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| La locandina del Jardin, ca. 1891 (Musée Carnavalet, Histoire de Paris) |
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| Il laghetto del tempio-giardino coreano, oggi (© Franco Pelliccioni) |
Così esiste ancora… Nel lontano 1975, al tempo del primo soggiorno
parigino, ma allora la cosa non mi interessava più di tanto, ritenevo che
dovesse identificarsi con il Giardino
delle Piante, attiguo al Muséum,
il Museo di Storia Naturale! Progettando la recente visita alla città, leggo invece
nella guida che il Jardin d’Acclimatation è “il miglior parco per
bambini”, anche se non aggiunge altri dettagli... E’ però sufficiente: è ai
margini dell’immenso Bois de Boulogne,
perciò sarà il primo posto che andrò a visitare... Poi rimarrò sconcertato nell’apprendere
dal Web come tuttora costituisca un trait-union tra culture diverse: danzatrici,
musicisti, contastorie ed artigiani marocchini vi si sono infatti esibiti nello
scorso mese…
Per decenni è stato poco più di un nome, ripescato solo in qualche libro
di storia dell’antropologia. Del resto ritenevo che, simbolo di un’epoca oscura
nel rapporto culturale con l’altro ed
il diverso, fosse scomparso ormai da molto
tempo dal panorama e dalla coscienza dell’umanità, sebbene quell’umiliante
approccio razzista sia stato ampiamente diffuso in varie parti del mondo, probabilmente
da sempre...
Così, dopo aver letto le relazioni di esploratori ed etnologi, sembrerà
più comodo ed allettante far venire dai paesi esotici, spesso forzatamente, uomini,
donne e bambini. Esponendoli all’epidermica e morbosa curiosità di corti e
folle. Il pubblico occidentale è così in grado di avvicinare i “primitivi”, grazie
a diorami viventi, fatti di villaggi ed habitat
ricostruiti, di spettacoli e fantasie
più o meno guerresche.
“Primitivi” a volte trattati alla stregua di fenomeni da baraccone, come
nel caso dei Tasmaniani, popolo ormai estinto. O persino studiati dagli scienziati,
che pubblicheranno le loro “osservazioni sul vivente”, cioè su “campioni
rappresentativi” delle differenti razze, sulle prime riviste antropologiche …
La pratica di riportare a casa membri dei “popoli di natura” è antichissima.
Un’iscrizione tombale del 2275 a. C. ricorda, ad esempio, il pigmeo condotto da
Herkhuf, funzionario di Assuan, dal faraone Pepi II (Antico Regno). Un costume
che si perpetuerà fino al termine del XIX secolo, in qualche caso giungendo fino
agli anni ‘1930 e ‘1940. Diverso sarà solo il paese (appena scoperto, od esplorato
più a fondo) e il popolo di appartenenza. Quantunque in Europa, vista l’antica
frequentazione e l’imperante colonialismo, si tenderà a “privilegiare” il
Continente Nero...
Il Jardin d’Acclimatation di
Parigi è stato uno dei pochi “zoo umani” esistenti al mondo. Un fenomeno colonialista
(l’antillano Fanon sostenne a suo tempo che “il linguaggio del colono, quando si riferisce al colonizzato, è
zoologico”), che gli europei hanno nel tempo rimosso dalla loro memoria
collettiva.
Creato per acclimatarvi animali e piante esotiche, successivamente vi si
“introdurranno” esseri umani d’Africa, Asia, America ed Oceania, per contemplarli
come “animali umani”. O peggio! Considerate le cattive condizioni igieniche presenti,
che provocheranno diverse morti, tra cui quelle degli indiani Kaliña (1892).
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| Indiani Kaliña (1892) |
Dal 1877 al 1912 ben trenta saranno gli “spettacoli etnologici” che vi
si effettueranno. Prove evidenti dell’inferiorità delle razze dei colonizzati.
Gigantesche e ricorrenti “vetrine” di una gerarchia razziale, che legittima la
dominazione europea e che riceverà il placet
della Société d'Anthropologie e della quasi generalità degli studiosi.
Oggi è uno dei più bei parchi di Parigi, frequentato particolarmente dai
bambini. Malgrado il tempo plumbeo, mi è sembrato del tutto solare. Costellato da
giardini e fontane, viali alberati, laghetti e statue, oltre che da un’inverosimile
quantità di giochi, caroselli, divertimenti ed attrezzature sportive, vi si
possono praticare diversi sport, compresa l’equitazione.
| Una giostra che richiama alla mente il libro di Alice nel Paese delle Meraviglie |
| Uno dei pochi padiglioni ottocenteschi del Jardin (© Franco Pelliccioni) |
Nonostante quanto adesso conosco, passeggiarci è rilassante. Osservate le
gabbie degli animali (pavoni, orsi, lama, ecc.), iniziali testimonianze dell’originario Jardin, ecco improbabili, ma graziosi,
templi e giardini, che ritengo indocinesi, ma in realtà sono coreani e della
fine del XX secolo. Come una casa da tè ed un ponte laccato rosso. Infine scopro
vetusti padiglioni e gazebo metallici, senza dubbio risalenti all’epoca delle
esibizioni antropozoologiche…
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| Donne africane del Jardin Donna Ascianti, etnia della Costa d’Oro (Ghana). Cartolina postale d’epoca |
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| Tre aborigeni australiani, 1885 |
Il Jardin, fondato dallo
zoologo Saint-Hilaire, fu inaugurato da Napoleone III nel 1860, quando
pellerossa e lapponi già si trovavano accanto ad orsi, cammelli, canguri, giraffe,
banani e bambù… Durante la guerra con la Prussia (1870), gli animali esotici non
trasferiti altrove, tra cui un elefante, saranno abbattuti per sfamare la
popolazione.
Nel 1877 Saint-Hilaire lo rilancerà organizzando, con Nubiani ed
Eschimesi, “spettacoli etnologici”. Sulla falsariga dell’esposizione tenuta in
Germania di Samoani e Lapponi, popolazioni “puramente naturali” (1874) e, poi, di
animali selvaggi e Nubiani (1876). Sarà un successo strepitoso! Nel corso
dell’anno i visitatori, accorsi per vedere “bande
di animali esotici, accompagnati da individui non meno singolari”, raddoppieranno.
Raggiungendo il milione di presenze.
Le trenta esposizioni effettuate al Jardin
Zoologique d’Acclimatation godranno immancabilmente di una forte affluenza di
pubblico. I “figuranti” includeranno, tra l’altro, Ottentotti, Somali ed etnie del
Dahomey. Nel 1887 gli Ascianti, primo popolo dell’Africa occidentale ad
esibirsi, culmineranno le loro danze con una scena di battaglia, che replica quella
avuta contro gli inglesi nel 1873.
Nel 1877 gli Zulu si esibiscono con successo alle Folies-Bergères, mentre nel 1892 la rivista Au Dahomey si tiene nel Casino
de Paris.
Gradatamente le esibizioni, andando di città in città, divengono
itineranti. Popolari sono i “villaggi negri”, o “senegalesi”.
Calcolando anche le Esposizioni Universali parigine (un gruppo di
Canachi si esibisce nel Jardin nel
1931), milioni di francesi andranno così ad incontrare un “altro”, arrivato dai
più remoti angoli dell’Impero. Sovente mostrato al di là di grate o di un
recinto... Fino agli anni ‘1930.
Gli zoo umani, secondo i promotori, devono avere il duplice scopo di
essere scientifici e spettacolari. Perché si vuole diffondere una conoscenza quanto
più ampia dell’altro. Il corpo del “selvaggio” diviene, così, un “oggetto scientifico, lascia laboratorio e
museo per essere esposto: negli zoo,
circhi ambulanti e music-halls, alle masse, che bisogna insieme informare,
educare e svagare”.
È l’apoteosi della “spettacolarizzazione dell’altro”. Per far piacere ad
un pubblico numeroso, che in questo modo soddisfa la sua curiosità al contatto,
visivo ed uditivo, con genti strane. Pubblico nel contempo attratto dai costumi
bizzarri, ma anche intimorito per la loro possibile ferocia. Una “selvaggeria”
estrinsecata attraverso danze frenetiche e simulazioni di “combattimenti
sanguinari” e di “riti cannibaleschi”, poiché rispettano in pieno i programmi annuncianti
“crudeltà”, “barbarie” e “costumi disumani” (sacrifici umani, scarificazioni,
ecc.). Queste rappresentazioni contribuiscono a creare ed a rafforzare
l’immagine collettiva di popoli colonizzati, per definizione “inferiori”. Poiché
sono selvaggi e vivono e pensano come selvaggi. Anche se, sul finire del XIX
secolo, spesso rimarranno fino a 10-15 anni lontani dalla loro terra e richiederanno
infine un salario…
Il “Giardino” sarà utilizzato anche dagli antropologi fisici della Société d'Anthropologie per verificare i
dati presi sul terreno.
Le Bon, Letourneau e Deniker studiano i Nubiani, Topinard ed Hamy i Boscimani,
che attraggono fortemente l’attenzione degli studiosi. Da quando il grande
anatomista Cuvier, che nel 1815 aveva dissezionato Saartje Baartman, la “venere
Ottentotta”, si era interessato a loro. Ma sono ancora confusi con i vicini
Ottentotti...
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| Principe Rolando Napoleone Bonaparte (1858-1924), geografo e fotografo: donna Ottentotta |
Se tra il 1890 e il 1900 la Società prenderà le distanze dal
presunto carattere scientifico degli spettacoli, nondimeno si avvantaggerà del frequente
ricambio delle popolazioni “esposte” nel Jardin.
Oltre ai materiali antropometrici (misurazioni corpo e cranio, fotografie di
faccia e di profilo), si raccolgono dati psicologici, culturali e linguistici. Il
Jardin rappresenta, difatti, un
ottimo laboratorio di osservazione delle razze umane, che si classificano
secondo una gerarchia derivante da una scala unilineare evoluzionistica. Non a
caso, quando si inviteranno i cosacchi, l’Ambasciata russa insisterà affinché
non vengano scambiati per “negri” (sic)! Al contrario Buffalo Bill non avrà
problemi ad avere una giusta collocazione, per la presenza nel suo Wild West Show dei pellerossa...
Il Jardin ospiterà per “vocazione” anche i rari, i curiosi, gli
anormali. Fino ai “mostri”: nani o lillipuziani (1909), gobbi o giganti,
macrocefali e “negri” albini (1912).

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