 |
| Marzo 1979, Khartoum: da sinistra a destra si vedono l’Ambasciatore Filippo Anfuso, lo zoologo Luigi Bottani e il caro amico Gerardo Bamonte, che conoscevo fin dai primi anni Settanta. Infine il sottoscritto, ritratto prima dell’usuale e inevitabile "cura dimagrante tropicale" che il clima africano imponeva a noi viaggiatori* |
In questi mesi guardo con profonda angoscia le notizie che
arrivano dal Sudan.
Le tre città gemelle, Khartoum, Omdurman e Bahri (Khartoum North), versano
oggi in una situazione tragica e distruttiva a causa di una guerra civile
spietata.
I ritmi, i canti e i colori del venerdì al tramonto presso la tomba
di Sheikh Hamed al-Nil a Omdurman – quel rituale Sufi di fratellanza e di
estasi mistica a cui ebbi la fortuna di assistere – sono oggi dolorosamente
sospesi, sostituiti dal silenzio e dalle ferite dei combattimenti.
Eppure,
proprio mentre la storia recente rischia di cancellare la memoria di quei
luoghi, sento il bisogno di aprire il cassetto dei ricordi e riportare alla
luce un frammento di un’epoca straordinaria, un incrocio magico di vite, di
alleanze istituzionali e di avventure sul campo avvenuto nel 1979.
Conservo una
sola fotografia [digitalizzata] di quei giorni.
Ci ritrae nel giardino della
nostra Ambasciata a Khartoum e, visti i costumi da bagno, eravamo probabilmente
accanto a una piscina di cui però il tempo ha sbiadito il ricordo nella mia
mente.
Da sinistra a destra si vedono l’Ambasciatore Filippo Anfuso, lo zoologo Luigi Bottani e il caro amico Gerardo Bamonte, che conoscevo fin dai primi anni
Settanta. Infine il sottoscritto, ritratto prima dell’usuale e inevitabile "cura
dimagrante tropicale" che il clima africano imponeva a noi
viaggiatori.
Gerardo era appena arrivato in Sudan, ma per via terra, reduce da
una traversata che definire epica sarebbe riduttivo.
Mi spiegò che, insieme allo zoologo Luigi Bottani, aveva accompagnato in jeep una figura leggendaria
della cultura pop italiana: Sergio Bonelli, l’editore e autore di Tex Willer e
Mister No, che al momento del nostro incontro a Khartoum era già rientrato a
Roma.
Bonelli era un uomo mosso da una curiosità instancabile e desiderava
disperatamente vedere con i propri occhi i leggendari fortini della Legione
Straniera per poi riversare quelle atmosfere nelle sue storie.
Partiti da
Algeri, avevano attraversato l'intero deserto del Sahara in jeep,
imbattendosi lungo le piste persino nell'incredibile e bizzarra presenza di
diverse roulotte.
Nel corso del loro viaggio verso est avevano raggiunto il
massiccio dell’Hoggar e, oltrepassato il confine con il Mali, erano passati per
il famoso e solitario albero del deserto del Ténéré.
In realtà, si trattava già
della sua celebre "controfigura" metallica, poiché l’acacia
originale, l’albero più isolato del pianeta, era stata tragicamente abbattuta
da un camionista ubriaco pochi anni prima, nel 1973.
Ma l’avventura più rischiosa
li attendeva alle porte del Sudan: muovendosi verso est in direzione del Ciad,
nelle vicinanze dell’aeroporto di Fort Lamy, il gruppo era vicino a scampare ai
colpi di mitragliatrice degli aerei dei ribelli che in quel momento stavano
martellando le piste.
Poco dopo quella straordinaria traversata, ci ritrovammo a
Omdurman per assistere al ballo dei dervisci.
Ricordo l'intensità di quella
cerimonia, l'odore dell'incenso che si mescolava alla polvere sollevata dai
piedi dei fedeli e il suono dei canti catturato da Gerardo con il suo fedele e
pesante registratore a nastro Nagra, lo strumento d'elezione degli antropologi
sul campo.
Fu un'esperienza viscerale, autentica e priva di qualsiasi filtro
edulcorato per turisti: ricordo vividamente che, una volta raggiunta la trance
profonda, alcuni dervisci perdevano del tutto il controllo delle funzioni
corporee e urinavano.
Era il segno tangibile, antropologicamente straordinario,
del totale svuotamento dell'Io, in cui il corpo smetteva di appartenere alle
convenzioni umane per farsi puro canale attraversato dall'estasi divina.
Mentre
Gerardo, dopo quella tappa, sarebbe ripartito per l'Italia, io mi trovavo in
procinto di spingermi ancora più a fondo, verso il Sud Sudan.
Destinazione:
Malakal, a circa 750 chilometri a sud di Khartoum, per quella che sarebbe
diventata la mia prima ricerca sul campo in una complessa realtà urbana
multietnica e multiculturale sudanese.
Per farlo, affrontai prima un'intera ed
estenuante giornata in jeep nel deserto per raggiungere Kosti; lì mi imbarcai
su un vecchio battello a pale posteriori, iniziando una lentissima e
affascinante risalita del Nilo Bianco durata ben quattro giorni.
Prima di
intraprendere questa navigazione, i giorni a Khartoum furono cruciali per
tessere la rete di permessi necessari a condurre la ricerca e scattare
fotografie sul campo.
Fui ricevuto per via protocollare dal Ministro di Stato
degli Affari Esteri, Francis Mading Deng.
Fu un incontro memorabile:
Deng, egli
stesso di etnia Dinka, era un famosissimo studioso e fine interprete della
cultura del suo popolo, e si dimostrò profondamente interessato e partecipe
verso le mie linee di ricerca.
In quei medesimi giorni di febbrile
preparazione, ebbi la fortuna di incontrare più volte Padre Giovanni Vantini,
il leggendario missionario comboniano e insostituibile storico della Nubia
antica, con cui potei confrontarmi sulle dinamiche culturali di quel territorio
così stratificato.
Oltre al Dr. Herman Bell (Head Department of Sudanese and African Languages), al Dr. Sadig Rasheed (Director, Development Studies and Research Centre, Faculty of Economic and Social Studies), a Mrs Judy El Bushra (Research and Publication Officer Development Studies and Research Centre, Faculty of Economic and Social Studies), al Prof. Tajel Ambia El-Dawl (Head, Department of Anthropology and Sociology), tutti dell'Università di Khartoum.
Oggi che la violenza minaccia il futuro e l'integrità del
Sudan, quella fotografia e questi appunti non sono solo la
nostalgia di una gioventù lontana.
Sono la testimonianza di una Khartoum che
era un crocevia intellettuale vivo, aperto e generoso, dove scienziati,
diplomatici, religiosi e grandi narratori si incontravano per tentare, ciascuno
a modo suo, di comprendere l'anima più profonda e autentica dell'Africa.
Nota dell'autore: Se desiderate approfondire le atmosfere,
la storia e le rotte scientifiche che hanno caratterizzato la grande stagione
delle spedizioni sul campo, trovate questi e altri resoconti nel volume
"Africa" della mia tetralogia sulle esplorazioni
ALLA SCOPERTA DEL MONDO. VOL.2 AFRICA
Archeologi, Esploratori, Grandi Viaggiatori, Geologi, Naturalisti, Paletnologi
E-Book e versione cartacea in bianco e nero di grandi dimensioni (16,99 x 1,17 x 24,41), 224 pp., 109 note, bibliografia, 179 immagini (20 sono dell'A.)
* Recandomi in un paese islamico, oltre tutto sottoposto ad un
regime dittatoriale (quello di Ja'far al-Nimeyri), dove i divieti di fotografia
erano numerosi, oltre alla Nikon F e alla Polaroid avevo portato un'Agfa pocket 2008, con la quale è stata scattata questa foto.
Una macchina sottile da
utilizzare, se necessario, senza dare troppo nell'occhio.
In realtà userò solo
un paio di rollini, per scattare foto in bianco e nero e a colori del tutto normali,
certamente non alla "James Bond". Per chi fosse interessato a conoscere l'apparecchiatura foto-cinematografica nel tempo utilizzata sul terreno (e nella vita), vedi il post n. 8. del blog: https://pelliccionifranco.blogspot.com/2022/01/a-proposito-della-fotografia-ma-anche.html
p. s. 8 giugno 2026. Nelle ultime ore 24 ore il blog ha
avuto 4.760 visualizzazioni da tutto il
mondo: Hong Kong Singapore Messico Stati
Uniti India Italia Argentina Brasile Bangladesh
Canada Uruguay Palestina Filippine Turchia Francia Romania Colombia Germania Regno
Unito Altro