A partire dal regno di Bayezid II, divenne una
consuetudine istituzionale la partenza della Marina ottomana per la campagna
navale annuale. Questa tradizione, che si sarebbe protratta fino alla metà del
XIX secolo, era caratterizzata da imponenti cerimonie pubbliche che si
svolgevano alla diretta presenza del Sultano, del Grande Ammiraglio (Kaptan-ı
Derya) e del Gran Visir.
La partenza veniva solennemente benedetta dai
leader religiosi con preghiere e sacrifici di animali, volti a propiziare la
vittoria e a garantire un ritorno sicuro. Le navi lasciavano infine il Corno
d'Oro accompagnate dal suono delle fanfare, da colpi di cannone a salve e dalle
acclamazioni della folla radunata lungo le rive, dando vita a un impressionante
spettacolo di forza. Durante la partenza, le bandiere di guerra sostituivano
stabilmente quelle di cantiere, simboleggiando il definitivo cambiamento di
status dei vascelli: da strutture costruttive a macchine combattive.
Figura
233. Navi-di-linea della Marina
ottomana lungo il Bosforo, ca. fine XIX secolo.
Dipinto
attribuito al pittore paesaggista ottomano Hoca Ali Rıza, 1858-1930
(Milli Saraylar Resim Müzesi)Il
trionfo del rientro e l'esibizione del bottino
Il ritorno della flotta a Costantinopoli, carica delle navi nemiche catturate e
di prigionieri in catene, era uno spettacolo se possibile ancora più grandioso.
Corsari e ammiragli — per la stragrande maggioranza europei
"rinnegati" convertiti all'Islam — venivano accolti trionfalmente,
rafforzando così il proprio prestigio e la propria posizione politica
all'interno della corte. Esporre le navi catturate, mostrando con orgoglio le
bandiere cristiane capovolte sulla Colonna di Costantino o sui bastioni dell'Arsenale
Imperiale, costituiva un potente strumento di pressione psicologica. Queste
parate attestavano al popolo e ai diplomatici stranieri la supremazia ottomana
sul mare e l'efficacia della Marina Imperiale e dei suoi corsari.
I vascelli catturati venivano ormeggiati in bella
vista per essere accuratamente ispezionati, venduti o integrati nella flotta
del Sultano dopo essere stati riparati nell'Arsenale: un modo rapido ed
economico per ingrandire la flotta statale.
Per quanto riguarda i prigionieri, quelli di alto
rango venivano trattenuti in isolamento in attesa di un cospicuo riscatto.
Tutti gli altri erano destinati al Mercato degli Schiavi (Esir Pazarı)
per la vendita, oppure smistati direttamente verso il Serraglio. I mercanti
cercavano "merce" specifica per la corte: schiave di straordinaria
bellezza, intelligenti o dotate di talenti speciali. Il reclutamento di schiavi
per la corte era una prassi istituzionalizzata, che dimostrava come il bottino
della corsa finisse spesso nelle stesse mani del sovrano.
La
sfilata dei prigionieri e il mito di Barbarossa
Prima di essere presentati al Sultano, gli schiavi, ancora vestiti con i loro
costumi militari originali, venivano costretti a marciare in fila indiana,
collegati tra loro da pesanti catene fissate ad anelli di ferro stretti al
collo. Questa drammatica processione si snodava dal porto attraverso le vie
principali della capitale, passando deliberatamente davanti alle residenze
degli ambasciatori e degli inviati stranieri. Si trattava di un'evidente,
pubblica rappresentazione del successo della campagna e del potere ottomano,
che metteva in contrasto la grandezza del rituale statale con l'orrore della
schiavitù e della guerra. Un macabro spettacolo che ben presto divenne
familiare per gli abitanti di Istanbul.
Il Kaptan-ı Derya sovrintendeva all'intera
macchina logistica: riceveva gli ammiragli, ispezionava i vascelli e gestiva la
spartizione del bottino e degli schiavi destinati al Serraglio. Questa
sistematica esposizione evidenzia come la guerra di corsa non fosse esclusivamente
un fenomeno periferico e barbaro, ma trovasse il suo trionfale e istituzionale
epilogo nel cuore stesso dell'Impero Ottomano.
Dopo la morte del leggendario Barbarossa (Hızır
Hayreddin Pascià) e la sua sepoltura nella tomba di Beşiktaş, divenne
consuetudine per gli equipaggi, subito dopo la cerimonia ufficiale, andare a
visitare la sua türbe (un comportamento analogo a quello da me
riscontrato a Rodi nei confronti della tomba del celebre corsaro Murat Reis).
Lì venivano sacrificate pecore e si pregava per la vittoria della campagna
militare, offrendo sontuosi banchetti nelle tende allestite lungo la sponda del
Bosforo, fino a Dolmabahçe, per legare il destino della nuova flotta al mito
del suo più grande ammiraglio.
Fonti
e Bibliografia di riferimento
- Mantran, Robert – Istanbul nel secolo
di Solimano il Magnifico, 1962.
- Archivi Imperiali di Topkapı – Registri delle prede
navali e ripartizione del bottino dell'Arsenale (Sezione Kaptan-ı Derya),
XVI-XVII Secolo.
- Marsigli, Luigi Ferdinando – Stato militare
dell'Impero Ottomano, incremento e decremento del medesimo, 1732.
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