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venerdì 19 giugno 2026

396. L'isola della Laguna Veneta di Pellestrina, il naufragio del Chios Aeinaftios del 1978, naufragi nell’Atlantico del Nord


Mentre continuavo la mia “esplorazione” di Pellestrina, camminando faticosamente sui Murazzi, ecco apparire sullo sfondo, del tutto inatteso, il miraggio di una nave incagliata. Non avendo con me il teleobiettivo da 300 mm, scatto subito una foto con la mia Nikon F alla Chios Aeinaftios, impietosamente battuta dalle onde dell’Adriatico sulla fiancata  esposta. Poi scendo dal muraglione per proseguire la visita dell’isola, costeggiando la costa (© Franco Pelliccioni)
Eccomi di fronte alla nave, in parte celata dai Murazzi. Eppure, ciò che vedo (e fotografo) sembra essere del tutto intatto: i suoi due alberi, la plancia, le gruette di una scialuppa di salvataggio e la parte superiore dello scafo. Un'immagine sorprendente, a distanza di ben sei anni dal naufragio del 1978 (© Franco Pelliccioni)

L’isola di Pellestrina e il naufragio del Chios Aeinaftios, un mercantile greco arenatosi tragicamente durante una violenta tempesta di Bora in una notte d'inverno del 1978. 

La nave si schiantò fragorosamente contro la famosa scogliera di difesa (i Murazzi, dighe in pietra d'Istria, costruiti dalla Serenissima) sull'isola di Pellestrina, una delle strisce di terra che separano la laguna dal mare aperto.

A causa del forte vento, l'ancora della nave perse la presa e il mercantile fu spinto verso riva da onde che raggiunsero un'altezza di sette metri.

Tutti i membri dell'equipaggio sono miracolosamente sopravvissuti calandosi dalla nave fino a riva usando delle corde

Lo scafo è rimasto per oltre vent'anni incastrato sulla scogliera, diventando un elemento iconico e surreale del paesaggio dell'isola.

I resti visibili sono stati rimossi negli anni novanta, durante la creazione di un litorale artificiale, mentre lo smantellamento definitivo è stato completato nei primi anni 2000, con interventi di messa in sicurezza terminati solo nel 2013.

La Laguna di Venezia, foto satellitare Landsat 7, 2004, NASA

Nell’isola di Pellestrina il naufragio del Chios Aeinaftios arrivò come uno shock: la laguna è un ambiente iper-regolato, dove lo Stato (prima la Serenissima, poi lo Stato italiano) ha sempre controllato ogni metro di costa. 

La popolazione non vide il mercantile come una risorsa da depredare, ma come un'interruzione aliena e grandiosa della propria quotidianità, un colosso incastrato su una diga che proteggeva le loro stesse case.

Nell’Atlantico del Nord

Al contrario, nelle comunità dell'Atlantico del Nord. come la francese Miquelon, la costa selvaggia faceva sì che il relitto venisse immediatamente "metabolizzato" dalla comunità: il legno veniva usato per scaldarsi o costruire case, e le merci diventavano valuta di scambio.

Nelle zone subartiche e della tundra costiera, dove la vegetazione arborea è quasi assente e il clima è spietato, ogni naufragio (relitti e carichi dispersi) era considerato come un "dono di Dio": “bisognava pur cercare di sopravvivere in ambienti ostili”.

Due straordinarie costanti storiche sono evidenti sia a Saint Pierre e Miquelon, che a Terranova:

All’epoca d'oro e bizzarra dell'arcipelago (1922-1933), nel corso del proibizionismo americano, con le casse dei liquori si costruiscono case a Saint Pierre 

Essendo territorio francese a ridosso del Nord America, Saint Pierre divenne la capitale mondiale del contrabbando di alcolici (lo stesso Al Capone vi soggiornò).

Milioni di casse di whisky, champagne, rum e liquori francesi sbarcarono sulle isole. 

Una volta svuotate per travasare le bottiglie nei sacchi di juta (più facili da gettare in mare in caso di inseguimento della Guardia Costiera), rimase un'immensa quantità di ottimo legno pre-lavorato.

Gli isolani usarono le doghe di quelle casse (spesso marchiate con i nomi delle celebri distillerie francesi o scozzesi) per isolare le pareti, costruire pollai, rinfiancare i tamburi d'ingresso delle case o per innalzare intere baracche di pescatori.

Sarà proprio a Saint Pierre che avrò la possibilità di incontrare e intervistare una vera leggenda locale: l’esperto di naufragi Jean-Pierre Andrieux, una delle massime autorità storiche di Saint Pierre e Miquelon. 

Ma anche gestore del celebre Hotel Robert, pieno di cimeli dell’epoca del rum running, cappello di Al Capone compreso.

Negli outports di Terranova

Nelle comunità isolate, come gli outports dei pescatori di Terranova, lo smantellamento delle navi naufragate ha letteralmente modellato l'architettura vernacolare. 

Le travature principali delle storiche case a forma di scatola spesso erano ricavate dalle ordinate o dai madieri di vecchi velieri. 

Il legno marino, impregnato di sale e resine, offriva una resistenza alla marcescenza e ai parassiti che il legname locale non avrebbe mai potuto garantire.

Il contrasto definitivo con Pellestrina

Quanto sopra evidenzia l'abisso culturale con la laguna veneta.

A Pellestrina, nessuno avrebbe mai concepito di smontare il Chios Aeinaftios per farne legna da ardere o per riparare i tetti, perché la comunità veneziana aveva accesso a mercati strutturati, mattoni, pietra d'Istria e legname dai boschi del Cadore.

Lì la nave è rimasta un elemento "alieno" e puramente estetico.

Nel Nord Atlantico, invece, la nave si scioglieva e si integrava nell'antropizzazione stessa del territorio. 

Diventando letteralmente la casa di chi la guardava (“con un certo grado di speranza”) naufragare (sic). 

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"Le temps de la fraude" all’epoca del proibizionismo e di Al Capone figurano nel capitolo 15 (Isole di Saint-Pierre e Miquelon (Francia): Pirati, Corsari, Contrabbandieri (Armi, Liquori, Tabacco) di PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLOPARTE I: ATLANTICO DEL NORD

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