...
Il libro costituisce un viaggio nello spazio e un
“doppio” viaggio a ritroso nel tempo.
Il primo ci conduce all’altro capo del
mondo.
In una terra difficilmente paragonabile con altre realtà geografiche.
Fortemente connotata da alte montagne boscose e da una miriade di arcipelaghi e
isole.
Profondamente caratterizzata da un clima che molti potrebbero ritenere
perfino impossibile: pioggia, vento, nebbia, freddo (...)
Così la vegetazione è abbondante, straripante,
invadente.
Mimetizza cittadine e villaggi, quasi sempre raggiungibili solo via
mare e con gli idrovolanti.
Nelle cui acque non è raro imbattersi nelle
spettacolari evoluzioni acrobatiche delle balene (...)
Acque poste
tra isole e terraferma montuosa, che formano lo storico Inside Passage,
grazie al quale sono assicurati i collegamenti con gli insediamenti della
Colombia Britannica e dell’Alaska.
Per quanto
riguarda il duplice itinerario nel passato, il più recente risale a ca.
quaranta anni fa.
Quando en route verso l’Artico canadese, dove avrei
effettuato la mia ricerca tra gli Inuit, nei luoghi da me visitati ho
potuto scoprire, osservare e ammirare una straordinaria polifonia di “cose
notevoli”.
Figura
7. Mappa dell’Inside Passage (
Mario1952).
Il libro
promette un ulteriore viaggio, che ci porta molto più indietro nel tempo.
In un
caso fino a migliaia di anni fa, anche se l’inizio del nostro excursus
storico risale alla fine del XVIII secolo.
Quando gli occidentali cominciarono
a disvelare la singolarità della costa nord-americana del Pacifico
settentrionale.
Terra abitata da Indiani, la cui cultura (...) risulta impregnata da caratteristiche strettamente collegate
ad un ambiente insolito (...)
(...) gli alti alberi di cedro
forniscono il legname per costruire le case e realizzare straordinarie canoe,
in grado di affrontare lunghe navigazioni oceaniche.
Un posto a
parte lo hanno decisamente i “pali” (...)
Gli alti tronchi hanno infatti ispirato gli “artisti del popolo”,
presenti nelle diverse tribù indiane.
Poiché con innegabile abilità artistica
hanno scolpito e dipinto le loro superfici, creando vere e proprie opere
d’arte.
Non solo stupende esteticamente, perché sono in grado di raccontare
mille storie.
Infatti da tempo immemorabile i totem, con le loro variegate
figure multicolorate (...),
riportano miti e leggende, avvenimenti, imprese, fatti famigliari, clanici,
tribali.
Raccontano di grandi feste comunitarie ben riuscite, commemorano un
defunto importante (...)
Ricordano ed
esaltano individui e gruppi.
Insomma costituiscono anche i Gotha di
società stratificate, un tempo composte da schiavi, comuni e nobili.
Grazie ad essi, etnologi e storici, come i medesimi
membri della tribù, possono apprendere il loro passato, o rivitalizzarlo.
Certo, la materia utilizzata, il legno, è facilmente deteriorabile, in
qualsiasi clima.
Figuriamoci qui…
Così, dopo qualche decennio, artisti di
un’altra generazione si mettono nuovamente all’opera, per non dover perdere la
memoria storica del gruppo.
Scolpendo un altro totem.
Simile a quello che si
sta degradando (...)
Cercando di preservare per la comunità e le future generazioni ciò
che ci racconta, “leggendolo” dall’alto in basso.
Se, poi, con
la nostra virtuale “macchina del tempo” raggiungiamo la metà del XVIII secolo (...) assisteremo all’arrivo, non dal Sud, ma dall’Asia, di
altri uomini, a bordo delle loro navi.
Giungono dalla Siberia, esattamente come
diversi millenni prima avevano fatto i loro antenati.
Del resto sono trascorsi
già migliaia di anni anche dalla migrazione, che portò in America, dopo aver
attraversato lo Stretto di Bering, gli ultimi migranti, i progenitori degli
odierni Inuit (...)
Quasi
subito gli indiani, che li avevano preceduti, li bloccheranno ai margini delle
foreste, costringendoli a nomadizzare nella desertica tundra gelata
dell’Artico.
Mentre i russi, i nuovi venuti del 1741, almeno inizialmente non
cercarono terre da colonizzare.
Volevano solo sfruttare ciò che abbondantemente
offriva il paese: gli animali da pelliccia.
Più tardi si daranno da fare per
creare una vera e propria colonia, con capitale e fortificazioni sparse
nell’immenso territorio dell’America Russa, l’attuale Alaska.
Ecco infine i “numeri” che,
più di tante parole, offrono una sintesi del libro:
2 regioni (Colombia
Britannica e Alaska);
8 città (Vancouver, Campbell River, Port McNeill, Prince
Rupert, Ketchikan, Wrangell, Sitka, Skagway);
6 isole (Vancouver, Quadra,
Revillagigedo, Cormorant, Wrangell, Baranov);
4 tribù (Kwakiutl - oggi Kwakwaka’wakw -, Tsimshian, Hàida, Tlingit (...);
6 comunità indiane (Cape Mudge, Alert Bay, Fort Rupert, Saxman,
Wrangell, Sitka);
3 “Case” (la “grande” dei Kwakiutl
ad Alert Bay, le “lunghe” di Chief Shakes Island, a Wrangell e di Totem Bight Park, a Ketchikan);
2 “Società Segrete” Kwakiutl (dei Cannibali e del Lupo);
3 Musei (Antropologia dell’Università di Vancouver, Prince Rupert,
Sitka);
5 cimiteri (3 indiani: Cape Mudge, Alert Bay, Wrangell; 2 europei:
russo, a Sitka; dei cercatori d’oro, a Skagway);
2 vecchi quartieri a luci
rosse (Ketchikan, Skagway);
(...) 1 duello mortale, stile “Mezzogiorno di fuoco” (Skagway).
E per quanto riguarda i Totem?
Impossibile “numerarli”.
Li
troviamo dappertutto (...)
Salvo che a Skagway,
qui sostituiti dall’avventurosa epopea degli stampeders, i cercatori d’oro, che alla fine del XIX secolo dovranno cercare di
superare i vicini e innevati Passi montani, per arrivare nel Klondike, dopo un
lungo ed estenuante viaggio.
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