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Figura
51.
Veduta parziale della sala di preghiera della Grande Moschea di Kairouan |
Accingendomi a
scrivere questo capitolo a me caro, per l’ennesima volta prendo in mano un
libro che, oltre sessanta anni fa, mi aveva introdotto alla famosa “città
santa” di Kairouan. Era la narrazione di un’avventurosa spedizione, che nel
1950-52 portò su una decrepita Chrysler cinque ragazzi, quattro architetti
francesi e un ingegnere inglese, Dal Nilo al Gange. Allora non potevo
che assorbirne quasi ogni sua singola frase, mentre oggi lo ricordo con
“tenerezza”. Fu grazie alla letteratura di viaggio, dapprima, e a quella più
strettamente etnologica, poi, che i miei interessi adolescenziali gradatamente
si sarebbero rivolti alle culture “altre”.
Adesso che per
l’occasione lo sto sfogliando, mi accorgo di una nota firmata, apposta sul
frontespizio: “gennaio 1961, I° libro, il libro colpevole”. Questa era
stata in assoluto la mia prima lettura “esotica”, quando avevo solo quattordici
anni… Così che per me fu allora fondamentale avvicinarmi ai viaggi e alle
avventure. Nonostante le critiche mosse nel 1955 dal grande Claude Lévi-Strauss
nel suo bellissimo Tristi Tropici, dove stroncava il genere dei
resoconti di spedizione accusandoli di cercare solo l'effetto sensazionale sul
lettore anziché sollecitarne lo spirito critico. Anche se l’illustrissimo
collega nell’incipit sottolineava l’intenzione di raccontarci le sue spedizioni!
Di quel libro
mi colpì il racconto della visita alla Grande Moschea. Una testimonianza ormai
storica, che ha ancora riscontri con la realtà di oggi:
“Veramente in Kairouan non si entra affatto. Non che la città sia chiusa, interdetta all’infedele; essa gli è ostile. Si possono superare i bastioni, si può passeggiare nelle strade, ma si resta lo stesso al di fuori. La città è simile alle donne velate che si incontrano. (...) Giana-el-Kebir, la grande moschea è cinta da mura dai contrafforti massicci e irregolari. Una porta bassa dà accesso sotto i portici... in silenzio camminiamo sul marmo bianco del grande cortile. (...) Le quattrocento colonne dei portici provengono dalle città romane, da dove furono rubate (...) Un passo e il silenzio si fa anche più profondo. (...) Questo luogo è sacro; l’effetto è immediato e lo sentiremo nuovamente in alcuni templi antichi e principalmente in Egitto, luoghi di predilezione per lo spirito, dove il tempo si annulla, dove si diffonde nell’animo una pace indefinibile, una promessa di armonia quasi perfetta” (Rambach, 1960). .
Non sarà stato
da Pulitzer, ma per un ragazzo il brano ebbe certamente un suo indubbio
fascino…
Se la località
non è attraente, certamente era strategica, trovandosi a metà strada tra la
costa, dove imperversavano ancora i bizantini, e le montagne, rifugio dei
bellicosi berberi. Kairouan (al-Qayrawān, ovvero “carovana” o “campo”) è una
delle poche città tunisine a non essere stata fondata su un preesistente sito.
Qui, narrano i cronisti, Uqba ibn Nafi, nel 670 d.C., decise di fondare una
città che servisse da piazza d’armi permanente contro le continue apostasie
delle popolazioni locali dopo il ritiro dei contingenti musulmani.
Riconquistata
in seguito da Hassan ibn an-Numan, che la confermò come capitale dell’Ifriqiya,
questo nucleo urbano sarebbe diventato la testa d’ariete per conquistare
l’intero Maghreb e, successivamente, l’Andalusia. La città decadde poi al tempo
dell’invasione dei predoni Beni Hilal, conservando però il ruolo spirituale di
“città santa”, anche quando la capitale diventerà Tunisi.
Pochi anni
dopo, sotto la pioggia battente e la nebbia, vi giunse un malinconico Guy de
Maupassant:
“Oh! La città
triste perduta in questo deserto, in questa solitudine arida e desolata! (...)
Un popolo errante, appena capace di costruire dei muri, venuto in una terra
coperta di rovine lasciate dai suoi predecessori, vi raccolse tutto ciò che gli
parve più bello e, a sua volta, con quei frammenti dello stesso stile e dello
stesso ordine, elevò, mosso da ispirazione sublime, una dimora al suo Dio...
Davanti a noi appare un tempio smisurato che ha l’aria di una foresta sacra
perché 180 colonne di porfido e marmo sopportano le volte di 17 navate (...)
Qui l’armonia unica di questo tempio basso viene dalla proporzione e dal numero
di questi fusti leggeri che sostengono l’edificio... creando la sua grazia e la
sua grandiosità. La loro colorata moltitudine dà all’occhio l’impressione di
illimitatezza...” (La Vie Errante, 1890).
Lasciamo che
sia questa magistrale descrizione ad accompagnare il lettore all’interno della
moschea. A me il compito di aggiungere qualche elemento in più: l’arredo è
completato da un orologio solare e da uno splendido minareto a tre piani
sovrapposti, servito da modello per tutto il Maghreb. Le colonne della sala di
preghiera provengono per lo più dagli spogli storici di Cartagine e Hadrumetum.
La prima è che
Kairouan non è la quarta “città santa” dell’Islam, dopo la Mecca, Medina
e Gerusalemme. Come mi rivelò la mia competente guida locale, oggi non detiene
ufficialmente questo status religioso. È quindi una suggestiva leggenda di
derivazione popolare il fatto che sette pellegrinaggi a Kairouan equivalgano al
fondamentale hağğ alla Mecca.
L’altra
verità, anch’essa veicolata dall’eccellente “Cicerone” tunisino, è che non è
stata la prima città edificata dagli arabi in Nord Africa. Nel 639 d.C.,
infatti, fu storicamente preceduta dalla fondazione di al-Fustāt, in Egitto.
Ciononostante, Jamaa el-Kebir rimane il più antico e imponente luogo di culto del mondo islamico occidentale. Un monumento che possiede una duplice anima: dall’esterno, un massiccio e alto muro fortificato che testimonia il passato di dura fortezza militare; dall’interno, uno scrigno di marmi romani che ne ha fatto il primo faro spirituale dell'Islam in terra d'Africa.
Fonti e Bibliografia di riferimento
- de Maupassant, Guy – La
Vie Errante, 1890
- Duveyrier, Henri, La
Tunisie, Parigi, 1881
- Lévi-Strauss, Claude – Tristi
Tropici, 1960 (1955)
- Rambach P., Dal Nilo al Gange, Milano 1960 (1959)
DAL TELL AL SAHARA. VIAGGI IN TUNISIA, TRA LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE DEL PASSATO E CULTURALI ARABO-BERBERE-ISLAMICHE ODIERNE |
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