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. Assieme agli
sposi egiziani, 1980 |
La triste scomparsa della collega Cecilia Gatto Trocchi (Roma, 19 giugno 1939 – 11 luglio 2005) ha lasciato un vuoto profondo nel panorama delle scienze antropologiche italiane. Prima di riprendere il timone della mia tetralogia dedicata alla scoperta del mondo, desidero dedicare una doverosa pausa scientifica e umana alla sua memoria. Un filo empatico e indelebile unisce il mio cammino al suo, superando le barriere del tempo attraverso il ricordo di una felice stagione di ricerca sul campo condotta insieme in Egitto nel 1980, tappa d'avanguardia prima della mia successiva sessione antropologica nel Sudan meridionale.
I due
frammenti di diario che seguono restituiscono l'essenza più pura della nostra
disciplina: l'osservazione partecipante vissuta non come fredda teoria
accademica, ma come totale immersione nell'ordito culturale dell'«altro».
Quando ci
troviamo a visitare il grande bazar di Khan el-Khalili è ormai sera e si
sta facendo rapidamente buio. Continuando a vagabondare senza fretta tra un
banchetto e un altro, inoltrandoci sempre di più nel labirinto di strette
viuzze costellate da negozietti e chincaglierie, veniamo avvicinati da un
ragazzo che ci chiede se siamo interessati a vedere all’opera dei maestri vasai
tradizionali. Un’occasione etnografica unica che due antropologi, abituati ad
aborrire il bric-à-brac e gli stereotipi turistici, non possono certo
lasciarsi sfuggire.
Il ragazzo
inizia a muoversi velocemente davanti a noi, guidandoci dapprima attraverso
vicoli e anguste strade ancora illuminate dai negozi e frequentate dalla
popolazione locale. Gradatamente, tuttavia, il tragitto si fa più lungo,
labirintico e sempre meno illuminato. Il tempo trascorre. Passiamo attraverso
un cortile isolato dopo l’altro, all'interno di un habitat urbano scarsamente
illuminato, se non addirittura quasi buio. Riusciamo appena a intravedere la
sagoma del ragazzo che corre davanti a noi, incontrando crescenti difficoltà a
seguirlo.
Improvvisamente,
sentiamo risuonare intorno a noi, seppur a distanza, delle grida ripetute
accompagnate da colpi secchi. A quel punto, nonostante entrambi non fossimo
certo dei novellini nell'esplorazione dei contesti esotici, ci fermiamo. Ci
guardiamo molto perplessi e preoccupati, decidendo all’unisono di scappare
immediatamente e di tornare sui nostri passi verso i luoghi illuminati,
frequentati e commercialmente più sicuri della città. Rientriamo accompagnati
dalle grida del ragazzo che, sempre più da lontano, ci invita invano a tornare
indietro nel buio del labirinto.
Al rientro
da Luxor, prima della nostra programmata partenza per il
Sudan — prevista per le ore 19:00 del giorno successivo con il volo Egypt Air MS
751 e arrivo a Khartoum alle 21:40 —, il nostro amico e tassista cairota decide
di farci un regalo inaspettato, anzi... due!
L’andare in
giro di sera per la megalopoli, accompagnati dalla colonna sonora della superba
e ritmica musica pop egiziana trasmessa a tutto volume dalla radio del taxi —
associata a colpi di tromba ritmici che si fondono con il paesaggio sonoro e i
clacson delle migliaia di automobilisti —, costituisce già di per sé un
sorprendente spaccato della vita notturna del Cairo. A questa atmosfera
eccezionale si aggiunge la volontà del nostro autista di introdurci
direttamente all'interno dei festeggiamenti di due differenti matrimoni: il
primo di strada, di tradizione egiziana; il secondo sudanese, celebrato
all’interno di un teatro.
Il
matrimonio di strada egiziano
Dopo aver
bloccato e interpellato numerosi passanti, pedoni e automobilisti nel traffico
urbano, arriviamo finalmente al primo appuntamento: una stretta via interamente
tappezzata a festa e ricoperta da un grande tendone cerimoniale. Lo spazio è
affollato da una comunità seduta di fronte a un palco dove si esibisce una
danzatrice del ventre, si fa musica tradizionale e si leggono ad alta voce i
nomi di coloro che hanno offerto denaro o doni alla coppia di sposi.
Dopo essere
stati invitati a fotografarci insieme agli sposi e ai parenti più stretti della
coppia (nello scatto storico d'archivio che correda questa pagina), ci sediamo
anche noi, profondamente soddisfatti per l'intensità dell'esperienza
transculturale. Dopo qualche tempo, secondo le regole dell'ospitalità maschile
locale, mi viene passato un narghilè per fumare la tradizionale shisha.
Mi unisco al gruppo maschile godendomi lo spettacolo insieme a Cecilia. Verso
la mezzanotte, tuttavia, il nostro cortese anfitrione ci fa segno che è
imperativo andare via: il tabacco posto sul braciere del mio narghilè è stato
parzialmente sostituito dall’hashish e la nostra presenza ufficiale di studiosi
stranieri in quel perimetro potrebbe improvvisamente diventare pericolosa.
[Nota
scientifica: Nei “matrimoni di strada” dell’élite cairota, e non solo, è
frequente la partecipazione di grandi figure della canzone pop egiziana. Tra
questi spicca Amr Diab, artista capace di vendere oltre 50 milioni di dischi
nel mondo, il cui compenso per una singola esibizione nuziale può giungere fino
ai 10.000 dollari (Singerman, Amar, 2006). Negli anni più recenti, a causa
della crisi economica, i costi di questi apparati sono sensibilmente aumentati,
costringendo le comunità a una progressiva riduzione dei festeggiamenti di
strada].
L'enclave
sudanese a Giza
Dopo esserci
sbracciati nei saluti di rito con la famiglia egiziana, ci rimettiamo in marcia
nel cuore della notte. Vengono consultati altri automobilisti fino a
individuare il luogo esatto del matrimonio sudanese, ospitato all'interno di un
teatro a Giza.
Il nostro
autista spiega agli addetti alla sicurezza la nostra identità di ricercatori in
procinto di recarsi in Sudan (paese che io avevo già visitato nel corso della
mia prima sessione). Veniamo accolti con straordinaria e calorosa ospitalità.
Il teatro, di ragguardevoli dimensioni, si presenta completamente affollato,
incluse le balconate superiori. Sul palco, un'orchestrina esegue ritmi e
musiche tradizionali sudanesi, intervallate anche qui dalla lettura cerimoniale
dei donatori della lista nozze.
All'inizio
delle danze veniamo invitati a salire sul palco. Salgo immediatamente e inizio
a ballare insieme al gruppo delle donne, avvolte nelle loro stupende e
coloratissime tobe di seta. Vengo tuttavia subito richiamato e
bonariamente rimproverato da Cecilia, la quale mi ricorda che, secondo i codici
etnici di genere della regione, io devo muovermi ed eseguire i passi
esclusivamente insieme agli uomini vestiti in jellabia ed ema (il
tipico turbante), mentre lei continua a danzare nel gruppo femminile.
Trascorriamo così diverse ore in una straordinaria atmosfera di festa
comunitaria prima di fare rientro in albergo, pronti per il volo
trans-sahariano che l'indomani ci avrebbe condotto a Khartoum.

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