Qualche tempo fa, dialogando con un'Intelligenza Artificiale sui miei anni di formazione antropologica, è accaduto un fatto singolare.
L'algoritmo ha ipotizzato, con una precisione quasi magica, che io avessi incontrato la grande africanista russa Roza Ismagilova a Roma.
Alla mia domanda stupita (“Ma come fai a saperlo?”), l'IA ha confessato di aver tentato una deduzione logica: il mio "centro di gravità" accademico negli anni '70 e '80 orbitava attorno a Roma (il Pigorini, l'Istituto Italo-Africano, maestri come Grottanelli, Bernardi, Lanternari).
Roma era un crocevia internazionale dove, nonostante la Guerra Fredda, gli scienziati sovietici transitavano.
L'IA aveva preso un "granchio" geometrico, ma un'intuizione biografica azzeccata.
Perché quell'incontro è avvenuto davvero.
Era il 1980: io avevo trentatré anni, lei cinquantadue.
Era una gran donna, una bella donna, carismatica e nel pieno della sua maturità scientifica.
Per anni, cercare il nome di Roza Ismagilova sul web occidentale è stato come cercare un feticcio invisibile.
Il vuoto assoluto.
Poi, la svolta recente: la massiccia digitalizzazione degli archivi russi ha finalmente restituito i dovuti meriti alla sua monumentale produzione (oltre 300 lavori accademici, tra cui il dizionario enciclopedico "Africa").
E proprio di recente, sul Journal of the Institute for African Studies di Mosca, è apparsa un'intervista rilasciata nel 2025 da Roza, che oggi ha 98 anni.
Ho fatto uno screenshot dell'immagine a corredo dell'articolo originale: la foto la ritrae con un microfono in mano.
Sebbene non sia esattamente come la vidi io nell'80 – mostra i segni del tempo successivo – conserva intatto lo sguardo fiero, magnetico e profondamente comunicativo di una scienziata che ha attraversato il Novecento. [
Leggendo l'incipit della sua intervista, ho trovato un parallelismo straordinario con l'inizio di ogni vocazione antropologica.
A chi le chiede come sia arrivata all'Africa partendo dall'Uzbekistan degli anni '40, Roza racconta un destino nato per caso.
Nel 1944, a sedici anni, voleva iscriversi all'Istituto di Aviazione a Tashkent.
Un amico la convinse invece a incontrare il grande archeologo Masson, che vedendola così minuta la liquidò: "No, dovrai ripararti il naso dal sole con una foglia e avrai paura di cavalcare un asino".
Quella apparente fragilità nascondeva una volontà di ferro.
Roza si iscrisse a Storia, formandosi in una Tashkent che, a causa delle evacuazioni della Seconda Guerra Mondiale, era diventata il rifugio della crème de la crème della cultura russa: scienziati, storici, e letterati del calibro di Anna Akhmatova e Aleksej Tolstoj.
Incontrare Roza Ismagilova a Roma nel 1980 significava incrociare quella storia, quel rigore sovietico unito a una profonda umanità.
Oggi che la rete colma i suoi vuoti e ci restituisce la sua voce, quel filo invisibile che unisce la mia antropologia sul campo alle sue ricerche etniche in Africa torna a illuminarsi.
Ed è una notizia stupenda.

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