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sabato 13 agosto 2022

55. I PINGUINI DELL'EMISFERO SETTENTRIONALE

 

La Grande Alca. Incisione di Thomas Bewick, in: A History of British Birds, Volume 2, 1804

Fin dalla mia lontana indagine nelle isole scozzesi delle Orcadi, un pensiero mi ha costantemente accompagnato, a mo' di "tormentone", in tutti questi anni. Portandomi ad approfondire luoghi, circostanze, fatti, costumi e storia. 

L'antropologo, calatosi nei panni di uno Scherlock Holmes, indagando tra natura-storia-etno-antropologia, fame e… passate infamie, è andato di isola in isola, di arcipelago in arcipelago, da una sponda all'altra del grande oceano: Orcadi, Terranova, Fær Øer, St. Kilda, infine Islanda. Mettendosi testardamente sulle tracce… di un curioso animale scomparso. 

Nel tempo ho così osservato, avvicinato, conosciuto alcuni tra i luoghi dove si riproduceva. Qua uno scoglio, là una ripida scogliera, poi un isolotto, infine una grande isola. Tutti gli indizi in mio possesso facevano sì che esso fosse dato per estinto da oltre un secolo. Ma prove sulla sua esistenza non ne avevo, se non in qualche antica raffigurazione. D'altronde non era proprio così che affermavano, nel XIX secolo, alcuni studiosi con ipocrita sicumera? L'animale non era mai esistito. Chi l'aveva visto, aveva guardato male. Quindi, un puro parto di fantasia, forse solo un mito o una leggenda. Insomma, un altro dei tanti kraken dei sette mari, sia pure molto bonaccione. 

Eppure esso mi apparirà nel 1998. E' "solo" un grande uccello. Per le sue dimensioni, assomiglia a un pinguino. E ai piedi ha la sua discendenza! Un uovo… Ma non lo sta fecondando. Nonostante sia un esemplare sano e salvo - dagli altri, gli umani -. E' sì, ben conservato, ma anche altrettanto "impagliato". Al di là di una vetrina che gelosamente lo custodisce. Ricordandolo ai visitatori come uno tra gli ultimi esemplari di quella razza ancora visibili, sia pure all'interno di un'istituzione. 

Ecco infine l'alca gigante (Pinguinus Impennis), detto anche "uccello-lancia" (il geirfugel  vichingo), "becco-lancia" (spearbill - inglese - o arponaz - basco -) o, più comunemente, "pinguino del nord", nel Náttúrufræðistofnun Íslands, il Museo di Storia Naturale di Reykjavík.

L'alca gigante, appartenente alla famiglia degli alcidi, come urie e puffini, la cui presenza in Atlantico è ancora fortunatamente numerosa, aveva una caratteristica: quella di avere solo dei moncherini di ali, che non gli consentivano di volare. Ma di immergersi e di nuotare sott'acqua per catturare i pesci fino alla ragguardevole profondità di 100 m. 

Insomma, più che un uccello, ci troviamo di fronte ad una sorta di sommozzatore, che prendeva terra solo per  riprodursi, per poco più di un mese. 

Aveva un corpo grande (era alto 70 cm), grasso e muscoloso e sul terreno si muoveva con una buffa andatura ballonzolante da ubriaco. E per secoli, direi anche millenni, ha costituito un ottimo e abbondante bocconcino per gli umani. 

Perché si sono ritrovate rappresentazioni di alche nei graffiti rupestri norvegesi - 6200/2500 anni fa -. Ma anche numerosissime ossa nelle sepolture degli Indiani Marittimi arcaici di Port-aux-Choix, a Terranova - 4290/3500 anni fa -. Come avevo osservato nelle vetrine del Visitor Centre del Port au Choix National Historic Site. 

Eppure per secoli le colonie esistenti da una parte all'altra dell'Atlantico non avrebbero risentito di questa caccia.

Anche perché i singoli superpredatori umani "piluccavano" sul posto solo quanto bastava loro per la sopravvivenza. Non si erano ancora organizzati in gruppi per sterminarli scientificamente. 

Fino al tempo delle grandi imprese esplorative e commerciali dirette verso il Nord America. Ricordo solo: Jacques Cartier: "ognuna delle nostre navi ne ha messi sotto sale quattro o cinque barili, senza contare quelli che siamo riusciti a mangiare freschi" (1534) e Samuel de Champlain: "uccelli così abbondanti che si possono ammazzare a bastonate"(1620). 

Le colonie degli uccelli esistenti in Nord America davano modo agli equipaggi delle navi, che si avventuravano in quei mari subartici, di rifornirsi con  facilità di uova e carne. Le navi ben presto presero l'abitudine di ancorarsi nei pressi di alcune località ben specifiche, e gli uccelli, non solo i pinguini, diventarono l'alimento preferito di pescatori e, poi, degli stessi coloni. Più tardi ci si sarebbe riforniti anche per il viaggio di ritorno. Era infatti regola comune, per l'armatore, rifornire le navi di cibo per la sola andata.

Lo sterminio delle alche giganti si sarebbe terribilmente velocizzato quando: si iniziarono a raccogliere le uova fresche, distruggendo tutte le altre deposte da tempo (l'alca depone un solo uovo all'anno); vennero utilizzate per ricavarne olio; si raccolsero penne e piume per imbottire materassi, cuscini, sedie e poltrone. 

Nel 1802, dopo tre secoli di frequentazioni europee, l'alca gigante si estinse nel principale luogo di riproduzione di tutto il Nord America, l'isola di Funk, al largo della costa settentrionale di Terranova

Ma il massacro delle alche gridò vendetta. 

E l'ottenne, sia pure indirettamente! 

Nel XIX secolo numerosi furono i naufragi in quel settore nord-atlantico. 

Forse alcuni di essi potevano essere evitati se le alche fossero state ancora in vita. Per anni la loro numerosa presenza nelle acque dei Banchi aveva segnalato, alle navi in avvicinamento, l'approssimarsi di scogliere o di altre infide conformazioni rocciose. 

Zone, queste, dove la nebbia e il suo rapido propagarsi è una nota costante. 

Così l'English Pilot  poteva ancora avvertire nel 1774. Nel 1792 "questo sicuro punto di riferimento era oramai scomparso". 

Ancora all'inizio del XIX secolo nell'isola settentrionale di Papa Westray, nelle Orcadi scozzesi, c'era una coppia di alche. La femmina morì o venne uccisa. Un collezionista sparò al maschio nel 1813. 

Nel 1840 gli isolani di Hirta (St Kilda, Scozia) uccisero la loro ultima alca nei pressi del  faraglione di Stac An Armin, avendola scambiata per una strega. 

La presenza delle alche in queste isole è sicura, comunque, fino al 1829.

Alcuni esemplari del grande uccello rimasero in vita nell'isolotto di Eldey, un pilastro roccioso che per 77 m fuoriesce dall'oceano, al largo della costa sud occidentale dell'Islanda, a 14 Km dalla penisola di Reykjanes

Ancora all'inizio del secolo la colonia contava un centinaio di esemplari. Tra il 1830 e il 1843 almeno 50-73 uccelli (oltre ad un imprecisato numero di uova) passarono nelle mani dell'esportatore di Reykjavik Siemson. Finendo immancabilmente nei gabinetti naturalistici di mezza Europa. 

E sì! Perché le alche giganti erano ormai divenute autentiche rarità e, perciò, preziose per i collezionisti. Che così  contribuirono a versare a Eldey la "classica" ultima goccia letale per l'innocua razza di uccelli. 

Il 3 giugno del 1844 tre pescatori di Staður, Ketil Ketilsson, Jon Brandsson e Sigurdur Isleffsson, uccisero a bastonate due alche giganti per un collezionista, gli ultimi due esemplari della loro razza rimasti in vita in tutto il mondo. 

L'unico uovo che si trovava nel nido era già rotto!  E nel marzo del 1971 il Museo di Reykjavík acquistò per una grossa cifra, raccolta attraverso una pubblica sottoscrizione, in un'asta tenutasi da Sotheby's, a Londra, la sua alca. 

Essa aveva fatto parte della collezione di un nobile danese e, con ogni probabilità, fu a suo tempo uccisa proprio ad Eldey.

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giovedì 4 agosto 2022

54. SAINT-GERMAIN-EN-LAYE CITTÀ DI PACE E DI CASTELLI, NONCHÉ SEDE DEL MUSEO DELLE ANTICHITÀ NAZIONALI E DELLA CASA-MUSEO LE PRIEURÉ, ACQUISTATA DAL PITTORE MAURICE DENIS NEL 1914

 

Scultura di una testa di bisonte, Grotta Taillebourg (Angles-sur-L’Anglin, Vienne - affluente della Loira -, sito di Roc-aux-Sorciers), Magdaleniano, ca. 14.000 a. C. Museo delle Antichità Nazionali,  Saint-Germain-en-Laye (© Franco Pelliccioni)


Non era mai successo di non avere da lontano, sia pure per un attimo, la visione di una città. Ma qui il treno arriva in galleria. Perciò, salendo sulla scala mobile, sono ansioso di sapere quale sarà il primo impatto con Saint-Germain-en-Laye.

Di essa ho solo pochi elementi: il castello-reggia, che ha preceduto Versailles, nei pressi della stazione; il Museo del pittore Maurice Denis, più distante. So anche che vi sono stati firmati trattati internazionali: l’Editto, che mise fine alle Guerre di Religione (1570), i trattati tra Francia ed Inghilterra (1624, 1632), quello che scorporò l’Impero Austro-Ungarico (1919).

Il campo visivo gradualmente si allarga e inizia ad “affollarsi”. All’azzurro del cielo rapidamente si aggiungono sulla sinistra, come se spuntassero da un immaginifico e gigantesco “cappello a cilindro”, le parti superiori di un imponente castello rossiccio: torri a cupola, merli e balaustre, doccioni fantastici, comignoli turriti, alte mura, infine il parco… Non l’aspettavo così vicino e massiccio. Certo è che nemmeno lontanamente è paragonabile, per magnificenza e grandiosità, a Versailles. Perché il Re Sole rimpiazzerà lo château vieux di Saint-Germain con il palazzo più grande d’Europa!

Muovendomi alla scoperta della città, sono subito intrigato nell’apprendere che i castelli qui sono due (vecchio e nuovo), ma in giro ne vedo uno solo. Costruzioni che iniziano già nel Medio Evo e che andranno incontro ai numerosi rimaneggiamenti voluti dai vari re, datisi enormemente da fare nel rivaleggiare tra loro: demolendo, costruendo, nuovamente abbattendo. Lasciando infine marcire mura e quant’altro. Il tutto “anticipato”, nel tempo, dalle molteplici ri-costruzioni perfino della dirimpettaia chiesa. Un fervore edilizio di tutto rispetto, che certamente ha fatto felici generazioni di muratori e sarà accompagnato dai rifacimenti dei rispettivi giardini, ad opera di architetti illustri...

L’ingresso dello châteaux vieux è anche quello del Museo delle Antichità Nazionali
                                                (© Franco Pelliccioni)

All’inizio ritengo che quello davanti a me sia lo château neuf. Quanto mai errato… Calpestando ogni logica e cronologia temporale è invece il vecchio. Sopravvissuto inspiegabilmente all’altro. Andato in rovina. Infine demolito! Anche se l’intenzione era di ricostruirlo...

La storia di Saint-Germain-en-Laye, tranquilla cittadina immersa nel verde, non può che iniziare dai suoi… boschi. Infatti è nella “foresta di Laye” che re Roberto il Pio costruisce un monastero, in onore di san Germain (996). Poi Luigi VI, detto il Grosso, nel 1124 vi edifica accanto la sua residenza reale: il Grand Châtelet. Nel 1238 san Luigi (Luigi IX) edifica una cappella, dopo aver ingrandito il castello anche con un Petit Châtelet, collegando i due con un muro. Il futuro château vieux prende forma… Nel 1346 truppe inglesi lo distruggono, ma risparmiano la cappella. Sarà ricostruito da Carlo V (1367).

Nel 1539 Francesco I abbatte l’edificio, rifabbricandolo in stile rinascimentale. I lavori proseguono con il figlio Enrico II (1547). Naturalmente, adesso che château vieux sta assumendo l’aspetto attuale, è ora per un altro re di voltar pagina, per avere una reggia “su misura”… In effetti questi eterni lavori in corso: demolizioni e edificazioni, ristrutturazioni e ingrandimenti, manufatti lasciati andare in rovina, parlano di tanti, più o meno piccini, Ramses II. Preoccupati unicamente di apporre le firme sulle cartouches dei loro castelli-regge.  

Nel 1556 sull’attuale Terrazza Enrico II costruisce una petite maison du théâtre. E’ il futuro château neuf... Un’opera portata avanti da Enrico IV (1589), che vuol farne l'une des merveilles du monde. Aggiungendo sei terrazze fino alla Senna, con giardini all’italiana e grotte animate da automi idraulici. Nel 1603 vi si installa Luigi XIII. Qui nasce nel 1638 Luigi XIV. Nel frattempo il castello vecchio è lasciato a figli e servitù.

Neppure il nuovo però è all’altezza dei regal personaggi. Infatti, “fa acqua da tutte le parti” e Luigi XIV nel 1660 torna al… vecchio. Nel 1669-73 André Le Nôtre realizza i suoi giardini. Unificando quelli dei due castelli, realizzando una terrazza lunga due chilometri e mezzo. Questo stesso grande architetto di “giardini formali”, che ha fatto un’arte della loro progettazione, creerà anche quelli di Versailles, dove nel 1682 si trasferisce Luigi XIV. Alcuni anni dopo il castello è lasciato al cugino Giacomo II Stuart, re d’Inghilterra, esule in Francia (1689).

Ma la storia di entrambi i castelli ha un seguito che giunge fino ad oggi…

Nel 1777 il Conte d’Artois, fratello di Luigi XVI, demolisce l’ormai cadente castello nuovo. L’intenzione è di costruirne, ovviamente, un altro ancora… Non ha fatto i conti con la rivoluzione. Dovrà limitarsi ad andare in esilio! Il Padiglione Enrico IV, oggi albergo di lusso, è ciò che ne rimane. Nel 1870 e durante la Seconda Guerra Mondiale sarà il Quartier Generale dello Stato Maggiore tedesco.  

Gioielli d’oro dell’età del bronzo di varia provenienza (Francia, Portogallo, Germania): bracciale massiccio (bronzo antico), piccolo lingotto (bronzo finale), catene di anelli (bronzo medio), tazza, collane. Sulla destra un oggetto cerimoniale costituito da un grande e massiccio cono, dal peso di 321 g. (bronzo medio, Vienne - affluente della Loira -), Museo delle Antichità Nazionali (© Franco Pelliccioni)

Il superstite château vieux avrà invece diverse destinazioni: prigione e poi ospedale per le malattie infettive (durante la rivoluzione), scuola di cavalleria (Napoleone I), penitenziario militare (Luigi-Filippo). Sarà restaurato nel 1862 da Napoleone III, su suggerimento, magari un tantino interessato, della regina Vittoria, che nel 1855 visita la tomba dell’antenato. Del resto il rischio era che, andando in rovina, qualche bel palazzone prendesse il suo posto. Soprattutto perché nella chiesa di fronte è sepolto, dal 1701, Giacomo II...

Nel 1867 il re gli assegna la definitiva funzione di Museo delle Antichità Nazionali. I tre milioni di reperti che possiede, 29.000 dei quali esposti, riguardano Preistoria, Protostoria, Gallia romana, Gallia merovingia ed Archeologia comparata. Interessando un arco temporale che, dal Paleolitico, arriva ai Celti e al Medio Evo.

Dopo aver curiosato a fondo tra le sue ben curate sale, poiché particolarmente attratto dalle specializzazioni areali e storiche della sua collezione, che spazia dalle caverne preistoriche, all’età del bronzo, alla Gallia romana: gioielli in oro, armature, statue dei vari dei, ecc., la successiva visita guidata sui tetti del maniero mi offre una visione incomparabile ed assai suggestiva della città e del circondario. Oltre a darmi la possibilità di osservare i singoli dettagli del castello, la struttura pentagonale, il perfetto inserimento dell’antica cappella, l’accuratezza dei restauri. Così ammiro la grande terrazza naturale sistemata a giardino, al di là della quale vedo campagna e bosco, la Senna e, in lontananza, la parte occidentale di Parigi, con la Defense e la Torre Eiffel. Una posizione privilegiata che consente anche di scrutare a lungo la città. Nella vicina Place De Gaulle, la chiesa di Saint-Germain si trova accanto ad alcune delle decine di Hotels costruiti al tempo di Luigi XIV e, poi, abbandonati dai nobili, dopo il trasferimento del re a Versailles.

Lasciato il castello, la mia prossima sosta è nella chiesa. Anch’essa ha una storia singolare. L’ultimo intervento murario del 1827 si è infatti limitato a concludere i lavori iniziati già 60 anni prima da Luigi XV. Il quale non aveva gradito quanto fatto da Luigi XIV che, rispettando le consuetudini delle chiese dell’epoca, aveva permesso che la porta fosse rivolta ad ovest e al villaggio, volgendo così le spalle al castello... La facciata principale ha un bel frontone triangolare, supportato da sei colonne doriche. All’interno sosto accanto alla tomba di Giacomo II, voluta dalla regina Vittoria. Nel 1848 la chiesa è affrescata da un allievo di Ingres.

Scendendo verso il Museo di Maurice Denis, i tetti del “Priorato” (la casa-museo di Maurice Denis), con i quartieri della cittadina immersi nel bosco (© Franco Pelliccioni) 

Scendendo leggermente verso il basso, lungo il pendio soleggiato della collina, giungo infine al Museo di Maurice Denis, nel Prieuré, un po’ più distante dal centro storico. Museo dedicato dal 1980 al teorico del movimento d’avanguardia Nabi e agli artisti contemporanei di fine XIX secolo: simbolisti e Nabis. La casa è monumento storico, poiché fu costruita da Madame de Montespan (1681) per diventare Ospedale Generale Reale (fino al 1802). Dopo essere stata utilizzata in vario modo, diviene nel 1914 l’atelier del pittore saint-germanois Maurice Denis. La cappella all’interno è stata restaurata e decorata dal pittore, con affreschi, pitture e vetrate. La casa è completamente immersa nel verde di un grande giardino ombreggiato, a più livelli e vari “paesaggi”. Grazie ad esso, comprendo l’importanza che la natura ha per il pittore, costituendo uno spazio privilegiato della contemplazione estetica...

La cappella all’interno del museo Le Prieuré è stata chiamata in onore di san Luigi. Fu riconsacrata nel 1922. La vetrata è di Maurice Denis (© Franco Pelliccioni)

La ferrovia Parigi-Saint-Germain-en-Laye, la prima della Francia (1837), figura nel mio libro Amazon (e-Book e  versione cartacea a colori e in bianco e nero): IL GIRO DEL MONDO… IN 15 TRENI: TRANSCONTINENTALI E DI LUSSO, DI PENETRAZIONE COLONIALE E MILITARE, DEI CERCATORI D’ORO, DEGLI HAJJI, “ALPINISTICI"

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martedì 2 agosto 2022

53. VIAGGIO NEL MITO: L’ISOLA PROIBITA DI MONTECRISTO



 

L’isola montuosa di Montecristo ripresa da sud con il teleobiettivo. Da destra a sinistra le tre principali cime: Cima dei Lecci, Colle Fondo, Monte della Fortezza (© Franco Pelliccioni)


Premessa

Per molti anni (dal 1995 al 2012) ho collaborato alla storica Rivista Marittima, pubblicando anche un supplemento sull’isola di Creta, oltre che al Notiziario della Marina. Inoltre sono stato onorato più volte dei Patrocini che lo Stato Maggiore della Marina Militare mi ha concesso per le ricerche condotte in Atlantico (tra il 1982 e il 1998), nell’ambito del mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord.

...

L'ho avvistata tra i primi, anche senza l'uso di un binocolo. Poteva sembrare forse solo una bassa nuvolaglia, oppure frutto della mia immaginazione. Poiché l'avevo tanto sognata. Da tanto, troppo tempo stavo aspettando quel momento. In effetti neanche il mio viaggio a bordo di un piccolo motorsailer scozzese nella remota isola atlantica di St Kilda era stato così difficoltoso. Forse allora ero stato molto fortunato, poiché avrei rimandato solo di poche ore la traversata. Mentre invece, adesso, avevo dovuto attendere quasi un anno, da quando nel 2000 le condizioni meteo-marine avevano sconsigliato la partenza dal porto di Talamone[1]… Anche se fa parte dell’Arcipelago Toscano è, infatti, tra le isole più inaccessibili e selvagge del Mediterraneo. Ma, come tutti sappiamo, anche la più affascinante!

Eppure quanto da me agognato stava là, davanti a me. Non era un miraggio. Avevo avuto infatti ragione quando il mio involontario grido l'annunciò ai compagni di viaggio. L'esperienza  acquisita nel corso di tanti anni passati a vagabondare tra un arcipelago ed un altro, tra Atlantico, Pacifico e... il Mar Glaciale Artico (isola di Baffin, dove recentemente si è recato Papa Francesco, nel corso del suo viaggio in Canada, e Cornwallis Island), mi aveva egregiamente supportato nell’individuarla. Eccola infatti spuntare davanti alla prua della nave che, subito dopo aver lasciato Porto Santo Stefano, all'Argentario, aveva preso quella rotta, senza mai lasciarla. Allora non sapevo che, così facendo, ci sarei dovuto andare letteralmente "in bocca". Ogni momento che trascorrevo trepidante, faceva sì che aumentassero i particolari distinguibili: i montuosi contorni, tanto netti da farne una piramide solitaria, che svetta maestosa al centro del Tirreno (645 m)[2]. Localizzata, com’è, pressoché alla medesima distanza dal continente e dalla Corsica: 29 miglia dal Giglio, 24 da Marina di Campo (Elba)[3], 39 dall’Argentario. Ecco le creste, i ripidi e pressoché inaccessibili pendii e poi, ancora, le cale deserte, la scarna vegetazione. Un coacervo di rocce, che spuntano al di fuori di acque splendide[4], come raramente avevo osservato. Anche perché sono luminose e chiare, poiché la luce riesce a toccare profondità notevoli. Il tutto si fece ancora più interessante allorché la nave, effettuata la sua circumnavigazione[5], si apprestò ad ancorarsi a Cala Maestra[6], sul versante nord-occidentale, unico punto di ancoraggio possibile dell’isola. Nonostante il già piccolo molo sia stato ridotto a mal partito (ora è poco più di un moncherino) dalle rigide intemperie di quest'ultimo inverno[7].

Eccomi infine arrivato a Montecristo!

Mappa dell’isola di Montecristo

Si potrebbe definire l'isola in tanti modi. In ordine di tempo, inizio da quello più recente. Riguarda la concreta possibilità di andarci. Ai più l'aggettivo proibita potrebbe apparire perfino scontato. Secondo me, invece, rende abbastanza bene l'idea, ancora oggi. Poiché da anni, fin da quando nel 1971 vennero imposti lacci e laccioli giuridici per bloccare il realizzarsi di un'incredibile speculazione eco-residenziale[8], non è più possibile sbarcarvi, né pescare o nuotare nelle sue acque. Non bastando, negli anni successivi il "cordone sanitario", innalzato per proteggerla, ha subito ulteriori accelerazioni (1977[9],1979[10],1989[11]). Tanto che nel 1984 ci fu un’autorevole voce che, dalle pagine di una nota rivista eco-naturalista, si sarebbe lamentata proprio per come leggi e regolamentazioni venissero rigidamente applicate. Non dando modo ad alcuno, che non fosse uno studioso interessato al suo ecosistema, di poterla avvicinare[12]. Da allora qualcosa è cambiato. Ogni anno è previsto che possa essere visitata da un contingente di 1.000 persone, sia pure sotto la discreta guida-scorta di guardie del Corpo Forestale dello Stato, sempre competenti e disponibili. Le richieste sono comprensibilmente numerosissime e, quindi, bisogna prenotare il viaggio molto in anticipo. In genere si è esauditi dopo un'attesa che, mediamente, si aggira sui cinque anni. Quindi, ancora proibita…  

Grazie al mio trascorso ecologista e alla mia pluriennale collaborazione con il Centro Francescano di Studi Ambientali dell'Università Pontificia San Bonaventura-Seraphicum di Roma, l'attesa per me non sarà così lunga, anzi è stata decisamente breve. A patto di "aggregarmi ad un gruppo ambientalista". 

Per le altre definizioni farei invece, e naturalmente, aggio su mitica. Ritengo, infatti, che non ci sia altra isola al mondo, più di Montecristo, che abbia fatto sognare da secoli, più o meno ad occhi aperti, l'intera umanità! Fin da quando il monastero di San Mamiliano (VII-VIII secolo)[13] divenne talmente ricco e potente, da avere consistenti proprietà terriere e non, anche sulla terraferma[14]. Grazie a lasciti e donazioni di re, nobili e popolino credente. Per cui, fin da allora, si cominciò a favoleggiare sull'esistenza di un tesoro, che i frati benedettini, poi divenuti camaldolesi (1216), nascosero alle mire dei predatori di turno, saraceni compresi[15]. Tra essi figura anche il famigerato Dragut (1553), un pirata che, a ricordo dell'ultima sua sanguinosissima impresa, avrebbe eretto, nella splendida isola tunisina di Djerba, una torre fatta di teschi (1560)[16]. Rimasta in piedi fino a che, nel 1848, su pressione francese fu fatta abbattere e sostituire da una modesta stele commemorativa. Ma i tentativi di scoprire il “tesoro dell'isola" si susseguirono nel tempo[17]. I picconi, per non parlare delle cariche di dinamite, avrebbero così dovuto duramente infierire, molto più dello stesso trascorrere del tempo, sulle semplici strutture architettoniche esistenti (Monastero di San Mamiliano, con la chiesa di Cristo Salvatore), testimonianza di una solida fede in Dio.

Indubbiamente la Chiesa di San Salvatore (a ca. 400 m di quota), sopra Cala Maestra, costituisce l’aspetto più imponente e meglio conservato del Monastero di San Mamiliano. Il Monastero era un quadrilatero edificato con blocchi di granito, diviso in due ali. Al piano terra le sale comuni, al primo piano le cellette individuali (© Franco Pelliccioni)
Come se tutto ciò non fosse già stato, di per sé, sufficientemente valido per amplificare ai quattro venti questo pugno di roccia (1031 ettari, 16 Kmq), la presunta esistenza di un "tesoro" a Montecristo riceverà, a partire dal XIX secolo, una formidabile eco dal magistrale capolavoro della letteratura mondiale di Alexandre Dumas, che ha così universalmente rafforzato la mitica immagine dell'isola.

Deserta è un altro aggettivo utilizzabile per tentare di descrivere, sia pure approssimativamente, Montecristo. Certo, da solo non sarebbe sufficiente per caratterizzarla a "forti tinte". Poiché caratteristica condivisa da mille altre isole sparse sui sette mari. Nel Tirreno, però, è quasi una rarità, quindi... Dovremmo, però, anche accennare all'antica frequentazione, prima degli eremiti, al tempo di San Mamiliano (445 d.C.), poi dei frati, che nell’VIII secolo furono però scacciati dalla prima incursione saracena[18]. Dovremmo anche ricordare tutti coloro che la raggiunsero fortunosamente. Vivendovi per un breve periodo (naufraghi), o approdandovi per potersi approvvigionare di legna da utilizzare per fabbricare il ferro, tanto da spogliarla del tutto del manto boscoso formato da lecci (etruschi). Oppure estrassero, pezzo dopo pezzo, le sue rocce di granito grigio-rosa per costruire ville (romani)[19]. O vi furono confinati come deportati. Ovvero la misero a ferro e fuoco di tanto in tanto: i saraceni nel passato; “virtualmente” i tedeschi, quando durante la seconda guerra mondiale l’utilizzarono come bersaglio per i cannoni delle loro navi da guerra. Senza dimenticare, infine, i sempre presenti e testardi "cercatori di tesori". Il tesoro ha comunque continuato, nei secoli, ad attrarre numerose spedizioni clandestine. Fino all’ultimo dopoguerra, provocando il continuo degrado dell’abbazia.

Salvo periodi più o meno lunghi, Montecristo non ha perciò goduto di una popolazione stabile, almeno per quanto riguarda gli esseri umani[20]. I suoi ripidi sentieri e gli inaccessibili costoni sono sempre stati popolati da capre selvatiche, uccelli di passaggio, o dalle ben note vipere di Montecristo (Vipera aspis Montecristi)[21]. Particolarmente pericolose, poiché la loro livrea assomiglia molto alle felci aquiline, tra cui amano nascondersi, in prossimità delle non frequenti zone umide. In proposito l'isola, che nel complesso appare del tutto arida, presenta diversi corsi d'acqua, perfino perenni. Tra cui va menzionata una sorgente sita all'interno della caverna del Santo, che non mi fu possibile visitare. Secondo la guardia forestale pare che attualmente presenti qualche pericolo per il visitatore [22]. Tra l’altro c’è un detto che vuole che chi beve la sua acqua abbia la possibilità di ritornare sull’isola…

Quindi è un'isola deserta perché, a parte la precaria presenza dei visitatori (di norma giungono a gruppi di cinquanta ogni domenica, da aprile a settembre), conta quattro residenti: il guardiano con la moglie e due guardie forestali.

Una stupenda immagine di Cala Maestra dalla mulattiera (© Franco Pelliccioni) 

Ma deserta si coniuga molto bene con brulla. La sua vegetazione si fa infatti fitta solo nei pressi dell'unico approdo esistente, Cala Maestra, vicino alla villa Watson-Taylor. Una vegetazione, però, importata da fuori ed esotica: pini d'Aleppo e domestici, ailanti, eucalipti, palme da dattero e delle Canarie, cipressi di Monterey, magnolie, ficus.  L’originaria, basata essenzialmente sui boschi di lecci, da tempo è ridotta a non molti esemplari, quasi esclusivamente localizzati sull'omonimo monte[23]. Perciò: proibita, mitica, deserta, brulla. Quindi un'isola per capre? Esattamente, come ho già accennato! Capre per lo più forestiere, provenienti da Montenegro, Creta[24] e Anatolia. Capre importate da secoli per ottenere latte, derivati e carne... Il loro numero si è così accresciuto negli ultimi decenni, con effetti ancora più devastanti sull'esistente flora isolana, tanto che ultimamente si è dovuto ridurne il numero. D'altronde un tempo venivano cacciate dai signori, proprietari dell'isola, o titolari della relativa concessione. Nonché dai loro amici, appartenenti spesso alla nobiltà. Così che potremmo definire l'isola anche come elitaria, se non addirittura Reale... Senza voler infatti risalire troppo indietro nel tempo, ad esempio agli Appiani, Signori di Piombino (dal 1399), come nel 1852 divenisse proprietà del britannico George Watson-Taylor[25], al quale si deve la deliziosa palazzina esistente, oggi una foresteria per ricercatori: alcuni saloni, una decina di camere da letto, un piccolo, ma interessante museo di Storia Naturale, e l’intricata macchia arborea nella quale è immersa[26]. O ne avesse avuto la concessione il "re" delle ceramiche, il marchese fiorentino Carlo Ginori (1889), la cui deferenza nei confronti del Principe di Napoli, poi divenuto Re Vittorio Emanuele III, un innamorato di Montecristo, ove di tanto in tanto si recava a cacciare, arrivò fino al punto di cedergliela[27].

Cenni bibliografici:

A.L. Angelelli, 1903 L’Abbazia e l’Isola di Montecristo: Firenze

Attilio Mori, 1904 L’isola del Re, Secolo XX, luglio

Kehr, 1908: Regesta Pontificum Romanorum: Italia Pontificia: Berlino



[1] La motonave Ulisse (23,65 m, 50 tonnellate) il 17 settembre era stata costretta a modificare la rotta, dirigendosi verso il Giglio e Giannutri. La previsioni prese da Meteomar il 14 settembre, riportanti anche la tendenza per il Tirreno Centrale, settore est, fino alle ore 18 del giorno 17, indicavano vento forza 2-3, da sud ovest; 

[2] Sul Monte della Fortezza ci sono ancora le rovine di una costruzione militare del XVI secolo (basamento costituito da un masso di granito, con tracce di parapetto) costruita dagli Appiani, Signori di Piombino. Una scaletta di ferro conduce sulla sommità. Ferrate e sentieri, realizzati per rendere meno pericolosa la caccia, risalgono, invece, alla fine del XIX secolo;

[3] Dal punto di vista amministrativo Montecristo fa capo al comune di Portoferraio (Elba) e alla Diocesi di Massa Marittima-Piombino, poiché parte integrante del territorio parrocchiale di Marina di Campo. La concreta gestione è invece affidata all’ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali (Roma);

[4] I fondali dell’isola sono profondi centinaia di metri;

[5] La costa ha un perimetro di 16 Km;

[6] Già Cala del Re, si apre sul vallone omonimo, verde di pini e di eucalipti. Qui c’è l’ex villa reale, ora casa dei guardiani e, nei pressi, una piattaforma per elicotteri;

[7] 2000-01;

[8] Da parte dell’Oglasa che alla fine degli anni ’60 era intenzionata a costruire uno Sporting Club e un residence esclusivo. Contro lo sciagurato progetto si schierarono studiosi e opinione pubblica;

[9] Riserva Biogenetica dal Consiglio d’Europa;

[10] La zona di mare prospiciente l’isola è proclamata: ”zona di protezione biologica per la foca monaca”. La costa è tutelata per 500 metri ed è imposto il divieto di navigazione e di balneazione fino ad 1 km. Più volte è stata segnalata, in passato, la foca monaca nei pressi di Punta Forata, a Cala Corfù (a sud-est);

[11] Legge sul “Parco Marino dell’Arcipelago Toscano”. Fino ad un miglio dalla costa le acque sono considerate di tutela integrale (zona A). Ci si può avvicinare all’isola fino ad un massimo di 3 miglia (zona B, che si estende all’esterno della A);

[12] I primi studi sull’isola sono della prima metà del XIX secolo: Giuli, 1833 e Mellini, 1852. A quest’epoca risale la prima, accurata pianta del monastero;

[13] San Mamiliano, arcivescovo palermitano inseguito dal re dei Vandali Genserico, dopo aver peregrinato per l’Africa e la Sardegna e soggiornato per qualche tempo all’Elba, giunse con alcuni seguaci nell’isola, nel 445 d.C. La tradizione vuole che abbia sconfitto il drago che risiedeva sulla vetta più alta. Ecco perché il nome dell’isola divenne Montecristo (Mons Christi). I greci, infatti, la chiamavano Ocrasia (dalla colorazione giallastra del granito), storpiato poi da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia in Oglasa. Comunque i romani la conoscevano come Mons Jovis;

Il primo Abate del Monastero di cui si ha un qualche ricordo è Silvegio (902). Tra coloro che lo seguirono citiamo i due dell’Elba: Antonio (1396) e Don Garzia Franceschi, Abate del monastero di S. Michele in Borgo (Pisa) che, su consiglio dei genovesi, fortificò l’isola intorno al 1500. L’ultimo fu Federico De Bellis (1555);

[14] Possedimenti in Corsica, Sardegna, Elba, Giglio, Pianosa e Piombino. Nel VII secolo Papa Gregorio I diede ai seguaci di San Mamiliano la regola monastica benedettina. Incrementatosi il numero dei seguaci, si rese necessario imporre una maggiore disciplina (silenzio, solitudine, preghiera, operosità, coltivazione). Nel 1216 fu invece imposta la regola camaldolese;

[15] All’inizio dell’VIII secolo assalirono e distrussero il convento. L’archivio, con i preziosi documenti comprovanti i diritti sui beni situati nelle varie isole, andò perso. Come pure il ricordo dell’esatto periodo in cui l’abbazia era stata costruita e, poi, ampliata;

[16] Il 31 luglio mozzò la testa ai 6000 superstiti del corpo di spedizione europeo, arresisi nel forte di Bordj el Kebir, ad Houmt Souk;

[17] In realtà c’è chi sostiene come il tesoro sia stato in effetti ritrovato da Dragut che, dopo aver depredato le coste di Spagna e Sicilia, distrusse l’isola, schiavizzando monaci e coloni…;

[18] Al di là delle leggende, una comunità religiosa di eremiti, all’inizio solo un cenobio, si stabilì nell’isola nella metà del V secolo, vivendo nella Grotta del Santo. La fama della santità di Mamiliano fece accorrere gente dalle vicine isole, come da Corsica e Sardegna;

[19] In varie parti dell’isola si trovano tracce dell’apertura di cave romane. In età imperiale il granito fu impiegato per costruire le ville patrizie di Giannutri, del Giglio e dell’Elba. Sui fondali giacerebbero diverse navi con questo carico.

[20] Da ricordare anche alcune incursioni fenicie e cartaginesi;

[21] Affine alle vipere dell’Italia meridionale e della Sicilia, è stata forse involontariamente introdotta dall’uomo;

[22] Posta a 234 m s l m, a monte dell’omonima cala, sotto il monastero. Poco prima di arrivarvi, si vedono impronte di piedi in fila indiana, scolpite su liscioni di granito in forte pendenza, che conducono fino alla grotta, dove San Mamiliano si ritirò dopo aver ucciso il drago. La caverna è piena di ex voto di pellegrini. Alla sua estremità troviamo i resti di una piccola edicola di stile gotico;

[23] Circa 150 esemplari. Le capre, cibandosi di ghiande e germogli, continuano a devastarli; 

[24] Allevate dai monaci e importate a partire dall’anno Mille. In genere sono animali dal pelo scuro e dalla barba nera, con grandi corna ricurve. Nel 1975 erano 300-350, suddivise in cinque varietà, tra loro variamente incrociate e diverse per disegno, colorazione del mantello, sviluppo delle corna, ecc… Oggi sarebbero 400-500;

[25] Prima ancora fu di Jacques Aubrial, amico di Dumas che vi approdò nel 1850. Senza risultato, provò a coltivare l’isola. Così, per 50.000 lire del Granducato di Toscana, la vendette a Giorgio Watson Taylor. Nel 1860 passò di proprietà del Demanio.

[26] L’ailanto, di origine cinese e dalle foglie disgustose, si è talmente diffuso da infestare l’isola. Originariamente serviva per impreziosire la villa. E’ prevista la sua totale eliminazione. Sia Aubrial che Watson-Taylor introdussero a Montecristo essenze vegetali esotiche;

[27] Dopo aver restaurato la villa, aveva istituito una riserva di caccia e organizzato battute annuali. Ad una di esse partecipò il futuro Re. Vittorio Emanuele III più tardi vi introdusse mufloni di Sardegna e capre montenegrine, dono del suocero.

I miei libri (E-Books e versioni cartacee) sulle isole e arcipelaghi atlantici interessati dal mio Programma sulle Comunità Marittime dell'Atlantico Settentrionale

-Ai Confini d’Europa; Viaggio-Ricerca nell’Islanda dei Vulcani, dei Ghiacciai, delle Saghe, del Mondo Vichingo, 299 pp., 345 foto; versione a colori e in bianco e nero
-Nell'arcipelago degli “uomini-uccello” di St Kilda. Vita e Morte di una Remota Comunità Scozzese, 101 pp., 68 foto; versione a colori.
- Archipelagos and Islands at the Mirror: Sea-Ones (Faroe and Mykines, Denmark), Land-Ones (Carnia and Sauris, Italy), 111 pp., 105 foto; versione a colori e in bianco e nero

- Ultima Thule. Ricordi di un Viaggio di Studio Invernale nelle Isole Shetland, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 133 pp., 114 foto.

Ultima ThuleMemories of a Winter Study Journey to the Shetland Islands, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 131 pp., 115 foto.

Reminiscenze di un Viaggio nell’Arcipelago Scozzese delle Orcadi, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 178 pp., 172 foto.

Viaggio nelle Atlantiche Isole Fær Øer. Il Paese dai tetti di prato, che ondeggiano al vento, versione cartacea illustrata a colori e in bianco e nero, 182 pp., 180 foto.

oltre a quelli relativa alla mediterranea isola di  Creta:

- Alla Scoperta di Megali Nísi, l’isola di Creta. Storia, Archeologia, Natura, Cultura, versione cartacea a colori e in bianco e nero, 153 pp., 179 foto.

Altre isole e arcipelaghi sono presenti nei seguenti libri:

 a) BALENE E BALENIERI, TRA NORD ATLANTICO, PACIFICO SETTENTRIONALE, MAR GLACIALE ARTICO.     VAGABONDAGGI ALLA RICERCA DELLE TESTIMONIANZE DELL’ERA DELLA CACCIA ALLE BALENE (Canarie, Madeira, Svalbard, Ebridi esterne, St Pierre et Miquelon...) 

b) VIAGGIO ATTRAVERSO L'INSIDE PASSAGE, NELLA TERRA DEGLI INDIANI DEI TOTEM E DELL’EX AMERICA RUSSA SULLA COSTA DEL PACIFICO DELL’AMERICA DI NORD-OVEST, TRA COLOMBIA BRITANNICA E ALASKA

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362. SOMMARIO DEFINITIVO DEL VOL. II (MEDITERRANEO) DEL LIBRO: PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO (ESERGO COMPRESO)

  Figura 77. Il Palazzo dei Gran Maestri [ RODI ] fotografato con il teleobiettivo dalla Torre dell'Orologio. È evidente perché sia stat...