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martedì 16 giugno 2026

394. I Corsari dell'Algoritmo: come la logistica ha ridisegnato la mappa del mondo: Amazon, il "non luogo" di Marc Augé e la "Redazione AI" del Times of Malta, che figura nella bibliografia del II vol. (Mediterraneo) di PIRATI, CORSARI E CONTRABBANDIERI, TRA ATLANTICO DEL NORD E MEDITERRANEO, XV-XX SECOLO

L'etichetta di spedizione "ferita" (DLZ3) da cui nasce questa riflessione. La lacerazione del cartone strappa il codice a barre, interrompendo per un attimo la perfezione asettica dell'algoritmo globale
Da antropologo culturale ho passato una vita a studiare come gli esseri umani diano un nome, un senso e un’identità ai luoghi che abitano. Nel mio ultimo lavoro mi sono concentrato sulle rotte dei pirati e dei corsari nel Mediterraneo: un mare dove le isole, le secche e i porti non erano semplici coordinate, ma spazi densi di storie, di conflitti e di culture sovrapposte.
Pochi giorni fa, da viaggiatore per mestiere, mi sono imbattuto in alcune sigle strane stampate su una spedizione: DLZ3, PS R2, FC 08. Sembravano codici aeronautici, ma la realtà si è rivelata molto più affascinante e, per certi versi, inquietante. 
Ero davanti alla toponomastica segreta dell'impero globale di Amazon.
La sovrascrittura del mondo: oltre il "Non-Luogo" di Marc Augé
Negli anni '90, l'antropologo Marc Augé ha coniato il concetto di "non-luogo" per descrivere quegli spazi di transito (aeroporti, autostrade, centri commerciali) privi di identità, di storia e di relazioni. 

Marc Augé (1935-2023), 20 luglio 2010 (CC Some Rights Reserved Charles Mallison)

Oggi, colossi come Amazon hanno compiuto un passo ulteriore: non si limitano a creare non-luoghi, ma stanno deterritorializzando il pianeta, cancellando la geografia umana per sostituirla con una mappa puramente funzionale.
Prendiamo la sigla DLZ3: non la troverete su nessun atlante. Identifica il centro di smistamento logistico di Roma Magliana. 
In questa nuova lingua globale, Roma non è più la Città Eterna; è un satellite che gravita attorno a FCO (il codice IATA dell'aeroporto di Fiumicino). 
I grandi centri di distribuzione di Passo Corese o Colleferro perdono il loro legame con la terra laziale e diventano semplicemente FCO1 e FCO2.
I confini storici spariscono. La geografia dei flussi aerei e dei nodi di smistamento ha colonizzato la terraferma.
Le micro-identità del formicaio geometrico
C'è poi una toponomastica interna, quella delle sigle come PS R2 o FC 08
Rappresentano le coordinate di un formicaio geometrico iper-razionalizzato. 
All'interno di questi immensi magazzini, i lavoratori non si orientano più nello spazio usando punti di riferimento naturali o storici, ma si muovono guidati da un algoritmo e da codici a barre.
La cosa straordinaria è che questo frasario è una vera e propria lingua franca transnazionale
Un lavoratore di un Fulfillment Center a Tokyo, uno in Texas e uno a Roma Magliana condividono lo stesso identico paesaggio semantico e lo stesso modo di vivere lo spazio. L'idioma locale si ferma ai cancelli della fabbrica; dentro, si parla la lingua dell'algoritmo.
La lingua dell'algoritmo, insomma, non ammette imperfezioni. 
Eppure, proprio mentre cercavo di decifrare questi codici sul mio pacco, l'azione banale e umana di scartarlo ha leggermente lacerato l'etichetta. 
Una ferita sul codice a barre. Guardando quella linea spezzata, ho pensato che forse l'antropologia oggi debba ripartire proprio da lì: dalle crepe che l'umanità, anche involontariamente, riesce ancora a produrre sulla superficie liscia e perfetta dei non-luoghi digitali.
Dalle rotte del Mediterraneo ai flussi digitali
Mentre osservavo questa griglia invisibile che avvolge le nostre città, non ho potuto fare a meno di pensare ai miei amati pirati e contrabbandieri del Mediterraneo
C'è un filo rosso che unisce queste epoche:
  • Ieri: Il potere e la ricchezza si conquistavano controllando i colli di bottiglia fisici del mare – i canali, le baie nascoste di Creta, le rotte commerciali delle spezie e della seta.
  • Oggi: I nuovi "regni" globali non conquistano terre, ma flussi. Controllano lo spazio smaterializzandolo, trasformando i territori in codici a barre e i corpi dei lavoratori in ingranaggi di una scansione digitale perpetua.
Siamo davanti a una nuova forma di esplorazione e colonizzazione, dove le navi sono i camion dei corrieri e le mappe sono scritte dagli algoritmi di Seattle. 
Persino la scrittura antropologica sta cambiando: nel mio ultimo libro ho inserito in bibliografia un articolo scritto dalla "Redazione AI" del Times of Malta. 
Il cerchio si chiude: gli algoritmi non solo ridisegnano i luoghi fisici in cui viviamo, ma iniziano a descriverli e a produrre la cultura stessa con cui li interpretiamo.

Il viaggio dell'antropologo oggi non richiede necessariamente di imbarcarsi per terre lontane. 

A volte, basta saper leggere l'etichetta di un pacco d'acquisto per scoprire che la mappa del mondo, così come la conoscevamo, non esiste più. 

martedì 9 giugno 2026

393. SULLE TRACCE DELLA MISSIONE MARCHAND: DA KHARTOUM A FASHODA

 

Figura 136. Le commandant Marchand et ses compagnons d'armes à travers l'Afrique di Michel Morphy (Gallica, BnF)

Nel 1979, a Khartoum, respirai l'aria dell'ultima grande stagione delle esplorazioni africane incontrando Bamonte, reduce dalla leggendaria traversata del Sahara insieme all'editore Sergio Bonelli. Quell'incontro fu una delle tante scintille che alimentarono le mie ricerche sul campo in Sud Sudan.

Il secondo volume della mia tetralogia ALLA SCOPERTA DEL MONDO. Archeologi, Esploratori, Grandi Viaggiatori, Geologi, Naturalisti, Paletnologi è dedicato all'Africa e raccoglie una "squadra" straordinaria di 25 figure.

Come scriveva Rudyard Kipling: "C’è sempre qualcosa di nascosto! Vai, e scoprilo!"

Ciascuna delle vicende esistenziali dei "miei" personaggi mi ha così entusiasmato, da oltrepassare la barriera del tempo, legandomi indissolubilmente a loro.

Ci sono i pionieri del Sahara e di Timbuctù come Caillé, Barth e László Almásy (l’autentico “Paziente Inglese”); i ricercatori delle sorgenti del Nilo come Speke e Piaggia; e i giganti dell'egittologia come Rosellini, Champollion e Mariette.

Uomini e donne guidati dal sacro fuoco della conoscenza, che spesso hanno pagato con la vita – come Mungo Park o Isabelle Eberhardt – il prezzo della scoperta.

Tra queste figure, spicca il Capitano francese Jean-Baptiste Marchand.

...

A volte la Storia con la S maiuscola viene scritta in posti remoti.

Nel 1898, il piccolo villaggio di Fashoda (oggi Kodok, in Sud Sudan) divenne il punto di collisione tra l'Impero Britannico e quello Francese. 

Marchand compì un'autentica Mission Impossible: partendo dall'Atlantico, attraversò la giungla portando sulle spalle un battello a vapore smontato per sbarrare la strada al sogno imperialista inglese della linea "Cairo-Capo". 

Di questa tensione geopolitica ho trovato traccia persino negli archivi dell'Università di Durham, in un vecchio manoscritto arabo del settembre 1898, dove un capo mahdista avvisava il Califfo dell'avvicinarsi degli inglesi e della straordinaria presenza di "un pugno di soldati francesi" sul Nilo Superiore.

Durante la mia ultima missione di ricerca in Sud Sudan, sono riuscito a raggiungere Fashoda, capitale storica del popolo nilotico degli Shilluk e "posto dei Re". 

Lì, a pochi metri dal Rural Council, ho individuato una bassa costruzione coloniale: era la residenza originale di Marchand.

Figura 140. La residenza del Capitano Marchand sulla sommità di una collinetta (© Franco Pelliccioni)

Guardare quella collinetta significa toccare con mano l'epopea che ha ridisegnato le mappe del nostro pianeta. 

Poco distante, tra i segni delle inondazioni del Nilo, restavano le mura perimetrali del forte e un pozzo.

Oggi, dopo decenni di conflitti distruttivi in quella tormentata regione, non so se l’edificio di Marchand e quelle mura esistano ancora. 

Quello scatto rappresenta un documento storico eccezionale e probabilmente irripetibile

Nonostante l'assoluto divieto di fotografare edifici governativi o militari, grazie alla mediazione dell'ispettore del governo sudanese per la regione dello Shilluk settentrionale, sono poi riuscito a riprendere la storica placca del 1898 posta sul quartiere generale di Marchand, ora sede della polizia.

Se volete scoprire le vite di questi autentici giganti della scienza e dell'avventura, il viaggio continua tra le pagine del mio libro.


ALLA SCOPERTA DEL MONDO. VOL.2 AFRICA
Archeologi, Esploratori, Grandi Viaggiatori, Geologi, Naturalisti, Paletnologi
E-Book e versione cartacea in bianco e nero di grandi dimensioni (16,99 x 1,17 x 24,41), 224 pp., 109 note,  bibliografia, 179 immagini (20 sono dell'A.) 


domenica 7 giugno 2026

392. OMDURMAN E LE VIE DEL NILO, 1979: QUANDO SERGIO BONELLI E GERARDO BAMONTE CERCAVANO I CONFINI DEL MONDO. Ricordi di una Khartoum che fu crocevia intellettuale vivo, aperto e generoso, dove scienziati, diplomatici, religiosi e grandi narratori si incontravano per comprendere l'anima più profonda dell'Africa


Marzo 1979, Khartoum: da sinistra a destra si vedono l’Ambasciatore Filippo Anfuso, lo zoologo Luigi Bottani e il caro amico Gerardo Bamonte, che conoscevo fin dai primi anni Settanta. Infine il sottoscritto, ritratto prima dell’usuale e inevitabile "cura dimagrante tropicale" che il clima africano imponeva a noi viaggiatori*

In questi mesi guardo con profonda angoscia le notizie che arrivano dal Sudan. 

Le tre città gemelle, Khartoum, Omdurman e Bahri (Khartoum North), versano oggi in una situazione tragica e distruttiva a causa di una guerra civile spietata. 

I ritmi, i canti e i colori del venerdì al tramonto presso la tomba di Sheikh Hamed al-Nil a Omdurman – quel rituale Sufi di fratellanza e di estasi mistica a cui ebbi la fortuna di assistere – sono oggi dolorosamente sospesi, sostituiti dal silenzio e dalle ferite dei combattimenti. 

Eppure, proprio mentre la storia recente rischia di cancellare la memoria di quei luoghi, sento il bisogno di aprire il cassetto dei ricordi e riportare alla luce un frammento di un’epoca straordinaria, un incrocio magico di vite, di alleanze istituzionali e di avventure sul campo avvenuto nel 1979.

Conservo una sola fotografia [digitalizzata] di quei giorni. 

Ci ritrae nel giardino della nostra Ambasciata a Khartoum e, visti i costumi da bagno, eravamo probabilmente accanto a una piscina di cui però il tempo ha sbiadito il ricordo nella mia mente. 

Da sinistra a destra si vedono l’Ambasciatore Filippo Anfuso, lo zoologo Luigi Bottani e il caro amico Gerardo Bamonte, che conoscevo fin dai primi anni Settanta. Infine il sottoscritto, ritratto prima dell’usuale e inevitabile "cura dimagrante tropicale" che il clima africano imponeva a noi viaggiatori.

Gerardo era appena arrivato in Sudan, ma per via terra, reduce da una traversata che definire epica sarebbe riduttivo. 

Mi spiegò che, insieme allo zoologo Luigi Bottani, aveva accompagnato in jeep una figura leggendaria della cultura pop italiana: Sergio Bonelli, l’editore e autore di Tex Willer e Mister No, che al momento del nostro incontro a Khartoum era già rientrato a Roma. 

Bonelli era un uomo mosso da una curiosità instancabile e desiderava disperatamente vedere con i propri occhi i leggendari fortini della Legione Straniera per poi riversare quelle atmosfere nelle sue storie.

 Partiti da Algeri, avevano attraversato l'intero deserto del Sahara in jeep, imbattendosi lungo le piste persino nell'incredibile e bizzarra presenza di diverse roulotte.

Nel corso del loro viaggio verso est avevano raggiunto il massiccio dell’Hoggar e, oltrepassato il confine con il Mali, erano passati per il famoso e solitario albero del deserto del Ténéré

In realtà, si trattava già della sua celebre "controfigura" metallica, poiché l’acacia originale, l’albero più isolato del pianeta, era stata tragicamente abbattuta da un camionista ubriaco pochi anni prima, nel 1973

Ma l’avventura più rischiosa li attendeva alle porte del Sudan: muovendosi verso est in direzione del Ciad, nelle vicinanze dell’aeroporto di Fort Lamy, il gruppo era vicino a scampare ai colpi di mitragliatrice degli aerei dei ribelli che in quel momento stavano martellando le piste.

Poco dopo quella straordinaria traversata, ci ritrovammo a Omdurman per assistere al ballo dei dervisci

Ricordo l'intensità di quella cerimonia, l'odore dell'incenso che si mescolava alla polvere sollevata dai piedi dei fedeli e il suono dei canti catturato da Gerardo con il suo fedele e pesante registratore a nastro Nagra, lo strumento d'elezione degli antropologi sul campo

Fu un'esperienza viscerale, autentica e priva di qualsiasi filtro edulcorato per turisti: ricordo vividamente che, una volta raggiunta la trance profonda, alcuni dervisci perdevano del tutto il controllo delle funzioni corporee e urinavano

Era il segno tangibile, antropologicamente straordinario, del totale svuotamento dell'Io, in cui il corpo smetteva di appartenere alle convenzioni umane per farsi puro canale attraversato dall'estasi divina.

Mentre Gerardo, dopo quella tappa, sarebbe ripartito per l'Italia, io mi trovavo in procinto di spingermi ancora più a fondo, verso il Sud Sudan

Destinazione: Malakal, a circa 750 chilometri a sud di Khartoum, per quella che sarebbe diventata la mia prima ricerca sul campo in una complessa realtà urbana multietnica e multiculturale sudanese

Per farlo, affrontai prima un'intera ed estenuante giornata in jeep nel deserto per raggiungere Kosti; lì mi imbarcai su un vecchio battello a pale posteriori, iniziando una lentissima e affascinante risalita del Nilo Bianco durata ben quattro giorni.

Prima di intraprendere questa navigazione, i giorni a Khartoum furono cruciali per tessere la rete di permessi necessari a condurre la ricerca e scattare fotografie sul campo

Fui ricevuto per via protocollare dal Ministro di Stato degli Affari Esteri, Francis Mading Deng

Fu un incontro memorabile: 

Deng, egli stesso di etnia Dinka, era un famosissimo studioso e fine interprete della cultura del suo popolo, e si dimostrò profondamente interessato e partecipe verso le mie linee di ricerca. 

In quei medesimi giorni di febbrile preparazione, ebbi la fortuna di incontrare più volte Padre Giovanni Vantini, il leggendario missionario comboniano e insostituibile storico della Nubia antica, con cui potei confrontarmi sulle dinamiche culturali di quel territorio così stratificato.

Oltre al Dr. Herman Bell (Head Department of Sudanese and African Languages), al Dr. Sadig Rasheed (Director, Development Studies and Research Centre, Faculty of Economic and Social Studies), a Mrs Judy El Bushra (Research and Publication Officer  Development Studies and Research Centre, Faculty of Economic and Social Studies), al Prof. Tajel Ambia El-Dawl (Head, Department of Anthropology and Sociology), tutti dell'Università di Khartoum.

Oggi che la violenza minaccia il futuro e l'integrità del Sudan, quella fotografia e questi appunti non sono solo la nostalgia di una gioventù lontana. 

Sono la testimonianza di una Khartoum che era un crocevia intellettuale vivo, aperto e generoso, dove scienziati, diplomatici, religiosi e grandi narratori si incontravano per tentare, ciascuno a modo suo, di comprendere l'anima più profonda e autentica dell'Africa.

Nota dell'autore: Se desiderate approfondire le atmosfere, la storia e le rotte scientifiche che hanno caratterizzato la grande stagione delle spedizioni sul campo, trovate questi e altri resoconti nel volume "Africa" della mia tetralogia sulle esplorazioni

ALLA SCOPERTA DEL MONDO. VOL.2 AFRICA
Archeologi, Esploratori, Grandi Viaggiatori, Geologi, Naturalisti, Paletnologi
E-Book e versione cartacea in bianco e nero di grandi dimensioni (16,99 x 1,17 x 24,41), 224 pp., 109 note,  bibliografia, 179 immagini (20 sono dell'A.) 



* Recandomi in un paese islamico, oltre tutto sottoposto ad un regime dittatoriale (quello di Ja'far al-Nimeyri), dove i divieti di fotografia erano numerosi, oltre alla Nikon F e alla Polaroid avevo portato un'Agfa pocket 2008, con la quale è stata scattata questa foto. 

Una macchina sottile da utilizzare, se necessario, senza dare troppo nell'occhio. 

In realtà userò solo un paio di rollini, per scattare foto in bianco e nero e a colori del tutto normali, certamente non alla "James Bond". Per chi fosse interessato a conoscere l'apparecchiatura foto-cinematografica nel tempo utilizzata sul terreno  (e nella vita), vedi il post n. 8. del blog: https://pelliccionifranco.blogspot.com/2022/01/a-proposito-della-fotografia-ma-anche.html

p. s. 8 giugno 2026. Nelle ultime ore 24 ore il blog ha avuto  4.760 visualizzazioni da tutto il mondo: Hong Kong  Singapore Messico Stati Uniti India Italia Argentina Brasile  Bangladesh Canada Uruguay Palestina Filippine Turchia Francia Romania Colombia Germania Regno Unito Altro





sabato 6 giugno 2026

391. Presentazione e sommario del libro: "Viaggio nelle atlantiche isole Fær Øer"

 

Figura 6. Kædedans på Færøerne (“Danza a catena nelle Fær Øer”), ca. 1930 (di  Sophie Petersen, Nationalmuseet/Det Kongelige Danske Geografiske Selskab)


"Viste dal largo le Fær Øer sembrano disabitate: una muraglia di basalto si leva a picco dal mare in perenne burrasca (...) 

Dove la spuma ribolle e crea pericolosi vortici. 

Chi non è pratico preferisce non avventurarvisi (...) 

Alle Fær Øer non approdano mai turisti, solo naufraghi della pesca o navi di piccola stazza (...) 

Gruppi di case, interamente coperte in torba e pietra (...) 

Si stagliano nel paesaggio di una desolazione unica: non c'è quasi albero alle Fær Øer..." Cova, 1965

Dal diario di viaggio

Dal finestrino vedo le onde dell’Atlantico ribollire sotto di me.

 Dopo la ricerca dell’anno scorso, tra i minatori norvegesi e russi delle Artiche  Svalbard, sto per dare avvio ad un’altra tappa, la sesta, del mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord

La meta si sta ora approssimando. 

Se, come penso, rispetterà l’orario, il BAe 146 della compagnia aerea faroese Atlantic Airways (RC 0455), decollato alle 15 da Copenhagen, dove ho effettuato un breve soggiorno, atterrerà  alle 16,25 nel piccolo aeroporto di Sørvágur, nell’isola di Vagar. 

Certo, ciò che si comincia qua e là a intravedere, attraverso le nuvole, non sembra molto invitante.

Eppure non vedo l’ora di stare laggiù, tra gli isolani. 

Autentici pronipoti dei Vichinghi, che ancora costruiscono barche con il know how norreno, utilizzano zolle di terra ed erba per i tetti delle case, cacciano uccelli con trappole e reti, “purtroppo” talvolta fanno stragi di balenottere e, nelle grandi occasioni, come la festa di St. Olav, che mi ha fatto venire qui alla fine del mese di luglio, si può perfino assistere a danze a catena medievali! (...)

Presentazione

L'arcipelago delle Fær Øer, composto da 18 isole, con una superficie di 1.399 kmq e una popolazione di poco più di 50.000 abitanti, sembra dovuto ad un involontario errore. 

Uno sbaffo di matita segnato casualmente sopra il planisfero, quasi in mezzo all'Atlantico del Nord. 

Sottolineando visivamente una distanza spaziale che, per secoli, ha comportato il suo isolamento, anche in senso culturale. 

Dalle forti caratterizzazioni storiche, geografiche, culturali e linguistiche, l’arcipelago appartiene politicamente alla Danimarca, dalla quale dista 1.300 Km, ma gode di una forte autonomia. 

Diversi sono stati i punti di attrazione scientifica e conoscitiva rappresentati da questo remoto pugno di isole, che mi avevano convinto ad inserirle nel mio Programma sulle Comunità Marittime dell’Atlantico del Nord. 

Figura 11. Dall'alto della tortuosa strada di accesso, veduta dello straordinario villaggio di Tjørnuvik, Streymoy settentrionale, incassato in una tipica botnur (stretta vallata) faroese (© Franco Pelliccioni) 

Non solo perché gli isolani sono degli autentici pronipoti dei Vichinghi, che ancora costruiscono barche con il know how norreno, utilizzano zolle di terra ed erba per i tetti delle case, cacciano uccelli con trappole e reti, “purtroppo” talvolta fanno stragi di balenottere e, nelle grandi occasioni, come la festa di St. Olav, che mi ha fatto andar là alla fine del mese di luglio, si può perfino assistere a danze a catena medievali! 

Ma anche per il passaggio, solo nel XIX secolo, da un'economia prettamente agricolo-pastorale, ad una incentrata sulla pesca. 

Del tutto inusuale, rispetto a tante altre realtà marittime del mondo.

 Oppure per la sofisticata tecnologia impiegata in diversi settori della società faroese, primo fra tutti nel campo nautico, nel quale hanno saputo eccellere tra le marinerie dell'Atlantico settentrionale. 

Per non parlare della fine del lungo isolamento delle comunità isolane. 

Per lo più non collegate via terra da carrozzabili e connotate da una generalizzata economia di sussistenza. 

Incentrata sul caratteristico e multicolore villaggio faroese, il bygd, con il molo, la chiesetta, i vicini campi (il bøur) coltivati a patate, circondati da bassi muretti di pietre, e quelli più distanti (hagi, i campi "esterni"), destinati al pascolo degli ovini. 

Per un lungo periodo di tempo ogni bygd risultava così completamente isolato dagli altri insediamenti. 

Costituendo un mondo a parte, un microcosmo collegato agli altri microcosmi faroesi solo via mare. 

O attraverso i sentieri intercomunitari, che andavano da costa a costa.

 Attraversando valli e montagne. 

Spesso non solo disagevoli, a volte anche pericolosi. 

Per l'improvviso arrivo di una tempesta d'acqua o della nebbia, che tutto avvolge e, quindi, per il buio, il freddo e il forte vento. 

Sentieri punteggiati da cairns, che andavano percorsi anche con il tempo pessimo. 

Cercando di arrivare al mucchio di pietre successivo. 

La rete viaria di comunicazione intraisolana data solo dagli anni '1950. 

L'ultima rimarchevole caratteristica riguarda l'aspetto demografico.

 In netta contro-tendenza, rispetto alle migliaia di arcipelaghi, isole ed isolotti sparsi nei "sette mari". 

Terre di emigrazione verso la terraferma, destinate gradatamente a spopolarsi ed essere abbandonate. 

Le Fær Øer hanno invece conosciuto un interessante incremento demografico. 

Fino al brusco ed inaspettato arresto provocato dalla "grande depressione" degli anni '1990. 

Cioè all’epoca del mio viaggio, quando sono stato l’involontario testimone di un altro dei tanti periodi della tormentata storia faroese.

 Poiché "in tempo reale" ho potuto registrare: sensazioni, timori, speranze, insicurezze e, perché no?, anche le certezze e la fiducia per il domani. 

Incontrando e intervistando gli isolani: il pescatore, l'anziano, la donna, il giovane, per giungere fino ai più alti gradi di responsabilità (politica-amministrativa-tecnologica-economica, a livello nazionale e locale) e agli opinion leaders. 

Ovviamente nel libro il mio racconto è stato ampiamente aggiornato e integrato con i cambiamenti intercorsi da allora. 

Poiché da tempo la “crisi collettiva” è stata superata. 

Oggi l’arcipelago è addirittura Green.

VIAGGIO NELLE ATLANTICHE ISOLE FÆR ØER 

IL PAESE DAI TETTI DI PRATO, CHE ONDEGGIANO AL VENTO

SOMMARIO

1. PREMESSA

Dal diario di viaggio 

La ricerca nelle isole

2. INTRODUZIONE   

3. GEOGRAFIA, CLIMA, NATURA    

3.1 Flora   

3.2 Fauna       

4. STORIA       

4.1 Tra Mito e Storia: dalla Navigatio Sancti Brandano alle "Isole delle Pecore", all'età dei Vichinghi  

4.2 Norvegesi, quindi dano-norvegesi        

4.3 Danesi      

4.4 In sintesi  

5. DEMOGRAFIA, ANTROPOLOGIA (FISICA)          

6. LINGUA E CULTURA DI UNA NAZIONE-COMUNITA’    

La “scuola di vita” della roykstova 

Controllo sociale, alcoolismo          

7. ECONOMIA: IL PESCE, L'«ORO» DELLE FÆR ØER. UNA SOCIETÀ COSTRUITA SULLA PESCA

7.1 Pesca e imbarcazioni     

7.2 Il grindadráp, la caccia comunitaria alle balene         

7.3 L'uccellagione: fygling, fleyging (e omanfleyg)             

7.4 Allevamento-Agricoltura             

7.5 Il Turismo

8. IERI: LA GRANDE CRISI DEGLI ANNI '1990        

8.1 Si continua a pescare eccessivamente, senza fermo biologico       

8.2 L’imprinting  vichingo, elemento costitutivo di una delle migliori marinerie atlantiche       

8.3. A livello individuale, comunitario e nazionale, i faroesi tentano di lasciarsi alle spalle il sofferto passato, ipotecando il futuro, con generalizzate richieste di prestiti e finanziamenti

8.4  Un lungo periodo di austerity  e di ricostruzione socio-economica             

9. OGGI: UNA RINASCITA SCANDITA DAL “VERDE”

9.1 Economia, Trasporti, Infrastrutture, Turismo 

9.2 Un arcipelago totalmente “Green”. Ovvero, quando le negatività geo-climatiche faroesi diventano positive, grazie a Vento, Acqua, Maree, Correnti, Onde, Geotermia (e Sole)    

10.  IL “PORTO DEL DIO TOR”, TÓRSHAVN, CAPITALE DELLE  FÆR  ØER           

Dal diario di viaggio 

10.1 Olavsøka, la festa di St. Olav : La sfilata popolare, il corteo delle autorità politiche e religiose, quello storico

10.2 Il racconto di una dura ed eroica lotta per la sopravvivenza degli isolani nel Batasavnið, il Museo Marittimo faroese    

10.3 Norðurlandahúsið,  la Casa Nordica

11.  IL CATTOLICESIMO NELLE ISOLE         

11.1 La visita a Kirkjubøur, il “campo della chiesa”           

Dal diario di viaggio 

11.2 Dalla riforma protestante, alla libertà di religione. La Mariukirkjan  di Tórshavn         

12. UN’ESCURSIONE NELLE ISOLE DI STREYMOY  ED EYSTUROY         

Dal diario di viaggio

13. VÁGUR (LA "BAIA"), COMUNITÀ DI PESCATORI DELLA LONTANA ISOLA MERIDIONALE DI SUÐUROY            

Dal diario di viaggio 

14. RITORNO A TOR E, POI, A COPENHAGEN       

Dal diario di viaggio 

15. APPENDICE         

15.1  Corsari e pirati nordafricani, francesi, inglesi, irlandesi     

15.2  L’isola che “non c’è”: la remota Mykines      

16. BIBLIOGRAFIA     

CARTE

Versione cartacea a colori: https://www.amazon.it/dp/B0942FDTP5
Versione cartacea in bianco e nero  https://www.amazon.it/dp/B0948JWTX2

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TUTTI I DATI (ECONOMICI, STATISTICI, DEMOGRAFICI, ETNOGRAFICI, ECC.) CONTENUTI NEI MIEI LIBRI SONO STATI ACCURATAMENTE VERIFICATI, INTEGRATI E AGGIORNATI AL MOMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE