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| Le tipiche piroghe monoxili (costruite scavando un sol tronco) dei pescatori Huave, i cayuccos, sulla spiaggia della laguna interna (Inferior) (© Franco Pelliccioni) |
Era di mattina presto e camminavo in mezzo alla sabbia. Qua e là la presenza di alte palme dava un aspetto vagamente sahariano al paesaggio. D'altronde quello era un ambiente decisamente esotico.
Mi trovavo ad
un'enorme distanza dal nostro paese, non solo culturalmente, ma anche
geograficamente.. Quanto di lì a poco avrei osservato, sarebbe stato tra le
prime cose che avrei notato del luogo. Il lunghissimo viaggio di
avvicinamento infatti si era appena concluso la sera prima e, vista la scarsità
di luce elettrica, più che altro avevo scorto intorno a me solo molte
ombre...
In quel frangente mi faceva da guida un bambino, uno dei figli di Hilario
Lopez, che nel prossimo futuro sarebbe stato il mio assistente ed
interprete. Un ponderato ed autentico "uomo di frontiera",
mentalmente situato al margine di due mondi, che aveva saputo trovare un punto
di equilibrio tra la tradizione della sua gente e il cambiamento della
modernità.
In quei momenti mi domandavo dove potesse trovarsi ciò che cercavo, come potesse apparirmi e, infine, se fosse stato giusto imbastirci un'intera ricerca, la seconda dopo quella di due anni prima in Kenya. Io, convinto africanista ancora per diversi anni, non avrei mai pensato prima di allora di trasferirmi dall'altra parte dell'Atlantico. Fino a giungere addirittura tra gli indios pescatori Huave, su quelle remote coste messicane del Pacifico, l'unico bianco nel raggio di molti chilometri...
Logistica, "dritte" etno-antropologiche, possibilità di avere un assistente, un blend di curiosità intellettuale e senso per l'avventura, mi spinsero a dire di sì.
Quando i due amici americanisti che già conoscevano il villaggio, sapendo della mia partecipazione ad un congresso internazionale nello Yucatàn, mi dissero
con convinzione: "perché allora non
vai...?".
La capanna, l'amaca matrimoniale Maya, la "Grande Fiesta" notturna
Avrei alloggiato in un'autentica capanna india, "dormendo", almeno così ritenevo allora, sopra un'amaca matrimoniale Maya ("in quella singola ti rigireresti sottosopra"), preventivamente acquistata nel mercato indio di Mérida.
Ma la Grande Fiesta - come la dipinsero i colleghi - che al calare della notte si replicò ogni volta, ad opera di qualche topolino in discesa libera dal tetto di palma, si dimostrò essere, subito dopo aver spento la candela, per riaccenderla immediatamente dopo, un'autentica incursione piratesca di numerosi grossi ratti. Facendo un grosso baccano, sparivano e riapparivano in continuazione secondo la luce. Mentre io, che pure avevo poco cibo, ero a poco più di mezzo metro da terra sull'amaca...
E così via, fino alle prime luci dell'alba. Che spingevano le bestioline ad acquattarsi fino alla loro prossima rappresentazione. Consentendomi finalmente di dormire, ma per poco, troppo poco...
La mattina presto un rauco e bisbigliato
"gallinas, gallinas" mi avrebbe ogni volta bruscamente riportato alla
mia cruda condizione di ricercatore condannato all'insonnia coatta: la
figlia di Hilario doveva prendere el maiz
per le galline scorrazzanti nei pressi...
Grande Fiesta a parte, avevo comunque il supporto
dell'unico indio del villaggio che parlasse spagnolo, mentre in Italia gli
amici mi fornirono le necessarie coordinate scientifiche. Eccomi, quindi,
imbarcato in un'indagine che altri potrebbero definire perlomeno insolita...
L'itinerario messicano: Mérida (Yucatàn)-Villahermosa (Tabasco) - Palenque (Chiapas)- Santo Domingo Tehuantepec (Oaxaca). Infine Santa Maria del Mar, villaggio tra il Pacifico e la Laguna Inferior
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| 1850 Samuel Mitchell (1792–1868) Map of Isthmus of Tehuantepec, Mexico |
Lasciato in aereo lo Yucatàn Maya per Villahermosa nel Tabasco, effettuai una puntata, non proprio rilassante, nella giungla del Chiapas per ammirare Palenque.
Qui mi accorsi del rapido muoversi in successione, tra la fitta vegetazione e le rovine, di un paio di grossi serpenti, ma mi sfuggì il fatto che il mio autista fosse completamente borracho (ubriaco). Quando, senza ragione ed a brutto muso, mi disse che quella sera non mi avrebbe riportato indietro in città.
Scambiandomi probabilmente per un odiato-amato gringo, un americano. Per cui - errore! - non potei non indignarmi e irritarmi a mia volta.
Alla fine tutto andò per il verso giusto. Anche per il concitato intervento degli altri passeggeri, che misero entrambi di fronte alle rispettive topiche...
Consentendomi di ripartire l'indomani a bordo di un vecchio pullman di linea. Ad arco attraversai l'intero istmo di Tehuantepec, dall'Atlantico al Pacifico, fino a Santo Domingo Tehuantepec (Oaxaca), dove mi rifornii di cibo per lo più "dolce": marmellate, biscotti, caffè, zucchero, che infilai in un grosso sacco.
Una volta pronto, mci unii ad un folto gruppo di indios che rientravano nei villaggi a bordo di uno scassatissimo autobus. Durante quel lunghissimo giorno percorsi la carretera, poco più di una pista sabbiosa, a tratti persino insidiosa, che nel 1971 aveva interrotto l'isolamento di questo non numeroso gruppo indio. Allora non erano più di 13 mila.
I Huave costituiscono un'autentica isola culturale ed etnica, circondati come sono per tre lati dai più numerosi Zapotechi. Un enclave ancora più evidente se si considera che i loro quattro insediamenti sono posti tra le lagune e il Pacifico.
La mia meta era, e a questo punto non poteva essere
altrimenti..., il villaggio più distante: Santa Maria del Mar (530 abitanti),
al termine di una lingua di terra larga non più di 3 chilometri, posta tra
l'oceano e la Laguna Inferior e circondata da zone paludose e sabbiose,
a 25 km in linea d'aria da Santo Domingo Tehuantepec.
Quella mattinata di aprile di molti anni fa, dunque, mi dirigevo sotto l'implacabile sole tropicale verso il minuscolo camposanto del villaggio. Sì, perché il progetto di ricerca prevedeva l'individuazione dello spazio sociale esistente nella comunità. Perciò avrei dovuto rilevare l'eventuale rapporto tra la struttura sociale del villaggio (la comunità dei viventi) e quella del cimitero o pantheon (la comunità dei morti).
Un'ipotesi di ricerca scaturita: a) dalla caratteristica di isola etnico-culturale Huave, riguardo agli altri gruppi demograficamente più numerosi (Zapotechi), e alla “terza cultura” messicana - mestiza o ladina -; b) dall'importanza che il mondo dei trapassati - la concezione dell'aldilà e della morte in genere, come realtà esistenziale - ha sempre assunto fin dall'epoca precolombiana nell'area mesoamericana.
Tra l'altro la mia sarebbe stata la
prima indagine scientifica ad essere effettuata nello sperduto villaggio indio.
Dopo alcune centinaia di metri, arrivai infine nel cimitero. Oltre a me non c'era nessun altro. Girai e guardai intorno attentamente.
Oggi non ho parole per descrivere il sentire di allora. In mente, e senz'ordine, mi
vengono solo aggettivi: commovente,
strano, emozionante; sostantivi:
pietà, rispetto. Ma anche qualche come
e perché...?
Stralci dalla ricerca (alcuni articoli scientifici sono disponibili su Research Gate):
Non esistono criteri sufficientemente distinguibili riguardo l'inumazione
dei defunti. Lo spazio non risulta strutturato secondo sesso, età, occupazione
lavorativa o status. Le minuscole tombe dei bimbi sono assieme a quelle degli
adulti, maschi e femmine. L'unica nota degna di rilievo è costituita da alcune
cappellette, nemmeno tanto appariscenti, costruite da chi evidentemente ha
maggiori possibilità economiche. Contrariamente a quanto accade a San Mateo, il
più vicino villaggio Huave, circa 9 km ad ovest in linea d'aria, non ci sono
preclusioni a seppellirvi tutti i defunti del villaggio.
Per quanto riguarda la comunità dei vivi, il suo "cuore" non si
discosta da quello di tanti altri centri messicani. Caratterizzato com'è
dall'inconfondibile presenza dello zócalo,
la piazza principale, e della chiesa cattolica, la più elevata tra le poche
costruzioni in muratura. La plaza
aperta rappresenta lo "spazio profano", l'interno della chiesa con la
sua capilla mayor quello
"sacro". Ad essa si accede attraversando lo spazio
"liminare" tra il muro di cinta e il portone (l'atrio).
Accanto alla chiesa troviamo gli edifici di una certa importanza (originariamente componevano una sorta di corona accessoria attorno all'edificio religioso, unico scopo dell'esistenza dell'“urbe”): “lì sta la chiesa a rappresentare il popolo ed il popolo è rappresentato dalla chiesa in questa maniera... ”. Questa la scarna, ma efficace valutazione fornitami da un vecchio informatore.
Ecco quindi, tra le modeste costruzioni in muratura,
l'amministrazione (l'Agente Municipal),
la scuola primaria “Lázaro Cárdenas”, il mercato coperto, la escuela promotoria e, nelle immediate
adiacenze, un parquecito, il
serbatoio dell'acqua potabile, un vecchio pozzo artesiano, la cooperativa di
pesca. Qui i Huave portano il ricavato della loro pesca nelle poco profonde
acque lagunari. Terrorizzati come sono al solo pensiero di andare a pescare in
un oceano, che "pacifico" certamente non è. Anche perché pochi sanno
nuotare e ci sono molti squali.
In definitiva il quadro di Santa Maria del Mar non corrispose alle ipotesi di partenza. Per l'assenza di una rigida struttura spaziale, a livello del microcosmo abitativo e del macrocosmo di villaggio (comunità dei viventi), che per quanto rilevai nel cimitero (comunità dei morti).
Confermando la presenza di una comunità omogenea e compatta, un mondo dimostratosi all'osservatore esterno socialmente coesivo. Anche tenendo conto della coesistenza, al suo interno, di eventuali conflittualità e tensioni.
Questa
d'altronde è l'immagine che molti suoi abitanti offrono del loro pueblo. Una verifica, questa, che mise
perciò termine alla prima fase dell'indagine da me effettuata in quel remoto
villaggio indio sulle sponde dell'Oceano Pacifico.

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