donne eschimesi. I loro figli si esprimono quasi tutti in Groenlandese (Eschimese). Il numero dei Groenlandesi occidentali meticci aumenta rapidamente e in quasi tutte le più importanti famiglie groenlandesi hanno meticci al loro interno (1947-51: 7).  

GLI INUIT SONO PRESENTI NEL NORD-OVEST E SULLA COSTA ORIENTALE

In effetti gli etnologi considerano veri Inuit solo due gruppi, tra l’altro abbastanza noti, sia pure per motivi diversi: gli Eschimesi polari, oggi chiamati Inughuit, di lingua Inuktun (nel nord) [vedi post n.339] e gli Ammassalamiut, oggi Tunumiit, di lingua Tunumiisut, nell’est (300 individui nel 2012),

Kanak, Eschimese Polare (oggi Inughuit), foto Gilberg, 1938

Ammassalamiut (oggiTunumiit) sulla riva del fiordo a Tassidak, costa orientale groenlandese. Spedizione dell’etnologo francese Paul-Emile Victor del 1936-37
DA: QUI BASE ARTICA DIRIGIBILE ITALIA, SVALBARD. DALLA TERRA DEGLI ORSI POLARI UNA RASSEGNA E UN INVENTARIO CULTURALE DEI POPOLI DEL GRANDE NORD




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L'antropologo Jean Malaurie e l'etnologo Paul-Emile Victor  figurano anche nel II e III volume della trilogia: Le Grandi Avventure dell'Antropologia
Versioni cartacee

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lunedì 26 gennaio 2026

340. bis RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA E DIMENTICATA.... II PARTE: L'IMBARCAZIONE, L'EQUIPAGGIO, I PASSEGGERI; L'AMBIENTE, I POPOLI

 

"Là, dove il tempo si è fermato": piccolo villaggio Shilluk nei pressi della città di Malakal (© Franco Pelliccioni)

II L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli


Nella cittadina sudanese di Kosti ci eravamo imbarcati su un vecchissimo vapore a pale posteriori della River Transport Corporation, dal fondo piatto, ad un piano. 

Incontriamo il battello proveniente da Juba, che discende lentamente il fiume. Nella chiatta di seconda classe soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia (© Franco Pelliccioni)


L'imbarcazione non era sola. Poiché trascinava con sé, lateralmente, altre due chiatte - sandal - (di prima e di seconda classe), e ne sospingeva contemporaneamente altre tre (tutte di terza, la più affollate). E collegava settimanalmente la cittadina a Malakal. 

Un battello sul Nilo, 1936, foto G. Eric Matson
(L
ibrary of Congress Prints & Photographs Online) 
Il battello era dello stesso tipo (naturalmente solo più vecchio di oltre un ventennio) su cui nel 1958 si imbarcò il Moorhead, per il suo viaggio che l'avrebbe portato dall'Uganda fino a Kosti. E di cui raccontò i particolari nel libro Non c'è posto nell'Arca. 

Palazzo del Governatore del Sudan (Khartoum) e vapore corazzato, in partenza per Fashoda e il Nilo Azzurro, 1904,
Foto Underwood&Underwood (Library of Congress, Prints & Photographs Online)

Non molto diverso, a sua volta, da quello che prese il Churchill, per compiere un analogo viaggio esattamente cinquanta anni prima, all'inizio del secolo (1908). 

Un battello che negli anni '30 e '40, forse ancora dopo, doveva essere confortevole. Specialmente per i viaggiatori di una volta: funzionari coloniali e militari inglesi, commercianti "levantini" (greci, siriani, libanesi, armeni, ecc.). Allorché tutto funzionava, e zanzariere, ventilatori, cabine e cuccette, servizi igienici erano a posto. Esisteva l'acqua potabile e cucina e cibo erano accettabili. 

Come d'altra parte avevamo riscontrato in Kenya nel nostro viaggio sul treno Nairobi-Mombasa, un'altra, celebre eredità coloniale britannica. 

Ma in Sudan le cose sarebbero andate assai diversamente dall'Africa orientale. Costretti innanzitutto ad accontentarci (per mancanza di cabine e cuccette libere) solo di uno squallido e duro giaciglio sul legno del ponte, a prua. Dove ancora rimaneva il fantasma dell'incastellatura di quella che un tempo era una piccola veranda panoramica, ancora conservante gli scheletri lignei di due divani. Ma del "quadretto" di una volta c'era rimasto ben poco. Anzi niente! 

Ci saremmo serviti di una coperta, molto saggiamente prestata  dal capo cantiere dell'Italconsult di Kosti, dove eravamo stati ospiti. E dove la nostra importante società stava costruendo il più lungo ponte dell'Africa. Quella coperta e la nostra vecchia giacca a vento ci salvarono dal morire dal gelo. 

In un posto che all'ombra superava anche i 50 ° C durante il giorno. Ma che all'alba gelava oltre ogni misura. D'altra parte la nave ancora per un bel tratto avrebbe continuato il viaggio in mezzo a un settore di deserto sahariano, che, come è noto, per definizione presenta escursioni termiche diurne di tutto rispetto. 

Avremmo condiviso il nostro fazzoletto di nave con una coppia di tedeschi, che stavano risalendo tutto il fiume, per giungere fino a Juba. Da dove, per via terrestre, si sarebbero diretti verso l'Uganda (allora tormentata dal folle Dada Amin, lo stesso che impegnò le teste di cuoio israeliane all'epoca del nostro soggiorno kenyota - quando l'intera città di Nairobi fu improvvisamente oscurata per paura di eventuali ritorsioni aeree ugandesi) e il Kenya. 

La donna aveva un posto di infermiera nell'ospedale tedesco. 

Uno spazio estremamente ridotto diviso per quattro. 

Una coppia di svizzeri, anch'essi en route verso il Kenya, completava il minuscolo gruppo europeo, che si avvicendò nelle infuocate osservazioni diurne dal tetto della nave. Quando ogni volta ci saremmo meravigliati di fronte alle singole particolarità, naturalistiche ed etnografiche, incontrate durante il lentissimo cammino, lungo quasi cinquecento chilometri e solamente quattro giorni.

E noi europei, assieme ai membri dell'equipaggio e ai passeggeri di prima e di seconda classe (commercianti con le loro famiglie), quasi esclusivamente arabi, formavamo un gruppo unico, quello dei Kwaga,  cioè dei "bianchi del nord" come, con un termine onnicomprensivo, ci designano i popoli negri del sud Sudan.

I viaggiatori a bordo della terza classe erano invece negri, appartenenti alle diverse etnie del sud. Su tutti "spiccavano" per l'alta statura i nilotici. Con i loro tradizionali costumi, i Lau dai vivi colori (toga cotonata azzurra, rossa, rosa, bianca che, sebbene considerata tradizionale, rappresenta un'innovazione imposta da missionari e ufficiali coloniali, all'incirca dall'inizio del secolo. Come insegna l'etnografia, more nilotico corrisponde alla completa nudità.), o con la Jellabia (il lungo, semplice vestito in cotone bianco indossato da chi è arabizzato o musulmano), o con abiti occidentali. 

Nilotici che si portavano appresso i loro averi: valigie, sacchi, stuoie, coperte, pentolame, bracieri, cibo, piccoli animali da cortile, ecc.. Poiché avrebbero cucinato, naturalmente, a bordo delle loro chiatte anteriori.

Spesso avremmo fatto visita al comandante e all'apprendista pilota. Un giovane che riceveva le sue lezioni pratiche stando al timone della nave in una spartana e vetusta cabina, quasi sempre affollata da uno stuolo di spettatori. 

Nella cabina di comando del battello (© Franco Pelliccioni)

E lì faceva bella mostra di sé un paio di grandi giare, "arredi" tipici di quasi tutti i piccoli e medi centri arabi del Sudan. Dove l'acqua si conserva abbastanza fresca, a disposizione di tutti i viandanti, compresi coloro che fanno i loro haij (pellegrinaggio) alla Mecca. Come vuole la tradizionale ospitalità araba e il Corano.

La nave avrebbe compiuto il viaggio navigando costantemente giorno e notte, a parte le diverse soste di cui si è parlato. Il fracasso costante del vecchio motore che accompagnava, con tremolii e sussulti, la nostra danza sul fiume, la potente luce dei fari notturni, che riusciva anche ad "inondare" il nostro giaciglio, il vociare e la confusione regnante a bordo in ogni ora del giorno e della notte, interrotto solo dal  trambusto degli ancoraggi notturni: ci fecero passare notti... indimenticabili! Che potevano, scrivemmo poi nel diario, "forse essere paragonate a qualche giro dell'Inferno dantesco"...

La nave in lenta risalita sul fiume, dopo essersi inoltrata in un tratto del settore sudanese del Sahara (caratterizzato da terreno arido, vegetazione desertica o predesertica) all'altezza della Gezira (l'isola), che lasciammo sulla nostra sinistra, incominciò a procedere in regioni a savana: arbustiva o cespugliosa (scrub), punteggiata da ampie acacie ombrellifere e, infine, dalle prime palme. E poi da papiri e da una flora costiera sempre più lussureggiante. 

Dopo aver superato il centro arabo di El Jebelein, con le sue due montagne gemelle, che la sovrastano d'ambo i lati, i suoi muretti e le case di fango seccate al sole avremmo via via toccato altre importanti località: Renk, Kaka, Kodok (la Fashoda di Marchand). 

Kodok si trova nei pressi della Pa (o FaCodo Shilluk, il Fa Reth, il "posto del re", cioè la capitale di questo popolo di pastori (politicamente organizzato in regno), fin dall'epoca del Reth [re divino] Tugo (1690-1710). E, infine, Malakal.  

Dal punto di vista etno-antropologico il Nilo Bianco ci avrebbe gradatamente fatto scivolare all'interno del mondo nilotico e, quindi, delle culture proprie dei popoli neri del sud Sudan. Caratterizzati anche dalla loro longilineità e dall'alta statura. 

Ciò dopo aver raggiunto e superato diverse aree tradizionalmente abitate da arabi, come i pastori nomadi Baggara, le cui terre spaziavano sulla nostra destra. 

Come un cuneo ci saremmo addentrati nel mezzo di un territorio suddiviso da due dei più famosi popoli nilotici: i Dinka (Jieng), sulla sponda occidentale e gli Shilluk ( nord Colo), sull'orientale. Ancora più a monte del fiume, fino a Malakal ed oltre, saranno solo i villaggi Shilluk (podh), snocciolantisi lungo le sponde come perle della medesima collana, a caratterizzare l'intero panorama. 

Villaggi posti spesso ad una certa distanza dal fiume (al fine di evitare le ricorrenti inondazioni durante la stagione delle piogge - kharif - ). O nelle immediate vicinanze, grazie ad una sponda più elevata e alla tradizione storica, che considera sicuro il luogo. 

E lo spettacolo che avemmo sempre sotto i nostri occhi sarebbe stato composto da tanti microcosmi insediativi, gli uni simili agli altri. Villaggi "incantati" che sembravano stare là, immutati nel tempo, fin dalla creazione del mondo. Costituiti da ampie capanne cilindro coniche (gol) dalle mura di argilla e dai tetti di rami intrecciati e ricoperti di paglia. Tutte uguali tra loro e caratterizzate da spazi aperti per il bestiame e le coltivazioni della durra. (una varietà di sorgo). Insediamenti punteggiati da acacie e, più oltre, da alte palme.

Dove gruppi di guerrieri, al riparo dell'ombra, continuavano a parlottare tra di loro, o si limitavano ad osservarci muti e meravigliati dal nostro passaggio. 

Al di là delle cataste di legna, la singolare accozzaglia rappresentata dal battello e dalle sue cinque chiatte. Ci si ferma di tanto in tanto, per caricare legna per la caldaia  (© Franco Pelliccioni)

Cosa che si ripetè in ogni approdo, dove la nave farà sosta per consentire lo sbarco di merci e passeggeri e per imbarcare altre mercanzie e nuovi passeggeri. Ogni volta l'approssimarsi del battello avrebbe rappresentato un avvenimento memorabile, quasi una festa. Nelle zone abitate (quindi non solo nei porticcioli), specialmente più a monte, quando il fiume tenderà a restringersi ulteriormente e considerevolmente. 

Allorché il battello  incontrerà piccole isole, che daranno forma a canali, o isolotti galleggianti costituiti da giacinti d'acqua, zolle di terra o altra vegetazione. 

Quando la distanza visiva tra noi e loro si sarebbe considerevolmente ridotta. 

E durante gli approdi, numerosi venditori di cibo (vegetali, frutta, piccoli animali vivi) si avvicendarono sottobordo. Facendosi un'aspra concorrenza. Offrendo le loro piccole - grandi - ricchezze, così preziose anche per noi, vista l'estrema povertà della cucina e la quasi totale indisponibilità di frutta a bordo.

Per quanto riguarda il paesaggio, esso sarà sempre diverso e affascinante. Ne saremo totalmente immersi, non solo con gli occhi. Con i suoi colori, i mille odori , i suoni (della natura, degli uomini, delle "cose"), le sue aurore e gli stupendi tramonti. 

Anche se continueremo a soffrire, in silenzio (ma "felici"), per l'incredibile calura diurna e, poi, per il gelo notturno. Specialmente quando comincerà ad albeggiare e tutto intorno a noi sarà ancora buio. 

Ma già si comincerà ad intravedere l'avanzare, sempre più deciso,  dei chiaroscuri e dei colori rossastri dell'aurora.

Da: "Quei villaggi "incantati" e immutati nel tempo. Da Kosti a Malakal, nel Sudan meridionale, navigando lungo il Nilo Bianco su un vecchio battello a pale", L'Osservatore Romano, 24 Novembre, 1999, 3 [solo testo]

Seguirà il terzo post: Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.

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La prima parte: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2026/01/338-risalendo-nel-1979-il-nilo-bianco.html

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html






340. RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA....II PARTE: L'IMBARCAZIONE, L'EQUIPAGGIO, I PASSEGGERI; L'AMBIENTE, I POPOLI

 

"Là, dove il tempo si è fermato": piccolo villaggio Shilluk nei pressi della città di Malakal Franco Pelliccioni)

II L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli


Nella cittadina sudanese di Kosti ci eravamo imbarcati su un vecchissimo vapore a pale posteriori della River Transport Corporation, dal fondo piatto, ad un piano. 

Incontriamo il battello proveniente da Juba, che discende lentamente il fiume. Nella chiatta di seconda classe soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia (© Franco Pelliccioni)


L'imbarcazione non era sola. Poiché trascinava con sé, lateralmente, altre due chiatte - sandal - (di prima e di seconda classe), e ne sospingeva contemporaneamente altre tre (tutte di terza, la più affollate). E collegava settimanalmente la cittadina a Malakal. 

Un battello sul Nilo, 1936, foto G. Eric Matson
(L
ibrary of Congress Prints & Photographs Online) 
Il battello era dello stesso tipo (naturalmente solo più vecchio di oltre un ventennio) su cui nel 1958 si imbarcò il Moorhead, per il suo viaggio che l'avrebbe portato dall'Uganda fino a Kosti. E di cui raccontò i particolari nel libro Non c'è posto nell'Arca. 

Palazzo del Governatore del Sudan (Khartoum) e vapore corazzato, in partenza per Fashoda e il Nilo Azzurro, 1904,
Foto Underwood&Underwood (Library of Congress, Prints & Photographs Online)

Non molto diverso, a sua volta, da quello che prese il Churchill, per compiere un analogo viaggio esattamente cinquanta anni prima, all'inizio del secolo (1908). 

Un battello che negli anni '30 e '40, forse ancora dopo, doveva essere confortevole. Specialmente per i viaggiatori di una volta: funzionari coloniali e militari inglesi, commercianti "levantini" (greci, siriani, libanesi, armeni, ecc.). Allorché tutto funzionava, e zanzariere, ventilatori, cabine e cuccette, servizi igienici erano a posto. Esisteva l'acqua potabile e cucina e cibo erano accettabili. 

Come d'altra parte avevamo riscontrato in Kenya nel nostro viaggio sul treno Nairobi-Mombasa, un'altra, celebre eredità coloniale britannica. 

Ma in Sudan le cose sarebbero andate assai diversamente dall'Africa orientale. Costretti innanzitutto ad accontentarci (per mancanza di cabine e cuccette libere) solo di uno squallido e duro giaciglio sul legno del ponte, a prua. Dove ancora rimaneva il fantasma dell'incastellatura di quella che un tempo era una piccola veranda panoramica, ancora conservante gli scheletri lignei di due divani. Ma del "quadretto" di una volta c'era rimasto ben poco. Anzi niente! 

Ci saremmo serviti di una coperta, molto saggiamente prestata  dal capo cantiere dell'Italconsult di Kosti, dove eravamo stati ospiti. E dove la nostra importante società stava costruendo il più lungo ponte dell'Africa. Quella coperta e la nostra vecchia giacca a vento ci salvarono dal morire dal gelo. 

In un posto che all'ombra superava anche i 50 ° C durante il giorno. Ma che all'alba gelava oltre ogni misura. D'altra parte la nave ancora per un bel tratto avrebbe continuato il viaggio in mezzo a un settore di deserto sahariano, che, come è noto, per definizione presenta escursioni termiche diurne di tutto rispetto. 

Avremmo condiviso il nostro fazzoletto di nave con una coppia di tedeschi, che stavano risalendo tutto il fiume, per giungere fino a Juba. Da dove, per via terrestre, si sarebbero diretti verso l'Uganda (allora tormentata dal folle Dada Amin, lo stesso che impegnò le teste di cuoio israeliane all'epoca del nostro soggiorno kenyota - quando l'intera città di Nairobi fu improvvisamente oscurata per paura di eventuali ritorsioni aeree ugandesi) e il Kenya. 

La donna aveva un posto di infermiera nell'ospedale tedesco. 

Uno spazio estremamente ridotto diviso per quattro. 

Una coppia di svizzeri, anch'essi en route verso il Kenya, completava il minuscolo gruppo europeo, che si avvicendò nelle infuocate osservazioni diurne dal tetto della nave. Quando ogni volta ci saremmo meravigliati di fronte alle singole particolarità, naturalistiche ed etnografiche, incontrate durante il lentissimo cammino, lungo quasi cinquecento chilometri e solamente quattro giorni.

E noi europei, assieme ai membri dell'equipaggio e ai passeggeri di prima e di seconda classe (commercianti con le loro famiglie), quasi esclusivamente arabi, formavamo un gruppo unico, quello dei Kwaga,  cioè dei "bianchi del nord" come, con un termine onnicomprensivo, ci designano i popoli negri del sud Sudan.

I viaggiatori a bordo della terza classe erano invece negri, appartenenti alle diverse etnie del sud. Su tutti "spiccavano" per l'alta statura i nilotici. Con i loro tradizionali costumi, i Lau dai vivi colori (toga cotonata azzurra, rossa, rosa, bianca che, sebbene considerata tradizionale, rappresenta un'innovazione imposta da missionari e ufficiali coloniali, all'incirca dall'inizio del secolo. Come insegna l'etnografia, more nilotico corrisponde alla completa nudità.), o con la Jellabia (il lungo, semplice vestito in cotone bianco indossato da chi è arabizzato o musulmano), o con abiti occidentali. 

Nilotici Dinka nella tradizionale posizione di riposo dei fenicotteri e... "more nilotico" (da: Richard Wyndham,The Gentle Savage. A Sudanese Journey in the Province of Bahr-el-Ghazal, commonly called "The Bog", Londra, 1936) 

Nilotici che si portavano appresso i loro averi: valigie, sacchi, stuoie, coperte, pentolame, bracieri, cibo, piccoli animali da cortile, ecc.. Poiché avrebbero cucinato, naturalmente, a bordo delle loro chiatte anteriori.

Spesso avremmo fatto visita al comandante e all'apprendista pilota. Un giovane che riceveva le sue lezioni pratiche stando al timone della nave in una spartana e vetusta cabina, quasi sempre affollata da uno stuolo di spettatori. 

Nella cabina di comando del battello (© Franco Pelliccioni)

E lì faceva bella mostra di sé un paio di grandi giare, "arredi" tipici di quasi tutti i piccoli e medi centri arabi del Sudan. Dove l'acqua si conserva abbastanza fresca, a disposizione di tutti i viandanti, compresi coloro che fanno i loro haij (pellegrinaggio) alla Mecca. Come vuole la tradizionale ospitalità araba e il Corano.

La nave avrebbe compiuto il viaggio navigando costantemente giorno e notte, a parte le diverse soste di cui si è parlato. Il fracasso costante del vecchio motore che accompagnava, con tremolii e sussulti, la nostra danza sul fiume, la potente luce dei fari notturni, che riusciva anche ad "inondare" il nostro giaciglio, il vociare e la confusione regnante a bordo in ogni ora del giorno e della notte, interrotto solo dal  trambusto degli ancoraggi notturni: ci fecero passare notti... indimenticabili! Che potevano, scrivemmo poi nel diario, "forse essere paragonate a qualche giro dell'Inferno dantesco"...

La nave in lenta risalita sul fiume, dopo essersi inoltrata in un tratto del settore sudanese del Sahara (caratterizzato da terreno arido, vegetazione desertica o predesertica) all'altezza della Gezira (l'isola), che lasciammo sulla nostra sinistra, incominciò a procedere in regioni a savana: arbustiva o cespugliosa (scrub), punteggiata da ampie acacie ombrellifere e, infine, dalle prime palme. E poi da papiri e da una flora costiera sempre più lussureggiante. 

Dopo aver superato il centro arabo di El Jebelein, con le sue due montagne gemelle, che la sovrastano d'ambo i lati, i suoi muretti e le case di fango seccate al sole avremmo via via toccato altre importanti località: Renk, Kaka, Kodok (la Fashoda di Marchand). 

Kodok si trova nei pressi della Pa (o Fa) Codo Shilluk, il Fa Reth, il "posto del re", cioè la capitale di questo popolo di pastori (politicamente organizzato in regno), fin dall'epoca del Reth [re divino] Tugo (1690-1710). E, infine, Malakal.  

Dal punto di vista etno-antropologico il Nilo Bianco ci avrebbe gradatamente fatto scivolare all'interno del mondo nilotico e, quindi, delle culture proprie dei popoli neri del sud Sudan. Caratterizzati anche dalla loro longilineità e dall'alta statura. 

Ciò dopo aver raggiunto e superato diverse aree tradizionalmente abitate da arabi, come i pastori nomadi Baggara, le cui terre spaziavano sulla nostra destra. 

Come un cuneo ci saremmo addentrati nel mezzo di un territorio suddiviso da due dei più famosi popoli nilotici: i Dinka (Jieng), sulla sponda occidentale e gli Shilluk ( nord Colo), sull'orientale. Ancora più a monte del fiume, fino a Malakal ed oltre, saranno solo i villaggi Shilluk (podh), snocciolantisi lungo le sponde come perle della medesima collana, a caratterizzare l'intero panorama. 

Villaggi posti spesso ad una certa distanza dal fiume (al fine di evitare le ricorrenti inondazioni durante la stagione delle piogge - kharif - ). O nelle immediate vicinanze, grazie ad una sponda più elevata e alla tradizione storica, che considera sicuro il luogo. 

E lo spettacolo che avemmo sempre sotto i nostri occhi sarebbe stato composto da tanti microcosmi insediativi, gli uni simili agli altri. Villaggi "incantati" che sembravano stare là, immutati nel tempo, fin dalla creazione del mondo. Costituiti da ampie capanne cilindro coniche (gol) dalle mura di argilla e dai tetti di rami intrecciati e ricoperti di paglia. Tutte uguali tra loro e caratterizzate da spazi aperti per il bestiame e le coltivazioni della durra. (una varietà di sorgo). Insediamenti punteggiati da acacie e, più oltre, da alte palme.

Dove gruppi di guerrieri, al riparo dell'ombra, continuavano a parlottare tra di loro, o si limitavano ad osservarci muti e meravigliati dal nostro passaggio. 

Al di là delle cataste di legna, la singolare accozzaglia rappresentata dal battello e dalle sue cinque chiatte. Ci si ferma di tanto in tanto, per caricare legna per la caldaia  (© Franco Pelliccioni)

Cosa che si ripetè in ogni approdo, dove la nave farà sosta per consentire lo sbarco di merci e passeggeri e per imbarcare altre mercanzie e nuovi passeggeri. Ogni volta l'approssimarsi del battello avrebbe rappresentato un avvenimento memorabile, quasi una festa. Nelle zone abitate (quindi non solo nei porticcioli), specialmente più a monte, quando il fiume tenderà a restringersi ulteriormente e considerevolmente. 

Allorché il battello  incontrerà piccole isole, che daranno forma a canali, o isolotti galleggianti costituiti da giacinti d'acqua, zolle di terra o altra vegetazione. 

Quando la distanza visiva tra noi e loro si sarebbe considerevolmente ridotta. 

E durante gli approdi, numerosi venditori di cibo (vegetali, frutta, piccoli animali vivi) si avvicendarono sottobordo. Facendosi un'aspra concorrenza. Offrendo le loro piccole - grandi - ricchezze, così preziose anche per noi, vista l'estrema povertà della cucina e la quasi totale indisponibilità di frutta a bordo.

Per quanto riguarda il paesaggio, esso sarà sempre diverso e affascinante. Ne saremo totalmente immersi, non solo con gli occhi. Con i suoi colori, i mille odori , i suoni (della natura, degli uomini, delle "cose"), le sue aurore e gli stupendi tramonti. 

Anche se continueremo a soffrire, in silenzio (ma "felici"), per l'incredibile calura diurna e, poi, per il gelo notturno. Specialmente quando comincerà ad albeggiare e tutto intorno a noi sarà ancora buio. 

Ma già si comincerà ad intravedere l'avanzare, sempre più deciso,  dei chiaroscuri e dei colori rossastri dell'aurora.

Da: "Quei villaggi "incantati" e immutati nel tempo. Da Kosti a Malakal, nel Sudan meridionale, navigando lungo il Nilo Bianco su un vecchio battello a pale", L'Osservatore Romano, 24 Novembre, 1999, 3 [solo testo]

Seguirà il terzo post: Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.

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La prima parte: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2026/01/338-risalendo-nel-1979-il-nilo-bianco.html

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html







venerdì 23 gennaio 2026

339. THULE, UN NOME MITICO E UNA LEGGENDA. NELLA GROENLANDIA SETTENTRIONALE, DALLO SPACCIO DEGLI “ESCHIMESI POLARI” (ANANGNÂMIUTT, OGGI INUGHUIT), IL GRUPPO ETNICO STANZIATO PIÙ A NORD DEL MONDO, ALLE GRANDIOSE SPEDIZIONI CIRCUMARTICHE DI RASMUSSEN, ALLA BASE AMERICANA, DENOMINATA PITUFFIK NEL 2023

 

Lo storico incontro tra gli europei e gli Eschimesi Polari, avvenuto il 10 agosto 1818. Ross ha infatti scoperto il popolo più settentrionale del mondo. In tutto venti famiglie totalmente isolate, che non possiedono né legno, né ferro e non conoscono l’uso dell’arco e del kayak. Fino ad allora pensavano di essere l’unico popolo al mondo… Acquerello dell’eschimese sud-groenlandese Saccheus, l’interprete della spedizione (da John Ross, A Voyage of Discovery…, London, 1819)

IL GRUPPO ETNICO STANZIATO PIU’ A NORD DEL MONDO, SCOPERTO SOLO NEL 1818

"Noi non siamo più soli al mondo", avrebbero affermato gli Arctic Highlanders, come li aveva chiamati l’esploratore John Ross, quando li scoprì il 9 agosto del 1818.

Kanak, Eschimese Polare (Anangnâmiuttoggi Inughuit), foto Gilberg, 1938

 “THULE”

Toponimo dato nel 1909 da Rasmussen all’insediamento eschimese di Umanaq ("cuore di foca"), localizzato nella baia della North Star. Dal nome della prima baleniera scozzese, che vi svernò nel 1850-51.

Foto di Robert Edwin Peary (1856-1920) in abiti “normali” 


 PEARY, GLI AMERICANI E LO SCAMBIO NEL 1917 ISOLE VERGINI-GROENLANDIA, TRA STATI UNITI E DANIMARCA

      L'esploratore americano Peary effettuerà ben sette spedizioni, che avevano avuto come base di partenza, o che comunque avevano sempre interessato la zona degli Eschimesi polari (Anangnâmiutt, oggi Inughuit, 800 individui nel 2010, 656 nel 2013).

   Peary avrebbe voluto l’isola sotto sovranità statunitense. Nel 1917 Washington e Copenaghen si accordarono per uno “scambio” di sovranità: le Antille danesi (Isole Vergini) diventarono americane, mentre la Groenlandia toccò ai danesi.


Thule Air Base e l’isola di Saunders, 2006 (foto USAF) [L'immagine non figura nel mio libro]

LA BASE AMERICANA DI THULE

La base ultra segreta americana di Thule (Pituffik dal 2023) costruita durante i primi mesi della guerra di Corea (1951) - con il mondo sotto l'angoscia di una Terza Guerra Mondiale -, costringerà gli Eschimesi polari (Anangnâmiutt“Uomini del Nord"a spostarsi nel 1953 a Qanaaq, 200 km più a nord dell’originario villaggio.

La regione nord-occidentale Thule-Qanaaq (da: "Suluk", Greenlandair, Nuuk). La Mappa non figura nel mio libro


Spaccio di Thule, foto Gilberg, 1938. Rasmussen era morto cinque anni prima.

LO SPACCIO DI THULE (1910-1933)

Ma l'area di Thule e degli Eschimesi polari conserva il ricordo di un'epopea grandiosa. Legata ad un punto di commercio e ad un uomo, un dano-groenlandese, che sarebbe diventato il fondatore della moderna eschimologia. Per circa venti anni essa ha costituito un esempio unico in tutto il mondo. Grazie a quella modestissima impresa commerciale, un’intera etnia, composta da poche centinaia di persone, è riuscita a compiere uno sforzo euristico inimmaginabile. E notevole, anche dal punto di vista finanziario. Ma soprattutto dai risultati più che brillanti! Fu infatti proprio per Knud Rasmussen che gli Eschimesi polari, grazie ai proventi del loro spaccio, saranno in grado di sponsorizzare ben sette grandi spedizioni, dette appunto di Thule. Abbracciando diversi campi dello scibile. Cercando, con successo, non solo di conoscere se stessi e l'immenso territorio groenlandese, ma anche i "cugini" canadesi e quelli siberiani.

È questa un'affascinante e, per molti versi, incredibile storia. Lo spaccio (pelli, avorio) più settentrionale al mondo rese possibile l'autofinanziamento di studi e ricerche a carattere regionale e interdisciplinare ideati da Rasmussen. La V, la più grandiosa, condurrà gli Eschimesi polari dal 1921 al 1925 dal Canada alla Siberia.

V Spedizione Thule. Foto di gruppo. Da sinistra a destra, in prima fila: Bangsted, Rasmussen, Freuchen, Olsen. In seconda fila: Mathiassen, Birket-Smith, Pedersen

KNUD RASMUSSEN (KUNUNNGUAQ)

Nato a Ilulissat (Jacobshavn) nel 1879 da madre "meticcia" (figlia di una eschimese e di un danese) e da padre danese, morirà a Copenaghen nel 1933. Non un accademico, ma un “dottore honoris causa" dell’Università di Copenaghen (1925) e di quella di Saint Andrews, in Scozia (1927). I Groenlandesi lo conoscono come Kununnguaq ("il nostro Knud"). Nel 1910 fonda con Freuchen una società chiamata di Thule (Kap York Stationen) per gestire uno spaccio tra gli eschimesi detti appunto di Thule (o Polari). In pratica tra il 1910 e il 1933 sarà lui ad amministrare il distretto omonimo (Malaurie, 1991: 59; 1993: 286). E l’area di Thule entrerà a far parte dell'amministrazione danese della Groenlandia, nominalmente solo alla sua morte (1933), effettivamente nel 1936. Fino ad allora era infatti del tutto "privata" (Malaurie, 1993: 303). 

"Grazie alle sette spedizioni etnologiche e archeologiche dette di Thule, i cui viaggi e le ammirabili successive pubblicazioni sono stati pagati con questi fondi, gli Eschimesi polari di Thule si sono così assicurati, per primi, il titolo di mecenati della Esquimologia contemporanea, dall'Alaska alla costa Est della Groenlandia. Sicuramente in seguito si sono aggiunti anche fondi ufficiali, ma io non so di nessun altro caso di società arcaica che abbia materialmente, e malgrado un reddito proporzionalmente piccolo, un pluriennale programma di studi sulla sua storia, esteso su un ampio fronte di 15.000 km" (Malaurie, 1991: 60; 1993: 286). 

Gli Eschimesi polari infatti furono associati su una base egualitaria alle diverse spedizioni scientifiche. Diventando etnologi del proprio popolo, il loro fu un “destino” circumboreale. Poiché gettarono le fondamenta per un'Università artica del futuro, ha sostenuto Malaurie (1993: 288). Le collezioni etnografiche riportate dalle diverse spedizioni e offerte al Museo Nazionale di Copenaghen, fanno di quest’ultimo uno dei primi musei artici al mondo (Malaurie, 1993: 297).  

DA: QUI BASE ARTICA DIRIGIBILE ITALIA, SVALBARD. DALLA TERRA DEGLI ORSI POLARI UNA RASSEGNA E UN INVENTARIO CULTURALE DEI POPOLI DEL GRANDE NORD

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Peter Freuchen figura nel I vol. della mia Trilogia: Le Grandi Avventure dell'Antropologia. Da Adolf Bastian a Lorenzo Grottanelli 

Knud Rasmussen  si trova nel III vol.: da Knud Rasmussen a Rosebud Yellow Robe

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Robert Peary figura nel vol. III della Tetralogia Artico-Antartico
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