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domenica 4 gennaio 2026

329."Uno "zoo umano" nel cuore di Parigi. Fondato nel 1860, nel Jardin d'Acclimatation venivano esposti uomini e donne provenienti dalle colonie francesi"

 

La locandina del Jardin, ca. 1891 (Musée Carnavalet, Histoire de Paris)


Il laghetto del tempio-giardino coreano, oggi (© Franco Pelliccioni)

   Così esiste ancora… Nel lontano 1975, al tempo del primo soggiorno parigino, ma allora la cosa non mi interessava più di tanto, ritenevo che dovesse identificarsi con il Giardino delle Piante, attiguo al Muséum, il Museo di Storia Naturale! Progettando la recente visita alla città, leggo invece nella guida che il Jardin d’Acclimatation è “il miglior parco per bambini”, anche se non aggiunge altri dettagli... E’ però sufficiente: è ai margini dell’immenso Bois de Boulogne, perciò sarà il primo posto che andrò a visitare... Poi rimarrò sconcertato nell’apprendere dal Web come tuttora costituisca un trait-union tra culture diverse: danzatrici, musicisti, contastorie ed artigiani marocchini vi si sono infatti esibiti nello scorso mese…

   Per decenni è stato poco più di un nome, ripescato solo in qualche libro di storia dell’antropologia. Del resto ritenevo che, simbolo di un’epoca oscura nel rapporto culturale con l’altro ed il diverso, fosse scomparso ormai da molto tempo dal panorama e dalla coscienza dell’umanità, sebbene quell’umiliante approccio razzista sia stato ampiamente diffuso in varie parti del mondo, probabilmente da sempre...

   Così, dopo aver letto le relazioni di esploratori ed etnologi, sembrerà più comodo ed allettante far venire dai paesi esotici, spesso forzatamente, uomini, donne e bambini. Esponendoli all’epidermica e morbosa curiosità di corti e folle. Il pubblico occidentale è così in grado di avvicinare i “primitivi”, grazie a diorami viventi, fatti di villaggi ed habitat ricostruiti, di spettacoli e fantasie più o meno guerresche.

   “Primitivi” a volte trattati alla stregua di fenomeni da baraccone, come nel caso dei Tasmaniani, popolo ormai estinto. O persino studiati dagli scienziati, che pubblicheranno le loro “osservazioni sul vivente”, cioè su “campioni rappresentativi” delle differenti razze, sulle prime riviste antropologiche …

   La pratica di riportare a casa membri dei “popoli di natura” è antichissima. Un’iscrizione tombale del 2275 a. C. ricorda, ad esempio, il pigmeo condotto da Herkhuf, funzionario di Assuan, dal faraone Pepi II (Antico Regno). Un costume che si perpetuerà fino al termine del XIX secolo, in qualche caso giungendo fino agli anni ‘1930 e ‘1940. Diverso sarà solo il paese (appena scoperto, od esplorato più a fondo) e il popolo di appartenenza. Quantunque in Europa, vista l’antica frequentazione e l’imperante colonialismo, si tenderà a “privilegiare” il Continente Nero...

   Il Jardin d’Acclimatation di Parigi è stato uno dei pochi “zoo umani” esistenti al mondo. Un fenomeno colonialista (l’antillano Fanon sostenne a suo tempo che “il linguaggio del colono, quando si riferisce al colonizzato, è zoologico”), che gli europei hanno nel tempo rimosso dalla loro memoria collettiva.

   Creato per acclimatarvi animali e piante esotiche, successivamente vi si “introdurranno” esseri umani d’Africa, Asia, America ed Oceania, per contemplarli come “animali umani”. O peggio! Considerate le cattive condizioni igieniche presenti, che provocheranno diverse morti, tra cui quelle degli indiani Kaliña (1892).

Indiani Kaliña (1892)

   Dal 1877 al 1912 ben trenta saranno gli “spettacoli etnologici” che vi si effettueranno. Prove evidenti dell’inferiorità delle razze dei colonizzati. Gigantesche e ricorrenti “vetrine” di una gerarchia razziale, che legittima la dominazione europea e che riceverà il placet della Société d'Anthropologie e della quasi generalità degli studiosi.

   Oggi è uno dei più bei parchi di Parigi, frequentato particolarmente dai bambini. Malgrado il tempo plumbeo, mi è sembrato del tutto solare. Costellato da giardini e fontane, viali alberati, laghetti e statue, oltre che da un’inverosimile quantità di giochi, caroselli, divertimenti ed attrezzature sportive, vi si possono praticare diversi sport, compresa l’equitazione.

Una giostra che richiama alla mente il libro di Alice nel Paese delle Meraviglie 
                                                          (© Franco Pelliccioni)

Uno dei pochi padiglioni ottocenteschi del Jardin (© Franco Pelliccioni)

   Nonostante quanto adesso conosco, passeggiarci è rilassante. Osservate le gabbie degli animali (pavoni, orsi, lama, ecc.), iniziali testimonianze dell’originario Jardin, ecco improbabili, ma graziosi, templi e giardini, che ritengo indocinesi, ma in realtà sono coreani e della fine del XX secolo. Come una casa da tè ed un ponte laccato rosso. Infine scopro vetusti padiglioni e gazebo metallici, senza dubbio risalenti all’epoca delle esibizioni antropozoologiche…

Donne africane del Jardin

 
Donna Ascianti, etnia della Costa d’Oro (Ghana). Cartolina postale d’epoca

Tre aborigeni australiani, 1885

   Il Jardin, fondato dallo zoologo Saint-Hilaire, fu inaugurato da Napoleone III nel 1860, quando pellerossa e lapponi già si trovavano accanto ad orsi, cammelli, canguri, giraffe, banani e bambù… Durante la guerra con la Prussia (1870), gli animali esotici non trasferiti altrove, tra cui un elefante, saranno abbattuti per sfamare la popolazione.

   Nel 1877 Saint-Hilaire lo rilancerà organizzando, con Nubiani ed Eschimesi, “spettacoli etnologici”. Sulla falsariga dell’esposizione tenuta in Germania di Samoani e Lapponi, popolazioni “puramente naturali” (1874) e, poi, di animali selvaggi e Nubiani (1876). Sarà un successo strepitoso! Nel corso dell’anno i visitatori, accorsi per vedere “bande di animali esotici, accompagnati da individui non meno singolari”, raddoppieranno. Raggiungendo il milione di presenze.

   Le trenta esposizioni effettuate al Jardin Zoologique d’Acclimatation godranno immancabilmente di una forte affluenza di pubblico. I “figuranti” includeranno, tra l’altro, Ottentotti, Somali ed etnie del Dahomey. Nel 1887 gli Ascianti, primo popolo dell’Africa occidentale ad esibirsi, culmineranno le loro danze con una scena di battaglia, che replica quella avuta contro gli inglesi nel 1873.

   Nel 1877 gli Zulu si esibiscono con successo alle Folies-Bergères, mentre nel 1892 la rivista Au Dahomey si tiene nel Casino de Paris.

   Gradatamente le esibizioni, andando di città in città, divengono itineranti. Popolari sono i “villaggi negri”, o “senegalesi”.

   Calcolando anche le Esposizioni Universali parigine (un gruppo di Canachi si esibisce nel Jardin nel 1931), milioni di francesi andranno così ad incontrare un “altro”, arrivato dai più remoti angoli dell’Impero. Sovente mostrato al di là di grate o di un recinto... Fino agli anni ‘1930.

   Gli zoo umani, secondo i promotori, devono avere il duplice scopo di essere scientifici e spettacolari. Perché si vuole diffondere una conoscenza quanto più ampia dell’altro. Il corpo del “selvaggio” diviene, così, un “oggetto scientifico, lascia laboratorio e museo per essere esposto: negli zoo, circhi ambulanti e music-halls, alle masse, che bisogna insieme informare, educare e svagare”.

   È l’apoteosi della “spettacolarizzazione dell’altro”. Per far piacere ad un pubblico numeroso, che in questo modo soddisfa la sua curiosità al contatto, visivo ed uditivo, con genti strane. Pubblico nel contempo attratto dai costumi bizzarri, ma anche intimorito per la loro possibile ferocia. Una “selvaggeria” estrinsecata attraverso danze frenetiche e simulazioni di “combattimenti sanguinari” e di “riti cannibaleschi”, poiché rispettano in pieno i programmi annuncianti “crudeltà”, “barbarie” e “costumi disumani” (sacrifici umani, scarificazioni, ecc.). Queste rappresentazioni contribuiscono a creare ed a rafforzare l’immagine collettiva di popoli colonizzati, per definizione “inferiori”. Poiché sono selvaggi e vivono e pensano come selvaggi. Anche se, sul finire del XIX secolo, spesso rimarranno fino a 10-15 anni lontani dalla loro terra e richiederanno infine un salario…

   Il “Giardino” sarà utilizzato anche dagli antropologi fisici della Société d'Anthropologie per verificare i dati presi sul terreno.

   Le Bon, Letourneau e Deniker studiano i Nubiani, Topinard ed Hamy i Boscimani, che attraggono fortemente l’attenzione degli studiosi. Da quando il grande anatomista Cuvier, che nel 1815 aveva dissezionato Saartje Baartman, la “venere Ottentotta”, si era interessato a loro. Ma sono ancora confusi con i vicini Ottentotti...

Principe Rolando Napoleone Bonaparte (1858-1924), geografo e fotografo: donna Ottentotta

   Se tra il 1890 e il 1900 la Società prenderà le distanze dal presunto carattere scientifico degli spettacoli, nondimeno si avvantaggerà del frequente ricambio delle popolazioni “esposte” nel Jardin. Oltre ai materiali antropometrici (misurazioni corpo e cranio, fotografie di faccia e di profilo), si raccolgono dati psicologici, culturali e linguistici. Il Jardin rappresenta, difatti, un ottimo laboratorio di osservazione delle razze umane, che si classificano secondo una gerarchia derivante da una scala unilineare evoluzionistica. Non a caso, quando si inviteranno i cosacchi, l’Ambasciata russa insisterà affinché non vengano scambiati per “negri” (sic)! Al contrario Buffalo Bill non avrà problemi ad avere una giusta collocazione, per la presenza nel suo Wild West Show dei pellerossa...

   Il Jardin ospiterà per “vocazione” anche i rari, i curiosi, gli anormali. Fino ai “mostri”: nani o lillipuziani (1909), gobbi o giganti, macrocefali e “negri” albini (1912).

 

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