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| La foto-simbolo dell’arcipelago di St Kilda: il “parlamento” fotografato da George Washington Wilson nel 1885. Lungo la strada del villaggio nei pressi dell'ufficio postale ogni giorno, salvo la domenica, si radunavano infatti tutti i maschi adulti del mòd di St Kilda. Come da tempo immemorabile usavano fare davanti ad una qualsiasi delle abitazioni, per decidere il da farsi; lavori collettivi nei campi (crofts); la loro rotazione secondo l'antico sistema del runrig; le spedizioni di caccia agli uccelli nei vicini isolotti e scogli... |
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| Mappa dell’Arcipelago di St Kilda (GNU Free Documentation License, Autore: Eric Gaba - Sting -, marzo 2009, con l’utilizzo di Landsat ETM+ imagery ) |
Raggiungere il primo luogo della Scozia entrato nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità non è mai una passeggiata.
Non bastano ore di navigazione dalle Ebridi Esterne o giorni da Oban; serve che il mare e il meteo decidano di concederti il passaggio.
Quanti viaggiatori, nei secoli, sono arrivati a un passo dalle sue scogliere per poi dover tornare indietro?
L'arcipelago di St Kilda – Hirta, Dun, Soay, Boreray – è un avanzo vulcanico disabitato dal 1930, anno in cui gli ultimi 36 abitanti si imbarcarono per sempre su una nave militare.
Da allora, il tempo si è fermato tra le 16 "case bianche" (tigh geal) del villaggio abbandonato, lasciando spazio solo a specie rare di pecore, scienziati del National Trust e milioni di uccelli marini.
Nel libro esploro proprio questo: la fine di un'utopia e la transizione da comunità marittima a santuario naturale.
Rivivo
la mia notte a bordo del motorsailer Eilean na Hearadah, con il cielo oscurato
da migliaia di ali sui faraglioni di Stac Lee e Stac an Armin, i più alti del
Regno Unito.
Il volume ripercorre la storia profonda di St Kilda
attraverso cinque capitoli: dal turismo ante litteram ottocentesco ai tragici
casi storici come la deportazione di Lady Grange, fino alle tre fasi del
tramonto culturale della comunità: contatto, scontro e disgregazione.
Una carrellata di
figure straordinarie – dai folcloristi ai medici, fino agli alpinisti alla
conquista dei "marilyn" oceanici – che hanno reso questo scoglio
un'ossessione collettiva.
Se volete scoprire come la lontananza geografica si trasformi
in un confine dell'anima, il viaggio comincia tra queste pagine.
...
“Solo e con le spalle alle capanne, potevo immaginare quale vita poteva essere stata ad Hirta e fui sopraffatto dalla lontananza di una vita siffatta. Avessi viaggiato direttamente fino a St Kilda da Edimburgo o Londra, quel senso di distanza si sarebbe accresciuto ancora ulteriormente. Dopo tre mesi di saltellamenti tra un’isola e un’altra, ero condizionato da terre circondate dall’acqua. Così mi era diventata famigliare la sensazione di essere isolato dal resto del mondo. Ma la nozione di distanza [remoteness] veniva costantemente ridisegnata. Arran sembrò remota rispetto alla terraferma dello Ayrshire, ma mi sembrò ridicola tale nozione allorché visitai Colonsay e Jura. Coll, in particolare, e Tiree erano apparse ancora più isolate - più Ebridi Esterne, che Interne -, come per Rum. St Kilda portò la mia definizione di isolamento e di remoto a nuovi livelli. Qui c’era il confine, un confine geografico alla frontiera dell’Europa nord-occidentale, ma anche un confine culturale e sociale” (Jonny Muir, 2011).
Parliamo, infatti, del remoto arcipelago di St Kilda, un pugno di isole avanzo di un vulcano attivo 60 milioni di anni fa, cinquanta miglia nautiche ad ovest dell'isola di Harris, nelle Ebridi Esterne.
Arcipelago del tutto disabitato dal 1930.
Popolato esclusivamente da uccelli e pecore di una razza speciale.
Oltre al personale civile del Ministero della Difesa, addetto alla postazione radar impiantata nel 1957.
Solo durante i mesi primaverili ed estivi vi risiede il guardiano del National Trust for Scotland (...), assieme agli eventuali ricercatori, naturalisti o archeologi e ai piccoli gruppi di volontari che, a turno, si dedicano a scavi e restauri nell'ambito delle attività perseguite dal Trust.
Intese per lo più a conservare quello che rimane del villaggio abbandonato: 16 “case bianche" (tigh geal) risalenti al 1860, poste ai bordi di un'unica stradina.
La successione storica del popolamento di St Kilda ci narra di genti neolitiche assimilate o sostituite da popoli celtici.
Oltre ad una presenza, sia pure marginale, dei Vichinghi, che la utilizzarono per rifornirsi di acqua e cibo e che, forse, vi introdussero le prime pecore.
Se si volessero enucleare le caratteristiche principali di queste isole atlantiche, si dovrebbe accennare alla difficilissima sopravvivenza di una minuscola comunità marittima, per lunghi secoli rimasta pressoché isolata dalla terraferma scozzese e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile".
Tanto da essere costretta, dopo ripetute, indicibili e sofferte crisi esistenziali collettive: epidemie, carestie ed emigrazioni, a venire evacuata in tempi a noi recenti.
Il forzato abbandono dell'arcipelago da parte degli isolani di Hirta ha innescato una serie di fenomeni di rilevante interesse scientifico per l'ecologo, l'etologo e, in genere, per il naturalista.
Solo superficialmente riconducibili ad una problematica di "sostituzione" dell'elemento umano.
Va sottolineato come nell'isola di Hirta e in quella di Soay, da dove vennero introdotte dopo l'evacuazione, viva una razza di pecore simile ai mufloni sardi.
Altrove estinta.
L'intero arcipelago, in special modo i non distanti faraglioni di Stac Lee (172 m di altezza) e Stac an Armin (191 m, il più alto del Regno Unito), rappresenta uno spettacolare santuario per gli uccelli marini, che vi straripano oltre ogni misura.
Durante l’avvicinamento alle ripidissime, imponenti e impressionanti mura dei due scogli, raggiunti dopo aver circumnavigato Hirta, che da lontano appaiono come punte di rocciosi icebergs, non solo perché rivestiti dal bianco del guano, il cielo è stato oscurato dal volo di migliaia di uccelli disturbati dalla presenza dell'Eilean na Hearadah, un vecchio motorsailer a bordo del quale con difficoltà nella notte precedente avevo raggiunto l'arcipelago.
Via radio la guardia costiera da Stornoway aveva infatti consigliato al mio skipper, dopo due ore di navigazione passate nelle acque inquiete dell'Atlantico, di tornare indietro.
Dopo aver cercato un ancoraggio in un loch delle Ebridi.
Verso sera, a distanza di diverse ore dal brusco, ma necessario, dietro front, lo skipper si spingeva nuovamente in pieno oceano, per coprire le cinquanta miglia nautiche che ci separavano da St Kilda.
Se tutto fosse andato per il verso giusto si sarebbe dovuti arrivare intorno alle due e trenta di notte.
Mi fu fatto altresì notare come intorno alla mezzanotte (...) la piccola e bassa imbarcazione, un vetusto motorsailer, avrebbe considerevolmente ballato per le forti ondate.
In quell'ora ci saremmo trovati sul bordo della piattaforma continentale, laddove la profondità oceanica tende ad inabissarsi. Per poi risalire in prossimità del piccolo arcipelago.
...
La meta di quel viaggio non si poteva certamente definire "agevole".
Nella mia vita più di una volta mi sono sentito dire, a proposito della scelta "a tavolino" dei luoghi dove andare a svolgere le mie ricerche, che "me le andavo cercando con il lanternino...".
Per difficoltà, logistiche, o di altra natura, evidenti anche grazie ad una lettura, neanche tanto approfondita, della carta geografica.
Difficoltà che avrebbero reso spesso difficoltosa la "discesa sul terreno".
Ai miei gentili interlocutori non sfuggiva comunque il fatto che, superati gli "scogli", i risultati ottenuti sarebbero stati densi di gratificazioni, anche personali (...).
La destinazione di quel giorno, anche simbolicamente, rappresentava per me moltissimo.
Fin da quando, ormai molti anni addietro, avevo iniziato i miei vagabondaggi scientifici per l'Atlantico.
In più di un'occasione avrei infatti ad essa fatto riferimento, senza averne conoscenza diretta.
E i lineamenti della sua eccezionale storia, da un lato "unica" nel suo genere, dall'altro paradossalmente uguale a quella di tante altre situazioni riscontrabili non solo nello scacchiere europeo, mi avevano da tempo affascinato e coinvolto emotivamente.
Non solo come studioso dell'uomo (...).
Come già sottolineato, nei secoli precedenti, ma ancora ai giorni nostri, le difficoltà insite nella navigazione rendono sempre difficile e per niente scontato l'arrivo in quel remoto pugno di isole (...)
A causa delle precarie condizioni meteo-marine e all'assenza di un sicuro, protetto ancoraggio, che spesso sconsigliano l'ormeggio nella Village Bay [il villaggio evacuato dalla Marina britannica nel 1930], nell'isola di Hirta.
(...) Numerosi erano quindi i motivi di interesse che mi spingevano fino a St Kilda.
In teoria facendomi rischiare anche la vita.
Ma ne valeva la pena.
Perché, nonostante la durata della mia permanenza nell'isola di Hirta, la maggiore del gruppo, si sarebbe giocoforza contratta, le ore passate a terra: a curiosare, indagare, cercare, individuare, prendendo appunti e fotografie, rappresentarono un'eccezionale esperienza, anche per un giramondo. .
(...) Ecco che, gradatamente, si sono venuti enucleando i punti di forza dell'isola atlantica: esistenza di una comunità marittima; isolamento plurisecolare della stessa dalla terraferma scozzese (e britannica) e, perciò, dal cosiddetto "mondo civile"; forzato e "archetipico" abbandono dell'isola in tempi recenti; trasformazione dell'uso del territorio (militare, ma soprattutto naturalistico).
Una comunità marittima, quella di St Kilda, i cui membri preferivano però cacciare e catturare gli uccelli marini, che vi si trovavano in grandissima quantità.
E catturarli non era impresa facile.
Anzi difficilissima e rischiosissima, che ogni volta metteva in gioco la vita degli “uomini-uccello”.
Sia quando scalavano le scogliere o i faraglioni, ma ancora prima.
Quando dalla barca dovevano cercare di raggiungere le rocce, ad esempio degli Stacs (...)
DA: NELL'ARCIPELAGO DEGLI “UOMINI-UCCELLO” DI ST KILDA.
VITA E MORTE DI UNA REMOTA COMUNITÀ' SCOZZESE
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