II L'imbarcazione, l'equipaggio, i passeggeri; l'ambiente, i popoli
Nella cittadina
sudanese di Kosti ci eravamo imbarcati su un vecchissimo vapore a pale
posteriori della River Transport
Corporation, dal fondo piatto, ad un piano.
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| Incontriamo il
battello proveniente da Juba, che discende lentamente il fiume. Nella chiatta di
seconda classe soldati in uniforme o indossanti la bianca jellabia (© Franco Pelliccioni) |
L'imbarcazione non era sola.
Poiché trascinava con sé, lateralmente, altre due chiatte - sandal - (di prima e di seconda classe),
e ne sospingeva contemporaneamente altre tre (tutte di terza, la più
affollate). E collegava settimanalmente la cittadina a Malakal.
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Un battello sul Nilo, 1936, foto G. Eric Matson (Library of Congress . Prints & Photographs Online) |
Il battello era
dello stesso tipo (naturalmente solo più vecchio di oltre un ventennio) su cui
nel 1958 si imbarcò il Moorhead, per il suo viaggio che l'avrebbe portato
dall'Uganda fino a Kosti. E di cui raccontò i particolari nel libro Non c'è posto nell'Arca.  |
Palazzo del Governatore del Sudan (Khartoum) e vapore corazzato, in partenza per Fashoda e il Nilo Azzurro, 1904, Foto Underwood&Underwood (Library of Congress, Prints & Photographs Online) |
Non molto
diverso, a sua volta, da quello che prese il Churchill, per compiere un analogo
viaggio esattamente cinquanta anni prima, all'inizio del secolo (1908).
Un
battello che negli anni '30 e '40, forse ancora dopo, doveva essere
confortevole. Specialmente per i viaggiatori di una volta: funzionari coloniali
e militari inglesi, commercianti "levantini" (greci, siriani,
libanesi, armeni, ecc.). Allorché tutto funzionava, e zanzariere, ventilatori,
cabine e cuccette, servizi igienici erano a posto. Esisteva l'acqua potabile e
cucina e cibo erano accettabili.
Come d'altra parte avevamo riscontrato in
Kenya nel nostro viaggio sul treno Nairobi-Mombasa, un'altra, celebre eredità
coloniale britannica.
Ma in Sudan le cose sarebbero andate assai diversamente
dall'Africa orientale. Costretti innanzitutto ad accontentarci (per mancanza di
cabine e cuccette libere) solo di uno squallido e duro giaciglio sul legno del
ponte, a prua. Dove ancora rimaneva il fantasma dell'incastellatura di quella
che un tempo era una piccola veranda panoramica, ancora conservante gli
scheletri lignei di due divani. Ma del "quadretto" di una volta c'era
rimasto ben poco. Anzi niente!
Ci saremmo serviti di una coperta, molto
saggiamente prestata dal capo cantiere
dell'Italconsult di Kosti, dove
eravamo stati ospiti. E dove la nostra importante società stava costruendo il
più lungo ponte dell'Africa. Quella coperta e la nostra vecchia giacca a vento
ci salvarono dal morire dal gelo.
In un posto che all'ombra superava anche i 50
° C durante il giorno. Ma che all'alba gelava oltre ogni misura. D'altra parte
la nave ancora per un bel tratto avrebbe continuato il viaggio in mezzo a un
settore di deserto sahariano, che, come è noto, per definizione presenta
escursioni termiche diurne di tutto rispetto.
Avremmo condiviso il nostro
fazzoletto di nave con una coppia di tedeschi, che stavano risalendo tutto il
fiume, per giungere fino a Juba. Da dove, per via terrestre, si sarebbero
diretti verso l'Uganda (allora tormentata dal folle Dada Amin, lo stesso che
impegnò le teste di cuoio israeliane all'epoca del nostro soggiorno kenyota -
quando l'intera città di Nairobi fu improvvisamente oscurata per paura di
eventuali ritorsioni aeree ugandesi) e il Kenya.
La donna aveva un posto di
infermiera nell'ospedale tedesco.
Uno spazio estremamente ridotto diviso per
quattro.
Una coppia di svizzeri, anch'essi en
route verso il Kenya, completava il minuscolo gruppo europeo, che si
avvicendò nelle infuocate osservazioni diurne dal tetto della nave. Quando ogni
volta ci saremmo meravigliati di fronte alle singole particolarità,
naturalistiche ed etnografiche, incontrate durante il lentissimo cammino, lungo
quasi cinquecento chilometri e solamente quattro giorni.
E noi europei,
assieme ai membri dell'equipaggio e ai passeggeri di prima e di seconda classe
(commercianti con le loro famiglie), quasi esclusivamente arabi, formavamo un
gruppo unico, quello dei Kwaga, cioè dei "bianchi del nord" come,
con un termine onnicomprensivo, ci designano i popoli negri del sud Sudan.
I viaggiatori a
bordo della terza classe erano invece negri, appartenenti alle diverse etnie
del sud. Su tutti "spiccavano" per l'alta statura i nilotici. Con i
loro tradizionali costumi, i Lau dai
vivi colori (toga cotonata azzurra, rossa, rosa, bianca che, sebbene
considerata tradizionale, rappresenta un'innovazione imposta da missionari e
ufficiali coloniali, all'incirca dall'inizio del secolo. Come insegna
l'etnografia, more nilotico corrisponde
alla completa nudità.), o con la Jellabia
(il lungo, semplice vestito in cotone bianco indossato da chi è arabizzato
o musulmano), o con abiti occidentali.
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| Nilotici Dinka nella tradizionale posizione di riposo dei fenicotteri e... "more nilotico" (da: Richard Wyndham,The Gentle Savage. A Sudanese Journey in the Province of Bahr-el-Ghazal, commonly called "The Bog", Londra, 1936) |
Nilotici che si portavano appresso i
loro averi: valigie, sacchi, stuoie, coperte, pentolame, bracieri, cibo,
piccoli animali da cortile, ecc.. Poiché avrebbero cucinato, naturalmente, a
bordo delle loro chiatte anteriori.
Spesso avremmo
fatto visita al comandante e all'apprendista pilota. Un giovane che riceveva le
sue lezioni pratiche stando al timone della nave in una spartana e vetusta
cabina, quasi sempre affollata da uno stuolo di spettatori.
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| Nella
cabina di comando del battello (© Franco Pelliccioni) |
E lì faceva bella
mostra di sé un paio di grandi giare, "arredi" tipici di quasi tutti
i piccoli e medi centri arabi del Sudan. Dove l'acqua si conserva abbastanza
fresca, a disposizione di tutti i viandanti, compresi coloro che fanno i loro haij (pellegrinaggio) alla Mecca. Come vuole
la tradizionale ospitalità araba e il Corano.
La nave avrebbe
compiuto il viaggio navigando costantemente giorno e notte, a parte le
diverse soste di cui si è parlato. Il fracasso costante del vecchio motore che
accompagnava, con tremolii e sussulti, la nostra danza sul fiume, la potente
luce dei fari notturni, che riusciva anche ad "inondare" il nostro
giaciglio, il vociare e la confusione regnante a bordo in ogni ora del giorno e
della notte, interrotto solo dal
trambusto degli ancoraggi notturni: ci fecero passare
notti... indimenticabili! Che potevano, scrivemmo poi nel diario, "forse
essere paragonate a qualche giro dell'Inferno dantesco"...
La nave in lenta risalita sul
fiume, dopo essersi inoltrata in un tratto del settore sudanese del Sahara
(caratterizzato da terreno arido, vegetazione desertica o predesertica)
all'altezza della Gezira (l'isola), che lasciammo sulla nostra
sinistra, incominciò a procedere in regioni a savana: arbustiva o cespugliosa (scrub), punteggiata da ampie acacie
ombrellifere e, infine, dalle prime palme. E poi da papiri e da una flora
costiera sempre più lussureggiante.
Dopo aver superato il centro arabo di El
Jebelein, con le sue due montagne gemelle, che la sovrastano d'ambo i lati, i
suoi muretti e le case di fango seccate al sole avremmo via via toccato altre
importanti località: Renk, Kaka, Kodok (la Fashoda di Marchand).
Kodok si
trova nei pressi della Pa (o Fa) Codo
Shilluk, il Fa Reth, il "posto
del re", cioè la capitale di questo popolo di pastori (politicamente
organizzato in regno), fin dall'epoca del Reth
[re divino] Tugo (1690-1710). E, infine, Malakal.
Dal punto di vista
etno-antropologico il Nilo Bianco ci avrebbe gradatamente fatto scivolare
all'interno del mondo nilotico e, quindi, delle culture proprie dei popoli neri
del sud Sudan. Caratterizzati anche dalla loro longilineità e dall'alta
statura.
Ciò dopo aver raggiunto e superato diverse aree tradizionalmente
abitate da arabi, come i pastori nomadi
Baggara, le cui terre spaziavano sulla nostra destra.
Come un cuneo ci
saremmo addentrati nel mezzo di un territorio suddiviso da due dei più famosi
popoli nilotici: i Dinka (Jieng),
sulla sponda occidentale e gli Shilluk ( nord Colo), sull'orientale. Ancora più a monte del fiume, fino a Malakal
ed oltre, saranno solo i villaggi Shilluk (podh),
snocciolantisi lungo le sponde come perle della medesima collana, a
caratterizzare l'intero panorama.
Villaggi posti spesso ad una certa distanza
dal fiume (al fine di evitare le ricorrenti inondazioni durante la stagione
delle piogge - kharif - ). O nelle
immediate vicinanze, grazie ad una sponda più elevata e alla tradizione
storica, che considera sicuro il luogo.
E lo spettacolo che avemmo sempre sotto
i nostri occhi sarebbe stato composto da tanti microcosmi insediativi, gli uni
simili agli altri. Villaggi "incantati" che sembravano stare là,
immutati nel tempo, fin dalla creazione del mondo. Costituiti da ampie capanne
cilindro coniche (gol) dalle mura di
argilla e dai tetti di rami intrecciati e ricoperti di paglia. Tutte uguali tra
loro e caratterizzate da spazi aperti per il bestiame e le coltivazioni della durra. (una varietà di sorgo).
Insediamenti punteggiati da acacie e, più oltre, da alte palme.
Dove gruppi di
guerrieri, al riparo dell'ombra, continuavano a parlottare tra di loro, o si
limitavano ad osservarci muti e meravigliati dal nostro passaggio.
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| Al di là delle cataste di legna, la singolare accozzaglia rappresentata dal battello e dalle sue cinque chiatte. Ci si ferma di tanto in tanto, per caricare legna per la caldaia (© Franco Pelliccioni) |
Cosa che si
ripetè in ogni approdo, dove la nave farà sosta per consentire lo sbarco di
merci e passeggeri e per imbarcare altre mercanzie e nuovi passeggeri. Ogni
volta l'approssimarsi del battello avrebbe rappresentato un avvenimento
memorabile, quasi una festa. Nelle zone abitate (quindi non solo nei
porticcioli), specialmente più a monte, quando il fiume tenderà a restringersi
ulteriormente e considerevolmente.
Allorché il battello incontrerà piccole isole, che daranno forma a
canali, o isolotti galleggianti costituiti da giacinti d'acqua, zolle di terra
o altra vegetazione.
Quando la distanza visiva tra noi e loro si sarebbe
considerevolmente ridotta.
E durante gli approdi, numerosi venditori di cibo
(vegetali, frutta, piccoli animali vivi) si avvicendarono sottobordo. Facendosi
un'aspra concorrenza. Offrendo le loro piccole - grandi - ricchezze, così
preziose anche per noi, vista l'estrema povertà della cucina e la quasi totale
indisponibilità di frutta a bordo.
Per quanto riguarda il paesaggio,
esso sarà sempre diverso e affascinante. Ne saremo totalmente immersi, non solo
con gli occhi. Con i suoi colori, i mille odori , i suoni (della natura, degli
uomini, delle "cose"), le sue aurore e gli stupendi tramonti.
Anche
se continueremo a soffrire, in silenzio (ma "felici"), per
l'incredibile calura diurna e, poi, per il gelo notturno. Specialmente quando
comincerà ad albeggiare e tutto intorno a noi sarà ancora buio.
Ma già si
comincerà ad intravedere l'avanzare, sempre più deciso, dei chiaroscuri e dei colori rossastri
dell'aurora.
Da: "Quei villaggi "incantati" e
immutati nel tempo. Da Kosti a Malakal, nel Sudan meridionale, navigando lungo
il Nilo Bianco su un vecchio battello a pale", L'Osservatore Romano, 24
Novembre, 1999, 3 [solo testo]
Seguirà il terzo post: Gli incontri sul fiume. L'arrivo a Malakal.
....
La prima parte:
https://pelliccionifranco.blogspot.com/2026/01/338-risalendo-nel-1979-il-nilo-bianco.html
...
Un paio di post precedenti:
https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html
https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html