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domenica 1 febbraio 2026

344.RISALENDO NEL 1979 IL NILO BIANCO: CRONACA DA UNA TERRA MARTORIATA... III E ULTIMA PARTE: INCONTRI SUL FIUME; L'ARRIVO A MALAKAL

 

Una piroga Shilluk traghetta un passeggero sull'altra sponda
(© Franco Pelliccioni)

III Incontri sul fiume; L'arrivo a Malakal

Ecco come si dovrebbe presentare il mio battello privo delle cinque chiatte. E' il governativo "Lord Kitchner", fotografato a Khartoum, 1936 (G. Eric Matson
(
Library of CongressPrints & Photographs Online)
 

 
La composizione della nave, che discende il Nilo, è simile a quella del mio battello. Da poppa si vedono le due chiatte affiancate [a prua il battello ne sospinge altre tre] e il "punto di osservazione" rialzato, oltre alla complessa struttura della ruota a pale 
(© Franco Pelliccioni)


Gli "incontri sul fiume" furono variamente caratterizzati. Ovviamente ci imbattemmo in altre imbarcazioni. Sia in battelli a pale simili al nostro, con o senza chiatte da trascinare o sospingere, che in natanti di piccole dimensioni.  Per quanto riguarda il primo caso, dopo averne incontrato uno che sospingeva un sandal pieno di merci, ne facemmo un altro ben più interessante. Quando tutti i rumori provocati dal motore del battello non riuscirono ad attutire quello di una sirena annunciante il suo arrivo. L'imbarcazione, provenendo da Juba, scendeva il fiume e per condizione, composizione e affollamento, era uguale al nostro. I passeggeri, accalcati sul bordo, ci stavano anche loro osservando. Oltre a due viaggiatori europei, era stracolmo di soldati in uniforme verde o nella bianca Jellabia.

Due abobo (zattere di ambatch) Shilluk i cui occupanti cercano disperatamente di resistere alla forte corrente innescata dal movimento del battello. A questo punto il fiume si restringe decisamente (© Franco Pelliccioni)  

Diverse furono invece le imbarcazioni minori che avvistammo. Come le feluche arabe, con vela bianca rettangolare o triangolare, appartenenti ai Jellaba (piccoli commercianti itineranti), che con le mercanzie si spostavano per i loro affari di villaggio in villaggio. O le scherock, le piroghe monoxili (scavate in un sol tronco) tipiche dei nilotici e le piccole, affusolate zattere di ambatch. Le piroghe servivano normalmente a traghettare da una sponda all'altra le persone, molte delle quali finivano per imbarcarsi sul battello. Generalmente manovrate da un solo africano, si spostavano con rapidità. Tra i molteplici, stupendi ricordi di quell'indimenticabile esperienza, conserviamo ancora chiaramente le immagini di quegli uomini e delle loro smorfie sul viso, per la fatica fatta. Visto che per non venire travolti dalla forte ondata che il battello a vapore creava con il suo passaggio, si dovevano aggrappare ai forti fasci di papiri sparsi qua e là lungo le sponde, o puntellare le loro precarie posizioni infilando nel terreno l'estremità della pagaia. Le ben più modeste zattere di ambatch, sempre con solo una persona a bordo, assomigliavano molto, anche se ovviamente i materiali utilizzati sono di volta in volta diversi, ad altri modelli di imbarcazioni-zattere, che già conoscevamo attraverso la letteratura etnologica. Come quelle costruite con fusti di papiro (taukwa) del lago Tana (Etiopia) o i caballitos del Perù. Già le più conosciute balsas del lago Titicaca (Bolivia) sono ben più complesse e di maggiori proporzioni. 

Gli avvistamenti della fauna si limitarono agli uccelli, appartenenti alle più diverse specie. Poiché il rumore assordante che ci accompagnava costringeva a far immediatamente volar via stormi di volatili, sempre più numerosi man mano che procedevamo. Gli altri animali, sia dalle abitudini prevalentemente acquatiche (coccodrilli e ippopotami), che terrestri, si sarebbero ben guardati dall'avvicinarsi o dal lasciarsi scorgere. Frastuono e corrente diedero loro tutto il tempo necessario per potersi opportunamente defilare. Sempre.

Abbiamo già accennato alle soste della nave e ai villaggi incontrati. Ciò ci dà modo di parlare ancora della "gente":

- nei porticcioli. Si accalcavano ogni volta, numerosi, uno accanto all'altro: donne, uomini, bambini. Tutti in silenzio. Sempre stupiti. Poiché quell'occasione si sarebbe tramutata in una festa. Dalla nave sarebbero scese mercanzie e contribuli, che avrebbero raccontato dei loro viaggi verso il nord del Sudan, di ciò che avevano visto (magari nella grande città di Khartoum), di novità, accadimenti, esperienze. Ed era un grande spettacolo che si offriva ai loro occhi. Tutti insieme, affascinati e muti dalla nostra "presenza", nei loro atteggiamenti eterei e caratterizzati sempre da un qualcosa: il colore o il particolare dell'abito, un ornamento, le scarificazioni tribali, la cenere grigia sul viso (a protezione delle punture di insetti), ecc.. Sembravano quasi cristallizzati in attesa di un qualcosa che potesse accadere da un momento all'altro. E quello diventava anche il nostro spettacolo. Che avremmo "catturato" con l'aiuto di un potente teleobiettivo. Un qualcosa, questo, che ci impressionò notevolmente, tanto da stamparsi indelebilmente nella memoria. Facendoci spesso pensare di aver solo sognato. Dubitando perfino di aver mai vissuto quei lunghi, indimenticabili, particolari momenti...

Al di là dell'imbarcadero le capanne del piccolo centro Shilluk di Kaka, già famigerato centro-mercato di schiavi (Kaka el-Tisaria)
(© Franco Pelliccioni)

- nelle attività quotidiane. Legate soprattutto all'acqua come fonte di vita per uomini e animali. Ecco quindi, fin dall'arrivo nelle località e nei centri arabi, vedere la gente raccogliere in contenitori di tutte le dimensioni e materiali l'acqua, preziosa per bere e cucinare. A volte aiutati nel trasporto da asini. O da piccole canalizzazioni manovrate da norie. E la vicinanza del bestiame: mucche, capre e pecore, che vi si abbeveravano. Così come degli lwak, gli accampamenti temporanei (nel corso della stagione secca -saif- ) dei Dinka. Che avvicinava mandrie, uomini e ragazzi alle sponde del Nilo. Sia per rimanervi per un certo periodo, che per guadarlo al fine di spostarsi sui pascoli localizzati sull'altra riva.

Piroghe all'asciutto e ragazzi che seguono la lenta risalita della nave (© Franco Pelliccioni) 

- nel corso della navigazione che attirava, nei pressi dei centri urbani e dei villaggi, bimbi e ragazzi. Pieni di entusiasmo, ed eccitati dal nostro ingombrante, rumorosissimo passaggio, ci rincorrevano gioiosi lungo le sponde, strillando e salutando. Come qualsiasi altro bambino del mondo di fronte al passaggio di un treno o di un battello.

- negli incendi. Ci capitò più volte di vedere grandi fuochi appiccati volontariamente dagli indigeni. Era quello il metodo del "taglia e brucia", tradizionalmente utilizzato da tanti popoli del mondo per coltivare o per   intrappolare animali. Ma costituiva anche la classica "prova del nove" di come, persino in una terra estremamente arida e calda (come in Sudan al tempo della stagione secca), l'autocombustione fosse un evento del tutto fortuito ed eccezionale.

- nella pesca, specialmente con l'innovativo sistema della rete, che qualche missionario, funzionario governativo, o esperto della cooperazione internazionale aveva loro insegnato, in alternativa alla lancia o all'arpione zigrinato.

Tre guerrieri Shilluk con i loro Lau rossi nei pressi delle capanne appartenenti ad un commerciante (o fabbro) di lance 
(© Franco Pelliccioni)

- nelle vistosissime scarificazioni tribali (tai) sulla fronte degli Shilluk : multiple cicatrici a cheloidi, cioè in rilievo, che ornano la fronte dei maschi adulti. Tali cicatrici vengono eseguite con gradualità fin dalla più tenera età. In genere utilizzando un amo da pesca per tirare la pelle ed inserendo all'interno della ferita, così provocata, sostanze estranee e cicatrizzanti (cenere, argilla, ecc.). Tali pratiche fanno parte integrante dei riti iniziatici di questo popolo.

- o nelle tradizionali capanne e negli accostamenti di oggetti europei e occidentali e di tutto ciò che riusciamo ad intravedere (o solo ad intuire) di quel mondo lontano. Che da bordo dobbiamo necessariamente circoscrivere al solo aspetto materiale di quelle culture e di quei popoli, così lontani e diversi da noi. Eppure così simili a noi nei bisogni essenziali, nella loro sensibilità, negli affetti. In una parola: nel loro essere uomini!

Avremo anche modo, inaspettatamente, di renderci concretamente e visivamente conto del significato di questo "essere culturalmente diversi", allorché esso si evidenzierà in tutta la sua realtà. Sapevamo bene come la presenza a bordo di un doctor (l'infermiera tedesca) fosse ormai di dominio pubblico, non solo sulla nave, ma in tutti i luoghi dove essa attraccherà. Tanto che dovrà intervenire in un paio di occasioni con l'aiuto del marito. Due Shilluk infatti riceveranno da lei una prima medicazione. Guerrieri che avevano avuto: il primo una lanciata su una natica, il secondo un colpo di accetta sulla fronte. Ambedue erano saliti a bordo diretti all'ospedale di Malakal, con le ferite aperte che perdevano abbondante sangue, o che lasciavano intravedere il cranio (quello ferito alla testa). In entrambi i casi il nostro aiuto si ridusse al minimo, proprio perché non preparati ad assistere ad uno spettacolo così crudo.

Arrivammo infine in vicinanza della città di Malakal

Ne scorgevamo sulla sinistra le alte sponde. 

E mille luci già brillavano dalle numerosissime piccole abitazioni. Il tramonto era infatti già avvenuto e in pochissimo tempo il buio più assoluto prese il posto della luce [per cui in questo post non ci sono foto della città...]. Sentimmo tutte le grida dei vari comandi per un attracco, forse un po' più difficoltoso del solito. Il tremolio dell'immensa imbarcazione a puzzle, le sue manovre, sempre più lente, il grido degli africani proveniente dal molo del porto. E un'animazione sempre più frenetica regnava a bordo: quella era un'autentica città! Un pesante contraccolpo e il battello terminò, almeno per noi, la sua corsa. Chetandosi tutto ad un tratto. Da tempo eravamo pronti per scendere e per dare inizio a quella nuova "avventura"  africana.

Questo è un racconto che proviene da una lontana regione del profondo sud del mondo, allora non ancora tormentata da una nuova ed ancora più sanguinosa guerra civile tra il nord, arabo e musulmano e il sud negro e cristiano (o "pagano")

Tra le forze armate del governo centrale fondamentalista di Khartoum, dove è stata applicata fermamente la sharia, e le forze del SPLA (Sudan Peoples Liberation Army). 

Una regione che da quasi venti anni anni è praticamente inaccessibile e chiusa ad ogni influsso o presenza esterna, dove di tanto in tanto filtra solo qualche raro intervento umanitario o d'emergenza alimentare (ONU o di qualche altra organizzazione internazionale).

 Un'immensa area sulla quale poco si sa, e molto poco o niente riesce ad arrivare in Occidente: notizie, informazioni, situazione generale. 

I mass media non sono graditi, quindi generalmente non entrano nel paese e, perciò, per quanto riguarda il Sudan, "vuoto assoluto" o "buco nero" nelle nostre comunicazioni del villaggio globale. 

E' come se non esistesse !

E' stato, il nostro, il racconto di un lungo viaggio  fluviale - durato appena quattro giorni - che ci ha portato, in un "modo diverso", in terre e presso popoli e culture differenti, e perciò straordinariamente "unici". 

Viaggio ed esperienza di vita che, almeno per il prossimo futuro, più nessuno avrà occasione di poter ripetere.

Da. 1999 "Giunse il tramonto e mille luci già brillavano dalle numerosissime piccole abitazioni di Malakal". Un viaggio di studi antropologici nel Sudan meridionale" L'Osservatore Romano, 5 Dicembre, 3.

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Un paio di post precedenti: 

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/326-natale-sotto-il-segno-dellavventura.html

https://pelliccionifranco.blogspot.com/2025/12/327-35-rotte-35-storie-la-carta.html

 

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