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domenica 28 agosto 2022

58. LA SAGA SCOZZESE DEGLI STEVENSON, TRA FARI, L’ISOLA DEL TESORO, LA “ ROCCIA” DI BASS ROCK. MA A NORTH BERWICK (EAST LOTHIAN) C’È ANCHE L’IMPONENTE CASTELLO DIROCCATO DI TANTALLON

Veduta ravvicinata di Bass Rock con il suo bel 
faro "stevensoniano" (© Franco Pelliccioni)

L'auld crag, il "vecchio scoglio", come gli scozzesi chiamano l'isolotto di Bass Rock, è un roccia ignifuga alta circa 110 m, dalla circonferenza di oltre 1.600 m, che un tunnel naturale, percorribile solo con la bassa marea, attraversa da est ad ovest. Massiccio, si erge a poco più di tre chilometri di distanza dalla costa, nella regione scozzese dell'East Lothian, sulla punta nord-orientale dell'immenso Firth of Forth e in prossimità delle scogliere e delle ampie spiagge sabbiose di North Berwick.

Luoghi cari a Robert Louis Stevenson (1850-1894), che con la famiglia andava a trascorrere le estati nella casa del nonno, che aveva il suo stesso nome. Lo scrittore così dedicherà alla "roccia" un capitolo del romanzo Catriona. Ispirandosi, invece, al vicino isolotto di Fidra per il capolavoro dell'Isola del Tesoro.

Robert Louis Stevenson

L'Isola del Tesoro, edizione del 1911

Sono luoghi, questi, abbastanza noti e frequentati. Non solo perché vi si affacciano importanti campi da golf. Pare, infatti, che il Gowf sia stato inventato proprio qui, sulla costa orientale scozzese! Anche se la Regina di Scozia Maria Stuarda era un’accanita giocatrice, si arriverà comunque a proibirlo per legge di domenica, giorno riservato alle esercitazioni degli arcieri.

Luoghi rinomati anche per la presenza delle vicine rovine dello splendido castello dei Douglas: Tantallon, circondato per tre lati da inaccessibili alte scogliere e dal mare. 

L'isolotto di Bass Rock costituiva il "tappo" di un antico vulcano. Nella parte meridionale digrada su tre terrazze naturali. In estate è meta di numerosi visitatori, che devono però limitarsi ad osservarlo dalle imbarcazioni, per l’impossibilità di sbarcarvi senza una speciale autorizzazione. Da lontano è chiaramente visibile una costruzione, che incorpora un faro. Ma anche le miriadi di uccelli, che vi nidificano e che, con i loro volteggi senza fine, “incapsulano” l'isola. Una massiccia presenza che offre all'osservatore la sensazione di trovarsi di fronte ad un'immensa cupola bianca, sia pure “traforata” in più punti.

Le sule sono gli uccelli maggiormente presenti sul Bass. Fin dai tempi antichi hanno costituito una pressoché inesauribile risorsa di cibo. Intorno al 1650 uno di questi uccelli marini costava 1 scellino e 8 pence. Annualmente ne venivano abbattuti in gran numero: 1.118 nel 1674, quasi 2.000 nel 1850, quando la caccia iniziò a scemare. Oggi il 10% di tutte le sule nord-atlantiche (80.000 esemplari) è concentrato su questa superba roccia, che non a caso ha dato loro il nome: Sula Bassana. Probabilmente sarebbe stato più appropriato chiamarli: “uccelli-razzo”, aggiungendovi, magari, un… “sommozzatori”!

Grazie alla loro grande apertura alare (un paio di metri), le sule si gettano a capofitto nell’acqua alla vertiginosa velocità di 144 kmh, raggiungendo i 9 m di profondità, con un impatto così violento da stordire il pesce. Un singolare exploit reso possibile da un cranio resistente più di un casco da motocicletta e dalla presenza di “borse” per la gola, che si gonfiano come air bags

All’inizio l'isola fu un rifugio per eremiti. San Baldred, discepolo di san Mungo, qui inviato nel VII secolo d.C. per convertire i pagani, vi si ritirava per pregare e meditare in totale solitudine.

I primi proprietari dell'isola, di cui abbiamo qualche traccia, appartengono alla famiglia dei Lauder, giunti in Scozia nel 1056 con Malcom Canmore. I Lauder del Bass furono fedeli seguaci della casa scozzese degli Stuart, tanto che il Signore del Bass avrebbe accompagnato Maria, Regina degli Scozzesi, quando nel 1567 si arrese agli inglesi. A quel tempo l’isola, strategicamente posizionata all’ingresso del Firth of Forth, aveva una guarnigione di un centinaio di soldati, anche francesi.

Nel 1405 nella "terrazza" inferiore si costruì una fortezza, che nel 1672 diventerà un penitenziario per prigionieri politici. Nel 1691 basteranno, comunque, solo quattro Giacobiti a tradurre in realtà il colpaccio, proibito e fantastico, che ogni recluso sogna in cuor suo. Impossessandosi incredibilmente di fortezza e isola… Grazie ai successivi rinforzi e rifornimenti francesi, saranno anche in grado, non solo di rintuzzare gli assalti, ma perfino di saccheggiare le navi in transito… Solamente l’arrivo di due navi da guerra (e altre minori) li costrinse nel 1694 ad arrendersi. “Con tutti gli onori”, però, poiché saranno amnistiati! Così, per timore di ulteriori ribellioni, nel 1701 per precauzione il forte sarà distrutto dagli inglesi. Nel 1706 Sir Hew Dalrymple, Lord Presidente della Corte Suprema e Primo Barone di North Berwick, lo acquistò poco prima che il Parlamento scozzese si sciogliesse (1707). L’attuale proprietario è un suo discendente.

Nel 1902 sul sito dell'antica fortezza fu costruito un faro progettato da un membro della “dinastia” degli Stevenson: Charles Alexander. Un profondo e straordinario legame ha infatti unito, nei secoli, ben cinque generazioni di Stevenson, che hanno dato alla Scozia otto ingegneri specializzati in fari. Oltre, naturalmente, al celebre scrittore.

Robert Stevenson, nonno dello scrittore 

Un eccezionale contributo che travalicherà lo stretto ambito regionale, finanche in ambiti diversi da quello marittimo: strade, ponti, porti, ferrovie, canali, ecc. Robert Stevenson (1772-1850), l’omonimo nonno dello romanziere, nel 1808 venne infatti nominato Ingegnere per la Northern Lighthouse Board. Un secolo dopo la società da lui fondata progetterà i fari di Bass e di Fidra! Gli zii Alan e David, il padre Thomas, i cugini David Alan e Charles Alexander, il nipote David Alan sono gli altri anelli di quest’insolita catena, alla quale si aggiunge Thomas Smith, che in terze nozze sposerà Jean Stevenson, vedova del bisnonno dello scrittore. Sarebbe stato proprio lui, l’outsider, a diventare il primo ingegnere della Commissione Fari

Nel XX secolo e fino al 1988, quando il faro verrà automatizzato, i suoi tre guardiani saranno così gli unici ad abitare l'isolotto.

La "terrazza" intermedia contiene le rovine della cappella dedicata a san Baldred, mentre quella superiore fu usata dalla guarnigione come orto.

[L'anno dopo avrò modo di visitare, o di vedere, tre fari costruiti dagli Stevenson. 

I primi due nelle isole Shetland: quello di Sumburgh del 1821, ideato dal nonno di R.L.Stevenson. Non era stato ancora automatizzato. Il secondo, quello di Esha Nesscostruito da David Alan Stevenson nel 1929. Venne automatizzato nel 1974. Dall'esterno osserverò la sua torre alta 12 metri.

Poi, sorvolando le isole settentrionali delle Orcadi, dal finestrino dell'aereo riuscirò a vedere il faro di Start Point. Costruito nel 1806 sempre dal nonno di Robert Stevenson nella bassa isola di SandayVenne automatizzato nel 1962] 

 IL CASTELLO DI TANTALLON


Dall'alto delle rosse mura e delle torri del prospiciente e storico castello costiero di Tantallon, rimaste fortunosamente ancora in piedi, ho una formidabile veduta su Bass Rock.

Le mura occidentali del castello di Tantallon. Qui un tempo c’erano le stanze, la cucina e il forno. Sullo sfondo Bass Rock e, fuori campo sulla sinistra, l'Isola del Tesoro di Stevenson (isolotto di Fidra) (© Franco Pelliccioni)

Il castello è del XIV secolo (nel 1374 William, Primo Earl di Douglas e Mar, scrisse: "dal nostro castello di Temptaloun") e venne pesantemente ristrutturato nel 1529. Storicamente le sorti dello splendido maniero hanno seguito strade parallele, se non addirittura convergenti, a quelle del Bass, anche se con più determinazione. Poiché i Douglas-Angus, Signori di Tantallon, spesso e volentieri si legarono, non solo politicamente, agli inglesi. Subendo perciò attacchi, ritorsioni e cannoneggiamenti, anche dal mare, sia da parte scozzese, che inglese. Come nell'assedio del 1491 da parte di Re Giacomo IV, quando dalla non lontana Largo arrivò la nave reale Flower, bloccando l'accesso dal mare. O come in quello del 1528, ad opera di Giacomo V.

Per periodi più o meno lunghi il castello rimarrà, comunque, saldamente in mano reale. Sarà consegnato ad un Capitano solo allorché i Douglas-Angus saranno esiliati in Inghilterra. Salvo restituirlo, al loro rientro in Scozia.

Il filo doppio che legò i Douglas agli inglesi si manifestò chiaramente nel 1543: si voleva depositare a Tantallon un tesoro necessario per corrompere funzionari, nobili e quant'altri fossero stati in grado di aiutarli a distruggere la Scozia. O l’anno dopo, allorché nel Firth of Forth si inviò una flotta, per recuperare i due figli di Sir George Angus.

Nel 1548 in uno scontro navale con gli inglesi, nello specchio di mare tra il Bass e Tantallon venne affondata una galera francese. Anche i cannoni del castello parteciparono alla battaglia, facendo però fuoco… sulle navi inglesi! Gli addetti ai pezzi ("the gunnares of Temptalloun that war schutand at the Inglishe schippis") in quell’occasione ottennero un premio di 14 scellini. Nel 1566 Maria ordinò che il castello fosse consegnato ai Lords “giovani e anziani” del Bass: "the lordis of the Bas elder and younger". Si ricorda ancora come nel 1588 per malattia moriva, all'età di 34 anni, Sir Archibald Angus, ottavo Earl della dinastia. Secondo voce di popolo la morte sarebbe stata provocata da una fattura di Agnes Sampson. Una strega che, dopo l’incarcerazione nel castello di Edimburgo, sarà giustiziata ad Haddington.

I soldati del Generale Munk, dopo dodici giorni di furiosi cannoneggiamenti, distrussero infine il castello nel 1651, liberando numerosi prigionieri inglesi. Compresi i marinai della nave catturata a gennaio dal Capitano del Forte del Bass. Alcuni anni dopo, nel 1657, ancora si accennava a guarnigioni dislocate sia nel Bass, che a Tantallon: "Tymptallon and the Bass one company of 35'". L'importanza strategico-militare del castello era comunque venuta decisamente meno. Nel 1699 fu comprato, assieme al titolo, dal solito Sir Hew Dalrymple, che lo lasciò andare in rovina. Poiché lo utilizzò come cava per costruire la vicina fattoria e i muretti di cinta…      

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domenica 21 agosto 2022

57. IL RAPPORTO NATURA-CULTURA TRA I POPOLI A "TECNOLOGIA SEMPLICE": CACCIATORI-RACCOGLITORI, COLTIVATORI, ALLEVATORI

 

Boscimani (San) della Namibia, 2017 (CC Some rights reserved, Rüdiger Wenzel) 

IN OCCIDENTE E NEL TERZO MONDO

Come ben sappiamo, il rapporto che da secoli si è instaurato nel mondo euro-occidentale tra natura e cultura, tra l'ambiente e l'uomo, è stato solo di tipo conflittuale: dominazione, sfruttamento, consumo, rapina, sia concretamente, nei fatti, sia negli atteggiamenti culturali (ideali, mentali). Come antropologo non posso che concordare con quello che altri: ecologi, geografi, sociologi, economisti, filosofi, storici, hanno già, e da tempo, individuato come un assioma storicamente determinatosi. Il mio compito adesso è quello di dare voce anche alle culture "altre", cioè ai popoli e alle culture del Terzo Mondo, per vedere più da vicino quello che risulta essere anche il loro rapporto uomo-natura. In proposito va premesso quanto segue: in un mondo superdegradato e in preda a mille angosce e paure esistenziali, qual è il nostro, non possiamo ritenere che i popoli "diversi da noi" (cacciatori-raccoglitori, coltivatori e nomadi pastori) abbiano un rapporto di tipo idilliaco con la natura. Da molte parti e da diverso tempo stiamo assistendo ad una sorta di rinascita del mito del bon sauvage, quasi sempre connesso e mirato, oggidì, all'ambiente che lo circonda. Altre volte, come nel caso dell'indio amazzonico, in toto. Alcune osservazioni sono perciò d'obbligo e successivamente, parlando delle problematiche ambientali, saranno riprese e ulteriormente puntualizzate.

I "nuovi" miti attraverso le lenti dell'Occidente

Non credo che sia il caso di mitizzare il rapporto uomo-natura, esistente tra i cosiddetti "primitivi", come in altre epoche si è idealizzato lo stesso "selvaggio". Molto semplicemente si può affermare come l'uomo, sempre e dovunque, abbia visto il contesto ambientale come un contenitore da sfruttare, onde poter sopravvivere. Ma ci sono delle differenze in questo, alcune fondamentali, altre d'importanza secondaria. Vediamo ora quali siano. Raggruppando i gruppi a "tecnologia semplice", secondo la classica tassonomia, che si basa sull'attività economica perseguita: cacciatori-raccoglitori, coltivatori, allevatori.

Il rapporto natura-cultura presso i popoli cacciatori raccoglitori

"Il mio cuore è tutto felice, il mio cuore si gonfia nel cantare, sotto gli alberi della foresta, la foresta che è la nostra casa e la nostra madre" (canto dei pigmei Mbuti dell'Ituri, Zaireda TURNBULL C.M. 1978, Man in Africa, London: Pelican Books)

"La foresta è un padre ed una madre per noi e come un padre ed una madre ci dà ogni cosa di cui necessitiamo - cibo, vestiti, riparo, tepore... e affetto. Normalmente ogni cosa va bene, perché la foresta è buona con i suoi figli, ma quando le cose vanno male ci deve essere una spiegazione" (detto da: Moke, pigmeo Mbuti) (da: TURNBULL C.M. 1977 (1972), Il popolo della montagna)

Paul Schebesta con due uomini Mbuti- World Museum Vienna, Austria - CC BY-NC-SA. 

https://www.europeana.eu/item/15504/VF_62288

Le bande - o gruppi con un massimo numerico di individui tale da consentire lo sfruttamento ottimale dell'ambiente circostante - di cacciatori-raccoglitori, sparse in diverse aree del pianeta, esercitano un'attività economica, che è di tipo acquisitivo puro e semplice. Cioè, come potremmo dire noi occidentali, non produttivo ma parassitario. Esse utilizzano ciò che si trova nell'ambiente: radici e tuberi, frutti spontanei e vermi, insetti, miele selvatico e selvaggina. In una parola tutto ciò che è commestibile. Altre volte si aggiungerà, praticata nelle radure delle foreste, anche un tipo di orticoltura semi-spontanea. Il rapporto natura-cultura tra questi popoli (indios amazzoniciboscimani del Kalahari, aborigeni australianieschimesi (Inuit)pigmei asiatici e africani, ecc.) potrebbe essere definito di tipo armonico, anche se certamente non è idilliaco. Come ben sanno gli etno-antropologi, in particolare coloro che hanno direttamente studiato e perciò hanno condiviso, per un periodo della loro vita, il ritmo esistenziale di queste popolazioni, tra le mille difficoltà di ogni giorno: nella caccia, nel reperimento dell'acqua da bere, nei lunghi, pericolosi e faticosi spostamenti, ecc....

Ho detto che si prende ciò che si trova e per farlo bisogna sapere dove, come, quando, e che cosa poter prendere... Questi gruppi umani hanno una conoscenza del territorio, delle piante e degli animali, estremamente particolareggiata. Qui etnoscienza ed etnomedicina sono assai sviluppate.

Il rapporto natura-cultura presso i popoli coltivatori della savana e della foresta

"Hii saa Brii Mau-Yaang Gôo", "abbiamo mangiato la foresta della pietra genio Gôo"(...) indica a Sar Luk [villaggio Mnong di Yoo Sar Luk, Vietnam] l'anno 1949, o più esattamente l'anno agricolo che va dalla fine di novembre del 1948 ai primi di dicembre del 1949 (...)

Divora, o Fuoco fino al midollo, divora le foglie fino all'anima. Io imito l'Antenato di un tempo, imito la madre di ieri, imito l'Avo di altri tempi. Mi hanno insegnato a soffiare il fuoco dei Rnut: così io soffio. Il fuoco dei Rnoh mi è stato insegnato ad accendere, così io lo accendo (...) Io taglio il figlio della Pianura, ad imitazione degli Antenati; abbatto il figlio dell'Albero, ad imitazione degli Antenati; dissodo la foresta e la boscaglia ad imitazione degli Antenati" 

(da CONDOMINAS G. 1960, Abbiamo mangiato la foresta, Milano: Baldini e Castoldi)

Villaggio Mnong, Vietnam, 2016 (CC, Some rights reserved, Clover9527)

Sono popoli che con la natura hanno un rapporto che dovrebbe essere di tipo conflittuale, nel "concreto". Anche perché la tradizionale metodica che impiegano è quella dello slush and burn, cioè del taglia e brucia. È così che, anno dopo anno, numerosi gruppi umani si "mangiano" letteralmente intere sezioni di foresta o di savana. Spostando continuamente i propri insediamenti fino a che, alla fine del ciclo, dopo un certo numero di anni, si ricomincerà nuovamente a lavorare sul primo terreno.

Il legame che si instaura con la natura è però mitigato da molti fattori culturali: gestione comunitaria dell'attività coltivatrice, dettata dal possesso (e non dalla proprietà) degli appezzamenti dei terreni.

La terra presso questi popoli è la "Madre Terra". Cioè là dove sono sepolti gli antenati e dove torneranno gli individui di tutte le generazioni, presenti e future. È sempre la Terra che darà, anno dopo anno, i buoni frutti dei raccolti.

La terra, a causa di questa sua "doppia" sacralità: la terra che sfama i vivi e che accoglie nelle sue braccia i defunti, appartiene di norma alla comunità, all'intera comunità. Solo il possesso rimane agli individui per l'uso esclusivo della coltivazione.

Quando la cooperazione internazionale ebbe l'idea di creare nei PVS (paesi in via di sviluppo) [in seguito saranno anche definiti in "via di sottosviluppo"…!], il sistema cooperativistico, allo scopo di sfruttare più efficacemente i terreni agricoli secondo il punto di vista europeo, non ha fatto altro che sfondare una porta già completamente aperta. Da sempre!

Albert Abril in Amazzonia con una famiglia Zo'è, 2007 (CC, Some rights reserved: Albert Abril)
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Il giornalista catalano Joan Albert Abril i Pons, corrispondente di guerra, documentarista e regista, già docente universitario, ha effettuato diverse spedizioni tra le tribù indie amazzoniche contattate negli ultimi anni da missionari e dal Funai brasiliano: Xipaià (1999), Kaiapó (1999), Araweté (1999), Sateré-Mawé (2003), Zo'è (2007-2010), Ero completamete all'oscuro dell'esistenza di questo piccolo gruppo indio del Parà, Un nome che immediamente non potevo che associare alla striscia a fumetti di "Arturo e Zoe", letti da bambino. D'altronde il primo contatto con il mondo esterno di questi indios risale solo al 1982 e quello "definitivo" al 1987. L'etnonimo significa "noi". 
Queste due foto sono le uniche che è possibile pubblicare, poichè prive di copyright. Anche se alcuni diritti sono riservati (i nomi degli autori). 


Due donne della tribù Zo'é dello Stato brasiliano del Pará, 2013 (CC Some rights reserved: Danielzsilva
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Facendo ulteriori ricerche sul Web, sia su Abril (su Wikipedia figura anche come April...), che su questo gruppo etnico, mi sono imbattuto su un articolo pubblicato a gennaio. Il suo titolo, ma soprattutto l'immagine d'apertura del "pezzo", mi suonava invece molto famigliare... Perchè il fatto mi aveva allora commosso! Anche i nostri telegiornali l'avevano riportato. Certo non sapevo,  allora, come i due indios visti in televisione appartenessero proprio all'etnia Zo'é. 

Il loro è stato uno straordinario caso di amore filiale: Tawy   ha infatti portato sulle spalle, per farlo vaccinare contro il Sars Cov 2il padrsessantasettenne Wahu. Impossibilitato a camminare, a causa della sua artrosi alle ginocchia. Attraversando la giungla, guadando fiumi, salendo sulle colline. Un tragitto durato, tra andata e ritorno, ben dodici ore,   

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È stata invece l'introduzione, ai tempi del colonialismo, di un sistema economico basato sul mercato e sulla moneta, e quindi anche sulla proprietà individuale, sull'imposizione delle tasse e sull'enorme diffusione della monocoltura, utile al mercato metropolitano, a creare una falla, tuttora aperta, in molte aree del mondo, che solo l'"innovatrice" idea delle cooperative ha contribuito, in qualche modo, a tamponare. Ritornando, sia pure in parte, alle antiche, tradizionali concezioni della terra comunitaria.

Ho sostenuto come questi popoli abbiano un rapporto conflittuale con l'ambiente, anche se le tecnologie tradizionalmente impiegate, nei tempi tradizionali (a parte i diboscamenti, che oggi non sono cosa da poco), in realtà non recano gravi danni all'ambiente.

Si può altresì affermare come i gruppi umani dediti alla coltivazione facciano ricorso alle istituzioni magico-religiose al fine di instaurare idealmente e ritualmente, cioè culturalmente, un rapporto diverso, in fondo più rispettoso dell'ambiente. Le rappresentazioni individuali e collettive dei coltivatori, nonché gli elementi magico-religiosi da essi "attivati", denotano, quindi, una forma rispettosa della natura.

In conclusione, se da un lato l'ambiente viene forzato con tagli, incendi, diboscamenti, dissodamenti, ecc., dall'altro la cultura cerca di porre idealmente riparo alle "ferite" inferte. Utilizzando altri strumenti, non tecnologici, ma cultuali, rituali. Facenti sempre parte della medesima cultura alla quale appartengono singoli individui e gruppi.

Il rapporto natura-cultura: presso i popoli nomadi "puri" e transumanti

"Ring Giir, Il Grande Biancofiore, Mio padre Ring, fu chiamato da suo padre. Egli lo fece sedere al suo fianco, lo carezzò e gli disse queste parole: "Figlio, Ring, là c'è il bestiame, O figlio, il bestiame è la prosperità dell'uomo. Mio Nonno aveva un wut (cattle camp), il suo campo divenne ricco di mandrie e di uomini, le stelle si riempirono di vacche..." (canto dei Ngok Dinka, Sud Sudan)

(da: DENG F.M. 1971, Tradition and Modernization. A Challenge for Law among the Dinka of the Sudan, New Haven and London: Yale University Press)

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Nel marzo del 1979 a Khartoum ero in attesa di recarmi nella cittadina meridionale di Malakal, ad 850 km più a sud. Dapprima attraversando il deserto in jeep per un’intera giornata, poi risalendo il leggendario Nilo Bianco, a bordo di un vetusto battello a pale posteriori, per quattro fantastici giorni.


Tra i miei numerosi impegni e incontri programmati a Roma (Ambasciata, Alitalia, Agip, Università, Missionari), era previsto che incontrassi, per via protocollare, il Ministro di Stato per gli Affari Esteri Sudanese nel suo Ufficio. Grazie all’interessamento, sia dell’Ambasciata del Sudan a Roma, che di quella italiana a Khartoum. Non per un fatto meramente elitario o snobistico. Ma perché il Ministro, oltre ad essere lui stesso un antropologo, era il massimo interprete del popolo dei Dinka, al quale appartiene. Suo padre, Majok Deng, era il Paramount Chief dei Ngok Dinka del Kordofan.

Ma Francis Mading Deng (1938- ), autore del libro da me sopra citato, era ed è stato molto più di un antropologo. Perché è stato un diplomatico (Ambasciatore del Sudan in Canada, Stati Uniti, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia), uno scrittore, un politico e, dal 2012 al 2016, primo Ambasciatore del Sud Sudan (indipendente dal 2011) all’ONU. Ha studiato e si è laureato in diverse Università. Come quella di Khartoum, Yale (USA)il King’s College e la School of Oriental and African Studies di Londra. Infine ha scritto oltre una trentina di libri: giuridici, sui diritti umani, di antropologia e folklore, storici, politici. Nel 1979 in suo cursus honorum era già abbastanza ricco. Certo non come oggi…


Quello straordinario incontro di decenni fa è stato invero emozionante per il giovane studioso. Davanti a me avevo una figura che riusciva bene ad incarnare la tradizione della propria gente, coniugandola con la modernità. Collegando il passato al presente. Ma soprattutto al futuro. Come poi si verificherà puntualmente. Allorché il Sud Sudan diverrà finalmente indipendente. Nonostante tutti i sofferti e travagliati trascorsi storici.


Interessato al mio precedente studio sulla cittadina kenyota di Isiolo, fu prodigo di consigli su Malakal. Altra cittadina multietnica e multiculturale. Dove convivevano, allora pacificamente, le genti del Sud, come i Nilotici allevatori Dinka, Nuer, Shilluk, Anuak, ma anche i Nuba del Kordofan. Oltre agli arabi (od arabizzati) del Nord.

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Uomini Dinka con lance, collane e bracciali, Kodok, Sud Sudan
                       The Swedish Rhodesia-Congo Expedition (1911–1912): Rosen, Eric von  (1912). Från Kap till Alexandria: Reseminnen från svenska Rhodes.The National Museums of World Culture (Världskulturmuseerna)Stockholm / Göteborg
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Eric von Rosen (1879-1948) è un personaggio a dir poco singolare. Infatti è un ricco conte. Possiede il castello di Rockelstad (XIV secolo). È pilota d'aereo. Sarà addirittura il futuro cognato di Göring. Ma è anche un esploratore ed etnografo. Dopo aver effettuato nel 1900 una spedizione in Lapponia, partecipa alla Spedizione Svedese Chaco-Cordillera, 1901-1902: Argentina-Bolivia) diretta da Erland Nils Herbert Nordenskjöld, figlio del grande esploratore artico Nils Adolf Erik Nordenskjöld, Missione che riceverà anche il suo prezioso patrocinio. Nel 1909 effettua un’altra spedizione dal Capo ad Alessandria, marciando quasi sempre a piedi. La foto si riferisce invece a quella organizzata nel 1911-12, per studiare i poco conosciuti pigmoidi Batwa nei pressi del lago Bangweolo, al confine con il Tanganyika (oggi Tanzania).

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Ragazza Dinka, ca. 1877-1880, di Richard Buchta (Pitt Rivers Museum, Oxford)

Quello che è stato detto per i coltivatori, può essere esteso ai gruppi umani che si dedicano ad un'economia di allevamento. Essi sfruttano i prodotti forniti dagli animali (latte, sangue, sterco) e gli animali stessi, sia morti (carni e pelli) che vivi (trasporto), e utilizzano i territori percorsi: stagionalmente (transumanza), ciclicamente (pastorizia seminomade) o semplicemente "itinerante" (pastorizia nomade), per sfruttare fino in fondo tutte le possibilità di pascolo ivi localizzate.

Anche presso questi popoli ci sono meccanismi culturali autogiustificativi e discolpanti del proprio comportamento nei confronti della natura, che fanno sì che essi vengano ritualmente attivati (medianti sacrifici et alia), allo scopo di rimanere, sia pure idealmente e, quindi, culturalmente, in armonia con l'ambiente e con il mondo animale e vegetale, che dà loro modo di sopravvivere.

In conclusione

I tre "tradizionali" approcci dei popoli "altri" all'ambiente ci mostrano un rapporto e un'interazione che non è mai di totale sfruttamento, nel concreto e idealmente. Nei confronti della natura non esiste una mentalità, un atteggiamento che è sempre e solo di competizione, di rapina, di mero sfruttamento.

Se da una parte si acquisiscono i prodotti del sottobosco, del bosco, delle steppe semi-desertiche e del deserto - sabbioso, roccioso, ghiacciato - (animali, vegetali), dall'altra si raccolgono i prodotti della coltivazione e dell'allevamento.

Nel primo caso la relazione con la natura è di rispetto, sia concreto, che "ideale", mentre negli altri due esiste una qualche discrasia tra l'agire concreto (negativo) e ideale (positivo). Il rispetto è solamente ideale.

Il Lanternari dedicò un interessante e corposo studio alle feste cosiddette di Capodanno presso i popoli cacciatori, pastori e coltivatori. Esse mostrano chiaramente quanti e quali siano, e in quali occasioni vengano attivati, gli strumenti culturali e rituali delle varie popolazioni. Ne discende che il rapporto uomo-natura e cultura-natura, spesso anche conflittuale, trova sempre una sua catartica armonizzazione, grazie alla ricomposizione di ogni "pedina" nell'ampio alveo della tradizione e della cultura (LANTERNARI V. 1976 (1959), La grande festa. Vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali, Bari: Dedalo Libri).

Da: "UOMINI, GENTI E CULTURE DEL "VILLAGGIO GLOBALE". UNA LETTURA ANTROPOLOGICA DELL'AMBIENTE". La versione integrale è reperibile su: 

https://www.researchgate.net/publication/344854777_UOMINI_GENTI_E_CULTURE_DEL_VILLAGGIO_GLOBALE_UNA_LETTURA_ANTROPOLOGICA_DELL'AMBIENTE?_sg%5B0%5D=xR_sAXkpyLdirfcqO6kf7f3nXVsykH5ROp2O9QZN8NVmOjn-QI9NI0Gg7AZ5GtTiufZ-ybIuumZ0HYsvjDEGyGmb404NF5V_NxNsRzsq.IldbcG9wxP3qd4cF3TuI8CnrYV_HYMSb2dPpfO8inwcALgg2StziIG1diiMs1KQHIWQuy6v_9UFymrP9-b3hgQ

61 personaggi, oltre ad una spedizione antropologica intercontinentale, svoltasi tra America del Nord e Asia a cavallo tra il secolo XIX e XX, figurano nella mia trilogia: LE GRANDI AVVENTURE DELL’ANTROPOLOGIA (Antropologi culturali, sociali, fisici, applicati, etnologi, etnografi, etnomusicologi, etnostorici)

E-Books


Versioni cartacee

PAGINA AUTORE ITALIA

PAGINA AUTORE USA



 




martedì 16 agosto 2022

56. VISITANDO IL NORSK FOLKEMUSEUM, IL “MUSEO ALL’APERTO” DEL FOLKLORE NORVEGESE (BYGDØY, OSLO), NEL CENTENARIO DELLA FONDAZIONE

Il tetto quasi a pagoda della stavkirke di Gol (Hallingdal), con le sue teste di drago vichinghe scolpite. Norsk Folkemuseum, Oslo (© Franco Pelliccioni)

Per il turista che non ha il tempo e i mezzi necessari per approfondire la conoscenza delle tradizioni architettoniche e folkloriche delle diverse regioni norvegesi, è d'obbligo visitare con estrema attenzione il Museo del Folklore Norvegese a Bygdøy. Sobborgo elegante di Oslo, che ospita anche la residenza reale estiva, il maniero di Kongsgård.

Il Norsk Folkemuseum ha 128 anni di vita. Fu fondato nel 1894 da Hans Aall, che ne divenne anche il suo primo direttore. Dal 1898 si trova nella sua attuale sede, nei pressi della collezione del re Oscar II (nata nel 1881), dal 1907 diventata parte integrante del Folkemuseum. Il primo edificio veniva ricostruito già nel 1899. Tre anni dopo il museo apriva al pubblico.

LA VISITA

Un'intera intensa giornata sarà un tempo appena sufficiente per l’antropologo. Curioso, com'è, di vedere le case, i complessi delle fattorie e le ricostruzioni a grandezza naturale di pezzi autentici e secolari, di storia ed architettura nordica, anche se molte di loro risalgono solo al XVIII-XIX secolo. Preziose testimonianze architettoniche e culturali, in questo modo salvate da un'irrimediabile e deprecabile perdita.

In questo piccolo, seppure molto ampio, microcosmo dello stupendo paese scandinavo, tutti sono stati ricostruiti, pezzo dopo pezzo. Così basta spostarsi solo di qualche metro, al di là di un albero o dietro un angolo di strada, che si cambia regione, vallata, fiordo. Ecco che un’autentica scuola (con i suoi banchi, la lavagna e quant'altro serviva, in un non lontano passato, per imparare a scrivere, leggere e a far di conto) lascia il passo ad una casa di abitazione, con i vari arredamenti per la cucina, la sala del camino, la camera da letto. Oppure ad un fienile. E che dire della stupenda stavkirke (chiesa in legno) di Gol, risalente al 1200? Adesso un forno è celato da un mulino ad acqua. Mentre gli intarsi delle finestre di un edificio a due piani si possono immediatamente paragonare a quelli dei tetti della casa accanto. Ed una nuova vallata prende il posto della precedente. Dove osservo, intagliati sulla cornice di una porta (dørkinni), una vecchia data di costruzione...

In quest’angolo di Oslo, nell'«isola della cultura» di Bygdøy, in realtà una penisola, che i visitatori amano raggiungere con i frequenti vaporetti direttamente dal Rådhusbbrygge, il molo portuale antistante il municipio, il Museo all'aperto espone un’interessante collezione di 140 edifici di varie epoche, dal Medio Evo ai giorni nostri, provenienti dalle diverse vallate e regioni della Norvegia.

Nel tradizionale complesso museale, ma anche nei suoi ampi spazi interni, il Museo ospita mostre permanenti (ambienti delle abitazioni, dal Rinascimento ad oggi; arte rurale; suppellettili; sculture lignee; costumi; arte sacra; utensili agricoli; strumenti musicali) ed esibizioni temporanee.

Nel 1994, anno del centenario, queste erano state particolarmente numerose. Poiché ospitavano settimanalmente mostre tematiche e regionali. All'epoca ho avuto la possibilità di ammirare due mostre straordinarie.

La prima sulla cultura dei Lapponi (Sami): costumi, tende, utensili per la caccia, la pesca e l’allevamento delle renne, oltre ad una tradizionale casa di zolle erbose ricostruita nel 1992 da Jonas Danielsen, allevatore Sami di 64 anni dell’Engerdalin.

La seconda relativa al ricco folklore della fertile regione centrale di Valdres (tra Oslo e Bergen). Con mostre, artigianato, gastronomia, e culminata in manifestazioni all'aperto nella Festplassen, con musiche, danze e canti tradizionali.

Una tipica fattoria del Setesdal (Norvegia sud-occidentale) ha rappresentato il primo complesso da me visitato. Costituisce un modello che viene ripetuto, nel metodo e nella sostanza, nei diversi altri tipi di costruzioni regionali presenti. La dislocazione dei dodici edifici in legno che la compongono rispecchia quella originaria di provenienza, cioè le vallate di Austad, Valle, Hylestad, Bygdland e Skomedal e i centri di Kjelleberg, Ose, Amlid, Brottveit, Rysstad, Rike, Kultran. Le abitazioni sono state collocate ai due lati di una “corte” centrale, così come avveniva prima della riforma agraria norvegese: le residenze da una parte, le pertinenze (magazzini, stalle, ecc.) dall’altra.

La fattoria include due stue (case di abitazione), che denotano come vi abitassero due famiglie. Ma anche due loft ("zona notte") costruite sopra la bur del XVIII secolo (camera a piano terra, adibita a magazzino, ma utilizzata durante l'estate anche per dormirci, come ricorda la presenza del letto nell’angolo). Oltre ad un magazzino, a due granai, a due stalle per le mucche e una per i cavalli e ad una sauna del XVII secolo, in cui è evidente l’intaglio 1600.

Nel mio itinerario Setesdal è seguita dal Numedal, con una stue di Rauland (Uvdal), uno dei più antichi edifici in legno della Norvegia. Risale alla seconda metà del XIII secolo. Sulla porta c’è un’iscrizione runica: “Þorgautr fifil mil gerði” (“Torgaut Fivil mi ha costruito”). Certamente essa non è più recente del 1300. Anche se non sappiamo se la data riguardi l’edificio nel suo complesso o, ben più modestamente, solo l’intaglio in legno.

 La stavkirke di Gol, ca. 1890-1900, Library of Congress, USA 

LA STAVKIRKE DI GOL (HALLINGDAL)

Il "pezzo" più bello dell'intera collezione è, senza alcun dubbio, la stupenda stavkirke di Gol, nell'Hallingdal, a nord-ovest di Oslo. Dalla curiosa forma a pagoda, apparteneva alla collezione reale. Venne qui ricostruita nel 1885, subendo da allora diversi interventi restaurativi. Non ha finestre. L’unica fioca luce che vi penetra proviene dagli occhi delle teste di drago scolpite. Un’illuminazione che a malapena consente di scorgere le decorazioni pittoriche del coro, risalenti al 1652 o qualche runa intagliata sui muri.

La stavkirke è il più antico modello di chiesa norvegese. Fiorì nel meridione - la città di Trondheim ne rappresenta il limite settentrionale - tra il XII e il XIII secolo (anche se qualche prodromo risale al IX secolo). Coincidendo l’epoca con la definitiva affermazione nel paese della religione cristiana. E’ caratterizzata da una struttura a tavole verticali (stav) che, per sostenere il tetto fortemente spiovente, utilizza tronchi-pilastri ancorati nel terreno e disposti parallelamente alle quattro pareti perimetrali. I pilastri reggono un’architrave di appoggio ed ancora altri pilastri. Una successione verticale che dà alla chiesa un’originalissima fisionomia esterna, grazie ai suoi molteplici piani progressivamente rientranti, coperti da tetti spioventi. La sua intelaiatura, come la struttura delle navi vichinghe, fu accuratamente studiata per contrastare  efficacemente il rigido clima nordico. Spesso connotato da tempeste e bufere, che non prevede l’impiego di chiodi, né di parti in ferro. Come nelle imbarcazioni norrene. Il tutto consente, nel suo insieme, una maggiore elasticità e flessibilità strutturale.

LE STAVKIRKER NORVEGESI

La stavkirke è la testimonianza architettonica più originale che questa terra scandinava offre graziosamente al mondo: un tipo di sincretismo religioso-architettonico che riesce a conciliare, durante la sua evoluzione, le forme romaniche (le due teorie di colonne longitudinali, i capitelli cubici, la sopraelevazione della navata centrale rispetto alle laterali, la presenza di presbiterio e abside) alla tradizionale, solida costruzione in legno. Dando vita ad un qualcosa di incomparabilmente unico e stupendo! I motivi ornamentali d’altra parte sono propri della cultura vichinga: figure zoomorfe ad intreccio e stilizzate, che traggono la loro ispirazione più profonda dalla mitologia nordica. Anche se più tardi verranno sostituite da decorazioni più povere. Mentre l’iniziale navata unica sarà gradatamente sostituita da una più alta struttura centrale, separata dalle due laterali da un colonnato. Il tutto però vedrà il coevo ritorno delle tradizionali ornamentazioni. In questa fase ricompaiono le teste di drago poste, assieme alle croci, sulla sommità degli edifici.

Simili a mostri ricoperti di scaglie, le stavkirker si elevavano tra le vallate e le montagne nel paese dei fiordi. Slanciandosi orgogliosamente al di sopra delle prime costruzioni in pietra, con le loro teste di drago dalle fauci spalancate sui frontoni. Come quelle che ritroviamo sulle prue delle “lunghe navi” vichinghe.

Intorno al 1300 le chiese di legno esistenti in Norvegia erano più di 650. Già nel secolo successivo la maggior parte di esse era in rovina. Tra il XVII e il XIX secolo molte furono abbattute per far posto ad edifici più grandi. Attualmente esistono 32 stavkirker, compresa una situata in Polonia. Di queste 27 sono rimaste nei siti originari, mentre cinque sono state smontate e ricostruite altrove come chiese-museo. Come la Vang Kirke di Grindaheim (Valdres). Riassemblata nel 1842 a Brückenberg, in Slesia (un tempo Prussia, oggi Polonia).

La stavkirke di Vang, cartolina del 1900


Chiesa di Vang, sezione trasversale e longitudinale (di Ludwig Böttger, 1891, Zeitschrift für Bauwesen 41. Ministerium der öffentlichen Arbeiten, Berlino)

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La storia del suo “trasloco” ha dell’avventuroso. Specialmente pensando che è avvenuto nella prima metà del XIX secolo.

Il pittore Johan Christian Dahl, dopo aver acquistato la chiesa di Vang nel 1841, convince re Federico Guglielmo IV di Prussia a riedificarla a Potsdam. Contrassegnati e imballati tutti i pezzi, a settembre nel Sognefjord sono caricati a bordo di una nave, che giungerà a Stettino dopo due mesi di navigazione. Qui saranno trasferiti su una chiatta e, una volta a Berlino, verranno immagazzinati nell'Altes Museum. Ma non andranno più a Potsdam. Saranno invece trasferiti a Brückenberg, un villaggio del Riesengebirge, tra i Monti dei Giganti (oggi Karkonosze). Nella primavera del 1842 i materiali riprenderanno il loro lungo e complesso viaggio a bordo di una nuova chiatta, che lentamente risalirà l’Oder, fino alle pendici delle montagne. Dove con un carro saranno portati fino a Krummhübel e, infine, a Brückenberg (885 m slm). Villaggio a metà strada tra Krummhübel e lo Schneekoppe. 

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Ventitre anni dopo, nel 2017, avrei avuto l'opportunità di andare ad ammirare la stavkirke di Vang, nel corso del mio secondo viaggio in Polonia. Da Breslavia (Wroclaw) un'escursione giornaliera mi avrebbe infatti portato fino alle montagne Karkonosze e a Brückenberg

Da Roma, dopo aver visto un interessante documentario televisivo, avevo invece deciso di visitare l'incredibile complesso militare, scavato sotto le montagne, di Osówka. E' stato aperto al pubblico nel 1996. E' composto da una rete di tunnel (1.750 m di lunghezza e un'area di 6.700 mq). E questo complesso è solo uno dei numerosi sistemi di tunnel costruiti tra il 1943 e il 1945 dai nazisti, nell'ambito del progetto Riese. Tra l'altro era collegato al castello di Książ (dove nei sotterranei sono stati scavati ben due livelli di tunnel), sito a 30 km di distanza. Probabilmente il tutto doveva servire come Quartier Generale deFührer.

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La visita al museo termina nella Natås skole. Una scuola proveniente da Lindås, nell’Hordaland, costruita subito dopo la legge scolastica del 1860, che aveva messo fine all’insegnamento primario affidato da ogni parrocchia (o impresa avente più di 30 operai) a maestri ambulanti, a partire dal 1827. E’ costruita come un'unità residenziale di una fattoria. La camera principale è in tronchi sovrapposti ed è unita alla kove, una camera più piccola, per l’insegnante.

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A proposito dei "Musei all'aperto" del Nord Europa

Nel corso dei miei viaggi, pur andando ovviamente a visitare anche i Musei "generalisti", d'arte, storici e archeologici, tendo a privilegiare quelli Etnografici-Antropologici e i Marittimi. Quando invece il mio itinerario mi ha portato verso il nord Europa, ad essi non posso non aggiungere anche quelli all'aperto. Così, dopo Oslo, già in quell'anno visiterò nel Nord Norge il Folkeparken di Tromsø. Tappa intermedia obbligata del mio avvicinamento alle isole Svalbard

Negli anni successivi mi troverò invece a "vagabondare" nello Árbæjarsafn (Reykjavík, Islanda), Skansen (Stoccolma,   Svezia),  nello Seurasaari (sull'isola omonima, Helsinki, Finlandia), nell'Eesti Vabaõhumuuseum (Tallinn, Estonia), nello Latvijas Etnogrāfiskais brīvdabas muzejs (sponda del Lago Jugla, Riga, Lettonia)in quello dell'isola di Kiji (Lago Onega, Carelia russa, Russia ), o nel ben conosciuto Zaanse Schans olandese.  

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I popoli della Fennoscandia  (Norvegia settentrionale: Sami - Lapponi -, Kvens e Careli finlandesi), e l'Architettura nordica tradizionale e innovativa, autoctona e non, figurano nel mio libro Amazon: 

Qui Base Artica Dirigibile Italia, Svalbard. Dalla Terra degli Orsi Polari una Rassegna e un Inventario Culturale dei Popoli del Grande Nord

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362. SOMMARIO DEFINITIVO DEL VOL. II (MEDITERRANEO) DEL LIBRO: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO (ESERGO COMPRESO)

  Figura 77. Il Palazzo dei Gran Maestri [ RODI ] fotografato con il teleobiettivo dalla Torre dell'Orologio. È evidente perché sia stat...