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lunedì 4 maggio 2026

377. RISALENDO NEL GENNAIO DEL 1981, IN SUD SUDAN, IL NILO BIANCO IN PIROGA: CRONACA DAL PROFONDO E MARTORIATO SUD DEL MONDO. PARTE I: Lenta navigazione, tra isole stracolme di papiri, ambatch, uccelli e serpenti velenosi, a bordo del mio Boeing 707, che non viene da Seattle, ma è un tronco scavato, spinto da due giganti nilotici; si cerca di evitare le pericolose isole galleggianti di giacinti d'acqua

 

Direzione Sobat. Undici ore di navigazione lenta, l’unica via possibile. Di tanto in tanto impugno la pagaia anch’io: ogni colpo d'acqua mi avvicina alle testimonianze storiche che cerco, prima che il tempo le cancelli del tutto

Premessa

   Questo è uno dei tre post tratti da un mio articolo inedito del 1996.

 Così risale a prima che il Sud Sudan diventasse indipendente, e a prima dell’insorgere di un’ulteriore guerra civile ed interetnica, nel Sud Sudan indipendente!

   Oggi (2026) la città di Malakal è distrutta ed è stata completamente abbandonata dai suoi abitanti

   Quindi la guerra civile, di cui parlo nel post, si riferisce a quella tra il nord arabo (o arabizzato) musulmano, e il sud, negro e cristiano. 

   “È questa la cronaca di un viaggio insolito, per certi versi straordinario, che effettuai nell'ormai lontano 1981, nel corso del mio secondo soggiorno di ricerca antropologica nella città multietnica di Malakal. 

È un racconto "diverso", che proviene da una lontana regione del profondo sud del mondo, allora non ancora tormentata da una nuova ed ancora più sanguinosa guerra civile (rispetto a quella precedente) tra nord, arabo e musulmano, e il sud negro e cristiano (o "pagano").

 Una regione che da quindici anni è praticamente inaccessibile e chiusa ad ogni influsso o presenza esterna, dove di tanto in tanto filtra solo qualche raro intervento umanitario o d'emergenza alimentare (ONU o di qualche altra organizzazione internazionale).

 Un'immensa area sulla quale poco si sa, e molto poco o niente riesce ad arrivare in Occidente: notizie, informazioni, situazione generale.

 Perfino il Papa più volte ha avuto occasione di riferirsi accoratamente al "caro Sudan", ma senza alcun apparente risultato. I mass media non sono graditi, quindi non entrano nel paese e, perciò, per quanto riguarda il Sudan, "vuoto assoluto" o "buco nero" nelle nostre comunicazioni del villaggio globale. 

È come se non esistesse!  

   È quindi, il mio, il breve racconto di un'esperienza che, almeno per il prossimo futuro, non avrà alcuna occasione di potersi ripetere.

Le distese paludose del sudd e il tracciato del Canale dello Jonglei (Some rights reserved, Soleincitta)

   Nel corso di quella mia "avventura" ho avuto modo, tra l'altro, di assistere alla nascita (ed alla morte) di una faraonica opera idraulica (la costruzione del canale dello Jonglei) che, proprio perché abortita quasi sul nascere, ha almeno evitato (secondo numerosi esperti) il verificarsi di un altro grandioso disastro naturale, che avrebbe colpito duramente le popolazioni nomadi ivi localizzate.

 Queste hanno comunque dovuto subire gli attacchi "voluti" da parte delle più micidiali armi umane.

   Carestia e fame, emigrazioni forzate o volontarie, hanno finito per stravolgere il tessuto socio-culturale ed etnico di quelle genti.

   Le popolazioni: i civili, i bambini, le donne e gli anziani, anche in questo caso, "more solito", sono state le uniche a rimetterci - anche pagando con la propria vita e al prezzo di innumerevoli sofferenze - nei contrasti etnici ed ideologici perseguiti da "poteri" e interessi contrapposti, spesso completamente estranei, e perciò distaccati, dalla vita "reale" dei singoli, dei gruppi, delle comunità.

Questo documento viene "dedicato con affetto" a tutti i sudanesi meridionali che ho incontrato, con cui ho parlato, discusso, lavorato, con i quali ho sempre interagito, e con i quali ho peraltro spesso condiviso, in quella regione, le mille asperità di una difficile, "esistenzialmente parlando", ricerca sul campo. 

Sia nel 1979, che nel 1980/81. 

E lo dedico anche a tutti coloro che non ho avuto la possibilità di incontrare. 

Molti di loro sono ormai morti, altri sono scappati altrove

Altri stanno combattendo per difendere la propria vita, quella dei loro cari e la propria terra.

A loro perciò dedico questa modesta testimonianza.

Il tratto del Nilo Bianco da Khartoum a Malakal (allora Provincia del Nilo Superiore). Il Sud Sudan diventerà indipendente nel 2011. Dalla Carta Michelin, Africa di Nord-Est, 1:4.000.000, 1975

Prima della partenza da Malakal, con il mio borsone impermeabile e galleggiante, e i miei due assistenti  di ricerca

"Sono già oltre quattro ore che mi sono lasciato alle spalle la cittadina sudanese di Malakal, capoluogo della Provincia del Nilo Superiore, nel Sudan meridionale, 850 Km circa a sud di Khartoum.

 Mi trovo a bordo di un Boeing 707 e, ad un tratto, un mio grido di sorpresa riesce ad interrompere bruscamente la meravigliosa, ma indubbiamente ossessiva, cantilena che il membro adulto del piccolo equipaggio aveva iniziato fin dalla partenza, ritmandola al movimento del mezzo di locomozione. 

In lontananza attraverso il sole accecante ho scorto sulla sinistra, al di sopra di una leggera sommità, anche se dissimulati dagli alberi, i resti di quello che costituiva un inatteso e sorprendente, per quei paraggi, edificio in muratura. 

Mi trovo finalmente a poca distanza dal luogo dove una volta sorgeva l'importante centro regionale di Tawfikyya, le cui tracce sembravano essersi completamente dissolte tra le pieghe della storia.

 I suoi abitanti improvvisamente l'avevano abbandonato all'inizio del novecento, per motivi che sto appunto cercando di scoprire, sia rintracciandoli faticosamente qua e là, in vari archivi più o meno polverosi, sia pazientemente ricostruendo frammenti di informazioni che vado raccogliendo dai diversi anziani intervistati".

Alcune rapide delucidazioni circa il contesto nel quale ci troviamo. 

È il 9 gennaio del 1981 e il Boeing 707 del quale parlo non è naturalmente il diffuso aereo della fabbrica di Seattle, bensì una lunga piroga monoxila (ricavata, cioè, da un solo tronco d'albero)[1], così soprannominata in Juba Arabic

Essa viene sospinta da due esperti e robusti pagaiatori: a poppa siede Chol[2], un Dinka (cioè un appartenente ad uno dei più importanti gruppi nilotici, la cui più evidente caratteristica è, oltre quella di essere dedito alla pastorizia nomade, o transumante, anche la notevole statura - in genere oltre i due metri -). 

A prua manovra il più giovane John, uno Shilluk, figlio del fratello della madre Shilluk di Chol.  

Io mi trovo esattamente al centro dell'imbarcazione. 

Sono attaccato per mezzo di una lunga corda, in modo da non perderla, in caso di un sempre possibile rovesciamento dell'imbarcazione, alla mia borsa impermeabile e galleggiante, che contiene alcuni documenti, un po' di cibo e acqua e l'indispensabile attrezzatura fotografica. 

Cerco sempre di conservare una noiosa e difficile posizione accucciata, che ha lo scopo di non farmi rimanere per lunghe ore a macerare nell'acqua, sempre presente sul fondo. 

Mi accompagnano in questa occasione due dei miei assistenti di ricerca, anche loro Shilluk.

Stiamo risalendo lentamente il corso del "celebre" Nilo Bianco, cercando di conservare una posizione equidistante dalla riva destra.

 Avremmo incontrato, in particolar modo durante quelle che furono le prime ore del mattino (e della nostra navigazione) diverse piroghe e zattere (otiak) dirette a Malakal. 

Erano per lo più di Nuer che portavano ai suqs i loro carichi di pesce secco (e spesso provenivano dalla lontana isola di Zeraf), ma anche di apajo (erba dal sapore zuccherino utilizzato per l'alimentazione del bestiame: un fascio costa 25 piastre sudanesi). 

Di volta in volta costeggiamo numerose lussureggianti isole stracolme di papiri, ambatch[3] , uccelli e serpenti più o meno velenosi. 

Cerchiamo infatti quanto più possibile di evitare il rigore della corrente contraria e le consistenti ed innumerevoli isole galleggianti di giacinti d'acqua che, sebbene bellissime a vedersi, rappresentano un costante pericolo per l'intera navigazione fluviale.

L'eichornia crassipes, il giacinto d'acqua[4], unitamente ai papiri ed a tutta una straordinariamente rigogliosa vegetazione[5] in questi ultimi decenni ha contribuito grandemente a rafforzare il sudd, da sempre un'autentica e, spesso insormontabile, "barriera" di paludi e acquitrini[6]

E ciò risulta specialmente vero laddove il corso del Nilo Banco, oltrepassato il Lago No, si tramuta nel Bahr el-Jebel. 

La barriera avrà termine solo alcune centinaia di chilometri più a sud, generalmente all'altezza della cittadina di Bor. 

Va infatti detto come giacinti d'acqua e papiri, ma particolarmente questi ultimi, staccandosi dai bordi del fiume coinvolgano nella caduta una grande quantità di zolle di terra. 

In tal modo queste tenderanno gradualmente ad accumularsi fino a formare vere e proprie isole galleggianti di notevole ampiezza, lunghezza (anche più di un chilometro) ed altezza, anche oltre i 23 metri. 

Una così imponente barriera è riuscita a bloccare la navigazione fluviale fin dai tempi più antichi.

   È noto come i due centurioni romani, inviati dall'imperatore Nerone nel 66 d.C. verso il sud, alla ricerca delle sorgenti del Grande Fiume, rimasero bloccati proprio da questa ridondante ed apparentemente invalicabile vegetazione. 

Ai nostri giorni riesce a ritardare notevolmente i tempi di percorrenza. 

Samuel Baker, 1870 (1821-1893)

Si può avere una qualche idea circa l'impenetrabilità, nel passato, di questo formidabile baluardo pensando che l'esploratore Samuel Baker, per andare da Khartoum a Gondokoro, nei pressi dell'attuale città di Juba, impiegò ben 18 mesi, laddove per lo stesso percorso, sgombro però di vegetazione, il Gordon ci mise solo 26 giorni! Si deve ancora ricordare come la diga di Jebel Aulia, che attualmente interrompe la navigazione fluviale qualche chilometro a sud di Khartoum, in quell'epoca non esistesse, naturalmente...

   Nell'aprile del 1979 il battello a pale che scendeva da Juba rimase bloccato dai giacinti del sudd per un periodo di tre settimane. 

Nel 1980 il centro di Bentiu non poteva essere raggiunto per nave, mentre nel 1981 il fiume Pibor sarebbe stato totalmente invaso dalle piante[7].

[1] In Shilluk: scherock;

[2] Proveniente dal villaggio di Atar, si è stabilito in uno dei villaggi Shilluk situati di fronte la città di Malakal. Di mestiere fa il traghettatore tra le due sponde del Nilo.

[3] Herminiera elaphroxylon: è un legno più leggero del sughero con il quale Shilluk e Dinka costruiscono belle zattere (abobo), dalla prua decisamente ricurva. Nel 1979, allorché lentamente risalii per quattro giorni il Nilo Bianco a bordo di un vecchio battello a pale, ebbi modo di vederne e fotografarne diverse, tutte manovrate da una sola persona. Tra i molteplici e stupendi ricordi di quell'indimenticabile esperienza, conservo ancora chiaramente le immagini di quegli uomini che, per non venire travolti dalla forte ondata che il battello a vapore creava con il suo passaggio, si aggrappavano letteralmente ai forti fasci di papiri sparsi qua e là lungo le sponde del fiume. Ricordo ancora come esse fossero utilmente e generalmente utilizzate, unitamente alle piroghe, per attraversare il Nilo a Malakal. Ricordo infine come tali zattere assomiglino molto, anche se ovviamente i materiali utilizzati sono di volta in volta diversi, ad altri modelli di imbarcazioni-zattere, come quelle fatte con fusti di papiro (taukwa) del lago Tana (Etiopia), o i caballitos del Perù. Già le più conosciute balsas del lago Titicaca (Bolivia) sono, ad esempio, ben più complesse e di maggiori proporzioni.

[4] Arrivato in Sudan dal Sud America sul finire degli anni '50 (Beshir, 1984, vol.II: 22), esso si è immediatamente moltiplicato, spandendosi lungo il corso di diversi fiumi dell'Africa, come il Congo e lo Zambesi. È presente anche in numerosi fiumi cinesi, vietnamiti, del Bangla Desh, ecc... Va comunque aggiunto, che accanto all'aspetto negativo che indubbiamente esso costituisce per la navigazione fluviale e lacustre, a causa della sua immensa capacità riproduttiva, abbia anche un alto potere depurativo e venga impiegato da alcuni anni negli impianti di depurazione fognaria, anche in Italia. Questa pianta è infatti in grado di assorbire metalli pesanti, come piombo e mercurio, e di filtrare i fanghi organici privandoli di fosforo e azoto. I suoi tuberi possono essere infine utilizzati nell'alimentazione suina. Queste piante, infine, possono essere facilmente incluse in quell'elementare processo che tende alla formazione del prezioso biogas.

[5] Sommario elenco delle piante presenti nel sudd - oltre ai papiri, all'ambatch ed ai giacinti d'acqua: Typha domingensis, Vossia cuspidata, Phragmites mauritianus,

Vigna nilotica, Luffa cylindrica, Ipomea aquatica, Nymphaea caerulea, Pistia stratiotes, Azolla nilotica, Vaslinaria, Trapa, Utricularia, Potamogeton, Ceratophyllum demersum.

[6] Dall'arabo sudud, forma plurale di sadd.

[7] Al tempo dei miei soggiorni nell'area, avevo constatato come operatori del German Technical Aid portassero avanti un progetto che prevedeva la loro eliminazione, o almeno un loro maggiore controllo, tramite l'utilizzo di potenti erbicidi.

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